27 settembre 1944 Eccidio di Cà di Berna


Un reparto tedesco che dal fronte si dirige a piedi verso le retrovie, è attaccato dai partigiani della 7a brigata Modena della divisione Modena Armando nei pressi di Cà di Berna (Lizzano in Belvedere). Alcuni militari restano uccisi. Secondo altra versione i tedeschi non subiscono danni. Subito dopo un reparto di SS tedesche rastrella 29 persone (28 secondo altra versione) e le fucila. In quei giorni nella zona vi sono le SS della 16a divisione corazzata, che due giorni dopo danno inizio al massacro di Marzabotto.

Le vittime

Romolo Baratti di anni 5,

Ofelia Bernardi di anni 19,

Clementina Bernardi di anni 14,

Lia Bernardini di anni 69,

Maria Bernardini di anni 55,

Maria Bernardini detta Delia di anni 23,

Domenica Burchi di anni 41,

Giuseppina Cantelli di anni 17,

Olimpia Castelli di anni 41,

Olindo Castagnoli di anni 58,

Anna Demaldè di anni 41,

Corinna Ferrarini di anni 24,

Novella Franci di anni 16,

Maria Giacobazzi di anni 21,

Pietro Pelotti di anni 21 partigiano. Milita nella 7.a brigata Modena della divisione Armando con funzione di vice comandante del 4° battaglione. Gli è stata conferita la medaglia dʼargento alla memoria con la seguente motivazione:

«Valoroso combattente sempre distintosi in ardue azioni di guerra, nel corso di un duro combattimento veniva ferito e catturato dai tedeschi. Sottoposto a crudeli sevizie, si rifiutava di dare qualsiasi notizia sulla propria formazione. Condannato alla pena capitale affrontava la morte da eroe».

Poggiolforato, 27 settembre 1944.

Al suo nome è stata intitolata una strada di Bologna,

Erminia Piovani di anni 61,

Maria Grazia Tugnoli,

Rina Tamburini di anni 24 partigiana della 7.a brigata Modena della divisione Armando con funzione di ispettore,

Attilio Ugolini di anni 68,

Romolo Ugolini di anni 5,

Sergio Ugolini di anni 12,

Elio Vitali di anni 16 partigiano della 7.a brigata Modena della divisione Armando con funzione di ispettore organizzativo di battaglione,

Giorgio Vitali di anni 15 partigiano della 7.a brigata Modena della divisione Armando con funzione di ispettore organizzativo,

Italia Vitali di anni 22 partigiana della 7.a brigata Modena della divisione Armando,

Laura Vitali di anni 18 partigiana della 7.a brigata Modena della divisione Armando,

Ada Zanacchini di anni 49 partigiana della 7.a brigata Modena della divisione Armando,

Maria Zanacchini di anni 54 partigiana della 7.a brigata Modena della divisione Armando,

Annunziata Zanacchini di anni 46 partigiana della 7.a brigata Modena della divisione Armando,

Armando Zolli di anni 34 partigiano della 7.a brigata Modena della divisione Armando.

Il processo contro i responsabili non fu celebrato perché il fascicolo era finito nell’ “armadio della vergogna”.

 

Testimonianze

Raffaello Pasquali

Era il 27 settembre 1944. Mezzogiorno era appena passato, ricordo che piovvigginava.

Una pattuglia di tedeschi scendeva per la strada che da Madonna dell’Acero porta a Lizzano; era l’avanguardia di una formazione più grossa che poi si seppe proveniva da Cutigliano, nel pistoiese.

Sopra Ca’ di Berna, nei boschi di Madonna dell’Acero, c’erano molti partigiani: parecchi erano nostri conoscenti. Nel tratto di strada che passato Rio Ri entra nelle abetaie, si udirono alcune fucilate (ci dissero poi che una partigiana aveva sparato alla pattuglia). Ricordo che quasi subito dalla curva che domina Ca’ di Berna (sopra l’Acerone) partirono raffiche di mitraglia in direzione dell’abitato. Io abitavo poco più sotto, a Casa Lanero: mia moglie entrò in casa urlando: «Scappa, ci sono i tedeschi». Io fuggii e raggiunsi un fossato poco distante e mi nascosi fra i cespugli.

A pochi metri dai cespugli in cui mi ero nascosto passava il viottolo che da Ca’ Lanero posta a Ca’ di Berna. Lassù si sentiva sparare, io riuscivo a distinguere il fumo degli incendi. Dal viottolo passarono di corsa una decina di soldati; dopo poco erano di ritorno, conducevano con loro l’intera famiglia Zanacchini. Ricordo ancora le figlie che piangevano. Proprio a pochi metri da me si fermarono ed il gruppo si divise: i vecchi furono portati verso Ca’ di Berna, le ragazze verso i prati che fiancheggiano la strada. Non mi mossi dal mio nascondiglio fino a quando non fui ben sicuro che tutti i tedeschi si erano allontanati verso Lizzano, poi uscii avviandomi verso casa mia aspettandomi di trovare la mia famiglia massacrata; trovai solo la casa che bruciava e poco dopo giunse mia moglie ed assieme ci avviammo verso Ca’ di Berna. Erano passate sì e no due ore da quando si erano udite le prime fucilate.

