Intervista con il dott. Marco Passega “Spig” (2 aprile 2005)


Da Uomini contro. Storie di uomini nella Resistenza bresciana, Quaderni della biblioteca comunale don Lorenzo Milani di Cazzago San Martino, 2006

BIOGRAFIA DI MARCO PASSEGA

Nasce a Brescia nel maggio del 1926, dove abita in Via Pace, nella casa dei nonni materni, che verrà bombardata durante la seconda guerra mondiale, e frequenta i primi 3 anni della scuola elementare all’Arici. La sua famiglia è composta da papà, mamma e tre figli (oltre a lui il fratello maggiore, nato nel ’28 e la sorella minore, nata nel ’35). Si trasferisce a Chiari, dove frequenta le classi IV^ e V^ elementare, ed, in seguito, a Bergamo, perchè il padre, che operava nello stabilimento Armellini di Chiari, apre assieme ad altri una società in proprio a Bergamo. Torna a Brescia dopo qualche anno, dove frequenta le classi IV^ e V^ ginnasio e poi il liceo all’Arici. Frequenta anche la Parrocchia della Pace, dove si respira un clima contrario al fascismo. Il 25 luglio 1943, cade il fascismo ed arriva l’8 settembre con l’avvento della Repubblica di Salò. In città monta un’avversione verso le truppe di occupazione tedesche (si ricordi l’insurrezione di Brescia contro gli austriaci durante le 10 giornate di Brescia) e Marco Passega aderisce alla Resistenza, accettando di trasportare per la prima volta un carico di derrate alimentari in Corso Matteotti per la nascente organizzazione partigiana clandestina. A questa consegna, ne succedono altre, sempre più frequentemente. Poco dopo viene ucciso un comandante repubblichino in un attentato e vengono catturati e fucilati Astolfo Lunardi ed Ermanno Margheriti, che organizzavano la resistenza armata in città. Ai funerali partecipano molti bresciani e, fra di essi anche molti resistenti, tra i quali Passega. In quell’occasione il regime fascista identifica i partecipanti e pianifica la repressione. Una mattina, a scuola, Don Rigosa chiama alla cattedra Passega con il pretesto di interrogarlo e gli sussurra all’orecchio di fuggire perchè è ricercato. E’ l’aprile del ’44 e Passega viene fatto allontanare da Brescia ed inviato a Ponte di Legno presso un’infermeria retta da suore. Dopo qualche giorno si trasferisce a Cedegolo, presso Don Comensoli ed, in seguito a varie vicissitudini, viene assegnato alla Brigata Perlasca operante in Val Sabbia, nome di battaglia Spig. Partecipa a varie azioni in località Valledrane, a Pian del Bene, sugli altopiani di Vaghezza, a Collio, a Livemmo, sul Mortirolo e poi lungo le valli del Lago d’Iseo, fino alla Franciacorta. Trascorre l’inverno tra il ’44 ed il ’45 nelle baite sopra Collio, così come imposto da un proclama del comandante “Alexander”, e nella primavera del ’45 ricomincia a riunire la Brigata e dopo una lunga serie di appostamenti, scaramucce e scontri sanguinosi con le truppe nazi-fasciste, il 25 aprile arriva la Liberazione del Nord-Italia. Tornato a casa, Passega conclude i suoi studi e si laurea in medicina. Esercita la professione di medico, in varie sedi, ma per moltissimi anni e in modo continuativo (fino al compimento dei 70 anni) a Cazzago San Martino, dove, nel 1994 viene eletto sindaco per la lista civica “Per un Comune migliore”, che rappresenta un periodo di forte rinnovamento della vita amministrativa comunale. Riconfermato nel 1998, conclude il suo mandato amministrativo nel 2002. Partecipa in modo continuativo alla vita sociale della comunità, soprattutto come volontario del Gruppo Alpini di Pronto Soccorso.

Intervista con il dott. Marco Passega “Spig” (2 aprile 2005)
Buon giorno, allora, dottore volevamo partire a vedere la sua esperienza e i suoi ricordi partendo dalla sua infanzia. Lei quando è nato?
1926 in maggio

Quindi il fascismo ha già preso il potere quando lei è nato. Ha dei ricordi particolari della sua infanzia?
Ho fatto le elementari all’Arici, a Brescia. Allora c’erano i figli della lupa, i bambini più piccoli avevano una divisa e andavano a fare il sabato fascista. Più avanti mi ricordo che vestivo da balilla.
Andavo alle elementari, era una cosa tranquilla. Si andava il sabato e si faceva avanti e indietro un po’ di marce nel cortile dell’Arici e poi basta. Fatti speciali, che mi hanno colpito o violenze non ne ricordo.

