Amedeo Mazzoni


Nasce il 2 novembre 1919 a CastelMaggiore. Si iscrive al Partito Comunista Italiano nel 1944. Nell’estate partecipa a Sabbiuno (Castel Maggiore) a due riunioni per la preparazione delle proteste popolari del settembre. Il 3 settembre 1944 partecipa alla prima grande manifestazione antifascista organizzata in un Comune della pianura alla quale parteciparono 600 persone tra cui 200 donne. Protetti dai partigiani di Castel Maggiore, di Corticella (Bologna), di Granarolo, di Funo (Argelato), con lʼaiuto di alcuni impiegati comunali vennero prelevati a distrutti gli elenchi degli iscritti alla leva militare e quelli degli operai precettati per il lavoro in Germania. Ha militato nel battaglione Cirillo della 4a brigata Venturoli Garibaldi.

I suoi ricordi 

” 3 settembre 1944 contadini e operai assaltano il Comune,,

Scopo della manifestazione era quello di prelevare dalla sede del Comune gli elenchi dei militari di leva che fascisti e tedeschi avevano deciso di chiamare alle armi, e gli elenchi di lavoratori che dovevano essere spediti in Germania: fare di questi elenchi un falò davanti alla sede del Comune.

La manifestazione fu preparata con una serie di riunioni di zona e ricordo di aver partecipato a 2 di queste riunioni nella Frazione di Sabbiuno, si facevano di sera in campagna in un punto prestabilito, dove si discuteva della opportunità di dare vita a questo tipo di manifestazione di massa con la protezione di gruppi partigiani armati perché nella zona, oltre ai fascisti, vi era anche un comando tedesco. Pur con alcune riserve, la quasi totalità concordava con la impostazione data.

Oltre ai gruppi armati che proteggevano la manifestazione erano mobilitati, per sorvegliare gli accessi a Castel Maggiore, i gruppi partigiani di Corticella, Granarolo e Funo.

La manifestazione, come era nelle previsioni, riuscì. Fu la prima volta che ebbi occasione di partecipare ad una manifestazione antifascista così numerosa; tutto si svolse regolarmente, furono prelevati gli elenchi — anche con la collaborazione di alcuni impiegati comunali — e,  ammucchiatili nel cortile, ci si appiccò il fuoco.

Verso le 10,30, quando la manifestazione stava per sciogliersi, arrivò un gruppo di Tedeschi con due o tre Ufficiali che cominciarono a gridare sparando in aria con le pistole.

A quel punto il gruppo di partigiani appostato di fronte alle scuole, nascosto in mezzo a un campo di granoturco, aprì il fuoco con i mitra e l’unica mitragliatrice a disposizione, e i tedeschi, colti di sorpresa, si buttarono a terra strisciando via ma 2 o 3, tra cui un ufficiale, furono feriti a morte. È inutile dire che i manifestanti accelerarono il passo inforcando le biciclette per allontanarsi.

La manifestazione fu così conclusa con pieno successo. In serata però si seppe che nella cascina dei Guernelli i Tedeschi, con il pretesto di aver trovato nella casa una bandiera rossa, prelevarono 3 della famiglia e 3 sfollati di Castel Maggiore e li trucidarono.

Fu la prima dolorosa rappresaglia nazi-fascista a Castel Maggiore, ma fu anche la prima e grande manifestazione di forza, popolare e antifascista quale dimostrazione pratica che l’antifascismo era profondamente radicato nelle masse popolari.

Le famiglie contadine nella lotta di liberazione

Parlare della Resistenza a Castel Maggiore senza parlare del contributo dato ad essa dai contadini vorrebbe dire trascurare una delle componenti essenziali del successo e della partecipazione di massa alla lotta di liberazione del nostro Comune.

Si può affermare che la quasi totalità delle case coloniche hanno ospitato basi partigiane — o materiale di vario tipo — con tutti i pericoli che ciò rappresentava soprattutto durante un lungo periodo nel quale erano presenti in zona raggruppamenti di truppe tedesche.

Le ragioni storielle di questa partecipazione contadina ed in particolare mezzadrile alla resistenza sono da ricercarsi oltre che in una tradizione di lotta nelle nostre campagne, anche in una situazione di subordinazione e di sfruttamento a cui era sottoposta la categoria da parte di una classe agraria retriva e reazionaria che nel 1920-21 aveva contribuito decisamente alla nascita del fascismo e si serviva del regime per imporre ai contadini condizioni di sfruttamento e di umiliazione morale e materiale.

