Draghetti Aldo


Nasce lʼ8 luglio 1891 a Molinella. Iscritto al Partito Socialista Italiano.
E’ un allievo di Giuseppe Massarenti e prende parte, come dirigente sindacale, agli scioperi agrari del 1914, del 1919 e 1920. Il 21 giugno 1921, quando i fascisti assaltano le cooperative di Molinella, è tra i difensori del patrimonio dei lavoratori. Viene duramente perseguitato dai fascisti, ma rimane sempre fedele alla sua idea.

Il 25 luglio 1929 a Durazzo (Molinella) viene arrestato insieme ad altri cinque operai perché si recano al lavoro cantando Bandiera Rossa. È ammonito e schedato e dichiarato politicamente pericoloso. Subisce controlli ad opera della Polizia politica fino al 1942.

Le sue memorie ricordano la figura di Giuseppe Massarenti

Il Massarenti a 16-17 anni di età iniziò quel meraviglioso sacrificio dedicando se stesso, costantemente, alla causa dei lavoratori Molinellesi.
Molinella era allora una delle più disgraziate plaghe agricole, ove regnavano gli stenti, la miseria, l’analfabetismo, la malaria, la pellagra. Era infatti alla testa delle plaghe pellagrose nel nostro paese in quel tempo, e in stato di abbruttimento erano gli operai contadini e salariati sui quali dominava l’oligarchia assoluta delle grandi, grosse e grasse famiglie degli agrari bolognesi.

Massarenti nonostante provenisse da una famiglia benestante, soffriva immensamente vedendo tanti esseri umani in mezzo a tanta fatica e a tanta miseria perciò si dedicò con tutte le sue energie all’istruzione della classe operaia, combatté l’analfabetismo, che a quei tempi affliggeva oltre il 60 per cento della bassa plebe e si adoperò per un miglioramento sociale, se pur lento ma costante e reale, di tutti gli operai.

Nel 1896, dopo l’elezione a Budrio di Andrea Costa al Parlamento, Massarenti fondò la prima Cooperativa di consumo con soli nove soci e 90 lire di capitale, ma enormi difficoltà causate da ostilità di persone avverse e potenti l’indussero ad abbandonare la nobilissima idea della Cooperazione. Però all’inizio del secolo la tenacia del Massarenti vinse qualsiasi avversità e la Cooperativa fu ricostruita su basi cosi progressiste che in un lasso di tempo che va dagli albori del secolo al sorgere del fascismo l’azienda arrivò a gestire sette spacci alimentari e uno per i tessuti e le calzature.

Nel 1900, mancando l’opera delle organizzazioni sindacali perché non ancora create, i grossi proprietari sceglievano a proprio piacimento i lavoratori, che dovevano offrirsi sul posto di lavoro, retribuendoli con la misera paga di 80 centesimi per gli uomini, di 60 centesimi per le donne e 40 centesimi per i ragazzi fino a 9 anni: la giornata lavorativa era di 10 ore circa. Inoltre i proprietari che a quei tempi erano Mazzacurati, Talon, Pedrelli, Zerbini ed altri, avevano alle proprie dipendenze persone fisse che si chiamavano «i salvati».

Massarenti aderì al partito socialista, ma non frequentava che di rado le riunioni. Secondo lui il partito doveva aiutare il movimento economico dei lavoratori, e specie il sindacato e la cooperazione, però la politica, secondo lui, doveva restare estranea alle organizzazioni economiche operaie che dovevano essere indipendenti, pena il loro dissolvimento e quindi la vittoria agraria: tale era la denominazione che si dava agli agricoltori del tempo.
Viveva modestamente, come un lavoratore qualsiasi e si noti che era laureato in farmacia. Non gli si corrispose mai alcun salario, e quando sii venne offerto lo rifiutò, come pure rifiutò la candidatura al Parlamento che gli fu proposta, dicendo: «È qui a Molinella, che bisogna lavorare, fra il popolo e per il popolo». Quando io conobbi Massarenti era un uomo sulla quarantina e da più di vent’anni si stava già interessando alla organizzazione dei lavoratori di Molinella.

Nel 1892, quando si formò a Genova il partito socialista dei lavoratori italiani e gli anarchici si separarono dai socialisti, Massarenti costituì a Molinella la sezione socialista e si dice che allora, all’inizio, gli iscritti fossero in tutto una decina. Subito incominciarono le prime attività. Nel 1903-1904 creò i sindacati bracciantili e l’Ufficio di collocamento per poter stipulare dei contratti con le proprietà terriere.

