Bologna – L’università allontana 51 docenti di “razza inferiore”


A seguito delle Leggi razziali emanate dal Gran Consiglio del Fascismo a Bologna vengono allontanati dall’Università tutti i docenti ebrei.  Tratto da Nazario Sauro Onofri – Ebrei e fascismo a Bologna – Editrice Grafica Lavino

Il 14, ottobre 1938 il professore Alessandro Ghigi — rettore dell’università e ornitologo di fama nazionale — firmò undici lettere tutte uguali. Questo il testo:

“In seguito alle disposizioni a Voi già note, Vi comunico che con la data del 16 corr. dovrete sospendere la Vostra attività presso questa Università. Vi ringrazio per l’opera scientifica e didattica svolta in questo Ateneo e Vi porgo il mio saluto”.

Non iniziava con le solite formule di cortesia come “egregio signore” o “illustre professore” e, meno che mai, con quella di “caro collega”. Non recava neppure l’indicazione — obbligatoria nelle lettere degli enti pubblici — dell’oggetto trattato né il numero di protocollo. In testa solo nome e cognome del destinatario.

Con queste poche righe — meno che formali e non certo riguardose nei confronti di uomini che avevano onorato l’ateneo bolognese — undici insegnanti ebrei furono sbalzati dalla cattedra dalla mattina alla sera e cacciati sul lastrico, anche se fu loro concessa la pensione, sia pure limitatamente al numero degli anni di servizio prestati. Le prime vittime della persecuzione razziale a Bologna — che Ghigi, con molto zelo, aveva scatenato subito dopo la dichiarazione programmatica del Gran consiglio del fascismo e prima della promulgazione delle leggi — si chiamavano:

Tullio Ascarelli, Alberto Mario Camis, Gustavo Del Vecchio, Emanuele Foà, Guido Horn d’Arturo, Beppo Levi, Rodolfo Mondolfo, Maurizio Pincherle, Beniamino Segre, Giulio Supino ed Edoardo Volterra.

Solo che, nella fretta di espellere i suoi colleghi dall’università, doveva avere commesso un errore di procedura perché il 7 dicembre fu costretto a rispedire altre undici missive, ancora una volta tutte uguali, ma con il numero di protocollo e l’indicazione dell’oggetto:

“Dispensa dal servizio”. Iniziavano così: “Il Superiore Ministero comunica che con provvedimento in corso, ai sensi del RR.DD.LL. 15 novembre 1938 XVII, n. 1779, e 17 novembre 1938 XVII, n. 1728, siete dispensato dal servizio a decorrere dal 14 dicembre 1938 XVII”.

La lettera proseguiva indicando le pratiche burocratiche da espletare, i documenti da presentare e i pochi diritti che restavano agli interessati.
Contemporaneamente vennero espulsi un professore emerito e tre onorari. Ghigi non si era dimenticato degli assistenti di ruolo e volontari ai quali, il 15 ottobre, aveva inviato una lettera, anche questa collettiva, ma con l’indicazione del nome, del numero di protocollo e dell’oggetto: “Cessazione d’ufficio”. Questo il testo:

“In adempimento alle note disposizioni, Vi informo che con il 16 corr. siete sospeso dall’Ufficio di Assistente (seguiva la qualifica, nda), presso (seguiva la facoltà, nda), a Voi affidato.
Vi ringrazio per la Vostra opera e Vi porgo il mio saluto”.

Gli ultimi ebrei a essere cacciati dall’università furono i liberi docenti ai quali, nel giugno 1939, il rettore inviò la solita lettera collettiva con l’indicazione dell’oggetto: “Decadenza dall’abilitazione alla libera docenza”. Questo il testo:

“Per disposizione del Ministero dell’Educazione Nazionale Vi comunico che in applicazione dell’art. 8 del R.D.L. 15 novembre 1938 XVII, n. 1779, e dell’art. 8 del R.D.L. 17 Novembre 1938 XVII, n. 1728, con D.M. 14 marzo 1939 XVII, siete stato dichiarato decaduto dall’abilitazione alla libera docenza (seguiva l’indicazione della materia, nda), con effetto dal 14 dicembre 1938 XVII”.

