Duilio Codrignani


Nasce il 5 gennaio 1898 a Bologna. Iscritto al Partito Socialista Italiano. Figlio di un socialista che era stato in carcere con Andrea Costa, entra giovanissimo nel movimento sindacale come attivista e nel 1920 e 1921 diventa segretario della federazione cartotecnici e membro del consiglio delle leghe della Camera confederale del lavoro. In quel periodo è dirigente degli ex legionari fiumani che a Bologna erano schierati su posizioni antifasciste. Per questo viene bastonato dai fascisti, insieme a Ulisse Lucchesi, la sera del 22 marzo 1922.

Nel 1925 viene eletto segretario regionale dei legionari dannunziani e aderisce alla sezione bolognese de LʼItalia libera il gruppo dei combattenti antifascisti. Nel 1925, quando la Federazione italiana lavoratori del libro è assorbita dalle corporazioni fasciste, diventa promotore, con altri, della Federazione operai poligrafici italiani, uno degli ultimi sindacati democratici.

Nel 1926 si iscrive al Partito Socialista Italiano. Con Fernando Baroncini, Emilio Alessandri e Dante Calabri si fa promotore di una iniziativa per assistere le famiglie degli antifascisti imprigionati. Nel 1929 diventa responsabile per lʼEmilia di Giustizia e Libertà, il movimento politico che sarebbe poi confluito nel Partito d’Aazione. Viene schedato dalla polizia bolognese il suo nome rimane nellʼelenco degli ammoniti dal 1929 al 1939. Partecipa alla Resistenza nelle fila socialiste.

La sua testimonianza 

La generazione di quelli che avevano vent’anni alla fine della prima guerra mondiale, ritornata vittoriosa e stremata dal fronte, trovò ben arduo il reinserimento nella vita civile: le promesse ricevute durante la guerra e non mantenute nella pace, la crisi economica, la disoccupazione, gli stessi contrasti nati attorno alla vittoria in sede internazionale creavano un’atmosfera di incertezza e di malcontento che l’abituale miopia delle classi dirigenti riusciva soltanto ad acuire.

Eppure quando, nel 1919, Mussolini approfittando dello stato di fluidità della situazione popolare diede il via ad un programma, per quei tempi, assai avanzato e rivoluzionario, molti di questi giovani, a differenza di tanti loro padri, nonostante la scarsa esperienza, nuovi com’erano alla vita politica e sindacale, non si lasciarono ingannare dall’entusiasmante iniziativa e diffidarono dell’uomo che, pubblicamente neutralista, tanto da proporre un referendum popolare al proposito, in privato aveva sostenuto l’intervento ed era stato smascherato in questo suo gioco sleale una prima volta da Cesare Battisti, poi dal socialista prof. Lombardo-Radice e dall’anarchico Libero Tancredi che pubblicarono sul nostro «II Resto del Carlino» le prove che dovevano farlo espellere dal Partito Socialista Italiano.

La diffidenza nata in tempi prebellici era poi stata confermata dal comportamento durante la guerra del «grande interventista» che si era guardato bene dal partire volontario e, atteso comodamente il richiamo della propria classe, non aveva mai partecipato ad alcuna azione «eroica». Quando poi la vita politica si venne inasprendo, giorno dopo giorno, noi giovani, vedendo che, anche se l’animo della nazione era contrario alle violenze — e quindi al fascismo —, i fautori della rovina venivano prevalendo, levandosi in armi contro i cittadini inermi con l’appoggio, prima larvato, poi sempre più aperto delle forze di polizia, cominciammo a riunirci e ad organizzarci clandestinamente per salvare, se possibile, il salvabile e per opporci alla violenza che minacciava gli ideali e i valori umani e sociali che avevamo imparato a conoscere, per i quali ci eravamo raggruppati in cerchie ideologiche e in nome dei quali ora eravamo disposti a tutto, con l’entusiasmo di chi sa di essere nel bene e con l’ingenuità di chi ha vent’anni.