Nel 1905 Massarenti compì la sua più grande opera, costituì cioè la Cooperativa agricola di Molinella sulla tenuta «Boscosa», prendendo in affitto circa 2000 tornature di terreno a risaia. Con la direzione di Massarenti, la «Boscosa», che era in gran parte un acquitrino malsano, diventò in breve una terra bonificata e fiorente. Massarenti inoltre fondò una Azienda macchine agricole di proprietà delle organizzazioni operaie, che in pochi anni si attrezzò coi macchinari più moderni per eseguire il lavoro meccanico nella «Boscosa» e in tutte le aziende agricole private del Comune: locomobili modernissime, trebbiatrici, decanapulatrici, pressatrici ecc.
Sviluppò l’allevamento del bestiame e acquistò anche una fornace per la fabbricazione dei mattoni con cui costruire un locale con una capienza di tremila posti a sedere, da adibirsi a sala per le adunanze che di frequente si facevano. Acquistò pure due ettari e mezzo di terreno ove ora esiste la piscina, la palestra ed il campo sportivo.

Io ricordo che Massarenti lavorava tanto per la Cooperativa, che per lui era il mezzo principale di emancipazione economica, quanto per il sindacato, organizzando anche i lavoratori occupati nelle proprietà. Dal 1906 al 1914 fu anche sindaco del comune. E quando Massarenti fu sindaco, cooperativa, sindacato e comune divennero una cosa sola al servizio dei lavoratori. Io ricordo che nel 1911 tutti i lavoratori erano già organizzati: coloni, braccianti, coltivatori diretti, affittuari e anche muratori e operai dell’industria.

Quando le proprietà avevano necessità di lavoratori non andavano più a prenderli dove volevano, ma si recavano al sindacato e Massarenti diceva: «Noi vi assicuriamo un lavoro fatto bene» (ed esortava i propri lavoratori a fare il loro dovere), «ma voi dovete tenere solo le persone di sorveglianza e tutti gli operai di vostra fiducia, i cosiddetti «salvati» licenziarli; se detti operai non verranno licenziati noi non possiamo venire».
In tal modo i proprietari erano obbligati a convincere i loro «salvati» ad entrare nelle leghe dei braccianti. Massarenti inoltre stipulava con le proprietà dei contratti che, se non venivano rispettati, obbligavano il proprietario a versare presso le banche locali delle quote di multa e questi importi li metteva a disposizione degli asili infantili per i figli dei lavoratori.

Naturalmente la lotta era dura perché i proprietari reagivano, in quanto dalla loro parte, a quei tempi, avevano le forze dell’ordine e spesso i dirigenti sindacali come Bentivogli, Fabbri, Tega, e molti altri fra i quali io stesso, venivano arrestati e anche Massarenti dovette ripetutamente fuggire per evitare gli arresti quando c’erano forti contrasti fra l’organizzazione operaia e le proprietà.

L’organizzazione tuttavia restò compatta anche dopo i tristi fatti di Guarda dell’ottobre 1914 (ne uscirono solo quei «salvati» che dai padroni erano stati in precedenza forzati ad entrare nelle organizzazioni). A proposito di questi fatti ricordo che Massarenti aveva avvertito le autorità competenti della pericolosità della situazione che si sarebbe creata se l’Agraria avesse mandato i crumiri dove c’era lo sciopero in corso; ma l’Agraria cercava il fattaccio e lo creò contro l’organizzazione. Quando Massarenti seppe quello che era successo, pur comprendendo che la cosa era dovuta all’esasperazione degli animi, disse sconsolato: «L’Agraria ha già ottenuto il suo scopo, non lo doveva fare». Massarenti prima di essere costretto a riparare a San Marino, scrisse al prefetto una ferma e dignitosa lettera denunciando le vere responsabilità.

Nell’interno della Cooperativa, Massarenti era molto esigente con i lavoratori; lui dava tutto se stesso, però esigeva una grande disciplina e dedizione.
Ricordo che diceva sempre: «Al lavoro dovete arrivare sempre un minuto prima e mai un minuto dopo», ed era rigidissimo con chi tardava. Diceva sempre: «Ricordatevi di quel benedetto minuto prima». Poi diceva anche che i lavoratori organizzati dovevano rendere molto di più degli altri. E pattuiva anche dei cottimi, quali incentivi. Ricordo che costituì delle squadre speciali per la pressatura del foraggio: eravamo in dieci lavoratori per squadra e la paga variava secondo il quintalaggio, ottenuto in una giornata di otto ore lavorative, facendoci retribuire con centesimi 60 fino a ql. 279, centesimi 70 fino a ql. 299, centesimi 80 da ql. 300 in poi. Le squadre bene affiatate superavano facilmente i 300 ql.

