Addio a Franco Giustolisi. La sua battaglia per non dimenticare le stragi nazifasciste


La firma storica dell’Espresso fu il primo a scrivere dell’Armadio della Vergogna e a impegnarsi affinché la giustizia scovasse e punisse i responsabili delle rappresaglie nazifasciste durante la Seconda guerra mondiale. Ecco come lo rievoca un collega che lo conosceva bene e che ha condiviso l’impegno su questo tema
di Pier Vittorio Buffa
10 novembre 2014

Franco Giustolisi se n’è andato come avrebbe voluto. Combattendo fino all’ultimo per quello in cui ha creduto per una vita. Nella stanza dove lo hanno curato c’erano libri, fogli con appunti, un dizionario e l’inseparabile “Settimana enigmistica”.

Con me, che con lui ho iniziato a lavorare più di trent’anni fa e ho scritto due libri, le sue ultime parole, che sapeva essere di commiato, erano rivolte al futuro. “Pier Vittorio, prendi in mano tu…” Si riferiva a un’iniziativa per parlare della cosa a cui ha dedicato vent’anni di passione professionale, politica e civile.

Franco voleva giustizia per quella che chiamava la più grande tragedia vissuta dal popolo italiano. Voleva giustizia per i 15-20 mila civili uccisi dai nazisti e dai fascisti tra il 1943 e il 1945. Per i loro figli, i loro mariti, le loro mogli, i loro fratelli.

Una battaglia combattuta soprattutto sulle pagine dell’Espresso. Poi con un libro, L’Armadio della vergogna (Nutrimenti ed.) e con mille dibattiti in tutte le parti d’Italia. Con feroci polemiche con chi alla sua sete di giustizia frapponeva esitazioni o piccoli interessi di parte. Perché Franco le cose non le mandava certo a dire. Pensare, dire e agire era, per lui, un tutt’uno.

Il nostro primo e impegnativo lavoro insieme fu un’inchiesta sulle carceri Italiane. Eravamo tutti e due all’Espresso. Lui un quasi sessantenne professionista noto e affermato, già al “Giorno” e alla Rai, a Tv 7. Io un cronista poco più che trentenne che ancora molto aveva da vedere del mondo. Franco mi portò per carceri con un piglio che non dimentico. Entrava nella cella di un condannato per mafia e gli chiedeva: “La mafia esiste?”. Affrontava banditi pluriassassini come fossero conoscenti da bar. Con una calma, una serenità e una schiettezza che non immaginavo si potessero avere in carceri speciali come quelli.

La sua ultima uscita pubblica è dello scorso 24 aprile. Un convegno al Senato per parlare di stragi nazifasciste. C’era Pietro Grasso, c’erano cinque sopravvissuti delle stragi, c’era l’attrice Pamela Villoresi che ne recitava i racconti. E poi Giovanni Maria Flick e Marco De Paolis, due uomini che Franco ha stimato profondamente. Franco indossava la cravatta che lui odiava ma che al Senato è obbligatoria. Poco a poco si è allargata da sola, è scesa quasi in sintonia con il suo fiume di parole. Parole dure, ma semplici. Chiedeva, pretendeva solo giustizia nulla più.

Nell’ultimo articolo che ho scritto dopo aver parlato con lui mi chiese di inserire una frase. “Spero che qualcuno raccolga il mio testimone”. Sì Franco, il tuo testimone verrà raccolto. Stanne sicuro.

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di Stefano Vastano

Siamo un popolo di vigliacchi e smemorati… Non usa mezzi termini Franco Giustolisi, 88 anni, il giornalista che vent’anni fa rivelò su “l’Espresso” l’esistenza di un “Armadio della vergogna” che in una stanza della Procura militare di Roma nascondeva centinaia di fascicoli sulle 2.237 stragi perpetrate in Italia dai nazifascisti. Da allora Giustolisi non ha più smesso di combattere la sua «battaglia di civiltà e giustizia» per onorare la memoria delle 20-30 mila vittime di quegli stermini. E dopo aver letto l’intervista nella quale l’avvocato Gabriele Heinecke annuncia l’ennesimo ricorso al Tribunale di Karlsruhe per ottenere l’avvio dei processi agli autori di quegli eccidi, ha avviato altre azioni e iniziative. Che qui anticipa.

Franco Giustolisi, la Germania sembra non avere intenzione di processare i responsabili delle stragi naziste in Italia: e ad agosto saranno settant’anni da Sant’Anna di Stazzema…
«La signora Merkel dovrebbe ricordare che la Germania ha partecipato alla costruzione dell’Europa unita grazie soprattutto all’Italia: i fascicoli delle stragi furono occultati proprio per permettere il suo riarmo e ridarle credibilità internazionale ed è dunque intollerabile che oggi non accetti l’esito dei processi, peraltro celebrati in Italia con tutti i crismi della regolarità».

