Gino Borghi la sua storia


Diario del figlio di uno schedato politico dagli anni 20 in poi. Ha combattuto nella 63.a brigata Bolero Garibaldi.

Sono Borghi Gino. Sono nato a Ravarino in provincia di Modena nell’anno 1915, il 12 Novembre.
Incomincio dalla mia infanzia nei primi anni 20 (1920).
Abitavo a Canaletto, una frazione del Comune di Ravarino; detta località i fascisti la chiamavano “PICCOLA RUSSIA”, data la ribellione dei suoi abitanti al regime fascista.
In questa località vi erano spesso scorribande di fascisti che arrivavano con dei camion ed erano armati di rivoltella e manganelli, alla ricerca dei cosiddetti SOVVERSIVI; correvano dietro a chiunque, facendo nascere delle serie lotte e noi bimbi eravamo terrorizzati. Sono episodi che sono rimasti impressi per sempre nella nostra mente. A me personalmente è rimasto il ricordo di un gruppo di fascisti che aggredirono, davanti a casa sua, un uomo con una bimba in braccio. Cominciarono a bastonarlo. La bimba gli cadde in terra e lui scappò via. Mentre correva gli spararono dei colpi di rivoltella. Non lo colpirono e fece in tempo a nascondersi in un campo di canapa.

Mio padre Giuseppe era molto ricercato perchè era stato sindaco del paese ed anche presidente di una Cooperativa edile ed esponente del Partito Socialista. Una sera i fascisti invasero la nostra casa e lo cercarono dappertutto. Andarono anche in cantina e videro un tino dell’uva capovolto. Credendo che mio padre fosse lì sotto, spararono diversi colpi di rivoltella alla presenza di mia madre e di noi figli. Io presi una paura fortissima che mi colpì la favella. Ne ho risentito per parecchi anni prima di tornare quasi alla normalità.

Dal 1924 in poi le scorribande dei fascisti e delle guardie regie diminuirono, ma la pressione politica rimase sempre uguale.
Con l’assassinio di Matteotti per mio padre e per tutta la famiglia iniziò un vero calvario.
In quel periodo mio padre lavorava a Modena, distante da noi circa 16 km. Andava via di casa al mattino in bicicletta e tornava alla sera.
Una sera tornò con un pacco di giornali e, la stessa sera, vennero a casa nostra dei compagni che li presero quasi tutti per distribuirli e fare propaganda sul delitto Matteotti.
In casa mia ne rimase qualche copia che mio padre nascose in un cassetto del comò. Io mi divertivo a guardarli. Si chiamava “FOTOGIORNALE”. Riportava in prima pagina la foto di Matteotti ed all’interno altre fotografie degli assassini e dei mandanti di quel delitto.
Dopo qualche tempo arrivarono a casa nostra due carabinieri; fecero una perquisizione, trovarono i giornali e li presero con sé. Mio padre fu convocato in caserma e detenuto per un certo periodo di tempo. Lo liberarono poi, ma con l’obbligo di presentarsi ogni settimana al comando dei carabinieri.
Questa situazione andò avanti fino al mese di maggio del 1927; in quel mese vi fu la inaugurazione del Littoriale, cioè lo stadio di Bologna, alla presenza del re e di Mussolini.
Per misura di sicurezza misero in galera un certo numero di cosiddetti sovversivi, fra cui anche mio padre, sebbene all’epoca abitassimo a trenta chilometri da Bologna. Furono prelevati 10 giorni prima e liberati 10 giorni dopo.

In quel periodo a casa eravamo soli: la mamma e noi tre bambini. I miei genitori sapevano che in quel periodo era in corso la pratica per lo sfratto dalla casa in cui abitavamo. Lo sfratto venne proprio nel periodo in cui mio padre era detenuto. Misero tutta la roba in un magazzino e noi fummo ospitati dai nostri nonni.
Quando il babbo venne liberato eravamo senza casa; si diede da fare per trovare una casa nel comune di Crevalcore in provincia di Bologna. Io e le mie due sorelle avevamo già finito le scuole a Ravarino con il titolo di studio della quarta elementare.
In quel comune era il massimo titolo di studio che si potesse conseguire.

Nella nuova residenza la nostra situazione peggiorò; mio padre non trovava lavoro benché fosse un bravo muratore, perchè i fascisti sabotarono la cooperativa di cui mio padre era presidente. Avrebbe potuto trovare lavoro a Modena, ma la distanza era tale che in bicicletta non ce la faceva e mancava un servizio pubblico di trasporto.

Nella mia famiglia tutti, tranne il sottoscritto, sapevano fare le sporte di giunco; a quei tempi la gente le usava per fare la spesa per cui vi era una consistente richiesta. La mamma, quando non lavorava nei campi, le mie sorelle, di 16 e 14 anni, mio padre lavoravano tutti a fare sporte di giunco. Nel periodo estivo invece le mie sorelle andavano per 40 giorni a lavorare nelle risaie del Piemonte, assieme alle mondine di tante località dell’Italia.

La nostra casa si trovava in mezzo alla campagna distante circa un chilometro da Bolognina, una frazione del comune di Crevalcore dove io all’età di dodici anni trovai lavoro da un fabbro, dove riparavano anche le macchine agricole ed io, appassionato di meccanica, mi trovavo a mio agio. Però a quei tempi per chi lavorava come apprendista non si parlava neppure di paga. Accettai questa condizione, altrimenti si doveva fare il manovale con i muratori oppure andare a lavorare nei campi quando c’era lavoro.

Dopo due o tre anni, mio padre, stanco di questa situazione di miseria decise di andare a Terracina da un suo amico per trovare lavoro in quella zona del Lazio. Quella zona era molto rinomata; eravamo nel tempo delle GRANDI OPERE tanto propagandate dal regime fascista: si trattava della bonifica dell’Agro Pontino.
Mio padre, scarso di soldi per il viaggio, decise di andare in bicicletta, via Rimini, Falconara, Roma, dove la strada era pianeggiante. Partì e dopo qualche giorno ricevemmo una cartolina con i saluti da Roma; per un lungo periodo non sapemmo più nulla finché un giorno vennero i carabinieri a comunicarci che mio padre era stato arrestato ad Albano Laziale per motivi di sicurezza, dato che era un sovversivo.

Da quel momento non sapemmo più nulla; ma dopo tre mesi riuscì a venire a casa e lui stesso ci raccontò tutta la tragedia di quel viaggio.
Era rimasto per qualche tempo in carcere a Roma, poi era stato trasferito a Firenze e poi a Bologna: Alla fine fu rilasciato a e ritornò a casa senza la bicicletta.
Era partito con tanta speranza, ma ritornò con tanta delusione. In noi rimase la rassegnazione di tirare avanti come avevamo fatto prima.
Vedendoci in quelle condizioni, mio padre era diventato un uomo avvilito; in famiglia non vi era dialogo ed allegria e nessuna prospettiva si presentava all’orizzonte.

Io personalmente ero soddisfatto perchè lavoravo e la bottega da fabbro, gradualmente si trasformava in officina; imparai a lavorare al tornio ed era la cosa che più desideravo perché con questa macchina si possono fare tanti pezzi particolari per riparare e costruire altre macchine.
La mia famiglia, come tante altre, tirava avanti con la speranza che qualcosa potesse cambiare, invece si andava verso il peggio, perchè il governo di Mussolini si stava organizzando per le sue future conquiste. Iniziò così, in questo periodo, una forte manovra per portare il popolo verso una psicosi militarista.

Si cominciarono a vedere i bambini piccoli in divisa da BALILLA e poi, proseguendo nell’età, AVANGUARDISTI e poi GIOVANI FASCISTI; questi ultimi in divisa da soldato, col fazzoletto rosso e giallo al collo e con un fucile a baionetta. E tutti facevano addestramento militare.
Tutti i giovani all’età di 18 anni erano obbligati a fare il premilitare, ove, anche qui, facevano addestramento alle armi.
Benché non fosse a me gradito, vi andavo ugualmente alla domenica mattina, frequentando tutto il periodo perché ciò dava la possibilità, a chi era unico figlio maschio, di ridurre il servizio militare di sei mesi, rispetto ai 18 previsti.

Era già da qualche anno che lavoravo, avevo già una buona abilità nel mio mestiere e così mi fu assegnato un modesto stipendio. Benché fosse poca cosa, aiutavo la mia famiglia e la riduzione del servizio militare sarebbe stato un bel sollievo per tutti.

Nel 1934, all’età di 19 anni, mi arrivò l’avviso di andare alla visita per il servizio militare. Malgrado avessi la vista un po’ debole, fui dichiarato idoneo.
Essendo stato fatto idoneo al servizio militare, mi recai dal sig. Pederzini, che era un capitano dell’esercito in pensione, responsabile del corso premilitare di Crevalcore. Io avevo frequentato tutto il corso e chiedevo un certificato che dichiarasse la mia presenza in detto corso. Egli mi chiese le mie generalità. Io dissi: Borghi Gino. Mi chiese chi era mio padre ed io risposi Borghi Giuseppe. Egli guardò il suo registro e con voce autoritaria mi disse: “mi risulta che tu non hai fatto questo corso e non posso rilasciarti nessun documento”. Io risposi soltanto: “Ho capito” e me ne andai molto amareggiato.

La situazione in famiglia si faceva sempre più pesante. Da un po’ di tempo si era sposata mia sorella, la più grande. Eravamo rimasti in quattro: io ed una sorella con mio padre e mia madre.
Stanchi di questa situazione si pensò di andare vicino ad una città, e si decise così di cercare a Bologna.
Nell’estate del 1935 trovammo casa vicino all’aeroporto, che a quell’epoca era solo militare ed in aperta campagna, non molto distante da Borgo Panigale.
In poco tempo trovai lavoro alle officine Sabiem, dove costruivamo ascensori ed altre produzioni meccaniche.
Per me non fu facile, prendendomi da una piccola officina, adattarmi ad una situazione molto più complicata. Avevo sì una certa pratica, ma mi mancava molto la cognizione tecnica; mi procurai qualche manuale di tecnica di officina; feci un corso serale alle scuole Fioravanti e con la mia volontà ed il desiderio di riuscire mi trovai presto alla pari con i miei colleghi coetanei.
Lavorando feci le prime esperienze sullo sfruttamento del lavoro. Si lavorava a cottimo ed avevamo una paga base. La mia era di 1.50 lire ad ora.
Ogni lavoro aveva una scheda del tempo di lavorazione; si timbrava l’inizio e la fine del lavoro. Se, per esempio la scheda prevedeva 10 ore per lo svolgimento di quel lavoro e tu lo facevi in 8 ore, ti venivano pagate due ore in più. Però la volta dopo quello stesso lavoro doveva essere fatto in 8 ore. Dovevi lavorare di più e non prendevi più niente di cottimo.

Nel 1936 fui chiamato al servizio militare e destinato alla scuola di cavalleria di Pinerolo. Avevamo il compito di addestrare i cavalli che venivano dalla Maremma. Era un servizio molto pericoloso e fu così che un giorno un cavallo mi diede un colpo di testa sulla fronte, creandomi un gran livido ed un gonfiore sull’occhio sinistro.
Mi mandarono all’ospedale militare di Torino ove fui ricoverato. Vi rimasi per 15 giorni e nel frattempo il capitano oculista, che era il primario, andò in ferie e fu sostituito da un professore borghese. Due giorni dopo mi chiamò per visitarmi e, leggendo la mia cartella, vide che ero di Bologna. Siccome io parlavo in Italiano, mi chiese di parlare in dialetto bolognese, visto che era di Bologna anche lui.
Mi chiese tante cose anche relative alla mia famiglia ed io gli spiegai la mia situazione. Mi visitò, mi fece l’esame della vista e poi mi disse: “ho la possibilità di mandarti in congedo per servizio sedentario; sarai chiamato solo in caso di guerra per servizi di caserma.
Lo ringraziai con le lacrime agli occhi, lo salutai e lui mi disse vai e stai tranquillo.
Tornai in caserma e dopo tre giorni feci ritorno a casa.
Avevo ripreso il mio posto e progredivo sul lavoro; ero soddisfatto e tranquillo.

Le condizioni della mia famiglia invece erano sempre le solite. Mio padre, come schedato politico, veniva sempre controllato dalla questura. Lavorava solo saltuariamente con un artigiano edile; mia sorella trovò lavoro in una casa di riposo per anziani, come aiuto in cucina e mia madre accudiva alle faccende di casa.
Sempre in quell’anno 1936, mentre infuriava la guerra di Spagna, essendo vicino all’aeroporto, vidi che costruivano un edificio, ove venne installata una stazione radio.
In questa stazione prestavano servizio 2 caporali dell’aeronautica: uno era di Parma e facemmo amicizia. Qualche volta andavo a trovarli anche in orario di servizio, dato che la radio era fuori dal recinto dell’aeroporto e non vi era alcun controllo.
Qualche sera gli aerei facevano esercitazione dalle ore 22 fino all’alba. Nel medesimo tempo una squadra di aerei partiva per andare a bombardare le città spagnole. Le esercitazioni avevano lo scopo di mascherare la missione e la stazione radio rimaneva in contatto con gli aerei in missione dal decollo fino al loro arrivo.
Non ancora finita questa missione vi erano truppe italiane che combattevano in Eritrea, in Etiopia, in Libia e più tardi in Albania. Era tutta una propaganda di guerra. Si vedeva gente entusiasta, specialmente i fascisti della “prima ora” e quelli della “Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale (M.V.S.N.), tutti privilegiati che stavano bene, mentre la povera gente, soffocata dalla dittatura era passiva e silenziosa.

In tanti locali pubblici ed anche nei privati trovavi scritte come queste:
“TACI CHE IL NEMICO TI ASCOLTA”
“IL DUCE HA SEMPRE RAGIONE”
“SE LE CULLE SONO VUOTE LA NAZIONE INVECCHIA E DECADE”
e tante altre fesserie scritte anche sui muri delle case.
Altra cosa indegna era il recupero del ferro, tagliando le cancellate di recinzione. Chi aveva stoviglie ed altri oggetti di rame ed anche d’oro, le fedi nuziali era obbligato a donarli alla Patria.
Con le campagne di guerra descritte il guadagno più grande fu del Re che fu nominato Re d’Italia e di Albania ed Imperatore di Etiopia..

