Martelli Vincenzo (Nome di battaglia Cito)


 

Nasce il 29 marzo 1926 a Imola, nella primavera 1944 è tra gli organizzatori dello sciopero che si tenne nella fabbrica, dove si producono proiettili e cannoncini anche «se parte di questi – ha scritto – venivano respinti al collaudo perché non funzionavano in quanto gli operai, sotto il naso dei tedeschi che controllavano tutto, attuavano, con grande rischio personale, il sabotaggio alla produzione bellica». Lo sciopero è un successo nonostante «le armi puntate sugli operai addetti alle macchine».

All’inizio dell’estate lascia l’officina e si unisce al battaglione Guerrino della 36a brigata Bianconcini Garibaldi. Prende parte ai principali combattimenti della brigata, tra i quali quelli di Capanna Marcone (Scarperia – FI) il 10 agosto 1944 e di Cà di Guzzo in località Belvedere (Castel del Rio) il 27 settembre 1944. Dello scontro di Capanna Marcone – dove un grosso contingente tedesco cadde al completo in un’imboscata partigiana – ha scritto che, cessato il fuoco, «guardavamo in avanti per cercare un eventuale minaccia in mezzo a quegli uomini stesi e urlanti. Li guardavo in viso: nel loro linguaggio incomprensibile chiedevano pietà e reciprocamente ci dicevamo che non ci eravamo fatti niente l’un l’altro, che non ci eravamo mai visti e tuttavia ci dovevamo uccidere».

Il 27 settembre 1944, durante una marcia di trasferimento, la sua compagnia resta intrappolata da ingenti forze di SS e paracadutisti tedeschi in una casa colonica a Cà di Guzzo. Dopo un giorno e una notte di furiosi combattimenti, è uno dei pochi che sopravvive alla disperata sortita tentata dai partigiani per sottrarsi all’accerchiamento. Nell’ottobre, quando la maggior parte dei partigiani della 36.a attraversa la linea del fronte e raggiunse lʼItalia già liberata, fa parte del gruppo che scende verso Imola per prendere parte a quella che si riteneva l’imminente insurrezione popolare.

Per tutto l’inverno milita nelle piccole formazioni che operavano alle porte di Imola.

Arrestato dai fascisti il 14 marzo 1945, venne imprigionato nelle carceri della Rocca (Imola) e sottoposto a dure sevizie. Nei primi giorni di aprile è trasferito con altri 4 detenuti nel carcere di Budrio, dove avrebbero dovuti essere fucilati. Per l’intervento di un ufficiale medico tedesco, il 12 aprile è liberato con i compagni di detenzione.

I suoi ricordi

Assieme ad alcuni coetanei e compagni di lavoro, fui messo in contatto, appena dopo l’8 settembre 1943, con le forze antifasciste imolesi, Ezio Serantoni venne a fare alcune riunioni a casa di Iriano Campagnoli, in via Campanella, ad Imola.

Per noi che eravamo abituati alla sola conoscenza della propaganda fascista fu questo un fatto di grande importanza e molto ci interessavano i discorsi contro il fascismo e contro il governo. Per la prima volta sentimmo parlare di comunismo e di Stalin, che cominciammo ad amare molto. Le cose che si discutevano maggiormente erano la politica di quel momento e la lotta armata contro il fascismo, alla quale avremmo dovuto dare la nostra partecipazione attiva a scadenza molto breve. Ma la cattura di alcuni di coloro che mantenevano i collegamenti ed anche certe manifestazioni di diffidenza rinviarono la partecipazione di molti di noi alla lotta stessa fino all’estate 1944.

Lavoravo allora in un’azienda di Stato, la « Cogne » di Imola, che fabbricava proiettili e cannoncini: ricordo che parte di questi venivano respinti al collaudo perché non funzionavano in quanto gli operai, sotto il naso dei tedeschi che controllavano tutto, attuavano, con grande rischio personale, il sabotaggio alla produzione bellica allo scopo di indebolire la forza militare fascista e tedesca.

Fu nel marzo-aprile 1944, comunque, che fui partecipe, sia pure in modo quasi inconscio, come molti altri, di un avvenimento politico per me eccezionale e che forse appare tale ora più di quanto apparisse allora: mi riferisco allo sciopero, almeno parziale, che in quel periodo venne effettuato dentro la « Cogne ».

Ricordo i tedeschi (dopo l’accennata sospensione del lavoro), con le armi puntate sugli operai addetti alle macchine e la grande confusione che avvenne nella fabbrica.

Sia pure fra estreme difficoltà ed incertezze, si può affermare che fu quel fatto, almeno nelle condizioni in cui si svolgeva, un successo. Per questo ritengo di poter affermare che quelle giornate furono per me molto emozionanti ed anche di insegnamento per il futuro.

Quando divenni partigiano avevo 18 anni e entrai nella 36a brigata Garibaldi.

Io sono uno dei pochi sopravvissuti della battaglia di Ca’ di Guzzo, durante la quale fui ferito. Ma non è di questo fatto che voglio riferire, bensì sull’azione della nostra compagnia a Capanno Marcone, che si trova nell’attuale prosecuzione del Giogarello che congiunge la via Montanara (vicino a Firenzuola) e la via Faentina (Ca’ dell’Alpe).