Ma anche in Italia non è stato così semplice condurre inchieste e processi.
«All’inizio i magistrati militari sono stati costretti a subìre le fortissime pressioni del potere politico: fu il governo De Gasperi a ordinare l’occultamento dei 695 fascicoli sulle stragi, 415 dei quali indicavano nomi e cognomi degli assassini nazisti e fascisti. Dopo l’aria è cambiata, e ai magistrati deve oggi andare la nostra massima riconoscenza per aver ricostruito quelle carte e allestito processi ineccepibili. E per essersi rivolti a Germania e Austria perché le condanne fossero eseguite e gli assassini posti agli arresti domiciliari. Purtroppo la risposta è stata picche».

E i politici italiani, i governi come hanno reagito a questa sorta di rimozione?
«Stiamo parlando della più sconvolgente tragedia italiana, di decine di migliaia di uomini, donne e bambini trucidati dai nazisti perché avevano aiutato la Resistenza o per impedire che lo facessero. Eppure per loro governi, autorità, partiti non hanno fatto nulla».

Però Giorgio Napolitano, proprio a Stazzema, il 24 aprile scorso ha riconosciuto che «i tribunali non hanno fatto giustizia».
«Vero, ma perché il presidente, che soppesa sempre le parole, non ha aggiunto “tedeschi”? I tribunali italiani la giustizia l’hanno fatta, ed è dal 2009 anni che chiedono a governo e istituzioni di intervenire».

E che cosa hanno risposto in questi anni i ministri di Difesa, Giustizia, Esteri?
«Nessuna risposta dall’ex ministro della Difesa Ignazio La Russa. E nemmeno da Angelino Alfano, allora ministro della Giustizia, al quale si era rivolto nel 2010 Fabrizio Fabretti, procuratore della Corte d’appello di Roma. Silenzio anche da Mario Monti, allora presidente del Consiglio, a cui tutti i senatori del Pd – non uno Scilipoti di passaggio – avevano chiesto un passo. Niente, tutti tacciono in Italia, compresa Emma Bonino, oggi ministro degli Esteri, che non ha nemmeno risposto a una recente interrogazione parlamentare di Felice Casson».

Dovrebbero tutti chiedere scusa per decenni di oblio.
«Sarebbe il minimo. E subito dopo pretendere il rispetto delle sentenze».

Le scuse dovrebbe porgerle anche la Germania.
«Come ho ricordato, fu il governo italiano a nascondere la storia e a impedire la giustizia occultando i fascicoli, come accertato da un’inchiesta del Consiglio della magistratura militare, proprio per consentire alla Germania di riarmarsi. Dovrebbe essere dunque l’Italia a chiedere scusa per prima. Quando era capo dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi mi disse che l’avrebbe fatto, ma poi l’impegno saltò».

Lei ha chiesto che si istituisse una Giornata della memoria anche per i morti delle stragi.
«Perché non ricordare queste vittime che con il loro sacrificio hanno contribuito a salvare la libertà e a scrivere la Costituzione? Qualche giorno prima della sua elezione a segretario del Pd, Bersani mi promise una mano: niente, scomparso pure lui».

Non crede che la vicenda rientri piuttosto nei rapporti diplomatici tra Roma e Berlino?
«Ma non si tratta di dichiarare guerra alla Germania! Il punto è rispettare le sentenze definitive contro militari che anche la Germania considera criminali di guerra: del resto anche Martin Schulz, socialdemocratico tedesco e presidente del Parlamento europeo, ha detto a Stazzema che “questi criminali devono essere perseguiti sino alla fine dei loro giorni”. Parliamo giorno e notte della sentenza di Berlusconi, perché non far rispettare quelle a carico di criminali nazisti che hanno trucidato migliaia di vittime?».

Quante furono le vittime delle stragi?
«Nessuno sa con esattezza quante furono le vittime e le stragi: dell’eccidio di Onna si è saputo solo per via del terremoto».

E quanti sono i criminali nazisti ancora in vita?
«Trenta, secondo le stime del procuratore militare di Roma Marco De Paolis».

Dunque Giustolisi non si arrende: prossimi passi?
«Mi ha appena chiamato Romano Franchi, sindaco di Marzabotto, per confermare che assieme ai sindaci delle città che hanno pagato con il maggior numero di vittime, ai governatori delle due regioni più colpite – Emilia Romagna e Toscana – e al presidente dell’Anci Piero Fassino chiederanno udienza al Quirinale e a Palazzo Chigi proprio per riaprire il caso. E ottenere quanto è dovuto alle vittime delle stragi».

Cioè?
«Il rispetto delle sentenze; le scuse delle autorità; l’istituzione del Giorno della memoria e finalmente la verità sul numero di questi eroi italiani che si sacrificarono per la nostra libertà».

Fonte: espresso.it

 

 

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

One thought on “Addio a Franco Giustolisi. La sua battaglia per non dimenticare le stragi nazifasciste”

  1. Da non dimenticare che l’Anpi aveva ritirato la tessera a Franco, dopo un “processo” sommario in cui veniva accusato di aver offeso il presidente Smuraglia. Accusa ingiusta e assurda che la dice lunga sui dirigenti nazionali dell’associazione.

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