A Bologna uno di questi raggruppamenti, più culturale, a dire il vero, che di azione politica vera e propria, si formò in una libreria, ora scomparsa, in via De’ Toschi, gestita da un antifascista toscano, Mario Piazza. Tra i frequentatori ricordo l’amico Libero Zanardi, il futuro scrittore Giuseppe Raimondi, i fratelli repubblicani Renato e Alberto Mario Schinetti. Ma i gruppi si formavano, si moltiplicavano. Chi scrive (e scrive non per parlare di sé, ma perché sa che le testimonianze autentiche sono materia di meditazione illuminante per il giudizio dei giovani), diede vita ad un altro gruppo, di carattere politico e sindacale, Alberto Mario Schinetti, Aldo Zecca, Lorenzini Leonida e padre Aldo, Otello Pondrelli, Mario Migliori, Olindo Pezzoli, Corinto Negrini, Oreste Garagnani e altri. Le riunioni della piccola organizzazione si tennero nei primi tempi in casa del fondatore, poi, nella crescente atmosfera di sospetti, in luoghi via via diversi e appartati. Tra le prime attività fu la campagna per le elezioni politiche del maggio 1921, contro il «Blocco Nazionale», voluto da Giolitti, in cui erano incluse le forze fasciste: l’opposizione era forte e contrastò fieramente la lotta elettorale. Nacquero qui le prime intese fra i gruppi di «fronda» che, comprendendo socialisti, repubblicani, popolari, le associazioni dei combattenti, dei mutilati, del Nastro Azzurro e dei Legionari dannunziani, nonché la Federazione degli Arditi che nell’aprile di quell’anno si era staccata dal fascismo, avrebbero dato vita alla reazione antifascista.

L’attività dei gruppi non fu velleitaria e gli aderenti spesso pagarono alla violenza il pedaggio della loro generosità: tanto per fare un esempio, nel marzo 1922 il fondatore del piccolo centro bolognese, di ritorno da una manifestazione tenuta al Teatro comunale, transitando per le Logge del Pavaglione in compagnia di amici, tra cui il socialista Ulisse Lucchesi, redattore de «II Resto del Carlino» fu aggredito insieme agli amici e tutti furono pestati da parte di una «squadraccia» che li lasciò malconci, soprattutto il povero Lucchesi che ne ebbe per un mese. E la polizia, nonostante la cittadinanza avesse deplorato la viltà dell’attacco e fra le altre voci si fosse levata, significativa, quella di Giorgio Pini, allora direttore de «L’Assalto», che era l’organo della federazione fascista bolognese, non si curò degli aggressori, ma inquisì sugli aggrediti.

Dalla vile violenza di cui fummo oggetto, nacque in noi il desiderio e la volontà di ripagare in qualche modo l’affronto subito. Dato che l’aggressione aveva colpito il gruppo dannunziano, di cui il Lucchesi, come altri socialisti, faceva parte, questo gruppo, in quel periodo assai attivo e dinamico, prese la decisione di passare al contrattacco.

Per prima cosa venne nominato un triumvirato nelle persone del col. Giuseppe Pavone, dell’avv. Giannino Ghiselli e di Adelmo Pedrini, per progettare l’occupazione rapida e di sorpresa della città, con l’appoggio delle avanguardie repubblicane della Romagna che sarebbero dovute affluire in città a tempo prestabilito e trarre in arresto i gerarchi fascisti.

Il piano era stato studiato nei minimi particolari e nemmeno le armi sarebbero mancate, perché, per mezzo del col. Pavone che allora condivideva il comando del 35° Regg. Fanteria con il col. Scimeca (quest’ultimo ignaro del tutto), avremmo conosciuto la parola d’ordine per prelevare le armi dai depositi militari e dalle caserme, mentre le truppe sarebbero restate consegnate.

Questo particolare e audace progetto venne personalmente dal col. Pavone e dal Pedrini portato a conoscenza del comandante Gabriele d’Annunzio, a Gardone Riviera. Il Poeta era contrario agli atti di violenza e aveva dato tassativi ordini ai suoi legionari in proposito, salvo i casi di legittima difesa e per rintuzzare le violenze subite. Rientrando il nostro caso in questa eccezione il comandante approvò in pieno l’azione progettata e illustratagli dai membri del triumvirato.

Senonchè, quando si seppe della delazione che aveva reso impossibile l’impresa, il col. Pavone si recò a Gardone a riferire e d’Annunzio fu costretto a suggerire di non agire come si sarebbe voluto. In tal senso il col. Pavone portò alla Legione una lettera del Poeta.

Naturalmente per la buona riuscita dell’impresa occorreva conservare la massima segretezza e agire con rapidità, pur usando la dovuta cautela. Purtroppo il riserbo con cui si doveva operare, non fu completo. Fu l’avv. Ghiselli che, recandosi in Romagna per accordarsi con le avanguardie repubblicane, si accorse di essere seguito; senza scomporsi con disinvoltura cambiò itinerario e ritornò a Bologna senza aver veduto e avvicinato alcuno. (Per la storia la spia fu poi individuata nella persona di uno sciagurato che doveva suicidarsi, impiccandosi nella propria cantina (Via Orfeo), poco tempo prima della liberazione di Bologna).

