Shoah, la lista nera dei delatori italiani: “Così consegnarono gli ebrei ai nazisti”


La comunità romana pubblica i nomi di chi favorì le deportazioni. “Tra loro c’erano anche portieri, ex fidanzati e vicini di casa” di GABRIELE ISMAN

ROMA – Due anni di lavoro per scoprire cosa davvero avvenne agli ebrei romani tra il 16 ottobre 1943, il giorno del rastrellamento del Ghetto, e il maggio dell’anno successivo, e alla fine una cascata di numeri, storie che ridefiniscono le vicende della Shoah della Capitale, tra vittime e carnefici. E anche una blacklist di italiani che in quei mesi denunciarono altri italiani: l’elenco è a disposizione degli studiosi, consultabile negli uffici della Comunità ebraica romana. L’elenco non fa sconti, comprende anche Celeste Di Porto, ebrea, che fece arrestare persino i suoi familiari: nei mesi prossimi tutto finirà in un libro per l’editore Viella. “Sulle lapidi viene indicato il numero di 2.091 deportati, ma in realtà furono 1.769: 1.022 in quel sabato nero e 747 nei mesi successivi tra ebrei romani e non arrestati nella Capitale. Nell’elenco precedente c’erano nomi duplicati, persone che furono prese altrove, confusione nei cognomi” dice Claudio Procaccia, direttore del Dipartimento Cultura della Comunità ebraica romana che ha realizzato la ricerca finanziata dalla Fondazione Museo della Shoah. “Il 16 ottobre – prosegue – furono presi soprattutto giovani, donne e anziani. Gli uomini scapparono, credendosi l’obiettivo del rastrellamento nel ghetto, ma saranno loro, soprattutto tra i 20 e i 35 anni, a essere catturati e deportati nei campi di sterminio nei mesi successivi al 16 ottobre. Dovevano cercare cibo per sé e per i familiari, e spesso non avevano nulla da scambiare”.

Amedeo Osti Guerrazzi è lo storico che, con il demografo dell’Istat Daniele Spizzichino, ha collaborato alla ricerca: “Nella stragrande maggioranza dei casi quei 747 ebrei furono presi su delazione di altri italiani: abbiamo ricostruito la storia di 383 casi, ma sicuramente furono di più. Sappiamo dove e quando furono presi, chi ne permise la cattura e cosa accadde dopo”. “Abbiamo anche cercato di scoprire – aggiunge lo storico – i metodi dei delatori. Erano singoli o soprattutto vere e proprie bande al soldo dei tedeschi, ne abbiamo censite 8, a partire dai Cialli-Mezzaroma che consegnarono 80 persone. Arrivavano a fingersi avvocati nelle carceri per convincere i prigionieri a fornire gli indirizzi dove si nascondevano i parenti. E poi c’erano le torture, concentrate in via Tasso, e qui abbiamo ritrovato anche la figura di Erich Priebke, vero braccio destro di Kappler”. “È anche significativo – dice Procaccia – il numero basso delle conversioni per evitare le deportazioni. furono un migliaio sui 13 mila ebrei presenti a Roma. Difesero la loro identità anche se rischiavano la morte”.

“La ricerca – spiega Silvia Haia Antonucci, responsabile dell’Archivio della Comunità – si è basata su fonti documentali e su 250 questionari a cui hanno risposto ebrei scampati alla persecuzione: tra questi molti hanno avuto deportati tra i familiari. L’80% di chi evitò i rastrellamenti si salvò a Roma o nelle sue vicinanze. E l’83 per cento di chi trovò riparo in case private non dovette pagare. Andò diversamente a chi si rifugiò in strutture religiose: il 56% fu costretto a versare soldi, il 4 offrì forme di lavoro, nonostante un articolo dell’Osservatore romano del 25 ottobre, 9 giorni dopo il rastrellamento, che si intitolava “La carità del Santo Padre” e che indicava implicitamente di aprire le porte di conventi e chiese a tutti, senza distinzione di età, di sesso o di religione”. I tedeschi guidati da Kappler avevano anche fissato il prezzo degli ebrei: consegnare un uomo valeva 5 mila lire, una donna 3 mila, un bimbo 1.500. Ma i soldi, in una Roma ridotta alla fame, non erano l’unico motivo per vendere un ebreo: “Vi furono casi di portieri, ma anche ex fidanzati o semplici vicini di casa che diventarono delatori” spiega Osti Guerrazzi. “Quanto emerge dalla ricerca – conclude Fabio Perugia, portavoce della Comunità – dimostra che le responsabilità italiane nella Shoah del nostro Paese furono maggiori di quanto fino ad ora credessimo. Se è vero che tanti hanno salvato, moltissimi hanno collaborato. Cresce anche il numero dei partigiani ebrei: si pensava che fossero una decina e invece furono 60. Un numero non trascurabile. E tutto diventa ancora più tragico se pensiamo che dei 1.769 rastrellati tornarono vivi soltanto una novantina”. Ma questo sarà il passo successivo della ricerca.

Fonte: repubblica.it

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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