In quei tempi l’aeroporto era un grande cantiere; costruivano tre grandi hangar ed una caserma e mio padre vi trovò lavoro, ma dopo 8 o 10 giorni, gli agenti della questura andarono a trovarlo sul posto di lavoro e fu licenziato in tronco.
Eravamo già nel 1939, nel mese di aprile e la mia famiglia ebbe un grave lutto per la morte di mia madre, all’età di 46 anni.
Ci trovammo senza un soldo perchè il nostro reddito bastava a mala pena per mangiare. Per pagare le spese del funerale fui costretto a chiedere un prestito dove lavoravo e che mi venne trattenuto ratealmente sulla mia paga.

I lavori dell’aeroporto, oltre a ciò che ho descritto comportarono anche un allargamento del campo; la nostra casa doveva essere demolita. Abbiamo avuto 15 giorni di tempo per sgomberarla, senza compenso.
Trovammo una casa in via Prati di Caprara, dove ora c’è l’Ospedale Maggiore: per me fu una cosa utile perchè mi avvicinai al mio lavoro, ma il bilancio familiare divenne sempre più ristretto a causa dell’aumento dell’affitto.
Sul posto di lavoro avevo avuto un modesto aumento di paga, ma non tale da migliorare la nostra situazione.
Sebbene le mie capacità sul lavoro aumentassero, la nostra situazione famigliare rimaneva sempre incerta.
Pensai che fosse meglio cambiare azienda, tanto per fare nuove esperienze e, con questo, poter avere una paga più elevata. Feci allora domanda alla S.A.S.I.B. Si trattava di una azienda più moderna, dove facevano macchine automatiche per la manifattura dei tabacchi, scambi e segnaletica per le ferrovie, revisione dei motori a stella degli aerei militari.
Mi chiamarono per la dovuta prova e mi diedero un lavoro molto difficile, che mi riuscì benissimo sia come lavorazione che come tempo impiegato. E così fui assunto.
Cominciai a lavorare e mi fu assegnata una paga superiore a quella che prendevo prima e così cominciai a pensare al futuro. Da due anni ero fidanzato con una ragazza, Maria Stefanelli, che divenne poi mia moglie e con lei si pensava al nostro avvenire.

All’epoca era in vigore una legge che assegnava un premio di 3000 lire a chi si sposava prima dei 26 anni. Chi invece superava quell’età veniva sottoposto ad una tassa annuale, detta “tassa sul celibato”.
Avevo già compiuto 24 anni e Maria ne aveva 20. Eravamo nella primavera del 1940. Decidemmo di sposarci il 15 giugno pensando di usufruire del premio delle 3000 Lire, che sarebbe stato per noi un aiuto consistente.
Mi recai all’ufficio competente per fare le pratiche; mi dissero che occorreva una copia del matrimonio celebrato in Comune e dopo si faceva quello religioso. Ma per ottenere quel documento ci volle un mese e mezzo.
Ottenni alla fine quel documento, ma quando tornai all’ufficio competente ebbi un’amara sorpresa: la legge era decaduta e non c’era più nulla da fare.
Malgrado fosse fallito questo desiderato aiuto, eravamo già impegnati col matrimonio civile e pensammo di rispettare la data del 15 giugno per quello religioso.
Io ero preoccupato per il mancato premio e pensavo alle spese che dovevo fare, ma in quel periodo ebbi uno stimolo nel mio lavoro. Ottenni la qualifica di “operaio di prima categoria” con un consistente aumento di paga e la certezza del posto di lavoro.
Questo fatto mi diede più coraggio per affrontare il futuro.

Dopo un po’ di tempo venne quel tragico giorno che colpì tutta l’Italia. Il 10 giugno 1940 vi fu la dichiarazione di guerra ed il giorno 12 mi arrivò la cartolina precetto per presentarmi al Distretto Militare.
Con detta cartolina andai all’Ufficio Personale dell’azienda in cui lavoravo. Me la ritirarono, dicendomi che avrebbero richiesto l’esonero, dato che lavoravo alla revisione dei motori degli aerei militari.
Venne il 15 giugno e, come convenuto, io e Maria ci sposammo; c’era incertezza per la mia situazione, ma eravamo contenti per la nostra unione.
Facemmo il viaggio di nozze a Firenze e dopo 4 giorni ritornammo a casa.
Tornando al mio lavoro ebbi la gradita sorpresa per aver ottenuto l’esonero.
Eravamo già in guerra e l’Italia era sottoposta a sanzioni; l’industria era mobilitata per la produzione bellica.
In campo alimentare si trovavano pochi alimenti con forti aumenti dei prezzi; il pane veniva razionato ad un etto al giorno per persona, controllato con una tessera rilasciata dal comune.
Questa situazione peggiorava gradualmente. Ormai siamo al 17/11/1941 ed in famiglia avemmo un lieto evento: nasce nostro figlio Enzo; così in famiglia eravamo diventati cinque.
Per far fronte alle spese pensai di andare a fare delle ore in qualche posto durante il mio tempo libero.

Erano tempi di incertezza e di preoccupazione: tanti giovani venivano chiamati alle armi; in molte famiglie rimanevano soltanto donne, bambini e vecchi. I servizi di trasporto e di altro tipo divennero sempre più precari.
Nelle fabbriche lavoravamo con turni di una settimana di giorno ed una di notte con luci spente e soltanto con una lampada un po’ mascherata sulla macchina dove si lavorava, per tema dei bombardamenti; perciò non si dovevano avere tante pretese per paura di essere licenziati e, di conseguenza, dover andare in guerra.
Per noi lavoratori non vi era nessuna difesa sindacale. A nostra difesa avevamo il cosiddetto “fiduciario”, che però era scelto dal padrone.
I turni di lavoro erano di grande sacrificio, ma a me ed a tanti altri facevano comodo perché oltre al nostro lavoro normale avevamo più tempo libero per lavorare altrove, per far fronte al “caro-vita”. Di questo passo arrivò la primavera del 43 ed io continuavo a lavorare nel tempo libero dal lavoro in fabbrica. Feci così la conoscenza con qualche nuovo operaio; si doveva parlare sottovoce della nostra situazione di lavoro e ancora con maggior circospezione della guerra e della nostra disapprovazione. Tra questi operai conobbi un certo Giacomo Masi che seriamente mi disse di essere un esponente del Partito Comunista e di essere in contatto con qualche operaio della fabbrica nella quale lavoravo. Mi diede il nome di due compagni: Dino Sasdelli ed Eros Sabbioni. Quest’ultimo lavorava nel mio reparto; per me fu il primo incontro con il Partito Comunista Clandestino.

Questo contatto politico non fu una scelta, ma un caso, poiché io non conoscevo nessun altra organizzazione.
Malgrado il rischio che correvo, vi ho aderito per dare un contributo ad una via giusta per combattere la dittatura imposta dai fascisti.
In officina dove lavoravo presi dunque contatto con le persone descritte ed il Sabbioni mi disse che aveva già pensato di parlarmene perché dai nostri dialoghi aveva già capito le mie idee e le mie intenzioni.
Il nostro compito non era quello di parlare di Partito, ma di denunciare le condizioni in cui si lavorava, dei bassi salari che non corrispondevano più al costo della vita, al miglioramento della mensa aziendale, ai turni di lavoro pesanti e non adeguatamente remunerati. E queste erano situazioni generalizzate che si ritrovavano in tutte le fabbriche ed in ogni posto di lavoro.
Questi dialoghi, questo parlare fra di noi, nella situazione in cui eravamo, determinarono un risveglio di proteste che indussero i gerarchi fascisti a venire sui posti di lavoro a dialogare con i lavoratori.

Da noi venne il Segretario Federale nell’ora di mensa. Passava ad ogni tavolo chiedendo tante cose. Passò anche da me. Quel giorno la mensa aveva cambiato menù. Era veramente un buon pranzo. Mi chiese come era composta la mia famiglia e se avevo figli. Dissi che ne avevo uno di due anni di età; mi chiese di che cosa aveva bisogno mio figlio. Gli risposi che mio figlio aveva fame. Mi chiese nome, cognome ed indirizzo di casa e, un po’ sorridente mi disse che in questa mensa si mangia bene. Io risposi di sì, ma aggiunsi, bisognerebbe che lei venisse qui tutti i giorni.
Questo dialogo fu sentito dal Capo Officina, che lo accompagnava e da qualche operaio che gli era vicino. Da qualche operaio fu notato, a loro dire, il mio coraggio per aver risposto in tali termini al Sig. Federale.
Il Capo Officina non mi chiamò in ufficio, ma venne lui da me, dicendomi che avevo un po’ esagerato; gli risposi che avevo detto la verità. Mi mise la mano su una spalla e, scuotendo un po’ la testa, se ne andò.
Dopo qualche tempo venne a casa nostra un giovane fascista in divisa, con un gran pacco. Dentro vi era del latte in polvere, dei biscotti, dello zucchero e pacchi di pasta fine per i bimbi.

In questo mio racconto ho detto tante volte che la situazione peggiorava progressivamente. Ora posso dire che avevamo toccato il fondo.

Nelle prime ore del 16 luglio 1943 Bologna fu colpita dal primo bombardamento aereo nella zona tra San Vitale e Borgo Panigale. Colpirono la centrale elettrica della ferrovia e naturalmente anche parecchie case della zona, tra le quali anche la mia. Con la famiglia facemmo in tempo ad andare nel rifugio, che era uno scavo sotterraneo con qualche trave di legno e coperto con un po’ di terra. Mio padre, che era rimasto in casa fu ferito al petto, ma non molto gravemente. Arrivarono i soccorsi e lo portarono all’Ospedale Maggiore, che allora era in Via Riva Reno. La nostra casa era stata colpita solo su metà parte, cosicché noi abbiamo potuto continuare a vivere in due camere ancora abitabili. Ma questa situazione durò poco perché il 24 luglio Bologna fu sottoposta ad un terribile bombardamento diurno.

Tutta le mattine, alle 10 vi era la prova delle sirene per l’allarme aereo; quella mattina suonarono dieci minuti prima e vi fu incertezza se era l’allarme o la prova.
Il reparto dove io lavoravo era posto dalla parte della campagna ed aveva sempre la porta aperta. Incominciammo ad uscire e gli altri ci seguirono verso la campagna, mentre si sentiva già il rumore degli aerei che bombardavano nella zona sella stazione centrale. Venivano ad ondate successive per cinque o sei volte, mettendo fuori uso tutta la stazione centrale e lo scalo merci del Ravone, come tante altre zone della città, compreso l’Ospedale Maggiore, dove era ricoverato mio padre. Andai a vedere. Il reparto dove era ricoverato mio padre era ridotto ad un cumulo di macerie. Chiesi in giro, ma nessuno seppe darmi notizie di lui.

Bologna era paralizzata. Io e mia moglie, col nostro bambino decidemmo nello stesso giorno di andare a Crevalcore a casa di mia sorella, che aveva due bimbi ed il marito militare in Liguria.
Eravamo nel periodo dello sbando dell’esercito italiano. Mio cognato Armando, nel tentativo di venire a casa fu fermato a Reggio Emilia, diventato un punto di smistamento dei militari sbandati, che venivano presi e mandati a lavorare in Germania.
Sapendo che era a Reggio, io e suo fratello Cesare facemmo in tempo ad andarlo a trovare. Cesare aveva un vantaggio: parlava discretamente il tedesco perchè per molto tempo aveva lavorato in Germania. Trovammo Armando in una caserma vicino alla stazione e, parlando con qualche tedesco, suo fratello riuscì ad entrare in caserma ed a farlo uscire. Noi pensavamo che fosse già libero, ma mio cognato non accettò per paura di rappresaglie. Tornò in caserma e lo mandarono in Germania, in mezzo a quell’inferno, fu però fortunato perchè riuscì a tornare a casa, tre mesi dopo la fine della guerra. In queste condizioni, con mia sorella facemmo tutta una famiglia. L’altra mia sorella aveva avuto una figlia ed andò a vivere a Poggio Renatico a casa del suo fidanzato. Si sposarono dopo la fine della guerra.
Con noi vi era anche mio padre, che se la passava bene perché a Crevalcore aveva molti amici.

Io continuavo a lavorare sempre nello stesso posto. Vi andavo in treno, benché fosse molto pericoloso per il rischio di qualche attacco aereo; ciò durò per qualche mese.
Sul posto di lavoro non vi era più nessuna regola su tutte le produzione, specialmente sui motori aerei per i quali facevamo dei pezzi di ricambio. In questi lavori vi era stato un severo controllo, poiché le tolleranze di produzione erano rigide, data l’importanza del lavoro.
A quel punto però, nelle condizioni in cui ormai si lavorava e stanchi della guerra, certe regole non venivano più rispettate per cui, anche involontariamente, facevamo un certo tipo di sabotaggio.

Con la caduta del fascismo le prepotenze di certi dirigenti erano diminuite; si cominciava a dialogare con gli impiegati e con gli operai. Si cominciò a costituire qualche delegazione per essere ricevuti dai dirigenti di fabbrica per porre le nostre esigenze. Anche s e si otteneva poco si incominciava ad avere un dialogo.
Questo spiraglio di libertà durò poco; si pensava che la guerra fosse finita, invece con l’invasione tedesca e la Repubblica di Salò cominciò un’epoca che non si può dimenticare.
A metà settembre 1943 Bologna fu di nuovo bombardata; i disagi ed i pericoli aumentarono. Molte fabbriche furono colpite e molti reparti sfollarono nei vari comuni della provincia ed altrove.