Quando presentò la relazione all’inaugurazione dell’anno accademico 1938-39 Ghigi liquidò in due righe la poco onorevole vicenda. Il paragrafo dedicato ai “Collocamenti a riposo e trasferimenti” terminava così:

“I recenti provvedimenti a tutela della razza rendono vacanti altre 11 Cattedre, alle quali sarà provveduto entro breve termine”. Agli ex colleghi cacciati non rivolse neppure il saluto che impone la buona educazione.

Aprendo il discorso, Ghigi aveva detto che “L’Anno Accademico, che si inaugura oggi, sorge in una atmosfera di gloria e di trionfo, nella quale campeggia la figura del DUCE conquistatore della Pace Romana, fondata sulla giustizia e garantita da un popolo in armi, cui il Fascismo ha ridato la gioia e la gloria di sentirsi italiano” e che “il problema di politica interna che maggiormente interessa il regime in questo momento è quello della razza, inteso, a salvaguardare l’integrità della stirpe dalle deprecabili mescolanze che potrebbero verificarsi con razze inferiori”.

Il numero esatto degli ebrei espulsi dall’università non venne reso noto allora e non fu calcolato neppure nel 1945 quando furono riammessi. Negli archivi dell’ateneo non esiste — o non è stato trovato — un fascicolo con la documentazione relativa.
Le copie delle lettere di licenziamento e di riassunzione sono state inserite nelle cartelle personali degli interessati ed è lì che vanno cercate. Ma il problema è quello di sapere quali cartelle aprire.

Per accertare, sia pure presuntivamente, i nominativi abbiamo usato un metodo empirico di ricerca, ma di discreta affidabilità: quello della semiticità dei cognomi. Dal volume “R. Università di Bologna, Annuario 1937-38, XVI, II dell’Impero” abbiamo estratto i nomi sicuramente ebrei e quelli simili a quelli degli ebrei. Abbiamo quindi verificato quanti di questi nomi non figurano nel volume “R. Università di Bologna, Annuario 1938-39, XVII, III dell’Impero”. Da questa ricerca abbiamo ricavato una sessantina di nomi dei quali abbiamo fatto ricercare le cartelle personali nell’archivio universitario.

Quelle ritrovate sono state poco più di cinquanta. Ci resta comunque il dubbio di non essere riusciti a censire tutti gli ebrei espulsi dall’università. Questi i docenti dei quali abbiamo potuto consultare la cartella personale:

Algranati Augusta, assistente clinica medica;
Ascarelli Tullio, ordinario diritto commerciale;
Bedarida Nino Vittorio, libero docente elettronica generale;
Bernheimer Carlo, libero docente sanscrito;
Bolaffi Ezio, libero docente lingua e letteratura latina;
Bolaffio Leone, emerito, già ordinario diritto commerciale;
Camis Alberto Mario, ordinario fisiologia umana;
Coen Pirani Renato, libero docente clinica ostetrica;
Del Vecchio Giorgio, onorario filosofia del diritto;
Del Vecchio Gustavo, ordinario economia politica corporativa;
Desylla Caterina, libero docente clinica pediatrica;
Finzi Fausto, assistente volontario diritto internazionale;
Finzi Italo, assistente volontario impianti industriali;
Foà Emanuele, ordinario fisica tecnica;
Formiggini Aldo, libero docente diritto commerciale;
Formiggini Nella, assistente volontario facoltà di chimica;
Fuà Riccardo, libero docente clinica pediatrica;
Gortan Massimiliano, libero docente radiologia medica;
Horn d’Arturo Guido, ordinario astronomia;
Jacchia Luigi Giuseppe, assistente volontario astronomia;
Korach Maurizio, incaricato impianti industriali chimici;
Laschi Gino, libero docente radiologia medica;
Levi Alda, libero docente archeologia;
Levi Beppo, ordinario analisi matematica;
Levi Giulio, assistente medicina;
Magrini Silvio, libero docente fisica sperimentale;
Mondolfo Rodolfo, ordinario storia della filosofia;
Mondolfo Silvano, assistente clinica ortopedica;
Morpurgo Giorgio, assistente volontario microbiologia agraria;
Morpurgo Salomone, libero docente letteratura italiana;
Mortara Franco, assistente clinica ostetrica;
Neppi Vittorio, libero docente istituzioni diritto civile;
Oppenheim Marco, assistente clinica medica;
Perna Carmelo, assistente volontario clinica malattie nervose;
Piazza Angelo, libero docente malattie nervose e mentali;
Pincherle Maurizio, ordinario clinica pediatrica;
Pirani Carlo, assistente facoltà economia e commercio;
Rimini Cesare, libero docente elettrotecnica generale;
Sacerdote Gino, scuola perfezionamento radiocomunicazioni;
Samaja Tullio, assistente facoltà agraria;
Scaramella Pierina, aiuto all’istituto di botanica;
Segre Beniamino, ordinario geometria analitica;
Supino Giulio, ordinario costruzioni idrauliche;
Supino Iginio Benvenuto, onorario storia dell’arte;
Terni Alfredo, libero docente chimica docimastica;
Tedesco Giorgio, incaricato fisica superiore;
Treves Scipione, libero docente macchine termiche;
Usiglio Gino, scuola perfezionamento radiocomunicazioni e assistente all’istituto di fisica;
Vita Nerina, libero docente chimica generale;
Vivante Cesare, onorario facoltà giurisprudenza;
Volterra Edoardo, ordinario istituzioni diritto romano.