Era sua abitudine andare sui luoghi di lavoro per assicurarsi che tutto procedesse bene. Quando c’erano dei contrasti e degli scioperi lui voleva che gli organizzati facessero opera di convincimento verso i crumiri provenienti dal di fuori e non voleva che vi fossero degli scontri. Però la tensione, a volte, era fortissima perché la proprietà non voleva saperne dell’organizzazione e dei contratti di lavoro. Una volta Giolitti, dietro la pressione dei proprietari locali, 10 invitò a Roma: «Lei mi rovina Molinella», disse. E Massarenti rispose: «Io faccio solo il mio dovere: organizzo i lavoratori perché abbiano tutti un po’ di pane e facciano, ove si trovano, il proprio dovere». Il Ministro seduta stante chiamò a parte i proprietari e disse loro: «Signori, vi debbo dire che Massarenti ha ragione perché lui lavora per gli altri, invece voi lavorate per il vostro interesse». Si ricorda anche che Giolitti gli fece pervenire, attraverso il prefetto, il biglietto ferroviario per la prima classe, ma Massarenti rispose: «Quantunque povero, possiedo ancora tanto da pagarmi un viaggio in terza classe fino a Roma».

Egli si curò anche della salute di tutti. In seguito al dilagare della pellagra, durante i primi 6-7 anni del secolo, dovuta allo scarso nutrimento (si pensi che circa il 70 per cento delle famiglie si trovava dal settembre al marzo a non mangiare pane, ma soltanto polenta non salata e tante volte anche questa scarseggiava, bevendo acqua non potabile e rare volte vinello), Massarenti acquistò del sale e lo diede a tutti i bisognosi e poi fece venire dalla Germania degli ospedaletti prefabbricati e li installò nelle zone isolate e li pagò con denaro in parte della Cooperativa e in parte della amministrazione comunale. Quando gli operai reclamavano e nei momenti di bisogno premevano sul Comune, Massarenti, come sindaco, distribuiva sussidi senza la autorizzazione dell’autorità prefettizia, facendo firmare i mandati delle spese agli assessori comunali i quali si trovarono così i propri beni ipotecati per tali spese fatte sostenere dal Comune senza la debita autorizzazione (tra gli assessori comunali che ebbero ipotecati i propri beni ci fu anche lo zio di mia moglie, il quale è riuscito a far cancellare l’ipoteca solo alcuni anni fa).

Durante le dure lotte sindacali svolte a Molinella prima che scoppiasse la prima guerra mondiale, gli operai furono assistiti e incoraggiati anche dai più bei nomi del socialismo di allora: Filippo Turati, Andrea Costa, Enrico Ferri, Vittorio Emanuele Modigliani, Genunzio Bentini, Argentina Altobelli e tanti altri che vennero a Molinella a tenere comizi e riunioni. Nel 1914 venne persino Mussolini (prima di abbandonare il socialismo) a rincuorare le donne rimaste sole per la fuga degli uomini dopo i fatti di Guarda. Una parte degli accompagnatori di Mussolini si recarono anche da Massarenti. Mussolini, come Massarenti aveva previsto, non si recò però da lui.

Nel 1919 l’organizzazione sindacale aveva raggiunto il massimo degli iscritti in quanto erano rientrati anche i dissidenti usciti nel 1914 e Massarenti, tornato dall’esilio di San Marino, riprese in luglio la lotta colonica per rinnovare i contratti in campo comunale. All’ordine di lotta di Massarenti le proprietà risposero intimando ai coloni l’escomio. Da quel momento i coloni si limitarono a fare solo i lavori di spettanza del colono uscente e le proprietà si trovarono in difficoltà perché non riuscivano a reperire nuovi coloni. Era quello che voleva Massarenti e che determinò la vittoria sindacale degli iscritti con l’accettazione da parte delle proprietà del nuovo capitolato colonico, firmato nell’ottobre 1920, denominato «Paglia-Calda», che prevedeva la divisione dei prodotti in ragione del 60 per cento al colono e del 40 per cento alla proprietà. Nelle elezioni politiche del 1919 i socialisti avevano ottenuto a Molinella 2695 voti e cioè il 93,6 per cento del totale.

Nel 1920 cominciarono, e nel 1921 e 1922 si intensificarono, le scorribande delle squadre fasciste, formate di pochi elementi locali e di rinforzi chiamati da Bologna e da Ferrara. Una squadraccia di ferraresi era capitanata da Balbo.