Alla classe contadina, che nella guerra del 1915-18 aveva rappresentato il più grosso serbatoio di «carne da cannone», e a cui al fronte era stata promessa demagogicamente la terra, a guerra finita, quando era riuscita con le proprie dure lotte a strappare un nuovo capitolato colonico che  migliorava sensibilmente la retribuzione del proprio lavoro attraverso una diversa ripartizione dei prodotti, con l’avvento del fascismo il cui manganello in appoggio al padronato agrario riuscì ad annullare quel nuovo patto mezzadrile, venne di nuovo imposta la ferrea volontà padronale di un duro lavoro mal pagato e sempre sotto la minaccia dell’escomio.

Ecco perché la liberazione da queste condizioni disumane di sfruttamento era una aspirazione comune delle masse contadine, che le univa e le portava contemporaneamente ad essere consapevoli che ciò era possibile solo con un impegno di lotta concreta e decisa, affrontando anche rischi e pericoli.

Voler oggi fare un elenco di tutti i contadini di Castel Maggiore che in quel tempo contribuirono al successo della resistenza, sarebbe troppo lungo e si rischierebbe di lasciarne fuori una parte. Però ritengo che non si possa nemmeno non ricordare alcune famiglie che più di altre sopportarono rischi e sacrifici.

Le case di queste famiglie non erano solo saltuariamente sede di basi partigiane, ma erano in continuità sede di riunioni e di incontri per tutto il movimento partigiano non solo del comune, ma anche di tutta la zona e in taluni casi addirittura in un ambito provinciale.

Molti dirigenti partigiani che dopo la liberazione sono diventati dirigenti politici o sindacali, o pubblici amministratori a livello provinciale e nazionale, sono stati ospiti di queste famiglie.

Di questi ex partigiani vorrei ricordare ad esempio Alberganti, Giorgio Scarabelli, Giacomino Masi, Guerrino Malisardi, Spero Ghedini che divenne sindaco di Ferrara e attualmente presidente dell’AMGA di quella città; Luciano Romagnoli che divenne subito dopo la liberazione dirigente della Federterra e dopo pochi anni uno dei segretari nazionali della C.G.I.L. nonché deputato comunista; lo stesso Enrico Berlinguer che fu ospite in quel periodo di alcune famiglie di contadini di Castel Maggiore e che ricordo di aver visto appunto una sera in casa Cinti.

Chi erano queste famiglie? Per citarne alcuni nomi: Guernelli, Garuti, Cinti, Serenari, Rapparini, Cassanelli, Alberani, Pasquali, Cervellati, Vannini, Gamberini, Bernardi, Masina, Girotti di via Lirone, Tolomelli di via Lame, Pederzoli, Orsi, Alberghini e altri se ne potrebbero aggiungere.

Non si può dire che queste famiglie dalla struttura patriarcale vivessero in condizioni particolari rispetto agli altri: erano generalmente abbastanza numerose come del resto quasi tutte le famiglie contadine di allora, con la presenza di giovani, ragazze, e bambini delle varie età. Vi era  naturalmente l’addetto agli affari domestici (capo famiglia) che in accordo con l’addetta alla cucina (zdoura) — in molti casi la moglie — dirigevano un po’ tutte le operazioni famigliari. Poi esistevano altre suddivisioni di mansioni per l’andamento famigliare ripartite fra gli altri componenti: il boaro addetto alla stalla, il campagnolo addetto a dirigere i lavori dei campi, il cantiniere addetto alle cantine, ecc.

Se questa era la caratteristica struttura di quasi tutte le famiglie contadine, le ragioni per cui le famiglie che abbiamo nominato più delle altre sono state promotrici dell’antifascismo e si sono maggiormente impegnate in rischi ed anche in sacrifici, sono da ricercarsi in una maggiore maturità di consapevolezza da parte loro della necessità generale e della propria volontà che il fascismo finisse; nella certezza che questa fine futura del regime avrebbe migliorato le condizioni del lavoro e della dignità umana e che ciò non si sarebbe potuto realizzare se non attraverso la mobilitazione, la lotta ed anche il sacrificio.

Questa coscienza era alimentata continuamente dai contatti che essi riuscivano a mantenere attraverso quella rete di notizie ed informazioni che soprattutto il Partito Comunista, anche negli anni più duri, non ha mai cessato di fornire con la parola o con lo scritto, mediante le forze organizzate di cui poteva disporre e che riuscivano, con una adeguata argomentazione politica, ad infondere fiducia nella lotta e certezza del successo.

Voglio ricordare in particolare la famiglia Garuti, composta da 18 persone: 4 fratelli sposati con due figli per ciascuno e gli anziani genitori. 18 persone, una intera famiglia che dopo i fatti del 14 ottobre 1944 si trovarono senza casa, spogliati di ogni bene, così come accadde per la famiglia Vigna e per i Guernelli, con una delle loro donne uccisa per rappresaglia assieme ad altri parenti sfollati in caso loro.