Fatti della vita quotidiana? La sua famiglia come era composta?
C’erano papà e mamma. Mia sorella è nata nel ’35, mio fratello nel ’28. E anche allora lì in famiglia non si parlava di cose particolari del fascismo. Quello che ricordo è che mio papà parlava di Mussolini chiamandolo “quel buffone”. Il cognome di Mussolini non era mai citato. Invece il Re era il “caghetta”. La mia formazione politica è stata questa, perché con papà non si andava oltre.

Una famiglia benestante, vero? Dove abitava?
Sì, a Brescia, in quella che adesso è via Pace, era la casa di mia nonna, che verrà bombardata. E’ venuta giù e poi l’abbiamo ricostruita. Poi siamo andati a Chiari, ho frequentato lì la IV e la V elementare, e in seguito ci siamo trasferiti a Bergamo.

E come mai siete andati a Bergamo?
Per lavoro. Papà era passato allo stabilimento Armellini a Chiari, poi aveva tentato insieme ad altri una società in proprio e ci eravamo trasferiti a Bergamo. I fatti maggiori di quell’epoca sono stati la guerra di Spagna, la guerra d’Albania (La guerra civile spagnola inizia nel 1936 e termina nel 1938. L’Italia invade l’Albania nell’aprile del 1939.).

Quindi lei non ha avuto sentore del regime se non attraverso manifestazioni normali della vita di ogni ragazzo.
Sì. Quello che a me stufava un po’ erano le adunate, il sabato. Era una stufata andare a fare i pagliaccetti. Avevamo lo spillone, il fazzoletto, le braghe con la riga nera, ci sentivamo anche importanti, però ad un certo momento ha stufato. Quando da Bergamo siamo tornati a Brescia, ho
frequentato IV e V ginnasio all’Arici.

Lei a questo punto aveva?
Dunque sono 5 di elementari e 5 di ginnasio, eravamo nel ’39: avevo 13 anni.

Se nella sua famiglia non si facevano discorsi politici, non c’erano altri amici…
No, perché non c’erano gli interlocutori. Magari papà aveva una certa idea, ma con mamma non ne parlava. A quei tempi le mamme non parlavano di queste cose. E con noi ragazzi ancora meno. L’insofferenza verso il fascismo era data dal fatto che per mio papà Mussolini era il “buffone”, ma non ne so il motivo. All’Arici i preti, i gesuiti verso il fascismo avevano un atteggiamento quasi di critica. Era sopportato ironicamente, non era platealmente avversato però non era neanche benvoluto.

Il mito della patria non si percepiva?
No. Parlo sempre della mia esperienza, nel ’39 avevo 13 anni, la guerra è cominciata nel ’40.

Ma ricordi anche rispetto alla guerra in Africa, in Etiopia, qualcosa dai giornali. Non ricorda nemmeno di aver sentito la notizia?
Non ricordo di averlo letto sui giornali che comunque a quel tempo erano sulla stessa linea, avevano tutti un tono trionfale, non azzardavano la minima critica. La maturazione antiregime è avvenuta più tardi, è avvenuta al liceo.

Lo affrontiamo dopo. Ritorniamo a quello a cui aveva accennato prima: era il giugno del ’40, l’Italia compie il passo fatale e scende in guerra contro la Francia a fianco della Germania nazista. Che cosa ricorda di quel giorno? Ha dei ricordi particolari? A quel punto era adolescente.
Non ho ricordi particolari. Eravamo a Brescia, ricordo solamente che il mio papà avrebbe dovuto andare a fare la precedente campagna d’Albania, ma era stato riformato per un’insufficienza renale.
Una cosa leggera, chi lo sa?, forse c’era stato qualche intrallazzino. E’ morto dopo il ’54, quindi una cosa lieve. Ha evitato la guerra d’Albania. I miei ricordi con le istituzioni sono questi.

Però di questa guerra anche in maniera retorica, non se ne parlava? Non ha ricordi?
All’Arici i miei compagni erano della mia levatura mentale, della stessa età e delle stesse esperienze. Niente, noi i giornali non li leggevamo e anche se li avessimo letti era come leggere un giornale solo.