Quello dei docenti universitari, sia per la fama di alcuni che per la dimensione del fenomeno, fu il caso più clamoroso ed emblematico della persecuzione contro gli ebrei bolognesi. Con Torino l’ateneo bolognese aveva il maggior numero di insegnanti non ariani, “il Resto del Carlino” trattò diffusamente il problema e scrisse che 174 docenti universitari ebrei su 1362 erano molti. Undici dei 174 insegnavano a Bologna — ai quali
andavano aggiunti gli emeriti, gli assistenti e i liberi docenti — sei a Modena, quattro a Parma e quattro a Ferrara.

Quando “Il Tevere” di Roma pubblicò l’elenco nominativo dei docenti ebrei nelle università italiane, l’edizione della sera del foglio bolognese riprese l’elenco dei bolognesi e lo pubblicò integralmente senza controllarlo. Questi i nomi: Tullio Ascarelli, Gustavo Del Vecchio ed Edoardo Volterra (giurisprudenza); Rodolfo Mondolfo (lettere); Mario Camis, Filippo Neri, Maurizio Pincherle e Vittorio Putti (medicina); Mario Betti, Guido Horn, Beppo Levi e Beniamino Segre (scienze); Emanuele Foà e Giulio Supino (ingegneria).

Il giorno dopo il rettore Ghigi scrisse al giornale non per protestare contro la pubblicazione — il cui scopo era quello di fomentare una campagna di odio contro i docenti ebrei, — ma per puntualizzare che Betti, Neri e Putti erano di “razza ariana e di sicura tradizione cattolica”. In seguito il giornale puntualizzò che anche Umberto Toschi, il cui nome era stato fatto da “Il Tevere”, non era ebreo.

Tempo un mese e l’edizione pomeridiana de “il Resto del Carlino” pubblicò l’elenco ufficiale dei cattedratici ebrei che sarebbero stati allontanati dall’università. Lo aveva ripreso da “Vita universitaria” il periodico dell’ateneo romano. C’erano i cattedratici ebrei: Ascarelli, Camis, Gustavo Del Vecchio, Foà, Horn, Levi, Mondolfo, Pincherle, Segre, Supino e Volterra. Giorgio Del Vecchio, onorario a Bologna, era stato incluso tra i docenti romani. Dall’elenco risultò che altri due professori, nati o residenti a Bologna, sarebbero stati espulsi: Walter Bigiavi ordinario di diritto commerciale all’università di Parma e Leone Maurizio Padoa ordinario di chimica generale a quella di Modena. Dall’Accademia delle scienze furono allontanati diciannove ebrei.

Sia “il Resto del Carlino” che “L’Avvenire d’Italia” non scrissero una riga quando i docenti ebrei furono cacciati dall’ateneo.
Non è possibile dire se fu una direttiva del Minculpop, perché è incompleta la raccolta delle veline di quel periodo. Anche “L’Assalto” restò muto.

