Guerra alle donne. Partigiane, vittime di stupro, «amanti del nemico» 1940-45


Michela Ponzani, Guerra alle donne. Partigiane, vittime di stupro, «amanti del nemico» 1940-45, Torino, Einaudi, 2012, pp. XVI – 320.

Presentazione di Chiara Corazza

Guerra alle donne raccoglie e intesse tra loro “microscopici frammenti di un conflitto mondiale”, racconti, memorie, lettere di donne che aprono a chi legge una visione nuova della guerra entro un’ottica di genere; testimonianze che non trovano risalto nella memoria ufficiale, sottaciute e lasciate in disparte da un processo di “selezione della memoria”. Perché infine la donna, pur avendo strenuamente combattuto e lottato, sanguinante e offesa, resta muta e invisibile nei riconoscimenti ufficiali, mascherata da immagini agiografiche e versioni dei fatti ben lungi dalla realtà e in contraddizione con le memorie e le testimonianze private.

Raccolte per un programma televisivo, La mia guerra (La trasmissione mandata in onda dall’emittente televisiva Rai 3 fu sospesa dopo tre sole puntate. La corposa documentazione raccolta sulle esperienze degli italiani in guerra è conservata presso il fondo Rai-La mia guerra nell’archivio pubblico dell’Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia.), diretto da Enza Sampò e Leo Benvenuti con la consulenza storica di Giovanni De Luna, le testimonianze cui Michela Ponzani attinge, oltre alla documentazione tratta dall’Archivio della Memoria delle donne (Presso il Dipartimento di Discipline Storiche dell’Università di Bologna.), sono lettere, diari, racconti riportati a lunga distanza dai fatti avvenuti, nel 1990, quando, dopo la guerra in Iraq, si solleva l’attenzione per le violenze e i soprusi inflitti ai civili. In questo periodo si riscontra una nuova tendenza storiografica rivolta alle eredità delle violenze dei fascismi e ai crimini di guerra: sono gli anni in cui, tra il 1989 e il 1991, il diritto internazionale presta attenzione alla tutela dei civili nei conflitti, riconoscendo i diritti fondamentali di tutti gli esseri umani. In particolare è lo stupro di massa ad essere condannato come crimine contro l’umanità, al pari della schiavitù sessuale, dopo le violenze di genere avvenute nelle dittature latinoamericane, in ex-Jugoslavia, in Ruanda, nei pressi dei grandi laghi africani, e in Europa, durante i due grandi conflitti mondiali.

Il libro di Michela Ponzani narra della guerra combattuta, vissuta e subita dalle donne italiane tra il ‘40 e il ‘45 e indaga a fondo i meccanismi che portano alla degradazione della donna e del corpo femminile. I ricordi individuali, evocati a distanza dai fatti, non possono oggettivamente descrivere la realtà storica, poiché influenzati da meccanismi di rimozione a seguito del trauma subito, in contesti culturali e interpretazioni posteriori. Ma, per quanto le vicende vissute dalle testimoni rendano difficile allo storico un imparziale distacco, l’autrice illustra e ricostruisce i fatti scientificamente e con visione critica. Tali documenti permettono di tracciare “uno spettro di percezioni soggettive, di esperienze, di motivazioni, di comportamenti e anche di strategie di sopravvivenza, intese come diversi aspetti di un vissuto di guerra; una ‘guerra totale’ […] dimensione globale dell’esistenza, un terreno di esperienze umane irrimediabilmente segnato” (p. 12).

La narrazione di genere aiuta a dare voce alla donna e al subalterno, alla gente comune, “ai poveracci”: gli “esclusi” dalla narrazione celebrativa ed ufficiale. Si comprende come “il mondo femminile è scosso soprattutto da una guerra personale”: rastrellamenti, bombardamenti, stragi, stupri di massa rendono difficoltosa la ricostruzione storica che, proprio per la complessità delle vicende, ricorre alla narrazione individuale, all’esperienza, alla testimonianza di tante “sconosciute”.

Il libro esordisce con i meccanismi discriminatori della retorica fascista prebellica, in cui la donna è oggettivata a mero contenitore di gravidanze, strumento di controllo sociale sin dalla tenera infanzia; da “piccole italiane” a future “madri prolifiche” e “angeli del focolare”: le donne null’altro destino hanno che la maternità e la cura di una prole sempre più numerosa, relegate al ruolo di massaie e “pietre della casa”, perché intellettualmente e fisicamente inferiori all’uomo. Ma è già tra i banchi di scuola che serpeggiano i primi desideri di ribellione contro un sistema ineguale: le bambine combattono la loro prima guerra contro l’ingiustizia di non poter proseguire gli studi perché “dall’intelletto irrazionale e ascientifico”, o perché costrette a lavorare per garantire l’istruzione ai figli maschi, e aiutare la madre nelle faccende domestiche. Le figlie di comunisti e antifascisti subiscono la discriminazione dei compagni; si rende difficile costruire un immaginario libero dai vincoli propagandistici del regime all’interno di scuole fascistizzate, in una società ostile ad ogni forma di dissenso. “Il senso di ribellione – scrive Michela Ponzani – finisce così per identificarsi con una battaglia personale, per la fuoriuscita da uno stato d’inferiorità sociale e culturale”(p. 33).

