Il 25 luglio


È certo che un giudizio storico completo su quello che fu il 25 luglio non si è ancora in grado, oggi, di darlo. Mancano i documenti: mancano le testi­monianze autentiche dei protagonisti; sono persino ancora incerte e incomplete quelle degli spettatori. Ciò che si conosce, però, è ampiamente sufficiente per la espressione di un giudizio politico generale. Il punto di partenza del 25 luglio non fu altro, in sostanza, che il riconoscimento, da parte delle caste dirigenti reazionarie e imperialiste che nell’ul­timo mezzo secolo con vari travestimenti hanno go­vernato l’Italia, del fallimento completo di tutta la loro direzione politica. Potrà sembrare, a prima vi­sta, che l’indicazione sia troppo vasta; ma è certo che se Mussolini fosse un giorno sottoposto a giu­dizio e gli fosse concessa facoltà di chiamare i correi, è ben difficile dire dove potrebbero legittimamente arrestarsi le sue chiamate.

Ora si sta prendendo l’abitudine, per diminuire l’importanza della cosa, di concentrare le respon­sabilità per il punto a cui è stato condotto il no­stro paese sopra un uomo solo o sopra un picco­lissimo gruppo di suoi complici, e già incominciano a essere messi in circolazione, persino da parte dei complici più diretti e indispensabili, i memoriali, i diari e altri documenti, da cui dovrebbe risultare che tutti sono innocenti, perchè tutti avevano pre­visto tutto a tempo e tutti agirono contro la loro volontà e convinzione, sopraffatti dalla prepotenza, o pazzia, o incapacità di uno solo. Curiosissima lo­gica e vana fatica! Come se l’aver posto un ma­niaco o un imbecille alla testa di un paese di 45 milioni di uomini, come se l’aver collaborato con lui, l’avergli attribuito e mantenuto per più di venti anni poteri assoluti, l’essere stati in qualsiasi modo suo strumento, sia un’attenuante, e non un’aggra­vante! Ma qui c’entrano per piccolissima misura tanto l’imbecillità quanto la pazzia! Se Mussolini diventò il capo del governo italiano è perchè egli aveva fatto e promesso di fare ciò che corrispon­deva all’interesse e al programma delle caste rea­zionarie che ancora oggi credono sia loro retaggio assoluto il governo del nostro paese. Se Mussolini rimase al potere per tanto tempo è perchè la sua azione di governo continuò a corrispondere, nell’es­senziale, a questo interesse e a questo programma. Se egli fu, diciamo così, tollerato, anche da molte bravissime persone che ora non possono parlare di lui senza manifestare un fremito di sdegno, è per­chè anche queste bravissime persone, poste davanti all’alternativa di lasciare libera la strada al trionfo di un vero regime democratico oppure mantenere con qualsiasi mezzo la dittatura della tradizionale reazione nostrana, non esitavano un istante a di­chiararsi per quest’ultima soluzione.

Evidentissima appare la cosa quando si concentra l’attenzione su quello che fu il terreno preferito della tirannide fascista, la politica internazionale. Si sente ripetere ad ogni passo che è stata l’alleanza con la Germania hitleriana che ha portato l’Italia fascista alla rovina, al che si aggiunge che se Mus­solini non avesse fatto lo sbaglio di firmare il «patto d’acciaio», il suo regime non solo non sa­rebbe caduto, ma forse vi sarebbero ancora masse di cittadini per battergli le mani. In realtà, non si può immaginare impostazione più sbagliata di un problema politico e storico. L’ alleanza con la Germania per l’aggressione alle grandi potenze de­mocratiche e ai popoli liberi corrispose esattamente all’impostazione data ai problemi di politica inter­nazionale e nel precedente dopoguerra da tutti i gruppi dirigenti reazionari e imperialistici italiani. Firmando il «patto d’acciaio» il fascismo non fece dunque altro che adempiere il mandato datogli da coloro che lo avevano messo al governo, dalle cric­che dominanti della grande industria monopolistica, della grande proprietà fondiaria e della grande banca, impadronitesi in un primo tempo delle fonti della ricchezza del paese e poi del potere in modo assoluto, attraverso un’azione che si delineò già pri­ma dell’altra guerra e culminò con la marcia su Roma e con l’organizzazione della dittatura fascista. I discorsi da squilibrato e i ragionamenti da qua­drupede Mussolini non incominciò a farli nel 1943, bensì aveva incominciato più di venti anni prima; ma allora tutti erano d’accordo con lui, ed erano d’accordo proprio perchè pensavano concretamente alla possibilità, attraverso lo schiacciamento del mo­vimento democratico e socialista e attraverso la de­magogia nazionalista e imperialista sfrenata, di crea­re le condizioni di una grande impresa internazionale di brigantaggio, che fu poi, secondo lo stesso sche­ma sociale, politico e ideologico, pensata, preparata e perpetrata da Hitler, e a cui Mussolini e l’Italia imperialista e fascista per la loro stessa natura non potevano che associarsi.