L’impresa fu abbandonata e svanì nel sogno della nostra giovinezza.

Ricordo anche che in un’altra aggressione, al caffè «Cuccioli», nel voltone del Podestà, ebbe la peggio il prof. Da Vinchie, che morì poi esule a Monaco di Baviera, in conseguenza di queste ferite. Ma gli esempi personali non sono che episodi, non certo i più gravi del clima di violenza e di intimidazioni con cui il fascismo cercava e riusciva ad affievolire i sentimenti di opposizione e rivolta.

È questo, allora, il momento di una nuova tattica per quanti perseverano nella difesa della libertà: tutti, socialisti, repubblicani, comunisti, cattolici, dannunziani ci troviamo uniti attorno all’ «Italia Libera» di Raffaele Rossetti; uniti nella volontà e negli intenti, ma impossibilitati a reagire convenientemente per la mancanza di mezzi.

Un gruppo attivo e operante fu quello a cui partecipai con amici di varia provenienza ideologica, capeggiato da Fernando Baroncini e comprendente: Emilio Alessandri, l’avv. Francesco Blesio, Agostino Gonni, il dott. Libero Savoia, Lamberto Tarroni, l’ing. Jonio Zuffi e molti altri. Purtroppo esso ebbe vita breve, perche la polizia arrestò alcuni aderenti, condannati poi al confino: Baroncini, Alessandri, Gonni e Tarroni, mentre l’avv. Blesio, avvertito in tempo, scansò l’arresto e lo feci espatriare in Svizzera tramite i vari collegamenti; mentre l’amico Fontana, comunista, fu inviato nel duro carcere di S. Stefano.

Non trascuravo certo l’attività politica, ma la mia principale attenzione la riscuoteva il sindacalismo: già dal 1920 facevo parte del consiglio delle Leghe e delle istituzioni della Camera del Lavoro bolognese ed agli inizi del 1921 ero segretario della Federazione Legatori. È un peccato che la storia del sindacalismo italiano — e bolognese — sia meno nota di quel che dovrebbe. Bisognerebbe conoscere bene i tempi in cui con le devastazioni e gli incendi cercavano di sopprimere le organizzazioni dei lavoratori, mentre il popolo cercava di reagire disperatamente prima con l’ultimo, fallito grande sciopero dell’agosto 1922 e, poi, con l’affidarsi alla tutela di quella strana, ma non illiberale, anzi generosissima personalità che fu Gabriele d’Annunzio, che influenzò una parte notevole del pensiero antifascista.

La prima organizzazione che mosse in questa direzione fu il sindacato dei ferrovieri, tramite Renato Ronzani e Domenico Vassura, poi fu la volta dei Lavoratori del Mare con il loro segretario, il famoso cap. Giulietti, e ancora i bancari e infine la stessa CGL di cui era allora segretario Ludovico D’Aragona. Si mirava a giungere a una costituente sindacale, cui partecipassero tutte le organizzazioni, tranne quelle fasciste: fu nominato un comitato organizzativo e fu creato un settimanale, «Sindacalismo». Parteciparono all’iniziativa come dirigenti i più bei nomi del mondo politico-sindacale di allora: Rinaldo Rigola, ex-segretario della CGL, Alceste de Ambris, segretario della UIL, A. Oliviero Olivetti, Ettore Gaetano, Guido Galbiati, G. B. Pozzi, Renato Ronzani, Emilio Colombino della FIOM, Tomaso Bruno della Federazione del Libro.

A questo punto si inserisce il doloroso episodio dell’uccisione di Giacomo Matteotti: è la fine di ogni resistenza. Anche d’Annunzio è costretto a ritirarsi a vita privata e i progetti della costituente sindacale cadono.

Ancora nel novembre 1924 la CGL indice un referendum sulle direttive politiche e sindacali: la maggioranza l’ottennero i confederalisti apartitici, con ottimo piazzamento dei socialisti, mentre i comunisti ebbero pochi voti.