Io ero sempre sfollato a Crevalcore, dove la Ducati aveva trasferito due reparti di produzione meccanica.
Visti i disagi ed i pericoli che correvo andando a lavorare a Bologna alla S.A.S.I.B, mi licenziai e fui assunto dalla Ducati a Crevalcore.
Il lavoro andava bene, ma la situazione dei lavoratori rimaneva uguale a quella già descritta a Bologna.
A Crevalcore un gruppo di fascisti, comandati da un certo Pincella, un vero dittatore, teneva il paese sotto un rigido controllo, per cui sia gli operai che i contadini erano molto preoccupati.
Il contatto politico che avevo a Bologna non mi era più possibile, ma sia sul lavoro che in paese vi era sempre qualche dialogo. Fu così che, parlando con un mio vecchio amico, Borsarini Bruno, figlio di contadini, seppi che vi era già qualche movimento, in atto nella zona di Amola, di cui lui faceva parte. Tramite il Borsarini, io ed i miei due amici, Mordacchi Otello ed Albertini Cinto fummo arruolati in questo nucleo di partigiani. Eravamo alla fine del mese di novembre del 1943.

Io lavoravo ancora ed ero libero soltanto al sabato ed alla domenica, come tanti altri.
La nostra zona era ancora tranquilla, non vi erano ancora i tedeschi e nei giorni liberi ci trovavamo in mezzo ai campi o in casa di qualche contadino.
Vi erano compagni dei comuni della bassa bolognese. Facevamo queste riunioni alla presenza di un “commissario politico”; si chiamava Agostino Pietrobuoni, di S. Agata Bolognese ed aveva fatto diversi anni di confino: era molto convincente ed animava il nostro spirito con discorsi politici che ci orientavano verso i nostri futuri compiti.
Anche nella zona però cominciò la presenza dei soldati tedeschi; erano quelli che combattevano sulla Linea Gotica dell’appennino tosco emiliano e venivano lì per un determinato periodo di riposo. La loro presenza ci preoccupava perchè c’erano tanti giovani che disertavano il servizio militare e ci chiedevano un rifugio dove nasconderli; ma in pianura non era tanto facile.
La zona di Amola era una zona un po’ deserta; molte case di contadini non si trovavano sulle strade principali e diversi di loro avevano figli in condizioni precarie. Accettarono un certo numero anche consistente di giovani perchè così si sentivano protetti da un gruppo di partigiani armati.

Eravamo nei primi mesi del 1944. I fascisti della Repubblica di Salò incominciavano a fare le loro stragi, fucilando qualche sospetto avversario, fra i quali il nostro Commissario Politico Pietrobuoni, che fu fucilato, assieme ad altri, in piazza a S. Agata dal comando fascista di Crevalcore.
Tale avvenimento mise alla prova il nostro comando che decise di dare una lezione di rappresaglia al comando fascista di Crevalcore. Io ed altri due compagni del paese fummo incaricati di far vedere a due partigiani dove si trovava la Casa del Fascio ed a che ora fosse possibile compiere tale operazione.
La Casa del fascio si trovava al centro del paese in una zona molto frequentata e, per non colpire persone estranee si decise di agire nell’ora di cena, più sicura, e quindi fra le 20.00 e le 20.30 del venerdì, con due giornate di tempo per poter avvertire qualche compagno, sospettato dai fascisti, perchè non si trovassero in quei paraggi. Io avvertii anche mio padre.
La casa in cui abitavamo era distante non più di 150 metri dalla Casa del Fascio. Al venerdì all’ora descritta sentimmo una grande esplosione. Eravamo ai primi di marzo. Fuori era buio per l’oscuramento. Si sentì qualcuno che parlava e poi più nulla.
Noi eravamo tutti in casa preoccupati; mio padre stava stendendo un materasso in terra perchè lui dormiva in cucina ed erano quasi le 23 allorché sentimmo bussare alla porta; si presentarono due della milizia in divisa ed armati, che intimarono a mio padre di seguirli.
Il papà rimase a Crevalcore per due giorni e poi lo portarono, assieme ad altri, nelle carceri di Bologna.

L’esplosione aveva provocato un serio danno all’ufficio del Reggente al piano terra, ma non vi fu nessuna vittima e nessun ferito.
Io, il giorno dopo andai al lavoro ed appresi che avevano arrestato 3 impiegati e due operai che lavoravano nell’azienda, ma non erano del paese.
Io conoscevo due dei tre impiegati arrestati: Braga, veniva da Genova e Ghiringhelli da Milano; i due operai venivano da Amola, dove avevamo la base dei partigiani. Io ero molto preoccupato per la sorte di mio padre. Al martedì, come di consueto, ero al lavoro. Alle 10 due fascisti vennero a prelevarmi, dicendo che il Reggente del fascio voleva interrogarmi. Non fu così perché mi portarono alla caserma dei carabinieri in stato di arresto.
In caserma eravamo già in 6 ed il giorno dopo ci trasferirono a San Giovanni in Monte a Bologna. Fra i sei arrestati vi era un capitano dell’esercito che era stato ferito in Iugoslavia; era fuori servizio ed era sfollato a Crevalcore. Egli mi disse (sono le sue testuali parole): “Frequentavo il Circolo Fascista, li fregavo al gioco e li prendevo in giro e loro, per vendetta, mi hanno messo in carcere insieme a voi.”.
Il capitano in carcere con noi fu la nostra fortuna e più avanti vi dirò il perché.

L’esperienza del carcere a quei tempi fu terribile; di mio padre non seppi nulla, fino a quando vi fu un allarme aere di sera e ci mandarono nei rifugi sotterranei. Sentivamo lo scoppio delle bombe e molti speravano che colpissero il carcere e si aprisse un varco per poter fuggire. Ma il carcere non fu colpito.
In mezzo a quell’inferno e quasi al buio, sentii una mano sulla mia spalla; era mio padre. Non vi furono parole; ci siamo abbracciati piangendo. Mi disse soltanto: “sei qui anche tu per colpa mia”. Ed io gli risposi che non era colpa sua, ma dei fascisti. Poi ci siamo lasciati e di lui non seppi più nulla.

I giorni passavano e si pensava sempre al peggio; dal carcere venivano sempre a prelevare qualcuno e non si sapeva mai dove li portavano. Il pensiero era sempre a casa alla moglie, al figlio ed a mia sorella con i suoi due bambini che non avevano più nessun sostegno. Erano già passati 15 giorni di detenzione. Eravamo in 12 ed anche il capitano era ancora con noi.
Il capitano ci disse che suo padre era amico del questore; sperava che suo padre venisse a trovarlo e, se così fosse stato, avremmo avuto la certezza di essere liberati. Passarono altri dieci o dodici giorni poi il capitano ebbe un colloquio con suo padre e la promessa fu mantenuta perché dopo qualche giorno fummo rimessi in libertà.
Era il giorno di Pasqua; il capitano noleggiò tre taxi a sue spese, così arrivammo a Crevalcore sul mezzogiorno. Ci fece scendere davanti alla Casa del Fascio ove fummo circondati da una folla di curiosi mentre dalle finestre qualche fascista ci guardava. E questa fu per il capitano un’altra presa in giro proprio per loro.
Arrivato a casa assaporai la gioia della Pasqua, trovandomi di nuovo con la mia famiglia. Venni anche a conoscenza del fatto che mio padre si trovava nel campo di concentramento di Fossoli di Carpi, sotto la Questura italiana.

Ripresi il mio lavoro e le cose sembravano normali; presi di nuovo contatto con i partigiani e così, parlando, si decise di fare uno stampo di lamiera sottile, raffigurante la falce ed il martello. Mi riuscì un discreto lavoro che consegnai ai partigiani e, da allora, si cominciò a vedere sui muri qualche emblema del Partito Comunista.
Il comandante dei partigiani mi chiese se potevo procurargli qualche copia dell’Unita e, dato che prima dell’arresto ero stato in grado di farlo, gli dissi che avrei fatto il possibile.
Avevo l’indirizzo dei compagni di lavoro di Bologna e, in compagnia del partigiano Albertini Cinto, di sabato, perché non si lavorava, andammo in Via della Beverara da Sasdelli che ci consegnò 15 copie dell’Unità. Erano fogli grandi come quelli di un quaderno; ce li dividemmo e li nascondemmo sotto la camicia e la maglia; avevamo anche la giacca.
Dato che eravamo a Bologna si decise di andare a trovare Sabbioni, anche lui compagno di lavoro ed attivo nel Partito; egli abitava in Via Mazzini. Per andare a casa sua dalla strada si passava sotto un voltone. Mettemmo le due biciclette contro un muro dove, ferma, stava una vecchietta, che venne in fretta verso di noi e, a bassa voce ci chiese dove andavamo. Dissi che andavamo da Sabbioni e lei, un po’ confusa ci disse: “andate via. In casa sua ci sono agenti della questura”. Andammo via in tutta fretta e non si pensò nemmeno di ringraziarla.

Finita la guerra trovai Sabbioni; mi disse che in quella occasione lui era stato arrestato. Gli chiesi della vecchietta perchè volevo conoscerla e ringraziarla. Mi rispose che era morta; provai un gran dispiacere.

Una copia dell’unità la tenevo in tasca qualche volta anche sul posto di lavoro per passarla a qualche amico fidato.
Un giorno durante il lavoro andai in magazzino a prendere un attrezzo. Vi lavorava un anziano di nome Cantelli; mi disse: “tu sei un ragazzo serio. Ho qualcosa da farti leggere” e mi allungò un foglietto. Andai al gabinetto a leggerlo. Era l’Unità, vecchia di sei mesi. Allora ritornai in magazzino, gli allungai la mia dicendogli “ prendi questa che è solo di 15 giorni fa”.
Ho descritto questo episodio soltanto per far capire in che condizioni si agiva a quei tempi.

Mio padre si trovava ancora nel campo di concentramento di Fossoli, quando a casa arrivò una lettera indirizzata a lui. Vi si diceva che doveva riscuotere 250 lire per una polizza assicurativa, ma per riscuoterla era necessario un certificato notarile che doveva essere firmato da lui.
Io andai a Carpi alla ricerca di un notaio. Arrivato a Carpi, chiesi ad una persona che mi indicò uno studio nella Piazza. Dentro al medesimo portone vi erano due studi notarili. Arrivato all’ufficio, che mi era stato indicato, bussai e fui ricevuto. Spiegai al notaio che per avere il certificato firmato da mio padre avrebbe dovuto recarsi al campo di Fossoli. Saputo questo, il notaio, con arroganza mi rispose: “per quella gente io non faccio nulla”.
Provai allora dall’altro notaio. Non ricordo bene il nome (forse Righini?). Questi, dopo un breve dialogo, cortesemente mi disse che in settimana si sarebbe recato a Fossoli per la firma e che ritornassi dopo 10 giorni che tutto sarebbe stato risolto e mi avrebbe fatto trovare il certificato pronto e firmato.
Era circa mezzogiorno ed io andai al campo di Fossoli; per mio padre fu una sorpresa grande, perchè era un bel po’ di tempo che non eravamo insieme.
Parlammo della sua situazione; era sempre sotto la questura italiana. Sarebbe stato molto peggio se fosse stato messo sotto i tedeschi. Dove si trovava lui qualcuno era stato liberato e mio padre sperava di poterlo essere presto anche lui.
Gli dissi che fra dieci o quindici giorni sarei tornato a trovarlo. Lo salutai e cominciai a pedalare in bicicletta per i 30 chilometri che mi separavano da Crevalcore.
Passati i gironi stabiliti tornai dal notaio. Era tutto pronto. Il notai mi chiese della nostra situazione famigliare e capì, anche da questo piccolo dialogo, la nostra situazione. Gli chiesi il suo avere ed egli mi rispose: “nulla, state già pagando abbastanza.”. Io lo ringraziai e lo salutai; lui rispose al saluto e mi fece tanti auguri.
Tornai a Fossoli da mio padre col quale ebbi un breve colloquio. Era contento nel vedermi libero. Mi raccontò della visita del notaio, poi ci salutammo con la speranza che ritornasse a casa presto.
Da circa 15 giorni non avevo contatto con i partigiani; un sabato io ed il mio compagno Vittorio Mattioli (andavamo sempre in due) ci siamo recati al solito posto; ci aspettavano perché nella zona circostante vi era un nucleo di persone che andavano dai contadini a prelevare roba da mangiare a nome dei partigiani. Avevano qualche nome, ma non sapevano dove stavano. Mi fecero qualche nome fra i quali anche quello di una persona che conoscevo e di cui conoscevo anche la famiglia. I partigiani erano decisi ad ucciderli. Io dissi loro che avrei provato ad andare a casa loro per intimidirli in modo che cessassero la loro attività. E così, sempre noi due siamo andati a casa della famiglia Candini. Il figlio non era in casa; li informai della situazione chiedendo loro di informare il figlio della gravità della posizione nella quale si era messo e di smetterla subito, finché forse non era troppo tardi. Chiarii anche che se non fossi intervenuto io il loro figlio sarebbe già stato giustiziato, ma li pregai anche di tener conto che se ora capitasse qualcosa a noi, i partigiani ci avrebbero vendicato. Per fortuna la loro attività criminosa cessò subito e non ci furono conseguenze per nessuno, con grande sollievo anche per tutti i partigiani.
Tra i partigiani rimase però sempre una certa tensione ed un clima di sospetto. Ci dissero chiaramente che se avessimo avuto qualche sospetto dovevamo avvertirli e loro sarebbero intervenuti, anche con le armi. Questo ci fece capire che in caso di difficoltà potevamo sempre contare sul loro appoggio.

Eravamo nell’estate del 1944 ed anche a Crevalcore la situazione diventava pericolosa, dato che il paese si trova sulla linea ferroviaria Bologna – Brennero caratterizzata da un grande traffico di treni merci adibiti al trasporto di materiale bellico, per cui era sovente sottoposta a bombardamenti aerei.
L’officina dove lavoravo era vicina alla stazione e non avevamo nessuna segnalazione di allarme aereo; il mio posto di lavoro era vicino ad un portone sempre aperto e, quando si sentivano rumori sospetti, vi era sempre qualcuno che andava a vedere all’esterno. Un pomeriggio ho sentito un rumore insolito. Non vi era nessuno ed andai di persona a vedere un attimo fuori. Mi vide il Capo Officina, il sig. Sabattini, che mi insultò dicendomi: “ Se non ha voglia di lavorare, vada a casa. Sono io che guardo se ci sono aerei nemici” Incominciammo a discutere a voce alta in mezzo agli altri operai ed allora il Capo mi disse di seguirlo in Ufficio.
In Ufficio , alla presenza della sua segretaria, certa Tommasini, che era una mia conoscente, mi disse di considerarmi licenziato. Io risposi che non c’era nessun motivo per licenziarmi e comunque se lei si azzarda a fare questo le dico che lei non avrà più di due o tre giorni di vita.
A questo punto fece uno scatto di rabbia e mi disse: vada a lavorare, ma non dica mai a nessuno che io mi sono sottomesso ad un operaio.
Ero ormai assente dal mio posto di lavoro e qualcuno pensava che fossi già a casa mia. Quando mi videro mi chiesero subito com’era andata ed io risposi che per questa volta il nostro Capo si era sottomesso ad un operaio. Rimasi a lavorare in quel posto fino alla chiusura della fabbrica.

