Napoli combatte 28 settembre 1943


L’uomo senza memoria non saprebbe niente e non sarebbe niente

La testimonianza orale del Partigiano Combattente Antonio Amoretti, rappresentante dell’A.N.P.I.

La dichiarazione di guerra
Era il 10 giugno. Io mi trovavo al quartiere Stella, dalla Casa del Fascio trasmettevano e diffondevano con gli altoparlanti la dichiarazione di guerra annunciata dal Duce. Avevo 13 anni, tornai a casa tranquillo e trovai mia madre che piangeva, le chiesi:
– Perché piangete, mamma?
– È scoppiata la guerra!
– Ma io sono piccolo, papà è un reduce dalla I guerra, non abbiamo nulla da temere!
– Figlio mio, la guerra è una brutta cosa.
E così fu.

I bombardamenti
Noi entravamo e uscivamo dai rifugi continuamente, i bombardamenti erano numerosi, le fortezze volanti sorvolavano Napoli. Io ho visto i palazzi sgretolarsi, ma non scappavo, ero giovane e quindi spavaldo e curioso. Alzavo lo sguardo per vedere i portelloni degli arerei che si aprivano e lasciavano cadere le bombe. Ottocento bombardamenti, ventimila morti.

Il 4 agosto del 1943 io ero a piazza S. Domenico Maggiore, suonò l’allarme e mi rifugiai in un sotterraneo. Gli Americani bombardarono Napoli distruggendo ogni cosa, S.Chiara fu rasa al suolo, le strade bloccate dalle macerie, dai morti, il vicolo Fico, che da Spaccanapoli porta ai Tribunali, verso casa mia, era impraticabile. Suonò il secondo allarme, mi rifugiai nelle grotte di tufo, quelle che oggi si visitano come “Napoli sotterranea”, lì dormivano pure.

All’uscita di via S. Paolo, quando il bombardamento terminò, mi sedetti su una specie di tronco d’albero spezzato. Un passante mi disse in napoletano: – Giovanotto, vi siete seduto sopra una bomba!
Era un ordigno inesploso. Io cominciai a correre, a correre senza girarmi indietro, e arrivai a casa. A piazza Mario Pagano, una bomba esplose nel rifugio: 400 morti, tra questi il padre di Rosa, la donna che sarebbe diventata poi mia moglie. Scavavano e portavano i cadaveri nella scuola elementare Andrea Angiulli, la mia scuola elementare.
Le scene del bombardamento del 4 agosto non me le sono tolte mai di mente. Quando siamo andati a chiamare gli Americani, perché Napoli era ormai libera, il popolo napoletano li ha accolti con applausi e sorrisi. Io non ho applaudito. Quel bombardamento terroristico non era assolutamente giustificato, tanto più che si stava trattando per l’armistizio. Fu un bombardamento inutile, senza senso.

Le Quattro Giornate
Non sono state solo quattro le giornate, nel senso che già da prima ci sono stati episodi di resistenza e di ribellione.
Le Quattro Giornate hanno dimostrato che l’Italia è una, oggi che si parla di federalismo, dobbiamo ribadirne il carattere nazionale: torinesi, pugliesi, sardi (due medaglie d’argento a Francesco Pintore e Stefano Fabbri), romani. C’erano tutti.

Anche molti fascisti hanno combattuto. In un documento redatto dalla IV Compagnia del Genio Militare, c’è un allegato che cita: il Capitano fascista Salvatore Ridondani che con “ritrovato” spirito patriottico forma una squadra di insorti e combatte contro i tedeschi. Anche lui un patriota come noi che per uniformarci a quelli della Resistenza nazionale siamo stati denominati Partigiani.

Le donne
Ho ancora nelle orecchie le grida e i richiami delle donne napoletane che avvisavano gli uomini dell’arrivo dei tedeschi: – Stanno arrivando!
E gli uomini si nascondevano, perché il colonnello Scholl aveva ordinato l’arruolamento di tutti gli uomini: dovevano essere 30.000, se ne presentarono meno di cento. Io mi nascondevo anche se avevo 16 anni, perché ne dimostravo di più, ero fisicamente alto, in carne, nonostante i digiuni, con la barba.