La Federazione del Libro da tempo aveva deciso l’autonomia, sperando, nonostante molti delle sue fila già si fossero sacrificati per la libertà (e qui voglio ricordare i nomi di questi eroici caduti: Torquato Zampi, Giorgio Mueller, Attilio Boldori, Ambrogio Franchini, Italo Bettola, Antonio Piccinini, Ugo Rendi, Sisto Perozzi, M. Poggiolini) che si sarebbe potuta salvare. Ma il fascismo non ammetteva autonomie, tanto più là dove, come nel nostro caso, la situazione finanziaria era buona e la Cassa Mutua di previdenza poteva contare su fondi abbastanza rilevanti. E nel maggio 1925 la Federazione del Libro chiuse in bellezza il cinquantenario della sua fondazione.

Dopo l’accordo di Palazzo Vidoni, dell’ottobre 1925, in base al quale solo le corporazioni fasciste avevano la facoltà di stipulare e concordare contratti di lavoro, le autorità prefettizie, su ordine del governo, fanno occupare la maggior parte delle Camere del Lavoro. La Federazione del Libro, le cui sedi, sia quella centrale a Bologna, sia quelle periferiche, erano fuori dai locali della Camera del Lavoro, si era salvata dai provvedimenti; mentre la federazione Legatori di Milano che aveva gli uffici assieme alla CGL, era stata bloccata, continuava la sua attività per merito del suo segretario, Ferruccio Spallaccia, che tempestivamente aveva inviato a tutte le sezioni un invito a restare unite e a continuare l’attività amministrativa e sindacale presso un altro recapito. Comunque i dirigenti della Federazione del Libro, andarono a Roma per conferire, come altre volte avevano fatto, con il governo: questa volta non furono ricevuti e al ritorno appresero la nomina governativa di commissari prefettizi, già avvenuta, come per le altre organizzazioni operaie; per colmo i nuovi dirigenti erano stati nominati tra i responsabili della vita sindacale, che apparivano compromessi per i frequenti contatti con il governo, senza esser stati interpellati. Quasi tutti accettarono il fatto compiuto: ma a Bologna il presidente, Enea Alberti, avuto notizia, al ritorno da Roma con gli altri dirigenti, della sua nomina, si recò immediatamente in Prefettura a declinare l’incarico e tornò al suo modesto lavoro senza piegarsi mai al fascismo.

Il nuovo commissario bolognese mi chiese il rendiconto della sezione legatori di cui ero responsabile e mi incaricò di redigere il bilancio: dopo l’assicurazione che esso sarebbe stato presentato all’approvazione dell’assemblea dei soci, con l’ingenuità di un giovane idealista, accettai. Ma quando mi resi conto che l’assemblea dei soci non sarebbe mai stata convocata, rassegnai le dimissioni.

La Federazione del Libro, vecchia e gloriosa, era finita: un convegno tenuto a Torino, nonostante una vivace opposizione minoritaria, decise per necessità di forza maggiore il passaggio alle corporazioni. Ma, morto un organismo, altri centri di sia pur larvata opposizione nascevano: in base alla legge Rocco, le organizzazioni operaie e la stessa CGL si erano costituite come società di fatto, come organismi tecnici e di studio, posti sotto il controllo dell’autorità di pubblica sicurezza.

Tra queste è da annoverare la Federazione Operai Poligrafici Italiani (FOPI), sorta a Milano per volere della minoranza della Federazione del Libro che aveva votato contro il passaggio alle corporazioni e che aveva ottenuto l’appoggio delle categorie internazionali grafiche di Berna. In una riunione del 25 febbraio 1926 fu eletto il segretario nella persona di Ferruccio Spallaccia, fu approvato uno statuto provvisorio e fu studiato un regolamento previdenziale che, con il favore dell’internazionale FITLL, cominciò a funzionare nel luglio di quell’anno: i fiduciari delle sezioni della FOPI e della FITLL di fronte alle leggi fasciste erano considerati come esattori di una associazione mutualistica estera e pertanto il funzionamento dell’organizzazione poteva evitare le maglie dei blocchi e dei sequestri.

Ovunque sorsero i gruppi assistenziali e le sezioni della FOPI, con vasto consenso delle categorie grafiche. A Bologna, con la collaborazione di colleghi, come Carlo Calzolari, Corinto Negrini, Olindo Pezzoli, Mario Migliori, Oreste Garagnani e altri diedi l’avvio all’attività assistenziale (cui fu di valido aiuto la generosa prestazione medica del dott. Giuseppe Borgatti, leale tempra di mazziniano autentico) e fondai la sezione locale dell’organizzazione, di cui fui il fiduciario. L’opera di proselitismo era lenta, ma incessante e, dato il clima di intimidazioni e violenze in cui si viveva, potevamo dire di cogliere ottimi frutti dal nostro lavoro. La FOPI veniva tra l’altro compiendo il miracolo di unire tutte le categorie grafiche, anticipando la logica sistemazione che si consolidò dopo la liberazione; inoltre, circa la metà dei vecchi soci avevano lasciato l’anzianità acquisita alla vecchia Cassa Mutua di Previdenza ed erano passati alla nostra organizzazione.

