Arrigo Boldrini – Diario di Bulow


Arrigo Boldrini – Diario di Bulow

Vangelista Editore

Prefazione di Giancarlo Pajetta

Chi voglia conoscere che cosa sia stata la nostra guerra partigiana, come l’abbiamo organizzata e condotta, che uomini abbiano dato vita alle nostre formazioni e come, nel lavoro quotidiano e nel combattimento, altri ancora siano stati formati come uomini nuovi capaci di essere guide ed esempio, deve leggere questo libro. E chi, in questo contesto generale che non è soltanto quello della 28a brigata Garibaldi «Mario Gordini», vuole conoscere un uomo che tutti stimano per la sua sobrietà e modestia, per il suo rigore, capacità di comprensione, voglia di vivere e saper vivere, ma che forse pochi conoscono nel suo profondo, insomma chi voglia sapere chi è Arrigo Boldrini, deve cercarlo attraverso queste pagine. E la cosa mi pare valga la pena di essere fatta.

Si tratta di un diario di guerra particolare; non il racconto delle proprie memorie né quello dell’esperienza come altri ci hanno consegnato — per citare alcuni esempi illustri Io e gli alpini di Jahier o Un anno sull’altopiano di Lussu. Quello di Arrigo Boldrini è piuttosto una sorta di mattinale. Giorno per giorno, o riassunti nel giro breve di pochi giorni, ci vengono consegnati i fatti di una vita quotidiana che forse è eroica proprio perché non è fatta tutta di azioni che di per sé sono atti di eroismo, neppure è fatta solo di sacrificio. E ciò nonostante alcuni momenti di questa vita — le ferite, l’abbandonare il letto in cui si è ricoverati per poter partecipare al combattimento che prosegue — ci dicono qualcosa di questa storia umana che è eroica.

È il mattinale di un comandante partigiano, di un uomo non soltanto di coraggio ma anche di intelligenza, per la sua capacità di organizzare i primi gruppi, successivamente i primi distaccamenti e raccoglierli in brigata. È il diario secco, quasi volutamente arido, di un diplomatico che dovete scoprire da soli, perché non sarà mai lui a dirvi «ecco come sono stato bravo a trattare con gli alleati, con il governo». Eppure riuscì, nel momento in cui gli alleati arrivarono in quella parte d’Italia in cui egli operava, a stabilire delle relazioni fruttuose tra la sua formazione partigiana — una delle poche, quasi l’unica che non fu sciolta e disarmata o frantumata in gruppi utili solo per le informazioni o le corvées — e i comandi alleati. Quegli stessi comandi alleati che da principio erano sospettosi o, comunque, non certo entusiasti di una Brigata che porta il fazzoletto rosso, che si dice unitaria e vuole dipendere politicamente dal Comitato di liberazione nazionale, ma che ha per comandante un uomo che, seppure parlerà sulla piazza di una Ravenna liberata insieme al rappresentante democristiano Tommaso Moro (quel Benigno Zaccagnini che diventerà più tardi segretario della Dc), è pur sempre un comunista.

Arrigo Boldrini o Bulow come, ancor oggi, lo chiamano a Ravenna i suoi partigiani e i figli di questi, saprà andare d’accordo — nel senso di combattere insieme — con gli alleati canadesi, neozelandesi, israeliani, con gli ufficiali inglesi di collegamento, persino — e in modo particolare, segnato da una fraternità d’armi che è insieme intelligenza e acume politico — con il comandante e gli ufficiali del gruppo di combattimento «Cremona».

Quando a Roma, Parri, Pizzoni, Sogno e io, firmammo il «trattato» in base al quale il corpo Volontari della libertà passava al comando del quartiere generale alleato e si stabiliva che, via via che gli alleati sarebbero avanzati risalendo la penisola, esso avrebbe dovuto accettare le decisioni operative, sembrò suonare come grossolana ironia la frase che diceva che gli ordini doveva¬no essere eseguiti anche fino alla consegna delle armi e, eventualmente, allo scioglimento delle formazioni. Ebbene, quell’«eventualmente» non fu per la 28a brigata, e per merito essenziale di Boldrini, come vedrà chi legge questa testimonianza preziosa, una parola vuota, senza soggetto. Forse quella di Boldrini fu la sola brigata partigiana a rimanere tale, insieme alla «Majella» di Troilo, un avvocato democratico senza partito che garantiva l’assoluta apoliticità della sua brigata.

Boldrini fissa, in quell’occasione, delle condizioni chiare: i partigiani combatteranno insieme, potranno arruolare anche nuove forze, comprese delle donne da impiegare nei servizi e nel combattimento. Per affermare il suo carattere partigiano e italiano, la 28a brigata non accetterà di vestire la divisa kaki degli alleati; ma neppure vorrà identificarsi con la divisa dell’esercito regio.