La vigilia di Natale del 1920 fu annunciata una «marcia su Molinella». Massarenti ci chiamò a raccolta sulla piazza del paese armati semplicemente degli arnesi da lavoro. Si svolse una sfilata ordinata e silenziosa di tutti gli operai organizzati. I fascisti non osarono mostrarsi; gli elementi locali, di certo, telefonarono a quelli degli altri centri che non era il caso di muoversi. Il 12 giugno 1921 i fascisti avevano annunciato che avrebbero fatto un’adunata in forze e, armati di tutto punto, avrebbero dato l’assalto alle Cooperative e fatti «prigionieri», con Massarenti, i capi più in vista delle organizzazioni operaie.

Quel giorno fu per Molinella come la calata dei Lanzichenecchi. La forza pubblica, inadeguata, lasciò fare: fu pugnalato il distributore del settimanale socialista «La Squilla», che, colpito alla schiena, doveva morire paralizzato di lì a pochi mesi e poi fu data la scalata dall’esterno al palazzo delle Cooperative.
Mobili e carte furono gettati in strada e dati alle fiamme. Nel frattempo i più violenti si dettero alla ricerca di Massarenti nei locali del palazzo. I suoi amici più fidati, però, non lo lasciarono un istante e al momento opportuno, con l’aiuto della sua gente, lo posero in salvo. Pochi giorni dopo Massarenti doveva riparare a Roma. Nell’ottobre 1922 i fascisti locali e forestieri occuparono notte tempo il fabbricato di proprietà delle organizzazioni operaie. Anche qui buttarono dalle finestre mobili e carte dell’Ufficio di collocamento distruggendo ogni cosa, poi incendiarono addirittura la casa.

Il 28 ottobre, non appena arrivò a Molinella la notizia che Vittorio Emanuele III aveva chiamato al Quirinale Mussolini, i fascisti presero possesso delle Cooperative, forzandone le serramenta e per vari giorni si abbandonarono alle ruberie e alle orgie più sfrenate. I collaboratori di Massarenti e gli amministratori delle Cooperative dovettero raggiungere Massarenti a Roma.

Quando Dio volle il governo inviò da Roma un commissario, di nome Portelli, col compito di far cessare i saccheggi e alienare le poche attività rimaste, senza trascurare il ricupero delle ingenti somme che, per ordine di Massarenti, le Cooperative avevano depositate al Banco Verni di Cattolica.

A differenza di quanto era accaduto nel Ravennate e nella stessa provincia di Bologna dove gli amministratori delle Cooperative, volenti o nolenti, avevano passato le chiavi delle Cooperative ai fascisti, a Molinella, dove gli operai e gli amministratori non vollero cedere alla violenza, le istituzioni cooperative furono totalmente distrutte.
I fascisti allora studiarono di operare quella cuz fu definita la «Demolinellizzazione». Nel 1926 circa 250 famiglie che non cedettero ai dominatori, rifiutando di iscriversi alle organizzazioni fasciste, furono «deportati». Con autocarri posti a disposizione dalla Questura le povere masserizie di queste famiglie furono trasportate a Bologna, a Torino, in quel di Marzabotto e quivi le persone relegate. Molti capi famiglia furono addirittura trattenuti in carcere varie settimane. Le case lasciate vuote a Molinella dai deportati furono date a famiglie trasportatevi dal Veneto. Nonostante tutto gli antifascisti così perseguitati stettero clandestinamente attaccati alle loro organizzazioni fino a tutto il 1926. Come non si erano sbandati dopo la pugnalata al distributore di giornali, Cazzola, così rimasero saldi dopo l’episodio della fucilazione a bruciapelo, sul proprio letto, avvenuta in frazione Marmorta il 9 agosto 1923, del colono Marani (gli assassini erano entrati aprendo un varco nel tetto della casa). E così non si sbandarono nel 1924 quando durante la campagna per le elezioni politiche i fascisti finirono a randellate il vecchio operaio Gaiani. In quegli anni circa 150 furono i feriti di parte operaia.

Io ebbi la mia parte. Le autorità mi inflissero due anni di sorveglianza speciale: dovevo rincasare al tramonto, dovevo evitare di parlare con chiunque, se entravo in un pubblico locale dovevo bere in piedi, fui ripetutamente inseguito dalle squadracce fasciste, ma riuscii sempre a sottrarmi alla loro cattura.
Analoga sorte era riservata ai socialisti che non si erano piegati alle idee fasciste. Nel 1929, nonostante le intimidazioni e percosse, vi furono ancora 15 «no» dentro le urne sorvegliate dai fascisti con manganelli, per le cosiddette elezioni plebiscitarie.