Parenti fascisti e che sono andati in guerra?
L’unico parente fascista era il fratello di mio padre che stava a Varazze. Ho saputo solo dopo che era fascista. Per come parlava, quando io ero più grande e ricordava dei tempi passati, ho capito che era fascista, ma anche con lui in quei tempi non si parlava; a parte il fatto che stava a Varazze. Per quel che so io, per esempio della tragedia degli ebrei ho avuto notizia solo dopo. La faccenda che gli ebrei erano stati cacciati via dalle scuole, niente si sapeva. Nel mio ambiente non si sapeva neanche che c’erano le leggi razziali.

Forse perché lei era un ragazzo. C’era una comunità ebraica a Brescia?
Sì, però non c’era un ghetto. A quel tempo, quando sono state approvate le leggi razziali contro gli ebrei nella mia classe non c’è stato nessuno che è rimasto a casa.

Conosceva però degli ebrei?
Non personalmente. Sapevo della famiglia Orefici per esempio, che era una famiglia molto conosciuta, una famiglia importante di Brescia.

In una certa misura lei ritiene che l’aver frequentato un ambiente scolastico, l’Arici, legato allo spirito dei gesuiti, che era abbastanza ironico nei confronti del regime l’ha anche preservata dalla retorica fascista?
Certo, proprio perché non gli davano importanza. All’Arici quando si parlava delle adunate si rideva.

Era una scuola d’élite?
Era una scuola privata. C’erano l’Arici e l’Arnaldo che andavano allora.

La frequentavano le migliori famiglie di Brescia?
C’era di tutto. C’erano anche parecchi agricoltori, c’era anche il convitto.

La sua famiglia era cattolica?
Mia mamma sì, mio papà molto tiepido. Cattolici alla nostra maniera, insomma.

Il suo rapporto con la religione?
Ho avuto alti e bassi, più vado avanti e più faccio fatica ad accettare quello che mi hanno inculcato nella testa fin da piccolo, soprattutto in relazione alla presenza del male nel mondo, nei confronti del quale Dio sembra rimanere passivo.

Possiamo dire che eravamo di fronte, più che ad un clima di antifascismo ad un clima di scetticismo verso il fascismo vissuto durante la sua infanzia? Cioè non di aperta critica e aperta contestazione.
Parlerei di noncuranza.

Che è diversa dall’indifferenza, però. Come un qualcosa a cui non si dà valore…
Un po’ dava fastidio. Quando sono diventato avanguardista, dopo essere stato balilla, c’era un sottotenente che ci faceva l’istruzione. Era una noia unica.

Ritiene che questo atteggiamento di noncuranza fosse un atteggiamento diffuso nella maggior parte del paese o fosse limitato ad una classe sociale che aveva una certa levatura morale, mentre il resto del Paese era abbastanza favorevole al regime?
A posteriori penso che i fascisti tendevano a non dare fastidio a chi non li infastidiva. Le adunate oceaniche in P.zza Venezia, quando Mussolini parlava e tanta gente andava ad osannarlo, non era solo scena. Anche se la gente, finita la festa, tornava al suo lavoro e non ci pensava più. L’epoca
delle bastonate era antecedente al ’25. E’ stato dal 1919 in avanti che il fascismo le ha usate per prendere piede. Quando poi ha preso in mano il potere e gli oppositori non avevano accesso ai giornali, è diventato più cauto, più astuto. Un processo ad un antifascista io non l’ho mai sentito sui giornali, eppure tribunali speciali ce n’erano.

Mussolini a Brescia è venuto?
Io penso di sì, ma non l’ho mai visto. Forse ero a Bergamo.

Ricordi particolari legati alla figura di Mussolini?
Era un buffone.

Anche dopo la conclusione del conflitto, dopo la sua esperienza partigiana, non ha mai discusso con suo padre del periodo?
Mio padre nel suo intimo era antifascista, ma anche antimonarchico. Era anticomando, di spirito liberale, anarco – liberale. Non sopportava le imposizioni.

Che ricordi ha di Brescia in quel periodo?
I bombardamenti non erano ancora iniziati, la cosa più evidente era la difficoltà a trovare cibo; si mangiava pane nero che non era fatto con la farina ma chissà con che cosa. Noi si andava avanti con la farina di mia mamma, che aveva della campagna a Castenedolo e ogni tanto arrivava farina bianca.

Prima di parlare del ’25 luglio del ’43 volevo citare un altro episodio, che è la ritirata di Russia.
Assolutamente non ricordo niente.