Purtroppo l’attentato a Mussolini dell’ottobre 1926 a Bologna forni un buon pretesto ad un’altra azione repressiva: il governo decideva di sciogliere tutte le società e organizzazioni di fatto. Era la fine anche per la FOPI e la relativa Mutua.

La tradizione gloriosa della vecchia Federazione del Libro era stata riscattata da questa bella pagina (la serietà dell’organizzazione fu testimoniata anche dalla restituzione ai soci dell’ 85 % dei versamenti), ma la vita sindacale era definitivamente finita, e svaniva anche l’unico atto di solidarietà internazionale, avvenuto sotto la dittatura, e allora io, sindacalista, che, proprio perché tale, non avevo mai distolto l’interesse da un impegno politico coerente e preciso, dopo lo scioglimento di tutte le organizzazioni, mi dedicai all’azione clandestina: ebbi l’incarico di reggere, appunto clandestinamente, che era ormai l’unica maniera possibile, l’«Unione Spirituale Dannunziana» che raccoglieva i Legionari antifascisti. I miei contatti con gli esponenti del mondo politico bolognese, quali l’avv. Giulio Zanardi socialista, l’avv. Dante Calabri repubblicano, l’avv. Mario Bergamo, anch’egli repubblicano, segretario nazionale del suo partito e poi esule, l’avv. Ugo Lenzi socialista e Gran Maestro di Palazzo Giustiniani, il prof. Bartolo Nigrisoli, erano frequenti e intensi, anche si bisognava agire con la massima cautela.

All’inizio del 1930 da Parigi venne a Bologna l’avv. Carlo Angeloni, «repubblicano di Cesena», destinato a morire nella guerra di Spagna contro Franco, e mi affidò l’incarico di organizzare per l’Emilia e Romagna il Comitato di «Giustizia e Libertà». Come fiduciario fui a diretto contatto con lui, esule in Francia, e con il Comitato milanese di cui facevano parte Vincenzo Calace, Riccardo Bauer, Ernesto Rossi, Francesco Fancello. L’attività fu intensa, particolarmente in Romagna: il materiale che ci veniva fornito era depositato in un nascondiglio segreto praticato in casa mia con mezzi di fortuna e con inevitabile ingenuità, come mi pare ora che torno con il pensiero a quelle cure e a quei giorni. A Bologna non mancavano gli elementi di prim’ordine: nel Comitato locale ricordo nomi noti a tutti, come Giuseppe Bentivogli, Giovanni Pilati, l’ing. Gianguido Borghese, Alberto Trebbi, Gottellini e altri. Il nostro lavoro era vario: favorivamo l’espatrio degli antifascisti in pericolo, ci occupavamo della assistenza alle famiglie degli amici arrestati o confinati, diffondevamo materiale propagandistico. Il finanziamento ci veniva in parte da contributi personali, in parte dal Centro, in parte dalla rendita di un modesto capitale di L. 30.000, frutto della vendita della Casa del Popolo di Fusignano, il cui ex-segretario Martino Taroni aveva facoltà di autorizzare la disponibilità della somma giacente presso l’avv. Calabri sopra ricordato.

Era un’attività apparentemente modesta, per chi consideri oggi la situazione, ma di grande impegno per noi che allora vivevamo il dramma della repressione e cercavamo ogni mezzo per realizzare, senza farci scoprire, qualche nuova azione: non posso dimenticare, sempre per citare fatti personali, di quando approfittammo di un’intima cerimonia nella mia famiglia per organizzare una riunione, con l’intervento dell’ing. Calace e del gen. Pavone, per studiare come diffondere cellule antifasciste nell’esercito. Il rischio era grande: e noi non eravamo irresponsabili.

Si temeva, ma si osava ugualmente.