In quel periodo avemmo una bella sorpresa: mio padre e tutti quelli di Crevalcore, detenuti a Fossoli, furono liberati.
La nostra situazione di alloggio era già precaria ed in più c’era il pericolo dei bombardamenti per cui decidemmo di andare a vivere in campagna. Trovammo un appartamento nella frazione del comune di Ravarino, in una località detta “La dogana”.
Mi ero allontanato di 4 o 5 km dal lavoro; vi andavo in bicicletta, ma non durò molto, perchè la zona di Crevalcore non era più sicura.
La Ducati con la sua produzione si trasferì a Cavalese in provincia di Trento. Veniva chiesto al personale di seguire la fabbrica, perché con l’avanzata del fronte questa zona sarebbe diventata “terra bruciata”. Era un sistema di propaganda che non convinse nessuno, me compreso.
Nel frattempo la reazione militare partigiana era aumentata e per paura di qualche agguato fecero tagliare le siepi vicino alle strade; non si poteva viaggiare in gruppi di più di tre persone; sui crocevia vi erano posti di blocco di soldati tedeschi e fascisti armati che perquisivano ogni passante.
Nella zona i tedeschi si impadronivano del bestiame (mucche e maiali). Per evitare queste razzie i contadini d’accordo con i partigiani uccisero qualche capo di bestiame da distribuire alle famiglie più povere. La distribuzione la facevamo noi, in tre o quattro compagni, girando disarmati. Fu così che un giorno partimmo con qualche cartoccio di carne dentro alla sporta da distribuire alle famiglie assegnate a ciascuno di noi nella zona.
Nella strada che stavo percorrendo mi imbattei in un contadino con un carro trainato da buoi che caricava la terra ricavata dalla pulizia del fosso. Lo avvisai di andare via perché se arrivava Pippo (un aereo da ricognizione che mitragliava certi obiettivi sulle strade) poteva correre dei rischi. Mi rispose che aveva quasi finito e che se ne sarebbe andato.
Proseguendo per la mia strada, duecento metri dopo, mi imbattei in un posto di blocco fascista: Non sapevo cosa fare; ero ormai troppo vicino ed era un rischio tornare indietro.
In quell’istante si sentì un aereo a bassa quota e qualche colpo di mitraglia. Dietro la strada avevano scavato delle piccole trincee ed i fascisti vi andarono dentro. Io lasciai la bicicletta e la sporta un po’ distante ed andai con loro. L’aereo se ne andò ed i fascisti pure. Io presi la bicicletta e con la mia sporta finii il giro.
Dopo circa un’ ora tornai indietro. Il contadino era rimasto illeso, ma i suoi buoi erano stati mitragliati dall’aereo.

Siamo ormai al dicembre 1944. In quel periodo i tedeschi fecero un rastrellamento nella zona di Amola ed i partigiani sostennero un attacco. Vi furono delle vittime e dei feriti. Qualcuno fu anche preso prigioniero. Altri riuscirono a fuggire; tre di questi, fra cui un ferito vennero a rifugiarsi nella zona di Crevalcore sul confine delle province di Modena e Bologna.
Il ferito fu ricoverato in un appartamento abbandonato presso la casa di un contadino in contatto con i compagni di Ravarino; i due compagni riuscimmo ad inserirli nella brigata Tabacchi in provincia di Modena.
Il ferito rimase con noi; aveva bisogno di cure. Io conoscevo il dott. Massignani, che era il nostro dottore, prima che andassimo ad abitare a Bologna. Recatomi da lui gli dissi di cosa si trattava e lui venne a curarlo. Il paziente guarì e nel giro di 15 giorni andò a raggiungere i suoi due compagni nella brigata Tabacchi.

A guerra finita seppi che i prigionieri fatti dai tedeschi erano stato fucilati a Sabbiuno. Fra di loro c’era anche Toselli Dino e suo figlio Dino.
Aldo era già stato arrestato una volta assieme a noi di Crevalcore ma era stato liberato. Ebbe la sfortuna di essere ripreso una seconda volta durante il rastrellamento di Amola e questa fu la sua sventura.
La fine del 1944 fu un brutto periodo perché eravamo invasi da molti tedeschi e fascisti di Salò, che scatenarono la loro feroce azione contro i partigiani ed altri civili sospetti. Questo produceva ovviamente in tutti una certa paura.

Io ero disoccupato; qualcuno andava a lavorare alla TOD, che era un’azienda al servizio dei tedeschi; ma io non ho mai pensato di andarvi.
In famiglia, assieme a mia sorella, eravamo in cinque persone e quello fu un periodo in cui veramente abbiamo conosciuto cosa vuol dire fame.
Pensai allora di mettermi in giro per trovare lavoro. Andai da Bulfarini, mio amico di scuola che aveva a casa sua un piccolo laboratorio; accomodava biciclette ed altre attrezzature domestiche.
Mi aggregai a lui e cominciai di nuovo a lavorare.
Poco distante da noi costruirono un caseificio; ci chiesero di montare tutto il materiale meccnico ed il bruciatore a nafta. Io ero a conoscenza di questi lavori, che avevo fatto quando ero più giovane.
Per fare questi lavori mi occorrevano attrezzi meccanici e delle saldature; andai da un vecchio amico di mio padre che riparava delle macchine agricole. Egli aveva avuto l’occasione di comprare un tornio, ma non sapeva adoperarlo; per di più doveva essere accomodato perchè mancava qualche pezzo particolare.
Terminato il lavoro del caseificio, lo misi in funzione e cominciai a lavorare. No avevo un lavoro continuo, ma un po’ qua ed un po’ dal mio amico, qualcosa si cominciava a guadagnare.
Vicino all’officina c’era il comando tedesco che era diretto da un anziano maresciallo che quando ero al tornio mi veniva a trovare, perché, da borghese, aveva fatto il tornitore meccanico. Non parlava bene l’italiano, ma si faceva capire e così mi esprimeva la sua meraviglia per il fatto che gli italiani si combattessero fra di loro. Fascisti contro partigiani.
Continuando questi dialoghi gli feci capire che avevo paura dei rastrellamenti; mi disse che, quando ci fosse stato questo pericolo, potevo andare da lui che sarei stato al sicuro.

In mezzo a questa situazione di incertezza ed insicurezza vi era almeno l’entusiasmo per la sconfitta dei tedeschi e dei fascisti per merito dell’Armata Rossa.
Era il momento in cui le truppe nazifasciste erano in ritirata su tutti i fronti; i bollettini di guerra non parlavano di sconfitte o di ritirate. Dicevano che le truppe cambiavano zona, secondo i piani prestabiliti. Ma erano bugie che venivano a galla quando si potevano sentire Radio Londra o Radio Mosca. Ho avuto modo anch’io di sentire queste trasmissioni a casa di un compagno che aveva una radio ed abitava in una casa isolata. Era lui che ci teneva informati.
Un giorno, non so con quale istinto, il maresciallo tedesco mi chiese: “Tu che ascolti radio Londra, sai se Norimberga è già stata occupata?”. Gli risposi di sì: da due giorni. Al maresciallo vennero le lacrime agli occhi e esternò la speranza che la sua famiglia fosse salva.
Dopo questo dialogo mi sono chiesto come ho fatto a fidarmi senza pensare al rischio che potevo correre. Avevo capito evidentemente che anche un soldato tedesco può essere un uomo sincero.
I pochi partigiani che uscirono illesi dal rastrellamento furono da noi aiutati ad andare sulle colline di Monteveglio, dove operava la brigata “Bolero” , alla quale eravamo collegati.
Noi in pianura eravamo rimasti in pochi, ma parlando con la gente, riuscivamo a convincere qualcuno a collaborare con i partigiani per i servizi di collegamento e raccolta di viveri ed indumenti da inviare ai partigiani operanti sulle colline di Monteveglio nella zona del fiume Samoggia dove c’era il mulino Jacone. In quel mulino, con sorpresa, trovai un mio compagno di scuola di Ravarino: era Barbieri il mugnaio partigiano.

E così, andando avanti si arrivò all’aprile 45. Gli alleati cominciarono l’avanzata in Emilia Romagna. Noi si sapeva ben poco, ma vedevamo i tedeschi che passavano tutte le notti con colonne di carri armati ed altro materiale diretti al Nord per fare una linea di difesa sul fiume Po per arginare l’avanzata alleata. Di giorno invece passavano soldati che andavano nella stessa direzione con birocci, carri, cavalli e mucche, carichi di materiali. Ho sentito dei soldati che con un po’ di ironia dicevano: “Wermach venuta con carri armati, torna con mucche.”
Si vedeva già lo sbando delle truppe tedesche e si capiva che erano gli ultimi giorni dell’occupazione. Il 21 aprile fu liberata Bologna, mentre da noi nella pianura la liberazione avvenne il 23 mattina.
I primi soldati alleati erano truppe di colore, mentre un po’ più tardi arrivarono gli americani.
Prima dell’arrivo degli americani, con un gruppo di compagni, tra cui anche mio padre, catturammo 6 soldati tedeschi, che non opposero resistenza e furono consegnati al Comando Americano. Ma già questo primo contatto ci riservò una sgradita sorpresa: presero in consegna i tedeschi e diedero loro da fumare. A noi presero le armi con arroganza e ci fecero mettere con le mani sulla testa, come se fossimo dei prigionieri.
Durò poco, perché abbiamo reagito e ce ne siamo andati: Ricordo però ciò che disse mio padre: “Cari ragazzi, neanche qui siamo al sicuro”.
Non ho raccontato questo episodio per denigrare il contributo decisivo degli americani per la nostra liberazione, ma soltanto per dire ciò che può capitare in tempo di guerra; occorre sempre avere presente che per niente nessuno fa niente, ma di questo parleremo più avanti.
Il giorno seguente andai a Crevalcore, dove era già arrivato un gruppo di partigiani della zona di Monteveglio insieme agli alleati.
Ai partigiani venne assegnato l’Ordine Pubblico, mentre le varie componenti politiche formarono il Comitato di Piazza.
Io fui assegnato al comitato che doveva giudicare i fascisti, ma a noi denunce gravi non ne arrivarono.
Il dittatore Pincella, che aveva fatto fucilare Pietrobuoni, era scappato qualche giorno prima. Si seppe poi che era stato giustiziato dai partigiani nella zona di Modena. A noi rimase il compito di giudicare i suoi servi (22) che, in base alle nostre accuse, furono inviati al campo di concentramento di Coltano in provincia di Pisa. Fra di loro c’erano anche i due fascisti che erano venuti a prelevarmi dal lavoro.

In quei giorni avemmo una grande soddisfazione in famiglia: mio padre, dopo 25 anni di persecuzioni fasciste, tornò a ricoprire la carica di sindaco di Ravarino.
La sua prima firma che fece in comune fu apposta sull’atto di morte di quel Guido Montanari che era stato il suo accusatore e poi per tutto il periodo fascista un vero dittatore del fascio: era stato ucciso dai partigiani.
Nei giorni immediatamente successivi facemmo la prima riunione di un gruppo di attivisti per costituire una sezione del P.C.I. Trovammo un locale nel centro del paese e cominciammo a fare proseliti. Dalla Francia ritornò Antonio Guizzardi, esule da diversi anni. Ci fu di grande aiuto poiché avendo fatto parte del partito Comunista Francese, aveva acquisito una notevole esperienza ed aveva una certa abilità di dialogo e di organizzazione.
Fu così che con lui ci recammo a Bologna per prendere contatto con la Federazione del P.C.I. che si trovava in via Altabella. Qui trovai di nuovo Giacomino Masi, Eros Sabbioni, Dino Sasdelli e Bruno Corticelli, che erano stati i primi compagni che avevo conosciuto nella clandestinità.
Pochi giorni dopo vi fu a Bologna, all’Arena del sole, la prima riunione di tutti gli esponenti del P.C.I. di tutti i comuni della provincia, presieduta dal compagno Velio Spano, esule di origine sarda.
Noi di Crevalcore eravamo in cinque compagni: io, Guizzardi, Mattioli, Guerzoni e Fabris. Quella riunione fu uno degli avvenimenti più belli della mia vita.

Essere appena usciti da una dittatura e trovarsi in mezzo ad una folla gioiosa, sentendo interventi come quelli di Giuseppe Dozza, di Bottonelli, Colombi e tanti altri. Fu come essere in un altro mondo.

Al nostro ritorno a Crevalcore si preparò una riunione al teatro comunale in accordo con la Federazione di Bologna. A presiederla venne Bruno Tubertini, un reduce dal confino. Il teatro era gremito. Prese la parola Fabris, che poi divenne sindaco del paese. Poi parlammo Guerzoni, Guizzardi ed io.
Parlai del nostro futuro compito di partito e del lavoro organizzativo che ci attendeva. Parlarono anche molte persone del pubblico; vi era molto entusiasmo e tantissimi applausi. La relazione di chiusura del compagno Tubertini fu seguita con grande attenzione per la chiarezza delle prospettive del lavoro politico che ci attendeva.
La sezione cominciò a funzionare sotto la direzione di Guizzardi, che fu eletto segretario. Per poter lavorare occorrevano soldi ed allora si decise di fare una sottoscrizione a fondo perduto. Suddividemmo tutto il territorio comunale in zone. Io andai nella zona dove ero conosciuto e non trovai nessun rifiuto. Fu un lavoro molto soddisfacente da tutti i punti di vista, che ci permise un dialogo con la cittadinanza e la creazione delle cellule nelle zone più abitate. In sostanza incominciò in tutto il territorio comunale una buona attività politica. Dopo circa due mesi di questa attività cominciai a pensare al mio lavoro ed anche a cercare una abitazione a Bologna, perchè la casa in cui abitavamo non era ancora riparata dalle distruzioni del bombardamento. Il padrone di casa, un costruttore edile, aveva in costruzione una palazzina per la cui rifinitura occorrevano ancora 4 o 5 mesi. Mi disse che quando fosse stata pronta mi avrebbe dato un appartamento. E fu così che andai a lavorare alla Ducati facendo il pendolare fra Crevalcore e Borgo Panigale.