Eccidio di ca’ berna «Ricordo ancora la malvagità delle SS e i morti vicino a me» di Andrea Bonzi

«È come un film, me lo rivedo davanti agli occhi giorno e notte…». Sono passati 66 anni da quel 27 settembre in cui Antonio Bernardini, allora appena 18enne, fu testimone insieme al fratello Claudio, di 4 anni più piccolo, dell’eccidio di Ca’ Berna, frazione di Lizzano in Belvedere sull’Appennino bolognese. I morti furono 29, vittime della scia di violenza delle SS del maggiore Walter Reder, provenienti da Sant’Anna di Stazzema e dirette a Marzabotto: in gran parte donne e anziani, oltre a quattro bambini. «I nazisti scesero da Madonna dell’Acero e a Cà Berna si scontrarono con un gruppo di partigiani – racconta Bernardini -. Ragazzi giovani, poco preparati al combattimento e scarsamente armati. Soprattutto rispetto ai tedeschi che erano dotati di mitragliatrici pesanti e mortai. In breve furono costretti al ritiro e così la popolazione rimase nelle mani del nemico». Allora non era arrivata ancora l’eco di ciò che le SS avevano fatto a Sant’Anna di Stazzema, in Toscana. I tedeschi rinchiusero le persone in una stanza al piano terra di una grande casa. Quello sarà il teatro del massacro principale. Chi tenta di fuggire, come Lia Bernardini, una 21enne robusta e coraggiosa, viene freddata dopo pochi passi. Muoiono così anche Attilio Ugolini e Erminia Piovani, due anziani coniugi, e Anna Taglioli, che ha in braccio la figlia di quattro anni. La gran parte delle persone viene uccisa, una dopo l’altra, «con un colpo di pistola ravvicinato in fronte, in modo che ognuno assistesse alla morte del vicino», spiega Bernardini. Non solo, continuando la loro marcia verso Vidiciatico, gli uomini di Reder «incendiarono le costruzioni vicine e freddarono chiunque si parasse loro davanti, per poi raggiungere Gaggio Montano e Marzabotto», dove la ferocia delle SS raggiunse il culmine. Nelle vicinanze vengono poi uccisi il partigiano Armando Zolli, medaglia d’oro al valore, che rientrava alla base su una motocicletta, e, un poco più lontano, Dante Benazzi, anch’egli partigiano e medaglia d’argento, il cui cadavere viene ritrovato nella primavera del ‘45. Il suo è il trentesimo nome che viene aggiunto alla lapide che, a Ca’ Berna, ricorda la strage. È quello il luogo in cui parenti e istituzioni ricorderanno oggi l’eccidio. Un episodio che, lamenta Bernardini, «è stato un po’ messo da parte dalla storiografia ufficiale, se ne parla molto poco».

“mai viste bestie simili”

Siamo a Cà di Berna, vicino Lizzano, nel 1944. Qui vive Claudio, che ha 14 anni. Il papà è morto in miniera, lui vive con la mamma Maria Bernardini e due fratelli. Il quarto, Arturo, è nel lager di Buchenwald. A Cà di Berna ci sono altre famiglie e in casa Piovani c’è anche una base partigiana.

Il 27 settembre pioviggina, la gente sta chiusa in casa. Qualcuno dice che sta arrivando una formazione tedesca. I partigiani e gli altri uomini decidono di nascondersi fuori dall’abitato, donne, vecchi e bambini restano nelle case: nessuno immagina che siano in pericolo. Non possono saperlo, ma è l’avanguardia dei reparti di Walter Reder “il monco”, che lascerà una scia di sangue incancellabile fino a Marzabotto. L’ordine è lasciarli passare, ma qualcuno perde la testa e spara qualche colpo. Arriva il grosso del reparto SS e apre il fuoco, ma sulle case.

Claudio è sulla porta di casa quando tutto comincia, la mamma gli grida di scappare e lui corre lungo il fosso. Tutti vengono spinti in una casa e comincia la carneficina: sparano alla testa a tutti, anche ai bambini. Poi i tedeschi fanno fuoco con un mortaio sulla casa e attraverso il buco fatto nel muro gettano granate. Prima di andarsene danno tutto alle fiamme. Mentre Claudio corre e si nasconde, continua a sentire gli spari che non si interrompono e presto anche il puzzo di bruciato e il rumore delle case in fiamme che crollano.