Bulow fece sì che la sua brigata non fosse né un battaglione perduto, mandato in ricognizione, né un semplice gruppo di bravi ragazzi disposti a portare i muli o guidare i camion per gli altri. Chi legge questo libro vedrà con quanta fatica questi uomini, da poco usciti dalle valli, ancora intrisi del fango della palude dove avevano trascorso ore terribili, siano alla fine riusciti ad ottenere fatti e gesti concreti che hanno dato un valore particolare al «trattato» firmato con gli inglesi.

La 28 a brigata Mario Gordini, insieme agli uomini della Cremona e agli alleati, controllerà un fronte di qualche chilometro. E quando, dopo un inverno più lungo di quanto avessimo mai creduto possibile, gli eserciti alla fine si mossero, si potè dire — pronunciando la parola alleati — che insieme a inglesi, americani, canadesi, neozelandesi, polacchi, sul Tirreno persino brasiliani, vi erano anche gli italiani: quelli dei gruppi di combattimento come la Cremona, ma anche quelli di Bulow.

Dall’altra parte del fronte vi erano già più di 100.000 partigiani. La marcia di coloro che avanzavano liberatori si trasformò, entrando in molte città, nel semplice saluto festoso di chi, senza attendere, si era già liberato. Così fu a Ravenna e per i ravennati. Bulow e la sua brigata, insieme agli altri, proseguirono verso il Nord. Non furono mai sciolti e andarono in congedo solo perché la guerra ormai era finita. Tornarono a lavorare nelle cooperative liberate anch’esse; in quei collettivi che fecero parte di un’illusione, capace però di trasformarsi in una diversa ma non opposta realtà, rispetto a quelle che erano state le speranze dei combattenti.

Molti anni prima — come ancor oggi ci ricorda una lapide affissa alla casa municipale di Ostia Antica — altri uomini di Ravenna, forse i padri di quegli stessi partigiani di Bulow, erano venuti nella palude pontina. Intorno all’ultima città di Bisanzio, scariolanti e zappatori avevano affrontato la malaria e il fango con quello spirito solido e profondo che seppero trasmettere a quei loro discendenti che, dalle valli, avrebbero liberato il ravennate e sarebbero poi risaliti verso Venezia.

Di quello spirito secco, sobrio, è specchio questo diario. Se il lettore vuole capirlo appieno, può e deve metterci anche la sua immaginazione: un po’ di quella fantasia che ha radici nelle cose compiute e testimonianza negli appunti che, giorno per giorno, il comandante Bulow ha preso. Quarant’anni dopo egli consegna a noi, che per questo lo ringraziamo, quelle note; le consegna ai suoi compagni che le leggeranno commossi e, nel raccontarle, le arricchiranno ancora di più; le consegna ai giovani che non potranno certo alzare le spalle dicendo «sono storie vecchie di quando si combatteva». No, queste sono storie antiche di quando si combatteva a quel modo. Senza averle vissute, con quella carica particolare di cui questo libro è la testimonianza più vera, non si sarebbero certo potute combattere e vincere altre battaglie condotte, in questo caso senza gli Sten, i Thompson o i Bazuca che, per un periodo, costituirono l’artiglieria pesante di Boldrini. E forse senza questo passato verrebbe meno anche la speranza che è possibile combattere ancora a Ravenna, e non solo là, delle battaglie che altri ricorderanno e consegneranno alla storia.

Premessa

È un diario rielaborato sulla base delle note stese quarant’anni fa, rispettandone scrupolosamente il giudizio generale. Gli appunti che quasi giornalmente ho annotato allora, esprimono riflessioni fatte nel corso della guerra, stati d’animo personali e collettivi su fatti contingenti, citano compagne e compagni di lotta con i quali ho avuto collaborazioni quasi continue per molti mesi. Di riunioni e incontri ho brevemente riassunto i temi più importanti e le decisioni prese assieme ad alcuni partigiani. Molti altri che hanno attivamente partecipato non sono citati per troppa incertezza nel ricordo o per opportunità determinata da circostanze particolari.