Massarenti, morì a Molinella il 31 marzo 1950, all’età di 83 anni. Durante la sua vita fu arrestato da ogni governo: da Pelloux a Crispi, da Giolitti a Mussolini. Esiliato prima a Lugano dal 1901 al 1906, poi dopo i tristi fatti di Guarda, a San Marino dal 1914 al 1919, fu tollerato seppure sotto stretta sorveglianza poliziesca a Roma dal 1921 al 1926. Ma quivi venne poi arrestato con altri socialisti e portato al confino, prima a Lampedusa, poi a Ustica e infine a Ponza.

Ammalatosi, fu riportato a Roma e ricoverato al Policlinico. Dimesso dall’ospedale dopo quattro mesi di malattia fu rimandato al confino di Agropoli, in provincia di Salerno, dove restò fino a completare i cinque anni che gli erano stati inizialmente dati. Terminato il mortificante periodo di confino, Massarenti decise di tornare a Molinella, ma la polizia glielo vietò. Durante il soggiorno di Roma, Massarenti conobbe Bice Speranza che da quel momento, fino al prelevamento poliziesco del 1937, lo soccorse a costo di ogni sacrificio.

Il 3 settembre 1937 Massarenti fu prelevato da agenti di pubblica sicurezza e portato alla Clinica universitaria per malattie mentali dove rimase fino al dicembre del 1944. Significative le parole del Massarenti al medico che lo visitò: «Mi dica …chi è il pazzo, io o è lei, o colui che mi ha mandato qui?».

Dal 1944 al 1948, anno in cui, nell’aprile, tornò alla sua Molinella, Massarenti si fece ricoverare in una casa di cura alla periferia di Roma. In tutta la sua vita, per difendere la classe più umile aveva dovuto scontare 37 anni fra confino, prigione e manicomio. Tornò a Molinella, come si è detto, nell’aprile del 1948, in una apoteosi commovente di devozione filiale che gli fu tributata da tutti i molinellesi. Alla morte di Massarenti, il Presidente della Repubblica Italiana, Luigi Einaudi, volle essere presente per l’ultimo saluto e, baciando la salma di Massarenti nella bara, davanti alla sua gente, lo definì «apostolo di bontà»; quindi, affacciandosi al balcone del Municipio di Molinella, pronunciò le seguenti parole: «Attraversando la terra che mi ha condotto fin qui, ho avuto la sensazione del valore dell’opera di Giuseppe Massarenti. Occorreva un poeta che potesse antivedere la trasformazione degli acquitrini in campi ubertosi; occorreva un costruttore affinché l’idea da lui concepita si traducesse in realtà. Al poeta, all’apostolo di bontà, al costruttore, invio il saluto di tutti gli italiani». Non così aveva giudicato il Massarenti, nel 1916, Mario Missiroli, che in un opuscolo definì Molinella «La Repubblica degli accattoni» («La Repubblica degli accattoni» di Mario Missiroli apparve nel 1916 per i tipi dell’editore Zanichelli di Bologna. Massarenti rispose con un lungo articolo dallo stesso titolo nel supplemento al n. 39 de «La Squilla» del 23 settembre 1916.).

La lettera che trascriviamo qui di seguito fu scritta da Giuseppe Massarenti al prof. Cazzamalli (eminente scienziato il quale si prefisse di riabilitare Massarenti demolendo la diagnosi di pazzia attribuitagli dai servi di Mussolini).
«Carissimo Cazzamalli,
22 aprile 1949
colgo questa occasione per non doverti lasciare senza inviarti la espressione del mio eterno affetto e della mia imperitura gratitudine per quel nobile ed elevato senso di giustizia sociale ed umano che ti spinse alla difesa nobile e generosa di quella «carcassa» che non seppe trovar pace mai nei confronti delle miserie umane e della voracità dei potenti.
Perdonami se ho mancato e voglimi bene ugualmente, certo che il tuo affetto non l’ho demeritato. L’espressione più sincera del mio più rispettoso affetto ed a te il bacio dell’amicizia eterna. Tuo affezionato
Giuseppe Massarenti»

Fonti
LUCIANO BERGONZINI – LA RESISTENZA A BOLOGNA TESTIMONIANZE E DOCUMENTI – VOLUME I – Istituto per la Storia di Bologna – 1967

Dizionario biografico di Alessandro Albertazzi, Luigi Arbizzani, Nazario Sauro Onofri – Bologna – 1986

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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