Il massacro termina, Claudio torna nella borgata: Cà di Berna è distrutta e 29 persone sono morte. Nella stanza, macchie di sangue sui muri e buchi di proiettili. Fra i morti anche la sua mamma, zia Gelsomina e zia Augusta con il figlio adottivo Romolino, di 5 anni; ci sono le tre cugine: Clementina di 14 anni, Delia di 21, Lia di 22. E il corpo di un partigiano massacrato tra le case.

Accorrono i vicini, i padri e i mariti, di corsa pazzi di terrore. C’è un bambino ancora vivo: Romolo Ugolini, ha due anni e un proiettile in testa ma respira ancora. Muore la sera, lo mettono in braccio alla sua mamma morta, con il fratellino Sergio, di 12 anni.

Durante la notte le donne fanno la guardia mentre gli uomini fabbricano le bare e scavano le fosse: tutti hanno paura che i tedeschi tornino, ma a quei morti verrà data sepoltura.
Un processo non sarà mai celebrato, le testimonianze e i rapporti finiranno nell’”armadio della vergogna” con le voci e la domanda di giustizia di centinaia e centinaia di morti. Da quelle carte la voce di una testimone arriva a noi: “Non ho mai visto bestie simili nella mia intera vita”.

Il coraggio di chiedersi: PERCHE?

Per gentile concessione di Gianni Lanzi 

Era la fine di settembre del ’44. Dopo un periodo di cruenti combattimenti nella zona, finalmente le truppe tedesche della 16° Divisione Corazzata al comando di Walter Reder, scendendo dai Monti della Riva e percorrendo la strada che collega l’antica pieve di Madonna dell’Acero, situata appena sotto il Corno alle Scale, a Vidiciatico, iniziarono il loro ripiegamento verso nord. I partigiani della 7° brigata Modena della Divisione Armando, in pochi e male armati, avevano ricevuto ordine di vigilare senza intervenire. Alle popolazioni civili era stato consigliato, per precauzione, di abbandonare le case e riparare nei boschi.
Nella piccola borgata di Ca’ Berna erano rimasti solo vecchi donne e bambini. Tonino, che all’epoca aveva 18 anni, all’approssimarsi dell’arrivo dei tedeschi andò incontro alla madre, che quella mattina era scesa in paese, per avvertirla del pericolo. Incontratala poco lontano, non riuscì però a dissuaderla dall’intenzione di rientrare a casa e a convincerla a seguirlo nei boschi dove egli fece ritorno nascondendosi.
Tutto sembrava filare liscio, ma l’imponderabile era in agguato. La piccola formazione partigiana seguiva la ritirata del nemico nascosta dietro gli alberi quando un suo componente, inopinatamente, piazzò una mitragliatrice su una altura al limitare del bosco sopra Ca’ Berna e, all’apparire delle prime truppe nemiche, aprì il fuoco. La mitragliatrice si inceppò. La rappresaglia dei tedeschi fu terribile: radunarono all’interno di un caseggiato tutti i 28 abitanti che erano rimasti nelle loro case e li uccisero a sangue freddo senza pietà con un colpo alla fronte in modo che ciascuno potesse vedere la morte dell’altro. La madre del giovane Tonino era fra loro.
Proseguendo il loro ripiegamento, prima di giungere a Vidiciatico, uccisero altre due persone che casualmente incrociarono il loro cammino. Nei giorni a seguire ebbero modo di lasciare una lunga scia di sangue che giunse fino a Marzabotto dove fu compiuta una immane carneficina.
A settanta anni dalla liberazione ho voluto raccontare questo tragico e poco conosciuto episodio che testimonia della assurdità delle guerre e di come sia difficile ancora oggi, per Tonino e per tutti noi, capire il perché del sacrificio di tante vite umane. Una risposta non c’è. Importante è non dimenticare.

 

Fonti :

Dizionario biografico – Luigi Arbizzani, Nazario Sauro Onofri – Bologna, 1998

NAZARIO SAURO ONOFRI – Gli antifascisti, i partigiani e le vittime del fascismo nel bolognese (1919-1945) Volume I Bologna dall’antifascismo alla Resistenza – ISTITUTO PER LA STORIA DELLA RESISTENZA E DELLA SOCIETÀ CONTEMPORANEA NELLA PROVINCIA DI BOLOGNA COMUNE DI BOLOGNA 2005

LUCIANO BERGONZINI – LA RESISTENZA A BOLOGNA TESTIMONIANZE E DOCUMENTI – VOLUME V – Istituto per la Storia di Bologna – 1980

http://cerca.unita.it/ARCHIVE/xml/355000/354118.xml

http://www.filorossomemoria.it/le-storie/58-mai-viste-bestie-simili

Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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