Della battaglia di Ca’ di Guzzo parleranno altri compagni. Fu quello uno degli episodi più grandi e drammatici della Resistenza, uno dei punti più alti dell’eroismo partigiano. Però su quell’episodio ho sempre avuto delle riserve sia per il fatto che fu infelice la decisione di sostare in quel posto così scoperto e anche perché, a mio avviso, il comandante Guerrino, che era il compagno più autorevole, non avrebbe dovuto uscire lui per chiamare la 62a brigata (che non si mosse) in nostro aiuto. Guerrino tornò, con rinforzi purtroppo limitati e la sua azione esterna non poté evitare la tragedia. Ma torniamo al fatto del 10 agosto.

Capanno Marcone è situato in una piccola spianata: una ripida scarpata da una parte e una mulattiera in alto. Attorno alla piccola arena in declivio, il monte. Noi  dovevamo tendere un’imboscata agli stessi tedeschi che il giorno prima avevamo attaccato dalla sommità che sovrasta il Giogarello. Giungemmo al capanno alle 11 del 10 agosto 1944, provenienti da «Le Spiagge», dove eravamo alloggiati. La fortuna in un primo tempo ci assisté facendoci giungere alla radura appena alcuni minuti prima dei tedeschi, in quanto se fossero giunti prima loro, ci avrebbero colti nel sentiero, a mezzo monte, con poca vegetazione attorno e certo ci avrebbero con facilità falcidiati.

Orbene, prima di loro, in pochissimi minuti, ci piazzammo tutti attorno all’arena (che forma un raggio di circa trenta metri); nemmeno il tempo di sistemarci nascosti dagli alberi, tutti attorno alla radura, che i primi tedeschi giungono cauti lungo il sentiero al bordo della scarpata. Il silenzio è veramente totale, non sanno decidersi ad avanzare. In testa un contadino, o uno che veste come tale. Forse sospettosi della nostra presenza, pare che siano restii a venire avanti.

Poi, un comando, e la colonna avanza, giunge in fila al centro dalle spianata: qualcuno sta per portarsi al Capanno e in quel momento dal nostro comandante Guerrino viene l’ordine di far fuoco. Per un attimo il mondo parve crollare, decine di armi sveltamente sputarono il loro piombo come in esplosione d’ira repressa.

Al primo colpo Galassi, con un Mauser lungo (mi è tanto vicino all’orecchio che per alcuni giorni la testa rintrona), e i quattro russi che sono con noi, urlano come forsennati. In pochi secondi i nazisti sono colpiti poi, superato lo smarrimento, si buttano a capofitto nella scarpata e per un momento si sentono solo le urla dei colpiti.

Umberto, che allora era caponucleo, subito ci invita a portarci sul bordo della scarpata allo scopo di evitare che i tedeschi si riprendano. Io lo seguo al fianco: guardavamo in avanti per cercare una eventuale minaccia in mezzo a quegli uomini stesi ed urlanti. Li guardavo in viso: nel loro linguaggio incomprensibile chiedevano pietà e reciprocamente ci dicevamo che non ci eravamo fatti niente l’un l’altro, che non ci eravamo mai visti e tuttavia ci dovevamo uccidere. Uccidere, parola tanto orribile e in quel momento tanto fragile.

Ad un tratto, credendo di avere altri dietro, avanziamo, sentiamo alcuni «hurrà !» e in quel momento ho amato molto la vita. I nazisti ricompaiono sul bordo; certo con fortuna, Umberto ed io ci portiamo al riparo e di nuovo si accende la battaglia. Ancora una volta li respingiamo e le loro perdite sono alte, anche tenuto conto della fulmineità dell’azione.

Spentesi nel sangue le velleità tedesche, viene dato l’ordine di ripartire; questa peraltro era la nostra guerra e così la volevamo imporre. Al ritorno ci accorgemmo che tre dei nostri mancavano. Erano i primi e perciò anche i magoni più grossi da inghiottire; in una guerra, specie come la nostra, si è veramente amici.

Ivo, un macellaio di Reggio Emilia, capitato fra di noi per caso, catturato vivo mentre cercava di soccorrere Nello, caduto in mezzo agli avversari dal rialzo in cui si trovava. Ivo, dunque, per alcuni giorni fu portato in giro in una gabbia per quelle contrade e morì seviziato. Nello, con maggior fortuna, pur ferito da sembrare morto, la notte seguente riuscì a riportarsi fra di noi e si salvò.

Domenico, pure lui che portava le munizioni al fucile mitragliatore, rimase in mezzo ai tedeschi i quali lo cercarono e lo trovarono verso sera. Riuscì, con una « Sipe » e le gambe buone a rientrare fra di noi due giorni dopo, ma era in preda ad un violento « choc », tanto che non si riprese mai più e a Ca’ di Guzzo rimase si può’ dire paralizzato dalla grande paura che non gli permise di uscire e vi perì. Era un comunista, come tanti altri. Era tanto buono. Per il primo tributo di sangue che demmo a questa nostra guerra fu quello, per me, nella lotta di liberazione, l’avvio di una interiore opposizione alla guerra.

Fonti

Dizionario biografico M – Q – Luigi Arbizzani, Nazario Sauro Onofri – Bologna, 1995

Luciano Bergonzoni – La Resistenza a Bologna – Testimonianze e Documenti Vol. V –

Istituto per la Storia di Bologna – 1980

Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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