 

Un altro colpo, gravissimo più degli altri, fu l’arresto di tutti i dirigenti del Comitato Centrale di Milano, provocato dall’infiltrazione di una spia tra le nostre fila: gli arrestati furono tutti condannati a pene detentive severe dal Tribunale Speciale e tutti i sospetti furono controllati rigorosamente. Anch’io ebbi a sopportare la sorveglianza domiciliare e la censura della corrispondenza e tutti dovemmo rallentare la nostra attività. A proposito di queste attività, vorrei ricordare l’episodio patetico e quasi grottesco dell’ultima impresa, collegata alla fine del Comitato milanese. La spia che si era aggregata al centro di «Giustizia e Libertà» aveva fornito materiale più o meno fasullo per attentati: per Bologna io mi ero recato a Milano ed avevo ricevuto una bomba ad orologeria «pericolosissima, da far saltare la città». Noi bolognesi, dopo aver pensato a lungo, decidemmo di fare una bella azione dimostrativa che non producesse vittime, scegliendo di far saltare la statua del «duce» allo Stadio, che era zona poco abitata, e dove una grande esplosione non avrebbe avuto effetti sulla «popolazione innocente».

Ma la bomba non avrebbe fatto saltare neppure un dito della mano della famosa statua.

Non ci fermammo mai fino alla guerra. E dopo il 25 luglio 1943 ricominciammo con pieno ritmo organizzando l’antifascismo in Resistenza: si lavorava ancora una volta a stretto contatto, senza distinzioni ideologiche, per una méta che, finalmente, non pareva più impossibile anche se veniva dopo tanti strazi: Giuseppe Bentivogli, Paolo Fabbri, Cleto Benassi, Renato Tega, l’avv. Zuccardi Merli e l’avv. Mario Bacchini socialisti, Sario Bassanelli e Mario Bastia per gli azionisti, mi furono vicini col loro esempio, per l’ultima battaglia.

Ma le pene non erano finite: ci furono le ultime perdite, le più dolorose; ci fu l’arresto dei dirigenti del partito d’azione e di altri antifascisti nel settembre 1943 e la condanna a morte di otto carissimi amici: Sario Bassanelli, Dante Caselli, Arturo Gatto, Mario Giurini, Massenzio Masia, Armando Quadri, Luigi Zoboli, Pietro Zanelli. Ci fu ancora bisogno delle tristi opere di solidarietà verso le famiglie sventurate, gli amici in pericolo, i partigiani in missione o di passaggio; ed anch’io conobbi la desolazione del dover portare per incarico del Comitato Centrale qualche conforto concreto (le somme mi pervenivano attraverso il «ponte» creato dall’amico Ettore Melandri di Palazzo Pizzardi, meno compromesso di me) ai congiunti dei condannati, o di dover provvedere a chi magari non conoscevo, ma mi era fratello per l’ideale che ci univa e per il pericolo che dividevamo.

Ed anche per me stava per venire l’ora di pagare di persona: a un convegno del mio gruppo ci attendevano i fascisti pronti a prelevarci, ma all’ultimo momento fu deciso di mutare il luogo dell’incontro e l’arresto non ebbe luogo.

Allora i nostri avversati decisero di eliminarci proditoriamente al rientro ai nostri domicili, ma ancora una volta i loro piani fallirono per banalissime, provvidenziali circostanze che impedirono loro di agire nei nostri confronti. Noi ne avemmo subito notizia particolareggiata da fonte sicura e il timore che avevamo sempre avuto di non farcela a vedere la fine divenne quasi certezza. Invece la guerra finì e tedeschi e fascisti furono vinti: avevamo riconquistato la libertà e ne eravamo fieri, anche se sentivamo tutta l’amarezza dei dolori sofferti e delle difficoltà nuove che si presentavano, a cominciare dalle nostre denunce contro tanti gerarchi e criminali che noi avevamo visto all’azione nella violenza fascista e da cui stavamo per subire l’estremo oltraggio rese vane da sentenze assolutorie indiscriminate.

Ma era pur sempre la libertà. Noi sapevamo, noi sappiamo che cosa significhi vivere quando essa manchi: per questo non vorremmo mai che si presentassero ai nostri figli circostanze che li conducessero ai nostri travagli; per questo crediamo giusto ripensare e far ripensare a quella vita, dove pareva eroico — ed era eroico — leggere un giornale straniero, o salutare un amico sospetto.

Fonti

Dizionario biografico A –C – Alessandro Albertazzi, Luigi Arbizzani, Nazario Sauro Onofri – Bologna, 1985

Luciano Bergonzoni – La Resistenza a Bologna – Testimonianze e documenti – Vol. I – Istituto per la Storia di Bologna 1967

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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