Lo scontro armato del 14 ottobre avvenne in pieno giorno, a viso aperto fra partigiani e nazifascisti e in seguito ad esso (nonostante la differenza delle forze in campo: 1 a 10 a sfavore dei partigiani), furono liberati i prigionieri della cascina Guernelli e fu inflitta una dura perdita alle truppe nazifasciste. In seguito i fascisti per rappresaglia uccisero quella sera stessa, vicino alla casa della famiglia Garuti, in una fossa che serviva da rifugio aereo, 36 persone, le prime che incontravano per la strada.

La stessa famiglia di Gaetano Guernelli, aveva le caratteristiche di ogni famiglia contadina: Gaetano era un compagno che seguiva attentamente tutti gli avvenimenti politici interni ed internazionali, ne sapeva sempre interpretare il giusto senso e riusciva da ogni avvenimento a trarre un motivo in più, per sé e per gli altri, della necessità di intensificare la lotta partigiana e la lotta contro gli agrari che erano stati — lui diceva — i responsabili maggiori del fascismo e della catastrofe nazionale.

Era una famiglia di 8 persone: 2 fratelli sposati con figli e i genitori. Il fratello Giuseppe fu trucidato assieme ai 36 che citavo prima lasciando la moglie e un figlio.

La famiglia Cinti, direi la «casa» Cinti, è stata per tutto il periodo della Resistenza un punto di riferimento e di ritrovo per tutto il movimento della zona, ma si può dire provinciale. Si svolgevano in questa casa quasi ogni giorno brevi riunioni, incontri di compagni che operavano in zone diverse, traffico di armi, soprattutto di notte, e questo è continuato (in misura più ridotta) anche con la presenza dei tedeschi nel cortile della casa.

Era una famiglia di 16 persone: 5 fratelli di cui 4 sposati con figli e i genitori. Gaetano, il fratello maggiore, era il più preparato politicamente: aveva, se pur giovane, partecipato alla lotta contro la nascita del fascismo; era un profondo conoscitore dei problemi contadini e particolarmente di quelli della mezzadria.

Divenne capolega dei mezzadri subito dopo la liberazione e assessore comunale e, fino alla sua morte, ha sempre dato la propria attività di dirigente nelle organizzazioni contadine e nel movimento cooperativo. La sua opera di avveduto consigliere, insieme ad una azione costante svolta presso le famiglie dei contadini, paziente, preziosa, persistente ed incisiva, lo aveva portato ad essere di fatto il dirigente più qualificato del ceto contadino della zona, oltre ad essere un comunista militante.

Anche le donne contadine, in varie forme, hanno rappresentato un valido contributo al movimento partigiano: la stessa Albertina Girotti, partigiana, caduta in combattimento, era una giovane mezzadra, ma il contributo era vario da parte di tante donne contadine. Poteva consistere nel preparare indumenti per i partigiani, lavarli, rammendarli, preparare il mangiare e molte volte portarlo nelle basi dove erano nascosti, e nel trasportare armi, fare da staffetta; tutti compiti preziosi ma anche pericolosi in quei tempi.

L’odio contro il regime fascista e contro i tedeschi era più radicato nelle donne perché erano le vittime principali delle sofferenze e delle privazioni, sottoposte come erano ad un lavoro massacrante nei campi e in casa, lavoro che era diventato molto più gravoso con la partenza dei loro uomini per la guerra; costrette come erano per miseria a vivere in case in cui spesso si vergognavano di invitare amiche e amici che non appartenessero al loro stesso ceto sociale.

L’insieme delle condizioni economiche, sociali e di lavoro in cui li aveva ridotti il regime fascista prima, e l’avvento della guerra poi, aveva fatto capire molte cose ai contadini, anche a quelli in un primo tempo avevano dato credito alla falsa e demagogica propaganda del fascismo. Dopo aver fatto questa esperienza sulla propria pelle essi erano indotti a contribuire, sia pur in modi diversi e con una diversa gradualità, al successo della resistenza, a Castel Maggiore, così come in tanti comuni italiani.

E se subito dopo la liberazione, negli anni ’50 anche successivamente, gran parte dei quadri dirigenti del Partito Comunista a Castel Maggiore furono in mano ai contadini ciò dimostra non solo che questa classe aveva capito che cosa significa il fascismo come regime politico, ma aveva acquisito la consapevolezza che la lotta non era finita con la resistenza, che le radici del fascismo non erano state estirpate e che era necessario continuare la lotta democratica, come hanno fatto, per trasformare la società in senso democratico e socialista.

 Fonti:

Fregna, Castel Maggiore 1943-45

Dizionario biografico M – Q Luigi Arbizzani, Nazario Sauro Onofri – Bologna, 1995

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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