“GIANNA” E “NERI” FRA SPECULAZIONI E SILENZI


Dalla Prefazione del libro

Oltre la morte

Sono ormai trascorsi quasi sessant’anni dai fatti che narriamo nelle pagine seguenti. Li abbiamo voluti rievocare in una prospettiva diversa rispetto a molte altre, suggerita da una sentenza di un tribunale della nostra Repubblica, quello di Padova. I giudici patavini, amnistiando nel 1970 decine di persone, in gran parte partigiani, responsabili di delitti patrimoniali e di sangue legati alle ultime ore del fascismo di Salò, hanno offerto una chiave di lettura nuova, mai esaminata con vera attenzione, anche dell’assassinio più canagliesco ed efferato, quello di Luigi Canali “Neri” e Giuseppina Tuissi “Gianna”.

Un capitolo purtroppo oscuro e assieme una ferita lacerante ancora aperta nel corpo di quella stagione esaltante ed eroica che fu la lotta contro il nazifascismo. Almeno in parte, questa storia atroce e dolorosa è già stata da noi affrontata in precedenti volumi e l’eco drammatica e tragica delle umane vicende delle due vittime è rimbalzata a lungo.

Per decenni, l’opinione pubblica italiana è stata coinvolta, con grande ed esasperata emotività, sull’onda delle continue ricostruzioni e “invenzioni” della morte di Mussolini e dei suoi gerarchi e della destinazione del
cosiddetto oro di Dongo, nel dramma dei due giovani anche se, in una società immemore e distratta dalle sollecitazioni più diverse, tale ricordo si è oggi probabilmente affievolito. Eppure in un’epoca opaca e grigia
come quella in cui viviamo, caratterizzata da una forte crisi di valori e della progressiva perdita di identità e memoria storica, parrebbe significativo soffermarsi, ancora una volta, su questa triste vicenda. Una tragedia
maturata, attraverso diversità di valutazioni e di progetti, nella tempesta della guerra e poi esplosa dopo il 25 aprile, giorno della Liberazione.

Ci appare doveroso, oggi come ieri, rendere omaggio a chi, come il “Neri” e la “Gianna”, ha donato la vita per un’Italia libera e democratica che ha certamente sognato e immaginato diversa da quella che appare, con le sue contraddizioni vistose, i suoi trionfalismi di maniera e le sue ambiguità, i tanti (troppi) tentativi rozzi – ma non per questo meno pericolosi – di demolizione delle sue radici e di parte dei fondamentali assetti istituzionali.

Ciò, a maggior ragione, se pensiamo che i due partigiani “garibaldini”, per una vile e brutale scelta dei loro assassini, non hanno mai avuto neppure una degna sepoltura. I loro carnefici erano uomini dell’apparato del Partito comunista locale e regionale, e come tali indicati a conclusione di una complessa istruttoria della magistratura ordinaria e quindi non compagni della Resistenza comasca. Tale è il contributo più rilevante della sentenza esaminata e, per molti aspetti, anche di questa nostra ricostruzione storica.

I parenti dei due giovani, in questi decenni trascorsi nell’attesa di una parola di verità giudiziaria o, più ancora, politica, non hanno nemmeno potuto portare un fiore o sostare in raccoglimento sul luogo della loro morte.

La storia di Luigi Canali, il fondatore della Resistenza comasca, l’infaticabile responsabile militare del Partito comunista italiano nel seno della struttura del Comando “Garibaldi”, l’intellettuale autodidatta che aveva colto nella forza del dialogo e del confronto democratico e non nello sterile arroccamento ideologico il mezzo ideale per far crescere e levitare il movimento popolare e di Giuseppina Tuissi, coraggiosa collegatrice del Raggruppamento divisionale e appassionata compagna, è parsa spesso emblematica di un clima politico.

Da un lato, è stata infatti usata per odiose strumentalizzazioni da una destra a lungo alla ricerca di un qualche alibi ai propri limiti storici e alle proprie gravissime responsabilità nell’aver idealizzato per troppo tempo il feroce modello filo-nazista della Repubblica Sociale, lo stato fantoccio degli occupatori hitleriani. Dall’altro, una parte della sinistra, miope e priva delle minima volontà culturale atta a superare l’ostacolo, non ha mai voluto deflettere da una posizione assurdamente stalinista che ha trovato, nel presunto “tradimento” dei due giovani partigiani e nella loro condanna capitale, una qualche giustificazione alla pochezza e ai limiti morali di un atteggiamento indegno di chi si atteggiava – o ancora si atteggia – a “difensore” della Resistenza.

In tale quadro, anche il fatto che sia stata una Giunta comunale di centro-destra, come quella di Como, oggettivamente assai lontana dalle posizioni politiche e dalle aspirazioni ideali delle due vittime, a stabilire, dopo
decenni di stucchevoli e spesso maldestre querelles, che a “Neri” e a “Gianna” fosse dedicata una via del capoluogo lariano, appare emblematico del “clima” difficile e contraddittorio che ha sempre caratterizzato
questa vicenda.

È anche per tale motivo che ci è parso un dovere morale, ripensando pure ai molti stimoli avuti in precedenza dall’amico Giusto Perretta, recuperare i ricordi di Renato Morandi “Carletto”, allora giovane comandante del Gap “Nino Nannetti” del Loeucc sito quasi alle porte di Como da cui sarebbe poi sorta, passo dopo passo, la 52a brigata “Garibaldi” “Luigi Clerici”.