La Ducati era ancora paralizzata dalle rovine della guerra. Vi trovai Gandolfi, che avevo conosciuto quando lavoravo alla SABIEM; Gandolfi aveva il compito di dirigere la squadra per il recupero delle macchine e dei materiali sottratti alla fabbrica.
Ci fornirono un tesserino ed un documento della Questura che ci permetteva di sequestrare ogni cosa che fosse stata di proprietà della Ducati. Avevamo il numero di matricola di tutte le macchine scomparse. Si venne a conoscenza che c’era un tornio a San Felice sul Panaro. Ci andammo in due. Chi l’aveva preso fece una gran resistenza, ma alla fine di fronte al tesserino della questura ed al numero di matricola del pezzo, che figurava nel nostro registro, dovette arrendersi. Dopo qualche giorno il tornio ritornò in casa Ducati a Bologna.
Questo lavoro per me durò poco tempo perché in fabbrica sistemarono un reparto per la riparazione delle macchine e delle attrezzature e così fui chiamato a svolgere il mio lavoro di tornitore attrezzista.
Da questo reparto incominciò gradualmente la sistemazione degli altri reparti e poi, in seguito, anche la produzione della Ducati. In fabbrica, nonostante le incertezze, cominciò ad aumentare il personale. Molti venivano dalle file della Resistenza. C’erano già Gandolfi, Graziosi, Anna Zucchini, Bilacchi, Degli esposti, Masetti ed altri. Si costituì una cellula del Partito, intitolata a Gianni Masi, fratello di Giacomo, ex operaio della Ducati, caduto nella lotta partigiana.
Grazie all’esperienza di questi compagni e di altri partiti rappresentati in fabbrica, si costituì la Commissione Interna, un Consiglio di Gestione con Impiegati e tecnici ed una commissione sindacale per il controllo dell’andamento della fabbrica.
Io, essendo ancora pendolare mi assunsi l’impegno della diffusione dell’Unità nel mio reparto.

E arrivò il referendum Monarchia o Repubblica. Mio padre, in quel periodo fu colpito da un tumore alla gola. Non poteva più parlare. Fu ricoverato a Crevalcore, ma subito dovemmo trasferirlo a Bologna. Lo portò con la sua macchina il dottor Massignani, che aveva curato il partigiano ferito. La domenica che si votò per il referendum ero da mio padre. Non potendo parlare mi scrisse su un foglio di carta: “Gino non fare tardi, devi andare a votare. È molto interessante”. E’ morto 4 giorni dopo, all’età di 64 anni. A Settembre il costruttore edile S. Ballotta aveva già finito la nuova casa in via Battindarno e venne fino a Crevalcore per avvisarci. Accettammo e così tornammo ad abitare a Bologna. Con la morte di mio padre in famiglia eravamo rimasti in tre: io, mia moglie ed il figlio Enzo di cinque anni. Per non spendere troppo d’affitto ci sistemammo in un appartamentino con camera, cucina e servizi, a quei tempi moderni.

Credevo fosse finita la stagione dei sacrifici ed invece trovai altri ostacoli. In fabbrica si lavorava, ma mancavano i soldi per gli stipendi. Ci davano qualche acconto, ma eravamo sempre a debito con il droghiere, che però ci dava solidarietà e fiducia e continuava a farci credito.
Ma vi fu un altro ostacolo, molto più grave. In seguito alle restrizioni alimentari ed alla fame sofferta nel periodo bellico caddi in un grave esaurimento e fui ricoverato in Via S. Margherita al Colle sotto le cure del dott. Bianchi, ove rimasi per circa un mese e mezzo. I medici dissero che le mie condizioni erano gravi per l’avvenire, visto che si trattava di una malattia polmonare. Io mi sentivo un po’ meglio, ma per fare una cura più efficace fui trasferito in un ospedale al mare, al Lido di Venezia, per l’elevata concentrazione di iodio presente nell’aria.
Dopo un po’ di tempo, con le cure ricevute, cominciai a migliorare. Rimasi in quell’ospedale per due mesi e fu una buona soluzione che mi ha ridato la salute e, per di più, mi ha dato la soddisfazione di vedere il mare per la prima volta a trentadue anni.
Per tutto il periodo della malattia mia moglie era a casa da sola con il bimbo senza nessuna risorsa, ma per interessamento dei compagni della commissione di fabbrica, mia moglie fu assunta come se fosse al mio posto. In fabbrica esisteva questa solidarietà.
Al mio rientro tornai al mio posto di lavoro e mia moglie dovette dimettersi perchè figurava al mio posto. Siccome però c’erano stati altri casi di donne che erano rimaste anche dopo, ella si oppose ed alla fine riuscì a rimanere a lavorare.

Alla Ducati in quel periodo vi era una situazione di incertezza. I fratelli Ducati dicevano di non avere le risorse necessarie per far risorgere l’azienda e così si cominciò a fare una serie di dimostrazioni per richiamare l’attenzione delle autorità cittadine e governative, perchè venisse dato un seri contributo per la rinascita della fabbrica.
Queste nostre manifestazioni furono in grado di mobilitare i nostri deputati comunisti e socialisti, che operando in appoggio all’amministrazione comunale, riuscirono ad inserire la Ducati sotto il Ministero delle Partecipazioni Statali. Così, anche grazie alla nostra lotta si poté evitare la chiusura della fabbrica bolognese.

In quel momento ebbi uno spiraglio di speranza. Io ero guarito, eravamo tutti e due a lavorare; nostro figlio stava bene. Ero tranquillo e disponibile a impegnarmi nel partito e nel sindacato.
A mio avviso il contributo degli americani alla nostra liberazione non venne fatto per nulla, perchè nessuno fa niente per niente. Lo scopo di quel paese era quello di aumentare la sua potenza ed allargare la sua presenza in varie zone del mondo. Lo dimostrarono anche alla fine della guerra con l’uso della bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki. Quel vergognoso eccidio per intimorire i popoli per la loro sottomissione alla legge del più forte.
Noi in Italia, come in altri stati europei, abbiamo visto l’ingerenza politica americana a favore dei capitalisti e dei gruppi politici, con alla testa la Democrazia Cristiana, che con gli eccidi di Modena, Reggio Emilia, Portella delle Ginestre e con l’uccisione di sindacalisti, tentarono di reprimere le lotte operaie.
Nel nostro paese siamo circondati da basi militari e nell’isola della Maddalena abbiamo una base di sommergibili atomici e si presume vi siano anche delle bombe atomiche. Tutto ciò non è mai stato smentito dai nostri governanti.
Ai tempi della Liberazione ci dicevano che eravamo stati liberati da una dittatura fascista, ma ora che abbiamo i neofascisti al governo, perché tanta amicizia, tanta connivenza e tanto appoggio politico e militare? Connivenza per portare altri stati verso la democrazia? Lo dice Berlusconi che, approfittando della sua maggioranza parlamentare impone nuove leggi per cancellare quel po’ di democrazia che abbiamo conquistato con tante lotte e sacrifici.
Mi sento di dire che questo governo è stato eletto per governare e non per fare da padrone. Non si sono mai viste nel passato situazioni di tale gravità. Anche i governi precedenti hanno governato male, ma non hanno mai avuto la pretesa di essere padroni assoluti.

All’Unione Sovietica possiamo essere riconoscenti per lo stimolo che ci ha dato nella lotta contro il fascismo e per la speranza insita nel fatto che in Russia si era formata una società senza padroni. Vedevano nella Russia il progresso di una nazione che, da un sistema feudale era arrivata ad essere la seconda potenza mondiale.
Avevamo fiducia, ma quando si seppero le verità contenute nella relazione di Krusciov, capii che era stato colpito il proletariato di tutto il mondo. Noi in Italia fummo danneggiati molto seriamente, perchè finimmo per essere comparati a loro e questo produsse un forte declino della fiducia popolare verso di noi.
Noi comunisti italiani siamo stati antifascisti ed abbiamo dato il maggior numero di caduti nella Resistenza; abbiamo dato un serio contributo morale e materiale alla classe operaia ed allo stato italiano contribuendo alla stesura ed alla approvazione della Costituzione italiana. Abbiamo contribuito alla ricostruzione delle fabbriche, alla ripresa dell’agricoltura, allo sviluppo delle cooperative, sempre con l’intento di contribuire all’emancipazione dei lavoratori e di migliorarne le condizioni di vita e di lavoro.
Noi eravamo comunisti italiani. All’ottavo congresso decidemmo a maggioranza di sviluppare una nostra politica autonoma per una via italiana al socialismo. Io ero delegato per la federazione del Partito Comunista di Bologna ed il mio voto andò in quella direzione, nella convinzione di dare un impulso nazionale al partito.
Aggiungo che in politica si può anche sbagliare. E noi facemmo degli errori anche gravi nella valutazione dei fatti di Budapest e di Praga. Non vi fu da parte nostra una seria protesta come fecero gli altri partiti della sinistra europea.

Nelle fabbriche le nostre organizzazioni politiche e sindacali erano bersagliate con la scissione sindacale, con gli attacchi dei padroni e con la debolezza di vari compagni che vennero promossi come Capi Squadra o Capi Reparto e divennero nostri avversari. Ciò fu un triste esempio.
Eravamo sempre in un clima di lotte continue per vari motivi sindacali, per i bassi salari, per i premi di produzione, per il rinnovo dei contratti di lavoro scaduti da vari mesi; tutte cose che si potevano ottenere in poco tempo, ma venivano sempre rimandate.
Eravamo costretti a scendere in scioperi, perdere ore e giorni di lavoro per cui alla fine quasi di ogni mese, non si aveva mai una paga completa.
Erano le solite manovre padronali per umiliare e sfiduciare i lavoratori; in molte manifestazioni all’esterno della fabbrica eravamo caricati dalla “Celere” di Scelba e parecchi di noi ed io stesso venimmo portati in questura con minacce verbali come se fossimo peggio dei delinquenti.
Per un lavoratore è una grande umiliazione fare lo sciopero. Lo sciopero denota un rapporto scorretto in fabbrica fra operai e datori di lavoro. Dovendo produrre dei beni per la società si ha bisogno uno dell’altro e ci dovrebbe essere reciproco rispetto. Il padrone non può considerare il lavoratore alla stregua di un attrezzo qualunque “usa e getta”.
L’imprenditore ha il dovere sociale di non far mancare il lavoro ai suoi dipendenti assieme ai suoi tecnici ed impiegati. Occorre lavorare tutti in armonia per essere tranquilli in fabbrica ed in famiglia.

In fabbrica in quel periodo non era così. Mancava l’armonia, specie fra Capireparto e lavoratori. Quando si faceva sciopero il Capo Reparto o il Capo Squadra diceva a diversi lavoratori” Tu fai pure sciopero, ma poi, se ci saranno dei licenziamenti, ci capiterai in mezzo anche tu”. Facevano capire che in caso di licenziamenti la direzione dava gli ordini e loro sceglievano le persone da licenziare. In sostanza ci ricattavano.
Nel nostro reparto non esistevano tensioni di questo genere. Eravamo un gruppo di una cinquantina di lavoratori abbastanza orientati sia sul lavoro che come attività politica e sindacale. Con il nostro atteggiamento riuscimmo ad iscrivere al P.C.I. il Capo Reparto Sig. Fava Ercole, che era fra i migliori tecnici di Bologna. Io stesso gli rinnovai la tessera per diversi anni fino a quando fu licenziato per rappresaglia insieme agli altri 960 lavoratori.
I compagni dirigenti dei vari organismi di fabbrica davano segni di stanchezza con le loro esperienze politiche e sindacali. Essi aspiravano a dedicarsi ad attività più elevate, come fu per Soavi, che dimostrò la sua abilità sia nella commissione di fabbrica che nella preparazione della grande “Assise per la difesa delle libertà democratiche” fatta alla Sala Farnese nel 1955. A questa assise il compagno Soavi diede un grande contributo.

Eravamo vicino alle elezioni amministrative; Soavi fu candidato alle elezioni. Fra di noi vi erano dei contrasti: alcuni erano favorevoli ed altri, contrari. Si fece una riunione alla presenza di Soldati, un dirigente della Federazione del PCI, e dopo un lungo dibattito ci esprimemmo a favore.
Benché lavorassimo in una fabbrica controllata dallo stato l’incertezza del posto di lavoro era sempre più elevata. Un certo numero di operai e qualche dirigente si mise a lavorare in proprio. Vi furono anche degli episodi disgustosi: erano usciti dalla fabbrica e nei momenti in cui la direzione ci costringeva allo sciopero essi venivano a prendere del lavoro che avremmo dovuto fare noi. E fra questi c’erano anche dei compagni.
La situazione della Ducati e delle altre fabbriche affidate al Ministero delle PP. SS. era pesante. Queste fabbriche venivano usate come battistrada per reprimere le speranze e la volontà di lotta dei lavoratori.
Si studiavano sistemi repressivi, si mandavano fra di noi lavoratori reclutati e addestrati dall’O.N.A.R.M.O. e dalla parrocchia della Curia Vescovile per aumentare il crumiraggio, affinché le lotte fossero più cruente ed i conflitti più aspri. Noi misuravamo il nostro comportamento.
In caso di sciopero mandavano questi crumiri in fabbrica con dei pullman e dicevano che lo facevano per proteggerli dalle nostre minacce. Questo era un sistema per dividerci e per far vedere ai crumiri che noi eravamo persone indegne e violenti avversari.
Queste subdole manovre erano organizzate dai partiti di governo e sostenute da un apparato ecclesiastico; il costo era altissimo, nel senso che paralizzava le fabbriche, rallentando i sistemi produttivi; ma tanto pagava lo stato.

