10 febbraio Io non dimentico


Dalla testimonianza di Vinka Kitarovic (qui la sua biografia completa), partigiana di origini croate che ha combattuto nella Resistenza italiana contro il nemico comune il fascismo.

Avevo quindici anni

L’opposizione agli invasori per difendere l’indipendenza della patria, la cultura (e la lingua), la dignità personale. Arresto per antifascismo e deportazione in Italia, nell’Istituto di rieducazione di Bologna.

Mi ricordo quell’inizio della primavera del 1941. Splendide giornate serene riscaldate dal tepore dei raggi del sole. La vita era bella ed io tra poco avrei compiuto 15 anni.
Frequentavo il ginnasio, ero felice. Avevo i miei amici, avevo tutta mia la bellezza della mia terra, della mia città; avevo la mia famiglia, l’affetto dei fratelli tanto più grandi di me e del mio fratellino, avevo l’amore dei miei genitori.
La famiglia era modesta: anche se priva di ricchezza abbondava il calore dell’affetto.

Il babbo è stato il mio primo grande amico. Da piccola, tenuta sulle sue ginocchia, lo ascoltavo raccontare, tra storia e leggenda, gli eventi passati del nostro paese – Jugoslavia – nel tempo una terra travagliata, assoggettata a stati più forti (Turchia, Austria), sfruttata ma mai domata. Mi ha insegnato ad amarlo e di non dubitare mai e lottare per la propria dignità, umanità: avere speranza per il futuro.
Aspettavo la fine dell’anno scolastico per godere il mio mare Adriatico, nuotando e veleggiando tra le isole con gli amici. Questo era il mio mondo all’inizio della primavera del 1941, bello e spensierato.

Quando la prima domenica dell’aprile, durante la messa nell’antica cattedrale di San Giacomo in cui lavorarono Giorgio il Dalmata ed altri architetti italiani – la città vanta nel suo patrimonio monumentale il citato duomo (1431-1555), la chiesa di San Francesco con attiguo convento (1300); la chiesa di San Giovanni con orologio tipo turco e la scalinata esterna che sembra un pizzo di pietra; la chiesa ortodossa e la rinascimentale Loggia Grande del Sanmicheli di fronte alla cattedrale stessa – alla quale noi studenti eravamo obbligati ad assistere, il vescovo interruppe la preghiera e voltandosi verso di noi disse: stamattina all’alba gli aerei tedeschi hanno bombardato Belgrado, si temono migliaia di morti.
Rimanemmo frastornati, si sentivano voci: è la guerra!

Incredula, senza capire del tutto cosa significasse la guerra, tornai a casa. I genitori erano silenziosi e preoccupati: mio fratello Ivo lavorava a Smeredevo, la città industriale vicina a Belgrado, io capii ed ebbi paura per lui. Man mano che le ore passavano venimmo a sapere del crollo dello Stato, dello sfacelo dell’esercito. I soldati disertavano, gettavano le armi, molti però le seppellivano e tornavano a casa. Io pregavo per il fratello.
Seppi che la Jugoslavia veniva occupata dalle truppe tedesche ed italiane e divisa. Si parlava
di violenze, di morti.

La mia città, Sibenik, era ed è tuttora un porto militare ove erano ancorate le navi da guerra. Arrivarono gli aerei tedeschi, gli Stukas, a bombardare e mitragliare le navi ed il porto.
Fortunatamente alla città furono risparmiate le distruzioni gravi.
Trascorsero due-tre giorni di caos: senza governo, senza esercito, la gente aspettava trepidando. Poi alla sera arrivarono camion zeppi di soldati: erano italiani. Immediatamente il giorno dopo fu emanato il coprifuoco: dal tramonto all’alba successiva vietato uscire di casa. Si sentiva nella notte il movimento di mezzi corazzati e cannoni.

Mi ricordo che la prima sera del coprifuoco il babbo tardava a rientrare a casa; la mamma era allora agitata sapendolo poco ben disposto verso gli italiani, contro i quali combattè prima nella Grande Guerra 1915-1918 quale sottufficiale della marina austro-ungarica e nel periodo successivo 1918-1921 quando l’esercito italiano venne ad occupare la nostra città.

Al suo rientro a tarda ora, essa lo rimproverò di incoscienza e lui, il mangiaitaliani, le disse: ho visto dei giovani soldati, stanchi, impolverati, chiederci da bere e qualcosa da mangiare e siccome mastico qualche parola di italiano li ho accompagnati verso i luoghi in cui potessero ristorarsi. Erano così giovani, li vedo come figli. Io ascoltavo le parole di mio padre e non le ho mai dimenticate perché le sento ancora come una raccomandazione che innanzitutto non bisogna perdere il senso di umanità.
La spensieratezza dei miei quindici anni giorno dopo giorno scompariva.