Salvo pochissime eccezioni, il corpo insegnante accettò senza apparente disagio quel gravissimo provvedimento, unico nella storia dell’ateneo. Di sicuro si sa che Giuseppe Evangelisti non avrebbe voluto succedere a Supino, del quale era amico.
Lucio Pardo, a proposito della cattedra di analisi matematica, ha scritto: “Quando ad un collega ‘ariano’, il cui nome purtroppo non si è potuto ritrovare, propongono il posto di Beppo Levi, prima che questi emigrasse in Argentina, la risposta è ‘Io non faccio il necroforo'”.

Pardo — vice presidente della Comunità israelitica bolognese — cita, senza farne i nomi, il caso di un docente di pediatria che venne sollecitato ad abbandonare la cattedra dal collega che doveva succedergli, il quale si era presentato al suo istituto in divisa fascista e accompagnato da due militi.
Il primo era Pincherle e il secondo Gaetano Salvioli. Dopo la Liberazione i figli di Pincherle interruppero una lezione all’università del Salvioli e lo invitarono ad andarsene.
Un solo anziano docente ebbe il coraggio di prendere posizione ufficiale contro i provvedimenti razziali. Fu Raffaele Gurrieri, proprietario e direttore de “L’Università italiana”, un mensile bolognese che dal 1902 pubblicava notizie interne degli atenei italiani.
Alla vigilia dei provvedimenti razziali scrisse:

“Coll’odio politico, mantenuto da passate ingiustizie, dovrà scomparire anche l’odio razziale, ben più terribile e malefico; odio che non ha nessuna ragione d’essere perché al mondo vi è posto per tutti.
Il problema così detto razziale, problema eminentemente biologico, è ancora quanto mai oscuro: a chiarirlo, a risolverlo nella sua pienezza, occorrono calmi e profondi studi, fatti da uomini eminenti spogli di ogni pregiudizio. L’Italia ha il grande merito di non avere mai sentito profondamente, e tanto meno poi coltivato, l’odio di razza: conserviamo all’Italia questa virtù”.

Fu la prima e ultima voce di dissenso perché subito dopo Gurrieri — sposato con Elisa Norsa, un’insegnante ebrea — venne privato della direzione della rivista. Per continuare a uscire dovette accettare un comitato di redazione esterno e affidare la direzione a Carlo Maxia. Gli fu consentito di restare come direttore onorario.

Quella dei docenti universitari era una tragedia che doveva consumarsi in silenzio — come quella dell’intera comunità — e a nessuno fu permesso dire una parola.
Non è mai stato fatto un esame delle conseguenze, derivazioni e modificazioni subite dalle scuole universitarie, a seguito dell’allontanamento di tanti Maestri. Anche se non è questa la sede per una simile trattazione, un solo caso basterà per offrire un’idea del fenomeno negativo subito dall’ateneo. Rodolfo Mondolfo, ordinario di storia della filosofia, era un intellettuale di livello europeo e di formazione positivistica e marxista. Al suo posto andò Felice Battaglia, uno studioso di scuola gentiliana che insegnava filosofia morale. La sua cattedra divenne la roccaforte dell’idealismo.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

One thought on “Bologna – L’università allontana 51 docenti di “razza inferiore””

  1. Sono la nipote di Giuseppe Evangelisti. Scrivo di getto e non ho documenti comprovanti, però posso aggiungere , dai racconti di mia nonna e mia madre che mio nonno accettó poi la cattedra solo perché per ritorsione gli fu sospeso lo stipendio (aveva 4 figli tra cui mia madre), cattedra che come diceva ‘tenne solo per essere sicuro che tornasse a supino’ cosa che fece immediatamente alla caduta del fascismo. In ciò mi conforta Wikipedia che nella biografia di Supino scrive :Dopo la caduta del fascismo riprese l’insegnamento a Bologna e nel 1946 passò alla Cattedra di Idraulica, che mantenne fino al collocamento a riposo nel 1968.’ Mio nonno aveva mantenuto la promesso al suo caro amico, prino professore (e forse unico) a farlo spontaneamente .

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