All’interno della fabbrica si proponeva di aumentare la gamma delle produzioni: Si cercava di far assumere personale. Avevamo già una buona gamma di prodotti come l’ottica, la radio, i condensatori normali e variabili. Nel settore della meccanica producevamo le motociclette ed un moto-scooter, chiamato Kruiser, che fu dotato di un cambio oleodinamico, un variatore automatico di velocità, sperimentato in fabbrica ed al quale avevo lavorato anch’io. Fu addirittura attrezzato un reparto per la sua produzione. Vi lavorai anch’io, ma rimase aperto per circa un mese un mese. Producemmo un certo numero di pezzi e poi non se ne parlò più. Ma non fu l’unico caso. Anche altre produzioni vennero rallentate e poi sospese e cedute ad altre industrie.
Imparammo così che l’ottica era passata alla Galileo di Firenze; la radio alla Marelli di Milano; il cambio variatore di velocità alla Fiat di Torino, che cambiò soltanto le dimensioni e lo montò su varie serie di automobili.
Queste esperienze della Ducati, azienda ministeriale del governo democristiano furono così regalate ad altre aziende.
Alla Ducati rimase solo la produzione dei condensatori normali e variabili che venivano forniti alle altre fabbriche di radio e TV.

Nella sezione meccanica si puntava nella produzione di motociclette di piccola cilindrata. Si arrivò alla 175 c.c. che fu l’unici spiraglio di progresso.
La produzione era diminuita ed il carico di mano d’opera risultava perciò eccessivo. Era una manovra preparata che portò al licenziamento di 960 lavoratori fra operai, tecnici ed impiegati.
La maggior parte dei licenziati faceva parte degli organismi democratici come la Commissione Interna, il Consiglio di Fabbrica di gestione; seguivano attivisti sindacali e politici della sinistra ed i simpatizzanti che seguivano idealmente l’operato di questi organismi.
Il reparto nel quale io lavoravo era diventato il punto di riferimento delle capacità lavorative, che per l’attività politica e sindacale: In noi vi era meno paura perché in caso di licenziamento avevamo più possibilità di trovare un lavoro, mentre l’operaio semplice, addetto alla linea di produzione, aveva meno possibilità e quindi anche più paura.
Il reparto in cui io lavoravo fu decimato e, come ho accennato prima, fu licenziato anche il capo reparto. Io vi rimasi con altri operai, ma la sorte di quel reparto non fu la più felice.

Anche la mia famiglia fu seriamente colpita. Mancava lo stipendio di mia moglie, che era stata licenziata e, siccome noi facevamo molti scioperi per solidarietà ai licenziati, ne subiva anche il mio stipendio. Sembrava fossimo tornati al tempo di guerra.
In campo economico vi fu ancora la solidarietà dei bottegai che ci davano ancora il necessario per vivere ed accettavano che pagassimo quando si poteva. Avevamo paura per la nostra sicurezza per il triste esempio di Scelba con l’ordine di sparare ed uccidere i lavoratori.
C’era molta tensione nelle fabbriche, ma anche nelle campagne. Per solidarietà ai braccianti qualche volta siamo andati anche noi, quando facevano lo sciopero alla rovescia. Con le carriole e le vanghe andavamo in loro aiuto e pulivamo i torrenti.
Arrivava poi la polizia che bastonava i lavoratori e distruggeva le biciclette, che erano l’unico mezzo degli operai per recarsi al lavoro. Io vedevo queste cose e mi riapparivano davanti agli occhi le scene degli anni venti.

Con questi atteggiamenti, voluti da quei governi, se si esclude il diritto di voto, non risultava molto facile vedere in cosa consistesse la democrazia in Italia.
Il mio istinto nell’attività politica e sindacale fu sempre quello di dialogare con le persone di varie tendenze politiche, molte volte quando eravamo in mensa o nelle altre occasioni di dialogo. A volte mi sentivo dire da qualche compagno o da qualche dirigente (non faccio nome per rispetto, perchè sono morti): “tu stai a perdere tempo. Quella gente va isolata. Io però pensavo che non fosse una cosa giusta ed ho sempre mantenuto questo mio atteggiamento.
Dopo i licenziamenti che demolirono gli organismi di fabbrica, vi furono le elezioni per la nuova Commissione Interna. Io continuavo a fare il lavoro di prima: andavo alle riunioni della FIOM , assieme ad altri attivisti della Ducati dai tempi di Zanarini, di Rino Bonazzi,di Sita. In ufficio trovai un certo Mezzetti (o Mazzetti), col quale ero in ottimi rapporti. Così fu anche in federazione del Partito Comunista, ai tempi di Arturo Colombi, di Fanti o di Enrico Bonazzi. Io conoscevo Lino Montanari. Erano riunioni ogni 15-20 giorni. Si dialogava sull’andamento della fabbrica, ricevendo consigli e direttive. Era questo un po’ il nostro lavoro politico e sindacale.
Tornando alle elezioni della commissione interna, queste si fecero e, per riempire la lista dei candidati, misero anche il mio nome in fondo alla lista, come riserva.
Al termine dello scrutinio io risultai eletto, al secondo posto per numero di preferenze. Era la prova che il modesto lavoro svolto aveva dato i suoi frutti.

La lotta contro i licenziamenti durò circa un anno. Noi all’interno eravamo sempre in allarme per solidarietà. In quel periodo i licenziati più giovani incominciarono a sistemarsi ed avendo qualità lavorative, trovarono lavoro, presso artigiani, nelle cooperative, nelle aziende del gas o nelle amministrazioni comunali. Altri si misero a lavorare in proprio come artigiani. Qualcuno del mio reparto ebbe l’intuizione di formare dei gruppi di tre o quattro lavoratori con specializzazioni diverse come il fresatore, il tornitore ed il rettificatore. Essi fecero qualche sacrificio iniziale, ma poi ebbero fortuna perché nacquero così delle medie aziende, molto specializzate.
Per i lavoratori più anziani, che non erano riusciti a trovare una sistemazione, ottenemmo le marche assicurative che permisero loro di andare in pensione con maggiori diritti. Per i lavoratori di età media furono concesse le stesse marche per poter arrivare ai minimi di pensione a tempo debito.
Tutto questo fu ottenuto, sia per gli uomini che per le donne, grazie alla loro lotta tenace e grazie anche alla solidarietà dei lavoratori rimasti in fabbrica, ma anche degli esercenti, della popolazione, della amministrazione comunale di sinistra, della camera del lavoro con in testa la FIOM, dei partiti della sinistra e dei loro deputati.

Nella mia permanenza alla Ducati, dal 43 al 62 vi furono lotte continue, ma la più pesante fu quella dei 960 licenziati. In ogni azione, nell’arco di quei lunghi anni, ci hanno espresso e dato la loro fattiva solidarietà soltanto uomini e donne delle organizzazioni di sinistra e dei loro dirigenti nazionali come Giuseppe Di Vittorio, Luciano Lama, Giancarlo Pajetta ed altri.
In solidarietà alle donne vennero Rita Montagnana, la moglie di Togliatti, Elvira Pajetta, madre dei fratelli Pajetta, Teresa Noce, moglie di Luigi Longo, Renata Viganò, scrittrice, tutte donne conosciute nella resistenza e nel Partito Comunista Italiano. Queste compagne e questi compagni venivano davanti alla fabbrica nelle ore di uscita, perchè dentro non le volevano; venivano a portare la loro personale solidarietà.
Non vi fu, sia nell’ambito cittadino che in quello prefettizio o nazionale, nessuna presenza di uomini di governo o dei partiti che ne facevano parte; la loro solidarietà si manifestava nell’inviare un commissario della questura e vari poliziotti a fare ciò che ho già descritto.
La situazione divenne intollerabile. Nei posti di lavoro eravamo demoralizzati; non vi erano più stimoli. Decadeva anche la volontà di agire pensando a quei compagni che si erano messi in proprio e si erano allontanati anche dal partito. Non vedevano più altro che il loro interesse e si opponevano ai loro operai che facevano sciopero contro di loro.
Altri compagni che avevano cariche politiche diedero, a loro volta, un triste esempio. Cito Soavi, che ebbe la carica di assessore nel comune di Bologna, e che venne dimesso prima della fine del mandato per il suo triste comportamento.
Altri compagni ebbero cariche nei quartieri. Avevamo partecipato insieme a tante lotte, ma non li riconoscevo più. La federazione comunista mandava dei compagni seri a dirigere la sezione di Borgo Panigale, nella quale si trovava la Ducati, come Gastone Bondi, Benassi, Veronesi ed altri che diedero un serio contributo alla nostra azione in fabbrica. Ma ultimamente anche qui vi fu una certa decadenza qualitativa.

Come membro della commissione interna conoscevo bene la situazione: non c’era nessuna prospettiva. Anche all’interno della commissione, quando era il momento di prendere delle decisioni venivano sollevati degli ostacoli da parte dei rappresentanti socialisti e democristiani. Il rappresentante dei democristiani era un ex maresciallo di marina in pensione con sei figli. Diceva: “Voi avete ragione, ma se io aderisco quelli mi rovinano” riferendosi al suo partito della DC.
Con la repressione nei posti di lavoro, esistente in molte fabbriche, si venne a creare un nuovo sistema di sfruttamento: molti lavoratori dotati di buone capacità lavorative, si misero a prendere il lavoro dalle fabbriche per eseguirlo in proprio. Per i lavoratori si trattava di scelte molto impegnative perché era necessario comprare macchine utensili molto costose ed attrezzature adattabili a molti lavori. Per di più tutto questo era fatto senza garanzie sulla continuità del lavoro.
Per gli industriali c’erano solo vantaggi: non avevano più la necessità di aumentare il personale e di acquistare nuove macchine; non avevano le perdite per scarti di produzione, né ore di straordinario per lavori urgenti, ma soprattutto non avevano più scioperi. Tutto questo fu fatto a carico degli artigiani. Non di quelli che si erano associati, come quelli del mio reparto che erano stati licenziati. Quelli si erano associati creando un apparato produttivo in grado di costruire sezioni di macchine complete. Parlo di quelli che lavoravano da soli, con un tipo solo di macchina utensile; a costoro le fabbriche davano solo dei particolari di piccole serie differenziate, che ogni volta abbisognavano di nuove attrezzature e congegni di controllo. Veniva loro consegnato il materiale o in barre o in fusioni; se vi era qualche scarto di lavorazione si doveva rifare il tutto, pagando o il materiale o la fusione.

Oltre alle fabbriche vi erano intermediari che prendevano dei lotti di lavoro dalle fabbriche e li distribuivano fra questi artigiani speculando sui prezzi. Se poi saltava fuori qualcuno che li faceva ad un prezzo inferiore, non ti davano più il lavoro e ti rimanevano le attrezzature da pagare. In conclusione, alla fine questi lavoratori erano passati di male in peggio.
In questo clima di declino in fabbrica era una continua discussione, specie per noi della C.I. Tanti dicevano che tanta politica non andava bene. La fabbrica, dicevano, è fatta per lavorare, la politica si fa fuori ed il dialogo diventava difficile. Io rispondevo “ E tu cosa avresti fatto? Ma ai loro “non saprei” seguivano discussioni interminabili e senza costrutto.
Noi abbiamo fatto il possibile: è il governo che non ha agito in favore, ma contro i lavoratori, favorendo i padroni ed i loro profitti. Proprio per questo bisogna fare politica sia dentro che fuori dalla fabbrica. Bisogna far capire al popolo ed ai lavoratori che quando si va a votare bisogna scegliere un governo che agisca a favore dei bisognosi e non dei miliardari. In quel momento era l’unica cosa che si poteva fare.

Siamo ormai arrivati al 1958. Nostro figlio aveva già 17 anni e nell’appartamento in cui abitavamo c’era una sola camera da letto. Avevamo fatto domanda all’INA Casa per avere un appartamento più grande. Sono venuti i carabinieri a fare un sopralluogo e dissero che l’appartamento era un po’ ristretto, ma in condizioni di abitabilità. In quell’anno fecero le assegnazioni al Villaggio delle Due Madonne. Noi eravamo nell’elenco degli assegnatari, ma non ci toccò. Però ad assegnazione terminata rimasero liberi alcuni appartamenti per i quali si passò al sorteggio e ce ne toccò uno. Ci venne perciò assegnato un appartamento a riscatto. Dopo pochi giorni facemmo il trasloco e venimmo ad abitare al Villaggio delle Due Madonne. Ci trovammo subito a disagio perchè mancavano le strade, non c’erano servizi esterni e per di più ero lontano dal lavoro.
A quei tempi l’unico servizio era il tranvai. Per andare a Borgo Panigale avevo due linee. Quella di San Lazzaro passava dove ora c’è Via Genova. Da dove abitavo io si doveva fare un lungo tragitto a piedi e, per arrivare a Borgo Panigale occorreva più di un ora e mezzo. Andavo via alle 6 del mattino e ritornavo la sera verso le venti, ma quando c’era qualche riunione arrivavo in famiglia anche dopo le 22. Per me era un grande sacrificio, ma pensavo al nuovo appartamento che, pagandolo ratealmente, dopo vent’anni sarebbe stato nostro e questo mi ripagava di tutti i sacrifici. Per noi questa era una grande soddisfazione.
Pian piano fecero le strade, finirono i lavori esterni ed il Villaggio acquistò la sua struttura attuale.

Siamo sempre nel 1958. A quell’epoca c’erano diverse fabbriche che lavoravano in condizioni di normalità e quei lavoratori, grazie ai diritti acquisiti colle lotte e riconosciuti dalle leggi, avevano una esistenza tranquilla. Noi invece avevamo un salario sempre menomato, non avevamo sicurezze e non eravamo tranquilli. I miei colleghi licenziati avevano già un’azienda consistente e ben avviata; mi chiesero se andavo a lavorare con loro come operaio. Feci le mie considerazioni: avevo 46 anni e rifiutai poiché un mio compagno di lavoro mi diceva di stare tranquillo perchè lui aveva i soldi per comprare le macchine ed in caso di necessità avremmo potuto metterci in società.
Non era un operaio molto esperto ed aveva una parlantina da commerciante, ma volli dargli ugualmente fiducia.

