Ecco il violino della Shoah. La sua voce salvò Renzo


Il dono della sorella al ragazzo ventenne sul treno per Auschwitz. Esposto in occasione del primo «Stradivari Memorial day» con altri rari strumenti di Gilberto Bazoli

Davanti sembra uno strumento come tanti. La sorpresa spunta girandolo: una Stella di Davide intarsiata nel legno. È la firma sul violino della Shoah, un violino che ha suonato ad Auschwitz e che ora, dopo un lunghissimo silenzio, si prepara a far sentire nuovamente la sua voce. Dietro questo «miracolo» c’è Carlo Alberto Carutti, 91 anni, imprenditore-mecenate, lucido e raffinato, cognato di Giovanni Tesori, milanese con il cuore a Cremona, una specie di Indiana Jones dell’arte che non conosce età. «Da tempo cercavo uno strumento che si fosse salvato dall’Olocausto – racconta -. Un mese fa qualcuno mi ha detto di averlo visto nella bottega di un antiquario, a Torino. Mi sono precipitato: era un violino spettacoloso, fabbricato nel 1800 da un liutaio francese. L’ho comprato subito». Incollati sul fondo la scritta (in tedesco) «Inno alla musica che rende liberi» e uno spartito con le note di un motivo. «Credevo fosse un canto liturgico ebraico, ma mi sbagliavo – continua Carutti -. Probabilmente si tratta di una ninna nanna».

Sulla cassa sono incise anche alcune cifre: il numero di matricola di un deportato. È partendo da questi e altri pochi indizi che Carutti ha ricostruito, passo dopo passo, la storia del violino. «Apparteneva a Maria, una ragazza ebrea di 22 anni che con il fratello Renzo, più giovane di lei di un anno esatto, stava scappando in Svizzera». Ma non arrivarono mai all’altra parte della frontiera. «I tedeschi li catturarono portandoli a Milano e da lì a Verona, dove furono caricati su un treno. Destinazione Auschwitz. Maria si teneva stretto il suo violino. La immagino anche mentre lo consegna a Renzo pensando che un uomo avrebbe avuto più probabilità di salvare se stesso e lo strumento».

La sorella aveva visto giusto: il dono rafforzò anche la voglia di vivere di Renzo. Maria morì nel lager, il fratello fu liberato dall’Armata Rossa nel gennaio 1945 e tornò in Italia. Aveva con sé il violino, che custodì per altri dodici anni fino al 1957, quando morì. «Il violino, che era ridotto in pessime condizioni, è stato riparato in modo superbo – risponde Carutti – e conservato religiosamente fino ad oggi nel suo astuccio nero, senza essere mai stato più suonato». Ancora per poco, sembra. L’imprenditore lo ha regalato al Museo civico di Cremona, dove andrà ad arricchire le «Stanze della musica», una delle più importanti raccolte di strumenti a corda che ripercorre quattro secoli di liuteria ed è formata da una sessantina di «pezzi» donati dal fratello di Carlo Alberto Carutti, Gianni.

Fa parte da poco della collezione il mandolino, scoperto anch’esso da Carlo Alberto, dal cui interno è sbucato un altro «tesoro della memoria» che ha attraversato lo spazio e il tempo: due fotografie incollate sul fondo di soldati tedeschi prigionieri in Inghilterra durante la Prima Guerra mondiale. Tra un’immagine e l’altra, alcune parole scritte con l’inchiostro nero: «Sono stato costruito nel lager di Dorchester». L’ingegner Carutti adesso ha un sogno: «Far suonare insieme, nel giorno della Memoria, i due strumenti ritrovati». Il titolo del concerto è già pronto: «La voce di un violino della Shoah sopravvive ai silenzi dell’Olocausto».

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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