Il coraggio
Un bando del colonnello Scholl ordinò lo sgombero di tutta la fascia costiera. Un amico mi chiese di aiutarlo a sfrattare la casa dei suoi genitori, troppo vecchi per farlo da soli. Chiamai in aiuto due miei amici, Aldo Carbone e Leopoldo, col carrettino andammo a Posillipo. Arrivati a Mergellina, c’era un posto di blocco dei tedeschi. Presero il mio amico, Aldo e Leopoldo, io ebbi la prontezza di infilarmi in un vespasiano. Ne uscii con la mano alzata
del saluto nazista e pronunciai la parola “Hitler”. Mi lasciarono stare. Rimasi io, i due vecchi genitori e il carrettino carico di masserizie. Leopoldo non è più tornato.

La “vendetta”
Una delle SS del posto di blocco mi chiese: – Mangerìa! Aveva fame, voleva che gli indicassi un ristorante, un luogo dove poter mangiare. Io, con fare sicuro, gli indicai di percorrere la grotta, quella che porta al quartiere di Fuorigrotta. Non so cosa abbia trovato, di sicuro nulla di quello che mi aveva chiesto. 􀀀 stata la mia piccola,
ingenua vendetta.

Una prova di coraggio o una sfida beffarda?
A piazza Carlo III nell’Albergo dei Poveri, c’era un deposito di acqua e di vino, la gente si accalcò per cercare di portare a casa qualche tanica d’acqua. I Tedeschi cercavano di allontanare la ressa, anche con gli spari. Uno di loro si accorse che qualcuno gli aveva rubato la pistola dal fodero. Un poliziotto fascista per calmare la
sua furia, gli offrì la sua di ordinanza. Il tedesco con ira la scaraventò a terra e la calpestò rabbioso,
imprecando parole incomprensibili.
Nessuno ha mai saputo chi fosse stato, di sicuro era un ladro di professione, un borseggiatore che, comunque sia, ha compiuto una grande sfida, un gesto di alto valore umano e politico, un ladro che diventa un eroe di guerra.
Avrei voluto conoscerlo e stringergli la mano. Napoli è capace anche di questo.

Le barricate
Ogni strada aveva la sua barricata, sotto i portoni il comando, la mia era la più organizzata.
Domenico di Giovanni aveva l’elenco dei patrioti, segnava i turni, le mansioni, i riposi, le ronde, la preparazione delle bottiglie incendiarie. Noi preferivamo i fiaschi perché avevano un collo più lungo, quindi un’impugnatura migliore per essere lanciate lontano. Fu la nostra arma vincente.

Le armi
Ognuno portò le sue, quelle di famiglia, quelle del primo conflitto, al Corso Malta c’erano casse cariche di moschetti 65, con la baionetta, le prendemmo tutte. Le munizioni erano nella caserma del 21° Reggimento.
Io ho sparato con il moschetto contro i carri armati, sperando di colpire attraverso la feritoia il carrista. Ingenua, giovane convinzione. Contro i carri armati solo le bottiglie incendiarie erano efficaci, il carrista scappava dalla pancia del carro, veniva colpito e il carro armato era fuori uso.

Gli studenti
Alla Masseria Pezzalonga, al quartiere Vomero, hanno perso la vita molti studenti tra cui Adolfo Pansini, a cui è stato dedicato un liceo classico proprio nella Piazza Quattro Giornate. Al suo fianco c’era il marinaio Antonio Arena ferito. Prima dei compagni, arrivarono due fascisti e un tedesco, i due l’immobilizzarono, mentre il soldato nazista con labaionetta lo sventrò. Noi dell’A.N.P.I. abbiamo anche una foto.
Il padre di Adolfo, Edoardo Pansini, professore, mazziniano, antifascista, subito dopo la morte del figlio, organizza una brigata di combattenti, circa 320, tra i quali c’ero anch’ io, e chiede al Comando di unirsi alle forze alleate verso Cassino per sostenere la resistenza. Gli Americani non vollero per non esaltare l’insurrezione popolare, per sminuirne l’importanza.
Così sono andate le cose.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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