Nel 1962, a 47 anni accettai, come se fosse una sfida al passato. Tanto, personalmente avevo avuto ben poche soddisfazioni. Trovammo un posto in via Scandellara. Io vi arrivavo in 10 minuti in bicicletta. Diminuì il disagio del viaggio, ma cominciarono altre preoccupazioni.
Sistemammo l’officina con due tornitrici, una piccola ed una grande per poter fare lavori vari. Cominciammo a lavorare per qualche azienda come artigiani, sottoposti al sistema già descritto. Il lavoro proseguì per circa due anni, riuscendo a pagare le macchine, anche se con un grande sacrificio personale e con grande disagio per la mia famiglia. In quel periodo mi capitò una opportunità che però rifiutai per ragioni di coscienza. Fui chiamato da un’azienda di Zola Predosa, nella quale avevo già lavorato, per offrirmi del lavoro. Davanti alla fabbrica c’era un gruppo di operai che mi dissero di essere in sciopero. Mi chiesero dove andavo ed io risposi che ero lì per lavoro. Mi sono sentito mortificato; facemmo un breve dialogo di chiarimento e poi io sono tornato indietro e non mi sono più fatto vedere. Questo fatto mi diede molto fastidio. Anche il mio socio non stava mantenendo le promesse che mi aveva fatto. Dovendo pagare la metà dei nostri impegni, non ebbi da lui nessun aiuto. Gli dissi che non avrei più accettato di lavorare in quelle condizioni.
Gli proposi di continuare a fare gli artigiani, ma con un nostro prodotto e lo misi alla prova.
“Tu mettiti in giro e cerca qualcosa da fare per conto nostro”. Io lavoravo in officine e lui, ogni tanto usciva alla ricerca di lavoro. Venne a contatto con un artigiano che produceva attrezzature per irrorare frutteti e vigneti. Era un articolo molto richiesto, ma avevano dei nebulizzatori che non sprigionavano una nebbia delicata e danneggiavano le foglie ed i fiori dei frutteti e dei vigneti.
Questo artigiano di Budrio ci disse che se avessimo fatto bene questo articolo il lavoro sarebbe stato assicurato. Ci diede un nebulizzatore ed il rubinetto sul quale andava montato. In commercio ve ne erano di tre tipi, ma tutti funzionavano al medesimo livello. Il mio socio mi procurò i tre campioni ed io mi misi al lavoro. Facevo i prototipi e le prove per poterli migliorare ed alla fine con alcune modifiche, riuscii ad ottenere un ottimo risultato.
Feci le prove al Consorzio Agrario; venne posto un foglio di carta sulle foglie e sui fiori ed il getto non lo ruppe. Mi consigliarono di brevettarlo e così lo ottenni per 10 anni.
Passammo alla produzione. Se ne faceva un numero limitato. Cercai di modificare il rubinetto dosatore sul quale andava montato il nebulizzatore, ma per costruirlo ci voleva una macchina speciale molto costosa per la nostra produzione: Non ci conveniva. Ci consigliarono di andare a Lumezzane in provincia di Brescia, dove esistono fabbriche di rubinetteria, ove, in una media fabbrica, trovammo la macchina giusta per fare il nostro lavoro. Questa macchina in una settimana faceva il lavoro che a noi avrebbe richiesto un mese.
Il nebulizzatore la costruivo in acciaio inox, che era soggetto ad un forte logorio. Pensai di farlo in ceramica e trovai una fabbrica a Gallarate in grado di produrlo. Così le due componenti che formavano il prodotto venivano costruite all’esterno. A noi rimaneva soltanto il montaggio.
Fu una buona soluzione; Con queste macchine eravamo agevolati nei costi di produzione e così entrammo nel mercato con prezzi di concorrenza. Anche se questo fu un lavoro limitato, non c’era più da lavorare per conto terzi.
Sistemato questo prodotto ci arrivò un’altra buona occasione. Un nostro conoscente produceva valvole per bombole da metano, che costruiva lui stesso, ma con sistemi arretrati. Abbandonò questo lavoro e si mise a revisionare i servo sterzo dei camion su cui era specializzato.
Mi chiese se volevamo costruirle noi. Io accettai ed a lui fu dato un modesto compenso. Ma anche qua dovemmo fare un lungo lavoro di modifiche. Vennero cambiati diversi particolari di sicurezza, perchè erano sottoposti ad elevate pressioni (120 atmosfere) e servivano alla costruzione di impianti a metano sulle automobili.
Feci qualche prototipo di prova e facemmo costruire dalla solita ditta di Lumezzane tutti i pezzi della valvola in ottone. Quelli in plastica ed in acciaio da qualche artigiano di Bologna. Le guarnizioni in gomma speciale le ordinammo a Sarnico, sul lago d’Iseo.
Fu un periodo molto impegnativo, ma di grande soddisfazione. Ero riuscito ad avere una produzione nostra che mi permetteva di non dipendere più da nessuno e sentirmi padrone di me stesso.

Si cambiò locale per l’officina con l’assunzione di qualche operaio. Costruivamo qualche pezzo particolare che richiedesse delle lavorazioni impegnative. Non erano lavori continuativi, ma si facevano delle commesse quando ce n’era bisogno.
Si lavorava bene, ma quando si verificava qualche inconveniente dovevo recarmi sul posto e, non avendo mai avuto la macchina, mi dovevo recare sul posto in treno anche più volte. Per me era diventato uno svago e poi ero sempre a contatto con persone diverse per cui mi sentivo veramente libero. Per i lavori a Bologna erano invece i clienti a venire da noi.
In officine eravamo arrivati a sei unità: io, il mio socio più tre giovani ed un anziano, un ex marinaio di Novi Ligure, che si era trasferito a Bologna per motivi di lavoro del figlio. Dal lato amministrativo avevamo un commercialista, un certo Caracciolo, che seguiva tutto il movimento produttivo e commerciale. Nell’arco del nostro lavoro abbiamo avuto due controlli della Finanza che ci trovò sempre in regola con tutte le leggi. Anche la contabilità ed i libri paga degli operai rispondevano alle leggi vigenti. All’inizio della nostra attività abbiamo aderito alla C.N.A. ( Confederazione Nazionale Artigiani).

In campo politico non ho mai disertato la sezione, partecipando alle varie attività, specie durante le campagne elettorali e nei seggi. Quando lavoravo come dipendente facevo il donatore di sangue. Dopo, essendo molto impegnato col lavoro, andavo a donare il sangue la domenica.. L’ultima trasfusione l’ho fatta il 5 agosto 1980 per la strage alla stazione di Bologna. Avevo 65 anni e fu l’ultima per raggiunti limiti d’età. Ad ogni prelievo si donavano 350 gr di sangue. In totale ho versato 25 litri di sangue a chi ne aveva bisogno.

Per motivi di lavoro partecipavo alle riunioni degli artigiani per mantenermi aggiornato sui diritti e sui doveri. Feci anche alcuni interventi e dopo un po’ di tempo entrai a far parte del Comitato Provinciale. Fu un’attività minima che durò qualche anno, dopodiché mi ritirai per limiti di età.
Ripensando al travaglio della mia famiglia dagli anni venti, posso dire di aver trovato qualche serenità soltanto negli anni settanta, dopo la sistemazione del mio lavoro. Avevo un’età un po’ avanzata; mio figlio era dipendente comunale, si era sposato ed aveva un figlio. Si riuscì ad acquistare un appartamento in Via Napoli. Non fu per dissidi familiari, ma per avere un po’ più di libertà. Avevamo due appartamenti, ma è sempre rimasta un’ unica famiglia. Dopo qualche anno le cose continuavano ad andare discretamente e fu possibile comprare un appartamento più grande in Via Longhena, dove abita ancora mio figlio.

Eravamo nel 1975 ed io e mia moglie decidemmo di fare un viaggio a Mosca. Andai a sentire alla CUCETS/CGIL, mentre stavano proprio organizzando un Pullman per l’Unione Sovietica nel mese di agosto. Chiesi informazioni più dettagliate e mi dissero che il pullman era di un’azienda di Bolzano, equipaggiato con due autisti, di cui uno era un esperto meccanico, e forniti di qualche pezzo di ricambio. Mi diedero fiducia ed io accettai.
Si partì da Verona il 3 agosto; eravamo in 45 passeggeri, provenienti da varie città d’Italia. Solo noi due venivamo da Bologna. La guida era un giovane di Modena, che aveva studiato all’Università di Mosca.
La prima tappa fu a Innsbruk per il pranzo. Si proseguì per Monaco e poi a Pilsen andammo a pranzo alla mensa della fabbrica di birra. Da lì arrivammo a Praga.
In pullman si viaggiava discretamente; ogni giorno si faceva la rotazione per non essere sempre seduti sullo stesso posto. A Praga ci fermammo per due giorni. Visitammo il Castello sulle alture della città, il magnifico Centro Storico, denominato Città d’Oro, il ghetto ed il rinomato cimitero ebraico. E’ una bella città che merita senz’altro di essere visitata.
Si partì poi alla volta di Lodz, con una breve tappa a mezzogiorno ed in serata arrivammo a Varsavia con la solita fermata di due giorni. Ci fecero visitare il Castello ed un filmato sull’invasione tedesca, il ghetto ebraico, zona storica della resistenza contro i tedeschi. Varsavia ci apparve come una città malcontenta e paralizzata. Eravamo ormai in viaggio da vari giorni, avevamo fatto delle amicizie, che portavano una certa allegria; durante le sere negli alberghi vi era sempre qualche rappresentazione o si chiacchierava tra di noi. Non vi furono mai dei dissensi; la compagnia era veramente buona ed affiatata.
Da Varsavia arrivammo a Brest, in territorio sovietico. La solita tappa di mezzogiorno e poi via per Minsk, capitale della Bielorussia: E’ una città moderna e bei servizi di trasporto. Incominciammo a vedere i monumenti a Lenin ed altra propaganda politica. La sera in una sala dell’albergo proiettarono un film sulle realizzazioni nell’agricoltura: Facemmo la solita visita alla città e poi si partì per Smolensk. Solita tappa per il pranzo e poi visita alla città. E qui ebbi una sorpresa. Mi si avvicinò un uomo di mezza età. Gli feci capire che ero un comunista italiano e siccome avevo in mano la cinepresa, mi accinsi a riprenderlo. Scappò via di corsa come un disperato, non so per quale motivo. Infine partimmo per Mosca e fu il viaggio più lungo, perché arrivammo a Mosca in tarda serata.
A Mosca facemmo una tappa di 5 giorni con una guida russa che si chiamava Lara, che ci accompagnò in varie zone della città. All’Università facemmo una sosta sul piazzale da dove si vede il fiume e lo stadi Lenin. Lì non vi fu nessun contatto con gli studenti. Poi facemmo una sosta sulla piazza del Bolscioi, senza poter vedere il teatro russo. Andammo poi al cimitero degli eroi. Io, mia moglie ed un signore di Reggio Emilia, distaccati dal gruppo, entrammo al cimitero e ci fermammo sulla tomba di Krusciov, scattando qualche foto, che conservo ancora.
Come alloggio eravamo sistemati in un vecchio albergo dietro la Piazza Rossa. Essendo nel centro della città e senza guida andammo al supermercato GUM, ove acquistammo qualche souvenir ed anche nei negozi per stranieri, dove comprai un binocolo molto efficiente e ad un prezzo moderato.
Accompagnati dalla guida visitammo il Museo delle Nazioni, il mausoleo di Lenin e la Mostra delle realizzazioni Sovietiche. La guida ci accompagnò anche in un rinomato locale per assaggiare le specialità russe. Facemmo un giro in metropolitana e poi, con il nostro pullman, girammo per le vie della città, senza mai aver avuto un contatto con un cittadino sovietico.
Il mattino successivo visitammo il Cremlino. Arrivavano le macchine blu dei dirigenti russi con le tendine abbassate, per cui non si poteva vedere chi ci fosse dentro. Girammo anche a piedi per i viali fino al gruppo delle chiese russe. Questo è tutto quello che abbiamo visto della capitale russa.
Il dialogo con la guida russa era molto rigido: Provai a chiedere qualcosa di politica, ma egli finse di non capire. Però, anche se non abbiamo potuto dialogare con nessuno, la città di Mosca meritava di essere visitata.
Da Mosca siamo partiti per Orel, facendo una tappa a Iasnaia Poliana, con vistata alla casa, ora monumento di Tolstoi ed alla sua tomba, posta sotto un albero con l’erba tagliata all’altezza di 30 cm a simulare una bara.
Verso sera arrivammo ad Orel e dopo il pernottamento siamo partiti per Kiev, al capitale dell’Ucraina.

Kiev è una bella città di tipo europeo, vivace e moderna. Anche qui facemmo le solite visite ai monumenti, veramente belli. La seconda sera, con alcuni della nostra compagnia, siamo andati in un locale notturno e lì facemmo una tale baldoria di alcolici, che ci siamo ubriacati tutti o quasi. Io, mia moglie e gli autisti, facevamo solo finta di bere e siamo rimasti sobri, ma siamo andati a letto all’alba e quindi la giornata è stata persa comunque.
Il giorno dopo si partì per Debrecen in Ungheria. Durante il viaggio facemmo una sosta per il pranzo e poi di nuovo in pullman fino al confine dell’Ungheria. Alle 18 eravamo alla dogana e, con nostra grande sorpresa scoprimmo che i doganieri erano ubriachi. Il confine era segnato da un fiume e noi eravamo fermi sul ponte. Gli agenti salirono sul pullman e cominciarono il loro servizio ispettivo con estrema lentezza. Qualcuno di noi protestò ed allora scesero, ma ci tennero fermi fino alle 23. Arrivammo a Debrecen solo a mezzanotte per cui andammo a dormire senza cena. Al mattino presto partimmo per arrivare a Budapest a mezzogiorno. Il giorno dopo era la festa nazionale ungherese. Noi eravamo alloggiati nella parte alta della città. Era una giornata di sole, con una vista panoramica che non si può dimenticare.
Si vedeva una sfilata di barche sul fiume, tutte imbandierate e con bande musicali per allietare gli animi dei cittadini; aerei a bassa quota sul Danubio con molta gente sui ponti e lungo le rive del fiume. Per diverse ore fu uno spettacolo inimmaginabile.
Il giorno dopo col nostro pullman facemmo un giro fino al castello, da dove si dominava tutta la città.
Il giorno successivo siamo partiti per Zagabria, con tappa sul lago Balaton, ove fummo ricevuti a pranzo in una scuola sindacale intitolata a Giuseppe Di Vittorio. Ci riservarono una accoglienza calorosa con diversi colloqui con insegnanti ed alunni, che ci offrirono anche un mazzo di fiori. I componenti della comitiva delegarono me e mia moglie per deporre il mazzo di fiori nel giardino davanti al busto marmoreo del compagno Di Vittorio. Questa fu una bella giornata commovente per tutti noi. Ci fermammo a Zagabria per tutta la giornata e poi pranzo di addio a Trieste. Arrivammo a Verona di sera dopo 26 giorni di viaggio. Sono rimasti dei bei ricordi; con qualcuno siamo anche rimasti in contatto per qualche anno, poi tutto è finito.