Il 25 luglio tutti furono costretti a riconoscere che l’impresa, la quale ha le sue radici, ripetiamo, in quasi cinquant’anni di politica italiana, si chiu­deva con una bancarotta. Il riconoscimento fu però ottenuto a prezzo di una disfatta militare senza pre­cedenti nella storia, e di una catastrofe paurosa, in cui è compromessa la vita stessa della nazione; e questo sta ancora una volta a dimostrare quanto le caste dirigenti reazionarie italiane, oltre a tutto il resto, siano stupidamente ottuse. Fatto due anni prima, o anche solo un anno prima, il 25 luglio avrebbe ancora potuto essere un’operazione politica seria. Fatto nel 1943, dopo Mosca, dopo Stalingrado, dopo Tunisi, dopo la Sicilia, esso non fu più altro che la contrazione incomposta di un organismo già in decomposizione. Ai suoi organizzatori, a questi uomini che per quasi mezzo secolo avevano asfissiato l’Italia con le presuntuosissime elucubrazioni dei loro pennivendoli, — giornalisti, accademici o filosofi che fossero, — circa le forze e i destini degli Stati e degli imperi, era mancata ogni sia pur ri­dottissima capacità di analisi dei fatti reali e di previsione militare e politica. Ancora una volta le caste dirigenti reazionarie del nostro paese hanno fornito la prova, che già tante volte hanno dato attraverso i secoli, non solo di non sapersi elevare alla comprensione del vero interesse della nazione, ma di essere incapaci persino di interpretare esattamente il loro interesse generale come classe do­minante. Sanno calcolare, con l’animo dell’usuraio, il profitto immediato di un’impresa di brigantaggio interno, ai danni dei lavoratori e per la difesa dei propri privilegi, o di brigantaggio internazionale; ma di vedere al di là di questo non sono mai stati capaci e non lo saranno mai. E stiamo attenti, per­chè neanche questa volta non hanno imparato un bel niente, e se le lasciassimo fare farebbero come prima e peggio di prima.

Al 25 luglio, il popolo non poteva che applaudire, vedendo finalmente sparire l’incarnazione e il simbolo vivente delle sue sofferenze di due de­cenni e sorgere una speranza di pronto sollievo. In realtà, benché con il grande movimento di scioperi della primavera avessero manifestato in forma im­periosa la loro volontà e dato alla tirannide fascista un colpo mortale, le masse popolari furono assenti dalla preparazione immediata del colpo di Stato e tutto conferma che per i suoi organizzatori la preoc­cupazione principale fu proprio quella di impedirne l’intervento. Ancora una volta l’interesse reazio­nario prevalse sull’interesse nazionale. L’intervento immediato ed energico di un movimento popolare saldamente organizzato e ben diretto sarebbe stato la salvezza e la fortuna d’Italia, ma non entrava nei piani della casta reazionaria, che aveva paura di esso più che di ogni altra cosa, più che dell’invasione e occupazione tedesca, più che dello sfacelo delle forze armate, più che di un nuovo anno di guerra devastatrice sul suolo nazionale.

La preparazione del 25 luglio si svolse dunque, a quanto sembra dalle testimonianze raccolte sinora, tra due gruppi sordamente rivali, i cui programmi però finivano per coincidere nella sostanza. Da un lato coloro (gerarchi del Gran Consiglio)i quali cre­devano ancora possibile mantenere in vita il regime fascista con la sola eliminazione di Mussolini. Dal­l’altro lato coloro (alti militari monarchici e burocrazia) i quali pensavano a mantenere tutta la so­stanzi del fascismo con un mutamento di facciata. Ai due gruppi era comune l’idea (non fu essa, del resto, anche dell’Aventino 1924?) che il colpo di Stato dovesse giocarsi esclusivamente nelle alte sfere, intervenendo le forze armate per impedire ogni cosa che rassomigliasse a un turbamento dell’ordine pubblico, cioè per impedire un vero e profondo rivol­gimento democratico fondato su una spinta travol­gente di masse popolari. Quanto alla guerra e alla politica estera, era pure assai probabilmente comune ai due gruppi un’altra concezione che fu esiziale al paese: quella di fare dell’eliminazione di Mus­solini il principale elemento di una serie di intrighi diretti a salvare l’imperialismo italiano seminando discordia tra le grandi potenze democratiche alleate. Le future ricerche storiche ci daranno maggiori particolari a questo proposito; ma non occorrono molte ricerche per sapere quali nuove rovine ma­teriali, politiche e morali dobbiamo a tutto questo complesso di posizioni reazionarie, alle quali era estranea ogni visione degli interessi reali d’Italia.

È vero che il piano venne per gran parte fatto fallire. È vero che l’intervento delle masse ci fu spontaneo da prima, poi sempre più e meglio or­ganizzato, e che ad esso si deve se i limiti fissati dai promotori vennero rapidamente infranti e ol­trepassati, e la liquidazione del fascismo incominciata. È vero però, d’altra parte, che la impostazione reazionaria, burocratica, antipopolare, priva di una ampia prospettiva di sollecito e profondo rinnova­mento della vita nazionale, che venne data al 25 luglio, ha avuto per il paese conseguenze esiziali, ha provocato nuove rovine immani che forse erano facilmente evitabili, ha disorientato forze nazionali importanti, ha introdotto la discordia là dove avreb­be potuto e dovuto esservi l’unita, e, soprattutto, ha aperto una delle fasi più complicate e dure della nostra esistenza, dalla quale è tutt’ora difficile pre­vedere come usciremo.

Internazionalmente, il 25 luglio, spezzando di fatto la resistenza dell’asse delle potenze fasciste è stato una premessa essenziale dell’inevitabile crollo della Germania hitleriana. Nazionalmente è stato un crollo e una liberazione; non ancora un inizio di vera rinascita. Vi è da liquidare un passato di vergogna, altrimenti la lotta stessa per la nostra libertà viene a perdere il suo necessario rilievo; vi sono da gettare le basi di una nuova politica italiana, veramente nazionale perchè vera­mente popolare e democratica. Ma il passato am­morba ancora l’aria; il morto afferra il vivo. Si sono fatti dei passi in avanti, dal 25 luglio in poi, sotto la spinta del popolo e della realtà; ma il rinnovamento generale non c’ è ancora, e invece è necessario che ci sia, e molto presto, se non si vuole che il paese ancora una volta debba essere la vittima.

Ercoli

Tratto da “La Rinascita” Anno I – N. 2 Luglio 1944

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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