Romagnoli Dino


Nasce il 13 luglio 1901 a Medicina. Presta servizio militare in fanteria a Napoli dal gennaio al maggio 1921. Il 25 settembre 1943 , a seguito del bombardamento aereo su Bologna che distrugge il ristorante presso il quale lavora, sfolla con la famiglia a Villa Fontana (Medicina).
Qui entra in contatto con gli antifascisti ed i partigiani che operano nella zona. Nellʼautunno 1944 a seguito di una delazione, è costretto a lasciare Medicina ed a tornare in incognito a Bologna.
Diventa gestore di una cartoleria dietro la quale è nascosta una tipografia clandestina del Partito Comunista Italiano che ha sede in via Belle Arti 7, proprio sotto i locali di un commissariato di polizia.

I suoi ricordi

Mia moglie e i miei tre figli erano sfollati a Villa Fontana di Medicina, in casa di mio padre, dove erano anche altri tre miei fratelli. Fra questi era Sandrino, il più giovane di tutti noi, fuggito dalle file dell’esercito. Il 25 settembre un tremendo bombardamento distrusse il locale dove io lavoravo, e cioè il Ristorante Nazionale, alle Due Torri, uccidendo il principale e quattordici dipendenti. Mi salvai miracolosamente e sfollai anch’io assieme alla mia famiglia.

Là trovai Sandrino che già era impegnato nell’attività clandestina e così, per suo tramite, ebbi contatti con Trippa e Argentesi, dirigenti della Resistenza locale. Da allora cominciò il mio lavoro nel movimento di liberazione. La casa di mio padre era diventata il centro di un’attività costante, deposito di stampa e materiale clandestino, sede di appuntamenti tra dirigenti, punto di riferimento per le staffette, di smistamento di armi e munizioni, luogo di pernottamento e vettovagliamento di squadre che andavano nelle formazioni in montagna.

Tutto questo si faceva nella mia casa, pur avendo tra i piedi sempre soldati tedeschi. Era una gioia impagabile fargliela in barba! Purtroppo, però, nell’autunno del 1944 tutto finì, a causa di una spiata. Due dei miei fratelli furono arrestati e il babbo fu ferito a un braccio da una fucilata dei nazifascisti. Sandrino fece in tempo a fuggire. Io ero rientrato a Bologna poco prima di questo fatto, e così mi salvai.

Il fatto di maggior interesse politico, secondo me, fu questo: nell’autunno del 1944 giunse il proclama di Alexander come un fulmine a ciel sereno. Quali sarebbero state le conseguenze? Quale effetto avrebbe avuto sul morale di tanti ragazzi già preparati per raggiungere le Brigate su in montagna? Poteva avvenire una certa disgregazione, ed io, a torto, ero preoccupato. Dico a torto, perché invece in ognuno aumentò l’entusiasmo e lo spirito di lotta per disfarsi al più presto dei tedeschi e dei fascisti. Rimasero nascosti per vario tempo nei campi e in qualche cascinale dove i contadini portavano loro il pane. Poi un poco alla volta raggiunsero le Brigate decisi e coscienti di lottare per una giusta causa ed un migliore domani.

Io, pur avendo sempre rifiutato l’iscrizione al partito fascista, non credo di essere stato schedato come un antifascista pericoloso, altrimenti sarei finito in galera come tanti miei compagni. Perciò avevo buon gioco per svolgere il lavoro clandestino. Data l’età e con tutti i capelli bianchi, magro e di piccola statura, passavo per una persona mite ed inattiva e forse per questa ragione mi chiesero di far da gestore di una tipografia e cartoleria in via Belle Arti 7, proprio sotto al Commissariato di polizia.

Apparentemente funzionava solo la cartoleria, ma in realtà nel retro, diviso da un muro, si stampavano opuscoli e giornali clandestini. Il mio lavoro sembrava insignificante, ma esigeva davvero dei nervi molto saldi. In fondo non ero che un commesso che sta dietro a un banco e che aspetta i clienti, ma in realtà dovevo coprire i rumori più forti facendone di altrettanto forti con una taglierina che era esposta alla vista di tutti, poi dovevo fare il segnale di silenzio quando c’era pericolo e quello di via libera quando i tipografi dovevano uscire strisciando sotto a un buco, dietro un cassone, che era l’unico passaggio perché le finestre avevano le sbarre di ferro. Poi spesso veniva il proprietario precedente, il sig. Zanetti, a fare interminabili chiacchiere e una volta capitò che c’era anche Bottonelli e allora diedi il segnale di là perché facessero piano. Poi ci fu anche un ricorso al Commissariato perché nella mia cartoleria si faceva molto rumore e allora io a dimostrare che era la taglierina e anche quella volta andò.

Fortunatamente tutto funzionò bene fino alla liberazione di Bologna. Vennero subito i compagni tipografi che per tanto tempo avevano lavorato chiusi in quel buco e subito abbatterono il muro: la tipografia non era più clandestina, ora eravamo liberi.

Ricordo che proprio quella mattina, uscendo dal negozio tutto felice, ansioso di andare a casa ad abbracciare i miei figlioli, mio babbo e due fratelli scampati dalle carceri di Imola, incontro un tale che circa un anno prima aveva ucciso un partigiano. Ho avuto un attimo di esitazione: sembrava mi si fosse fermato il cuore. Avrei voluto prenderlo e portarlo alla Caserma Magarotti. Poi ho pensato: «È un così bel giorno oggi, lascialo al suo destino». Questo non lo dimenticherò mai.

Ancora oggi quel fatto mi turba la coscienza. Avrò fatto bene? Avrò fatto male? Sono domande che molto spesso continuo a pormi.

Fonti
Dizionario biografico R – Z – Luigi Arbizzani, Nazario Sauro Onofri – Bologna, 1998

Luciano Bergonzoni, Luigi Arbizzani – La Resistenza a Bologna – Testimonianze e documenti – Vol. II – La stampa periodica clandestina – Istituto per la Storia di Bologna – 1 9 6 9

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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