Mi scuso perciò con quanti, pur avendo avuto ruolo di protagonisti, non sono adeguatamente ricordati, anche perché nelle mie funzioni non potevo avere il quadro preciso di tutte le famiglie e dei centri clandestini, ma solo di quelli con i quali ho avuto rapporti diretti. D’altra parte le circostanze della vita alla macchia, le sue vicende, non rendono facile la stesura di verbali precisi. Così quando non indico le abitazioni ove si sono tenuti incontri clandestini, ma solo famiglie che ci hanno ospitati in questo o quel paese, con tutti i rischi e pericoli ben noti, è perché — accompagnato da staffette e per ovvie misure di sicurezza — non avevo imparato l’ubicazione precisa delle sedi, né conosciuto le vere generalità degli ospiti. Il diario, le cui date circoscrivono tempi e luoghi, è limitato alla mia principale zona d’azione e, com’è naturale, rievoca avvenimenti, ricorda personaggi e stati organizzativi particolarmente relativi ad essa. Peraltro è altrettanto importante sottolineare che il mio racconto avviene in contemporanea con un’azione di massa che copre tutta la platea della Romagna e non solo di essa. Se la Bassa Romagna, per esempio, non viene sovente nominata non significa che qui la battaglia sia inferiore o peggio ancora assopita. Anzi, come essa fu baluardo delle passate lotte popolari, ora costituisce una potente balestra dalla quale partono azioni di efficace guerriglia di massa capace di alimentare tutta l’epopea partigiana.

Alcune pagine infine sono state scritte dopo diversi giorni per cui si possono ritrovare giudizi non sempre puntuali per carenza d’informazioni o per considerazioni contingenti e unilaterali. È dunque una raccolta di note con postille e commenti redatte da me nelle diverse fasi della lotta partigiana, che può venire arricchita, rettificata da opportune testimonianze. Ogni responsabilità per i limiti, gli errori, le dimenticanze, è esclusivamente mia.

Allora perché pubblicare questo diario di guerra trattandosi di cose note, in gran parte scontate? A mio avviso ritengo sia inevitabile particolareggiare, se si vuole trarre dalle vicende e dai singoli episodi che costituiscono il terreno di verifica, la possibilità di una più ampia e complessiva impostazione.

A lungo ho meditato se distruggerlo o riscriverlo, ma trattandosi di una somma di esperienze comuni, di questioni dibattute tra i gruppi dirigenti della lotta di liberazione nel Ravennate in momenti e in condizioni diverse, penso che possa essere accettato come valida testimonianza di vita di quel tempo. Voglio aggiungere che non è stato facile identificare le generalità di chi allora aveva un nome di battaglia o tentare di chiarire al massimo gli avvenimenti. Mi sono valso di contributi preziosi e affettuosi. Ringrazio Ennio Cervellati, Gianni Giadresco, Santina e Luigi Bonetti, Arrigo Graziani, Genunzio Guerrini, Maria Bassi, Florio Rossi, Tolmino Errani, Mino Papi, Tristano Mazzavillani, Mario Verlicchi, Alberto Bardi, Pellegrino Montanari, Carlo Boldrini e in particolare Alberto Pirazzoli (Ivan) per il prezioso contributo alla definitiva stesura del testo, e tanti altri amici senza i quali molte pagine di questo «brogliaccio di bordo», scritte davvero tra una virata e l’altra, sarebbero risultate indecifrabili e incomprensibili. E un affettuoso speciale ringraziamento all’amico Renato Guttuso per avere accettato l’invito a illustrare la copertina di questo volume.
A.B.

Introduzione

Nella primavera del 1943, da oltre un anno, sono comandante con il grado di tenente di complemento della compagnia reggimentale del 120° reggimento fanteria della divisione «Emilia» di stanza alle Bocche di Cattaro (Jugoslavia).

Le notizie che alcuni amici mi inviano sulla situazione politica e militare dell’Italia, da me in parte conosciuta direttamente nel corso di una licenza straordinaria nell’ottobre 1942 per la scomparsa di mia madre, da qualche tempo mi spingono a rientrare. Molti di noi al fronte si rendono conto dell’imminente tragica fine dell’avventura fascista e da mesi ufficiali e soldati, eccetto qualche fanatico, discutono sull’incapacità politica e militare del fascismo, sulla subalternità italiana nel contesto dell’asse italo-tedesco, sulla sconfitta del Blitzkrieg hitleriano che già alla fine del 1941 si rivela in tutta la sua portata, sulla cosiddetta civiltà del «nuovo ordine europeo» di fronte alla drammatica situazione, alle stragi, alle violenze subite dalle popolazioni dei paesi occupati.

Con l’aiuto del dott. Aldo Ambrosini di Pesaro, tenente medico, per una forma di colite acuta, in parte provocata, sono ricoverato all’ospedale da campo n. 450 il 28 giugno 1943, poi all’ospedale militare marittimo di Meline, il 30 giugno, per ottenere una licenza di convalescenza. Imbarcatomi il 19 luglio a Zelenika sulla nave ospedale «Aquileia», sbarco il giorno successivo a Bari.