Ricordi che attestano, in modo lineare e senza possibilità di equivoci, i sentimenti e la tensione morale che hanno sempre caratterizzato tutta l’attività partigiana di Luigi Canali e Giuseppina Tuissi.

Renato Morandi è oggi un uomo di quasi 80 anni. Una quercia. Limpido è il suo ricordo di “Neri”, l’uomo che nella lontana primavera 1944, attorno alla cascina di Guanzate, lo aveva, come un maestro fa con i suoi scolari, più volte intrattenuto, in compagnia di Pietro Terzi, Luigi Clerici, Elio Zampiero, figure di primissimo piano della Resistenza lariana, su temi fondamentali quali la strategia partigiana, la politica dei rapporti con il mondo contadino, le priorità militari. Lezioni indimenticabili.

Morandi aveva apprezzato subito di “Neri” il rigore morale, lo spessore culturale, la vivacità intellettuale, la passione ideale. Assurdamente provocato qualche anno fa da un fazioso libello, era tornato con la memoria
a quegli anni lontani, alla sua “guerra” che, senza mai rimuovere, aveva accantonato in un angolo del cuore. Fu allora, in quell’amara circostanza, giocata fra ambiguità, menzogne e speculazioni di parte, che riemerse nitidamente, attraverso i fili di un racconto intessuto da tanti episodi, la figura del grande compagno di lotta della cui fine Morandi venne a sapere solo mesi dopo, in testimonianze frammentarie, tribolate, mai complete ma con la sola certezza che a volerne la fine non furono i combattenti delle sue montagne.

Il nostro volume vuole affermare questa verità, ripercorrendo, dalle poche pagine della sentenza dei giudici padovani, le vicende di due giovani nell’estrema parabola della loro vita che ha singolari punti di contatto
con quello di altri grandi partigiani della 52a brigata “Luigi Clerici” come Michele Moretti “Pietro” e Pietro Terzi “Francesco”. Entrambi chiamati, subito dopo la vittoriosa insurrezione, per il ruolo avuto – e talvolta subito – nelle vicende di Dongo, a trovare assieme, in Jugoslavia, per decisione del Partito comunista italiano, una sorta di riparo di fronte ai pericoli incalzanti.

Ai lettori infine il giudizio su due documenti. Il primo è il memoriale inedito di Pietro Vergani “Fabio”, il comandante della Delegazione lombarda delle Divisioni “Garibaldi”, il pubblico accusatore del tribunale
clandestino di Milano che, nel febbraio 1945, ordinò la condanna estrema per “Neri” e per la “Gianna”. Lo scritto, anche se manca un riscontro, fu quasi certamente predisposto per affrontare nel 1957 le udienze davanti alla Corte d’Assise di Padova dove Pietro Vergani era stato chiamato a rispondere nelle vesti di mandante del duplice delitto.

Nella spietata freddezza del linguaggio e nelle ripetute, evidenti, talvolta puerili menzogne con le quali vengono ricostruite le figure dei due partigiani, macchiati di ogni sorta di accusa, si è cercato di nascondere, senza attribuirsela, la ragione politica della crudele soppressione.

Il secondo documento è una coraggiosa lettera che il 3 luglio 1945, poco dopo la scomparsa del “Neri” e della “Gianna”, alcuni autorevoli partigiani della 52a brigata “Luigi Clerici”, esponendosi senza remore in prima persona, consci di una scelta che avrebbe potuto avere, in una cerchia più ampia della loro, impensabili conseguenze, inviarono al Partito comunista italiano. Non solo per rendere pubblica la loro angoscia, ma
soprattutto per sollecitare i dirigenti del Partito a far piena luce sui fatti, evitando che per la colpa di qualche compagno “che aveva sbagliato” tutta l’organizzazione politica “dovesse pagarne le conseguenze”. Una
soluzione nobile che aveva avuto sin da allora il pregio di saper distinguere.

All’appello seguì un assordante silenzio e, negli anni, sempre, una disperante indisponibilità a far conoscere quello che era accaduto.

Gli autori

Giorgio Cavalleri, scrittore e storico, vive a Como. Fra le sue numerose pubblicazioni: “Storia del Neri e della Gianna” (Nodo libri 1991); “Ombre sul lago” (Piemme 1995); “Il custode del carteggio Churchill-Mussolini”
(Piemme 1997); “Evita Peron” (Piemme 1998); “L’oro dei nazisti” (Piemme Pocket 2000); “Nelle fabbriche di Hitler” (Franco Angeli 2001).

Franco Giannantoni (Varese, 1938), è autore di opere di ricerca storica sul fascismo e la Resistenza.
Fra queste, “Guerriglia nell’Ossola” (Feltrinelli 1975); “Fascismo, guerra e società nella Rsi” (Franco Angeli,
1984); “La Resistenza più lunga – Lotta partigiana e difesa degli impianti idroelettrici in Valtellina” (con Marco Fini, Sugarco 1985); “Gianna e Neri: vita e morte di due partigiani comunisti” (Mursia, 1992); “La notte di Salò” (Arterigere, 2001).

EDIZIONI ARTERIGERE – Varese
Tel. 0332 26 44 67 – Fax 0332 26 44 67
info@arterigere.ithttp://www.arterigere.it

 

Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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