Questi anni furono i primi per la normalità della nostra famiglia. Personalmente ero soddisfatto del mio lavoro sia per l’indipendenza personale che per il reddito raggiunto. E così, con mia moglie ci siamo dati un po’ al turismo. Abbiamo conosciuto tutta l’Italia, dal Monte Bianco e dalle Dolomiti, fino alla Sicilia ed alla Sardegna. Siamo andati in giro per l’Europa, da Leningrado, alle Canarie ed alla Turchia, in compagnia con diverse persone. Ne voglio citare i nomi perchè mi sono state molto care: Dalla Amedea Cenacchi, Agostina e Dina Macchiavelli, Irma e Paride Barbieri, Bruna e Fulvio Danieli, Carla e Luigi Naldi, G. Carlo e Lalla Gamberini, Anna e Contardo Taddia.
Con questi amici siamo rimasti in contatto per diversi anni; qualcuno è scomparso. Con gli altri siamo ancora in contatto.

Eravamo negli anni 70. Io lavoravo ancora. Nel periodo delle ferie e delle feste di fine anno andavamo a San Martino di Castrozza ed essendo già diventati nonni ci prendevamo con noi il nipotino Marco dall’età di 5 fino ai 12 anni. Per me e mia moglie fu un periodo indimenticabile.
Nel 1982, all’età di 67 anni decisi, con amarezza di cessare il mio lavoro. Tramite un amico di famiglia abbiamo acquistato una casetta in montagna, a Badi, sul Bacino di Suviana, così ci andiamo per tre mesi all’anno in estate io e mia moglie insieme anche alla famiglia di mio figlio, quando sono liberi dai loro impegni.
Nel 1985 siamo tornati nell’Unione Sovietica; in aereo da Forlì a Mosca e Leningrado; Credevamo di vedere l’incrociatore Aurora, la nave da dove partì la Rivoluzione, ancorata sulla Nieva, ma non c’era più. Abbiamo visitato il museo dell’Ermitage nel Palazzo d’Inverno, i giardini incantevoli degli Zar e tutta la città, così meravigliosa. Facemmo poi una sosta a Mosca, che non sto a descrivere perché l’abbiamo trovata uguale a dieci anni prima. L’ultimo viaggio lo facemmo in Turchia nel 1992 a Istambul, una città meravigliosa, specie nella zona della Moscea di santa Sofia, Poi il Corno d’Oro nella parte europea e sul Bosforo che divide la città tra quella europea alla parte dell’Asia, congiungendosi poi sul Mar Nero. Abbiamo poi fatto la zona del Mar Egeo da Smirne fino a Troia ed altre zone di costruzioni antichissime che dimostrano la civiltà della Turchia. Tornati a Smirne, abbiamo preso l’aereo e siamo rientrati a Bologna. E con questo abbiamo finito l’epoca dei nostri viaggi turistici.
Non avendo l’abitudine a frequentare i bar o lo sport, mi venne voglia di dedicarmi ad un hobby e mi misi a costruire un plastico ferroviario. Fin dall’infanzia ero affascinato dai treni. Infatti quando venivo a casa da scuola arrivavo a casa tardi perchè aspettavo circa un’ ora, quasi tutti i giorni nella stazione di Ravarino per vedere il treno che percorreva la ferrovia Veneta da Modena a Ferrara.
Mia madre, avendo capito il mio desiderio, mi aspettava senza nessuna preoccupazione. Nell’appartamento dove abitavo c’era una cantina in un seminterrato con una finestra grande ed abbastanza vivibile.
Creai una piccola officina e costruii un plastico di cinque metri. Crearlo e vederlo poi in funzione fu per me un innocuo passatempo per la mia età. Quando fui costretto a cambiare appartamento, lo smontai, ma detengo ancora tutto il materiale e le fotografie a ricordo.

Siamo ormai all’anno 2000. La quiete della nostra famiglia fu scossa da un grave incidente stradale di mia moglie che ha avuto la frattura di tutte due le gambe ed in altre parti del corpo. Rimase in ospedale sei mesi e ne è uscita in condizioni menomate, tanto da non poter camminare come prima.
A questo punto sento il dovere di parlare un po’ anche di lei, la cara e valida compagna di un lungo viaggio durato ben 65 anni e che speriamo possa durare ancora tanti anni.
Come ho già detto, ci siamo sposati nel 1940 nel pieno della dittatura fascista ed in piena guerra. Eravamo in famiglia con mio padre e mia sorella. Lei era originaria della montagna, veniva da Monte Acuto Vallese, da genitori di fede cattolica, ignari di quello che stava succedendo in quei tempi.
Come ho detto, la nostra famiglia era controllata periodicamente dalla Questura, che mandava i carabinieri in casa nostra per i controlli abituali. Vedendo tutto questo, mi chiese allarmata se era venuta a finire in mezzo ad una famiglia di ladri. Io onestamente non seppi rispondere alla sua domanda ed incaricai mio padre di spiegarle come stavano le cose. Dopo quel colloquio comprese chi eravamo e da quel momento ha sempre condiviso il nostro orientamento anche in mezzo ai gravi pericoli che correva la famiglia.
Dopo la liberazione, come ho descritto, a causa della mia malattia, venne assunta alla Ducati e, vivendo in fabbrica, comprese ancora meglio l’importanza di aderire alle lotte sindacali, specie con i 960 licenziamenti nei quali era personalmente coinvolta.
Ognuno di noi ha il suo carattere. Mia moglie ha un carattere fermo e deciso; se deve dire qualcosa a qualcuno va giù pari, però non è bugiarda. Le manca solo un po’ di diplomazia; è una donna attaccata alla famiglia, che nei momenti difficili mi ha sempre aiutato.
Durante la nostra convivenza non vi sono state liti o diatribe, mai; tutti e due lavoravamo in armonia per l’avvenire di nostro figlio e così, tutti assieme, nella difficoltà e nella miseria siamo riusciti a tenere la nostra famiglia unita e pulita.

Ora accenno a qualche episodio che dimostra il carattere di mia moglie. Eravamo in chiesa a Borgo Panigale per la cresima di nostra nipote Carla. Verso la fine della cerimonia il prete fece il suo discorso demonizzando i senza Dio ed accennando per primi ai comunisti. Io, che ero di fianco a lei, le dissi: “Senti cosa dice il prete?” Lei allora disse in chiesa, senza nessun riguardo: “ Basta! La politica si fa in Piazza; questa è una festa dei bimbi”. In chiesa si fece un silenzio assoluto, neppure un mormorio ed anche il prete cambiò subito programma. Voglio precisare che questo non fu un atto antireligioso, ma fu una giusta ribellione a chi criticava ed offendeva coloro che difendono i lavoratori ed i più deboli.

Un altro episodio avvenne in piena lotta contro i licenziamenti alla Ducati. Eravamo sempre sorvegliati dal Commissario Montesano della questura; era un uomo grande con un lungo naso. Vedendo mia moglie sempre fra la prime, la prese per un braccio, dicendole: “Io ti metto in prigione”: ma mia moglie pronta gli rispose “Ed io Le mangio il naso”. Il commissario se ne andò sena aprire bocca, un po’ deriso dagli altri lavoratori.

Credo di essere giunto alla fine del mio racconto personale e famigliare.
In questo momento in cui sto scrivendo ho compiuto 90 anni. Per me è un periodo molto critico, avendo mia moglie di nuovo in ospedale per un attacco alla parti destre del corpo. Sembra una cosa lieve, ma al suo ritorno a casa non sarà più come prima. Si prospetta di nuovo una vita di sacrifici, ma ci siamo abituati e siamo contenti perchè almeno saremo di nuovo insieme.
Tralascio altri ricordi personali famigliari e penso ai bei tempi passati e a quelli tristi venuti dopo. Come sono belli questi ricordi, quando ci riunivamo in mezzo ai campi o in casa di contadini e sul fienile c’erano i ragazzi armati in nostra difesa nel caso in cui arrivassero i fascisti.
Si parlava del nostro futuro; ma gli ostacoli politici del dopoguerra, com’è noto, non ci hanno dato ciò che si sperava. Abbiamo dovuto ancora combattere, con i mezzi democratici che avevamo conquistato, per avere un governo di sinistra che risolvesse le nostre esigenze, sempre rinnegate dai governi democristiani e di destra.
Dopo 50 anni abbiamo avuto uno spiraglio di speranza con un governo di centrosinistra guidato dal prof. Prodi, un uomo di grande rettitudine democratica. Ma ecco un ostacolo per me imprevisto ed incomprensibile: fu fatto cadere da un partito della sinistra. Con la caduta di Prodi la sinistra non dimostrò molta coerenza nel governare; con il cambio di altri due governi, in questa situazione non si poteva realizzare ciò che si sperava; ed è per questo che vorrei dire ai dirigenti della sinistra, con in testa Bertinotti, che si diverte in mezzo ad altri ministri a sentire le abilità canore di Berlusconi: io ho sempre pensato che la politica fosse una cosa seria, mentre esiste in tutti i partiti una elevata percentuale di uomini che pensano prima alle poltrone ed ai propri interessi, che al compito politico che debbono svolgere. Sono convinto che se Prodi fosse rimasto in carica per tutta la legislatura non saremmo in questa incerta situazione.
Penso che sarebbe giusto che i dirigenti di partito, specie della sinistra, non fossero sempre loro a candidarsi negli incarichi di governo o di altre cariche dello stato, ma cercassero nella società gli uomini capaci in economia, nella sanità, in giurisprudenza, nel campo industriale, senza nulla togliere alle capacità politiche ed organizzative di questi dirigenti.
Dall’altra parte si è presentato sulla scena politica un Berlusconi con le sue fantastiche promesse. Il popolo, politicamente ingenuo l’ha voluto provare ed ora ne paghiamo le conseguenze: avere un governo tipo anni 1920 (anno per me di tristi ricordi). La differenza è solo che in quel periodo fu un colpo di stato, mentre oggi è stato eletto dal popolo.
In mezzo a questo putiferio politico sono ansioso di vedere il comportamento e l’intelligenza del popolo italiano nelle prossime elezioni politiche del 2006.
Con i sistemi sui quali si basa l’operato di questo governo c’è il pericolo di una dittatura. Noi purtroppo l’abbiamo subita e sappiamo cos’è. E’ una cosa grave. Per sconfiggerla abbiamo sacrificato tante vite umane e tanti sacrifici. Però con il nobile risultato della democrazia, cioè consegnando una scheda elettorale nelle mani delle nuove generazioni, si può salvare la democrazia e sconfiggere questi tentativi antidemocratici, prima che sia troppo tardi.
Pensateci, altrimenti potreste dover subire ciò che abbiamo subito noi.

Ci sarebbero tante altre cose da dire, ma non voglio dare giudizi troppo personali e cercherò di spiegarmi in poche righe.
Nel periodo della nostra esistenza il sistema di vita si è capovolto, si potrebbe dire in meglio: il progresso ci ha portato dal vapore all’atomo, all’elettronica, alla cibernetica ed alla robotica. Ma finché vi saranno, come oggi, diverse mentalità religiose e l’egoismo degli uomini potenti, che hanno sconvolto il mondo, non vi sarà mai stabilità sociale e, di conseguenza, l’umanità non potrà mai godere in pace ciò che danno la scienza, la tecnica ed il lavoro umano.
Personalmente sono contento, pensando alle difficoltà percorse, di trovarmi oggi in una situazione migliore, per merito di tutti i componenti della famiglia e delle lotte sociali sostenute; sono contento di aver dato un, seppur modesto, contributo alla nostra società per essere stato un antifascista, entrato nella Resistenza con la qualifica di Patriota; contento di aver militato nel P.C.I. da modesto operaio e di essere stato delegato nel 1956 all’ottavo congresso nazionale a Roma e poi nel 1960 delegato al 5° congresso nazionale di Milano. Di tutto ciò detengo con grande orgoglio tutti i documenti.
Tutto ciò che ho scritto fino ad ora, bene o male, non è stato riportato dai libri, ma è stato raccolto con pazienza e tenacia lungo il percorso della mia vita, trascorsa con la mia famiglia e con la mia compagna, che mi ha sempre assistito e consigliato fino al traguardo della mia vecchiaia.
Ora mi considero come una vecchia locomotiva che, dopo un lungo e tormentato viaggio si trova in deposito in attesa della demolizione.

AUGURO A TUTTI I GIOVANI LAVORATORI DI OGGI DI SAPERE FARE MEGLIO DI NOI
Bologna li 10 dicembre 2005

Voglio riportare questa canzoncina che cantavano i fascisti ai loro avversari ( perché i fascisti se ne fregavano di tutti)

ME NE FREGO DI CATTANI
DI CANALI E DI CASAREIN
ME NE FREGO ANCHE DI BORGHI
ED LA LEGA ED RAVAREIN

Così i bimbi, quando mi vedevano la cantavano ingenuamente, credendo di fregarsene anche di me.

Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...