Nella propaganda di regime la donna è svuotata da ogni sentimento, da ogni dolore e angoscia, che nella realtà divora le madri e le mogli con l’allontanamento dei figli e dei mariti. È la prima di una lunga serie di torture, la partenza dei cari, la distruzione delle famiglie e degli affetti; una tortura anche fisica, poiché le donne dovranno sobbarcarsi l’intero onere della conduzione della famiglia, lavorando anche per i mariti assenti, continuando a curare la prole e gli anziani, senza alcuna forma di assistenzialismo che le aiuti.

Affamato dal duro lavoro, dalla guerra e dalle privazioni, il corpo della donna perde la sua femminilità: la perdita delle mestruazioni, la perdita dei capelli e della forma femminile scompaiono nella lotta per la resistenza o nel lavoro forzato nei campi di concentramento, in cui la donna diventa, al pari di tutti gli altri internati, un mero numero. Il corpo femminile è usato come inganno: il corpo delle partigiane distrae il nemico da azioni di sabotaggio; lo stesso corpo è torturato e mutilato, al fine di estorcere informazioni sui compagni. Ma molto spesso le coraggiose partigiane, martoriate nel fisico, si dimostrano campioni di integrità che con coraggio sfidano angherie, torture e sevizie, senza tradire e rendendo così vana la violenza loro inflitta. Il corpo femminile è disumanizzato, diventando il vessillo del sopruso del tedesco: così accade alle “amanti del nemico”.

Durante i bombardamenti i civili sono il bersaglio tattico: distruggere scuole, chiese ed ospedali è diffondere il terrore tra i civili, sono strategie per togliere il sostegno ai governi. L’efferatezza e la brutalità di tale tattica bellica è emblematicamente rappresentata da “una donna che senza testa, ancora stringeva la sua bambina tra le braccia” (p. 120). Ancora è il corpo femminile ad essere vituperato.

Il grado supremo di violenza è toccato dallo stupro, spesso reiterato: non solo nei confronti delle partigiane, non tanto per ottenere delazioni, quanto per dimostrare la supremazia sul vinto. Lo stupro è una tremenda arma di terrore psicologico. “La violenza sulle donne è una dominazione machista – scrive Ponzani – armadegli uomini contro gli altri uomini che si impone su donne disarmate” (p. 174). Si tratta di una violenza arbitraria, dettata dal mancato consenso, oppure volta a far rispettare l’autorità, una guerra atroce “condotta casa per casa”, a cui prendono parte tedeschi, repubblichini, liberatori”.

Un’ulteriore offesa è inflitta alla donna, che diventa invisibile al momento del giudizio dei persecutori in epoca post-bellica. Lo stupro è considerato “componente fatale e necessaria di ogni guerra”, mera “offesa morale alla donna”, silenzioso corollario di una violenza totale. Allo stesso modo la memoria pubblica attribuisce i crimini contro l’umanità ai tedeschi, tralasciando gli stupri di massa per opera degli Alleati, in un processo di decostruzione e selezione della memoria che non vuole intaccare il mito dei liberatori nella storia ufficiale della Resistenza. Anche “il prezzo della liberazione”, i bombardamenti a tappeto sui “civili bersaglio”, vale a dire donne, vecchi e bambini, non troverà molto spazio al di fuori della testimonianza privata.

Nella retorica della memoria, alla donna è data una minima parte, un riconoscimento di nicchia; lo dimostrano le pochissime onorificenze, di cui sono insignite alcune partigiane. L’immaginario resistenziale è inoltre discrepante con la realtà: le azioni coraggiose delle donne, le torture da loro subite si dissolvono nell’immagine materna e premurosa della madre di tutti i partigiani, che rassicura i giovani e offre loro conforto.

È tuttavia incolmabile il vuoto creatosi dopo la guerra, l’anima lacerata e il corpo martoriato, nelle donne che hanno subito un’esperienza indicibile. Dopo aver strenuamente lottato la loro guerra, contro una violenza che ha toccato le corde della disumanità più profonda, è impossibile restaurare l’equilibrio “di prima” e, molto spesso, la memoria di questo terribile vissuto è lasciata cadere nell’oblio, volutamente. Il libro di Michela Ponzani intende riportare alla luce queste preziose testimonianze private, narrazioni personali, esperienze individuali, per il contributo che esse possono apportare nella redazione di una storia “di genere”, che dia spazio alle voci subalterne e che aiuti a “comprendere come sia possibile che nonostante la gioia della liberazione e pur ritrovandosi ‘vinti ma salvi’ si resti ‘ognuno con le proprie ferite; quelle visibili e quelle invisibili, le cui cicatrici rimangono indelebili” (p. 24).

Fonte: Deportate, esuli profughe. Numero 21 – Gennaio 2013

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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