In quella città, all’ospedale militare, le giornate trascorrono quasi anonime, si attende con sommessa consapevolezza l’avvento di eventi che ormai sono maturi. Chi era convinto fascista ne ha fatto l’amara esperienza in guerra, chi aveva combattuto forzatamente non nasconde più la sua opposizione al regime. Diversi ufficiali, sottufficiali e soldati vivono assieme, con ansia, le giornate di quel luglio.

Il 25 luglio un’esplosione di gioia, seppur contenuta per la presenza di alcuni ufficiali, coinvolge quasi tutto il personale dell’ospedale. Alcuni si preparano al ritorno a casa considerando prossima la fine della guerra. Altri, più incerti sulla portata degli eventi, attendono ansiosamente degli ordini. Il 28 luglio esco dall’ospedale per raggiungere Bari e ottenere notizie più precise. Incontro un gruppo di cittadini, di lavoratori, in fuga disordinata a causa del fuoco di alcuni reparti dell’esercito, di carabinieri e di gruppi di fascisti. Mi rammarico molto di essere disarmato. In seguito si viene a sapere che 17 dimostranti sono stati uccisi e 36 feriti.

Ritorno in caserma molto preoccupato. Non mi rendo conto del perché quei manifestanti siano stati aggrediti, quando la situazione sta per precipitare. Qualcuno mi informa degli ordini tassativi impartiti dal governo Badoglio. Devo ritornare al più presto in Romagna e l’unica via è accelerare le pratiche per una licenza di convalescenza concessami poi per 40 giorni. Non è molto ma spero di avere il tempo necessario per decidere il da farsi. Così l’8 agosto raggiungo, dopo lungo viaggio in treno Ravenna.

Un ritorno pieno di speranza, con una gran voglia di vivere nella mia città, di non indossare più la divisa militare, di ritrovare i vecchi amici, mio padre e Maria, la mia ragazza. Sentimenti comuni in molti di noi, uniti alla rabbia per gli anni perduti in guerra e al sollievo di essere ancora in vita.
A Ravenna prendo contatto con Canzio Morosi, Giuseppe D’Alema (Pino), Mino Papi e altri del partito comunista. Canzio, Mino e Pino li conosco da anni. Non avevo saputo mai nulla, prima d’allora, della loro milizia comunista. In alcune riunioni, organizzate anche in casa mia, cerco di orientarmi sulla situazione ricca d’incognite e che dà spazio ad incerte speranze. Tutti i vecchi amici, Adelmo Mingozzi, Vittorio Campagnoni, Elviro Palazzi, Felice Drei, Mario Zotti, Aldo Saccomandi e tanti altri frequentatori del caffè «Grande Italia» e del circolo dopolavoro dei ferrovieri con i quali, da anni, si discuteva contro il regime, sono convinti che con la caduta del fascismo si aprirà una nuova fase della storia nazionale, anche se non è facile prevederne gli sviluppi.

Qui comincia il mio diario

Nei giorni 30-31 agosto 1943 a Ravenna, a casa mia, si tiene un incontro con alcuni responsabili comunisti di Alfonsine per stabilire come reperire le armi e organizzare la guerriglia in previsione di una crisi generale. Si decide di completare gli sforzi per il recupero di tutti i mezzi necessari.
La riunione è stata richiesta dai compagni di Alfonsine ai dirigenti comunisti della zona di Ravenna che hanno preparato questo primo contatto. Partecipano Luigi Bonetti e Francesco Verlicchi di Alfonsine, incaricati di seguire le attività politiche e militari anche nei paesi limitrofi. Sono compagni di grande esperienza che mi sembra di avere sempre conosciuto.
La sera dell’8 settembre mi reco al caffè «Grande Italia», in Piazza del popolo, dove prima della guerra ci si ritrovava in parecchi amici. Il gestore del locale, un anziano antifascista, Gigi Laghi, mi consiglia benevolmente di stare molto attento e poiché sono armato gli consegno la pistola d’ordinanza per potermi recare in Piazza Garibaldi dove si stanno concentrando molti cittadini.
Bucina (Angelo Siboni) studente della facoltà di giurisprudenza, di tendenze liberali, con diversi amici mi sollecita a parlare alla folla. Ho un momento di timor panico e poi d’impulso prendo la parola inneggiando alla libertà conquistata e indico che bisogna cacciare i tedeschi e i fascisti.
Un discorso? No, poche parole ma pronunciate con profonda convinzione. Mentre la polizia interviene per caricare i dimostranti, mi aiuta a fuggire Lina Vacchi, operaia della fabbrica Callegari, che mi porta in bicicletta in via Oberdan, dalla cara famiglia amica di Antonietta ed Ermanno Castaldi. È presente anche Maria, la mia ragazza. Li metto al corrente degli ultimi avvenimenti con grande preoccupazione per quanto sta accadendo.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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