A seguire il coprifuoco arrivò il razionamento.
I viveri scarseggiavano, si conobbe la fame, compariva il mercato nero. Le famiglie non ricche, come la nostra, finiti i pochi risparmi ed anche perché la pensione di papà era ormai incerta, vendevamo tutto il possibile per sfamarci. Scoprii un giorno che i miei si decurtavano quel poco della loro razione affinché io e mio fratellino di dodici anni potessimo alimentarci di più. Mi ribellai, li costrinsi a mangiare in mia presenza, sotto la minaccia non mangiare anch’io.
A scuola, noi studenti non eravamo più allegri: c’era nell’aria un’attesa di qualcosa. Una mattina sbarcarono le camicie nere italiane, una masnada di energumeni con le maniche rimboccate, stringendo in una mano il manganello e nell’altra una bottiglia. Così feci la conoscenza con i fascisti.

Marciavano verso si giardini e il centro città cantando a squarciagola. Lungo il percorso chi non salutava veniva percosso e obbligato ad ingurgitare il contenuto delle bottiglie. Seppi che contenevano olio di ricino ed un altro intruglio della cui qualità non sono certa. Spaccavano le vetrine e le insegne dei negozi scritte coi caratteri della nostra lingua. Noi giovani riuscivamo a sottrarci a quella violenza fuggendo, ma gli anziani no.
Mi chiedevo: dunque questi barbari sono italiani, ma allora quello che ho studiato dell’Italia, il paese delle arti, della poesia, il paese di Dante, Petrarca, Leonardo ed altri, dove sta? Era un inganno? E poi vennero nelle scuole.

Pretesero che studiassimo solo la lingua italiana. Pochi di noi la conoscevano.
Minacce, intimidazioni. E allora in noi, anche in me, accanto alla paura, subentrò l’indignazione, la ribellione, l’odio per ciò che ci veniva imposto.
Non volevamo rinnegare origini, cultura.
Ci fu chi bruciò i testi obbligatori in italiano, rischiando rappresaglia.
Iniziarono riunioni clandestine, ed imparammo il significato di fascismo e nazismo. Da qui la resistenza di noi studenti, dapprima passiva reagendo col silenzio duro alle ingiunzioni e via via sempre più attiva in varie forme, come scrivendo di notte sui muri parole di lotta e di speranza. Io, come tanti altri, mi iscrissi a SKOJ, l’Unione della gioventù comunista jugoslava.
Mio fratello Ivo tornò a casa percorrendo a piedi l’enorme distanza da Belgrado a Sebenico e parlò della violenza, della sofferenza inflitta al nostro popolo. Restò per poco, sparì, era diventato partigiano: si andava formando il nostro esercito di liberazione.

Il terribile scenario portato dagli stranieri era fatto di arresti, deportazioni, fucilazioni, incendi e massacri nei villaggi.
A dare manforte ai nazifascisti erano gli ustaša, i feroci ustascia del venduto Ante Pavelic, pupillo di Mussolini, addestrati in Italia. Era il periodo in cui i giovani non erano più giovani e i vecchi non potevano fare i vecchi. C’erano momenti in cui piangevo per la mia giovinezza rovinata, per i sogni infranti, ma nello stesso tempo non ho mai voluto cedere: pensavo a come poter entrare in una formazione partigiana.
Gli studenti erano sospettati di antifascismo, talché nelle case cominciarono le perquisizioni. A me sequestrarono le innocenti fotografie dei periodi felici.

Una sera dell’ottobre 1944, dopo il coprifuoco, sentimmo bussare alla porta. Era la polizia che cercava me e mi portò via. I miei genitori imploravano in lacrime, ma è una bambina, ha solo sedici anni, perché? Nulla da fare. In carcere trovai altre dieci compagne di classe. Pare che nella casa di una di esse fosse stata trovata una lista coi nostri nomi, per la polizia assai sospetta.

L’interrogatorio a base di lusinghe e di minacce non dette alla polizia italiana i risultati che si attendeva, Noi ragazzine fummo separate, io finii in una cella di metri tre per quattro, dove c’era la mamma di un partigiano ed in cui rinchiusero altre cinque mie compagne.
Seguirono giorni tetri. I genitori li vedemmo solo il giorno prima della nostra deportazione in Italia.
Inimmaginabile la disperazione loro e nostra. La mattina seguente, era metà ottobre, il cellulare Crna Marica (Maria nera) come lo chiamavamo noi, ci trasportò – eravamo undici dai sedici ai diciassette anni – al porto.

L’ultimo ricordo della mia città lo ebbi, seppure al prezzo di diversi ceffoni, sbirciando dalle fessure e vidi tutta la riva piena di gente tenuta a bada dai soldati con i fucili spianati. Aveva saputo ed era venuta a rincuorarci.
Non si può dimenticare una visione così. Circondate dai poliziotti ci fecero entrare nella stiva della nave, non permettendoci di salutare, anche con un solo sguardo affettuoso, la nostra cara Sibenik. Poi rotta su Trieste.

Scese dalla nave a Trieste fummo separate e destinate: quattro a Roma, quattro a Milano e tre a
Bologna. Io fui destinata a Bologna con Marija Separovic e Visnja Gavela. Di Trieste vidi un pezzo di marciapiede prima che i poliziotti ci infilassero in macchina.
Lunghe ore di viaggio; ognuna mi allontanava sempre più dal mio Paese. Immensa tristezza. Era la terza settimana di ottobre 1942.

Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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