Ricorda qualche testimonianza di qualcuno degli alpini che erano rientrati? Ci sono stati molti alpini bresciani che hanno preso parte alla ritirata?
Non erano nel mio giro.

Non ha avuto contatti con nessuno. E in seguito durante la sua esperienza partigiana non ha incontrato qualcuno che aveva vissuto questa esperienza?
Sì certo.

Conserva qualche ricordo particolare?
Quello che raccontavano. In particolare le sofferenze della ritirata e il comportamento dei tedeschi verso gli italiani. I tedeschi se ne fregavano, mica li aiutavano a tirarsi su e ad andare avanti. Anche l’impreparazione nell’andare; erano partiti vestiti di niente, non avevano i pellicciotti per i turni di guardia per tutti e se li scambiavano l’uno con l’altro.

Allora veniamo alla fatidica data del 25 luglio ’43.
Cade il regime, tutta la gente è contenta, mi ricordo la grande gioia che c’era in giro.

Come era arrivata la notizia?
Credo con la radio, “Sua Eccellenza il cavalier Benito Mussolini ha rassegnato le dimissioni”, una cosa del genere2. Che tra l’altro mica l’hanno cacciato via, è stato il Gran Consiglio del Fascismo che l’ha silurato. Quindi vuol dire che anche all’interno del fascismo avevano capito che c’era qualcosa che non andava. La guerra andava male, c’era già stato lo sbarco in Sicilia (Le truppe anglo-americane sbarcarono in Sicilia all’inizio di luglio del ’43.).

Le scene di festa come se le ricorda.
Allora eravamo sfollati a Collebeato, c’era la sede comunale con un grande fascio che era giù in terra.

C’era molta gente.
Sì era una liberazione, perché i più pensavano che sarebbe finita la guerra.

Non ritiene che fosse una reazione?
Non perché prima non c’era stata una resistenza verso il regime, o perlomeno non se ne avevano notizie. E’ a quel punto che hanno rialzato la testa e si sono messi a parlare anche quelli che prima erano stati costretti al silenzio. I partiti sono cominciati a saltar fuori, per cui la gente ha cominciato a sentire opinioni differenti e ne ha maturate di proprie. Finché c’era il fascismo parlavano solo i fascisti.

Lei non era mai entrato in contatto con la realtà dell’opposizione clandestina?
No, non direttamente. Frequentavo l’Arici ma andavo anche alla Pace. Quello era un luogo di antifascismo più convinto. Da lì venivano fuori condanne all’autorità, quel che non si doveva fare e quello che non andava bene.

Ma non si parlava degli antifascisti famosi che avevano subito violenza, come Gramsci?
No, non si sapeva neanche chi fosse, perché i giornali fascisti non dicevano queste cose, io non ricordo che si parlasse sul giornale di processi, come non si parlava dei suicidi.

Ci si rendeva conto di vivere in una dittatura o si pensava di vivere in una democrazia?
Non ci si poneva nemmeno il problema. Se uno ti dice: “devi fare questo”, e te lo dice dieci volte perché tu non lo vuoi fare, capisco la dittatura, ma se non mi dà fastidio quello che dicono… C’era però un atteggiamento di accettazione, di sopportazione.

Uno non si rendeva conto di vivere sotto dittatura?
No. A meno che non ci fossero ragioni ideali e uno non fosse formato politicamente, ma per esserlo doveva essere su di età , ricordarsi di com’era prima del fascismo.

Lei il 25 luglio del ’43 era a Collebeato. Cosa ha fatto quel giorno? E’ sceso in strada anche lei? Era in vacanza dalla scuola.
Credo di essere andato a Brescia in bicicletta.

E’ andato a Brescia e cosa ha fatto?
Ho girato e curiosato.

C’è qualche immagine che si ricorda?
Esultanza.

Si imprecava contro il regime?
Un po’, ma fascisti in giro non ce n’erano, sembravano spariti. A quel tempo là le milizie speciali ancora non esistevano. Le Brigate Nere sono venute con la Repubblica di Salò. C’era però questa cosa di rompere i simboli della dittatura. Non ho mai visto nessuno che si picchiava, piuttosto tiravano giù il fascio ed erano tutti contenti. Il fascismo sembrava sparito completamente.

Nel giro di un mese e mezzo dal 25 luglio di arriva all’8 settembre’43…
Non si sapevano le cose che si sanno adesso, tutti gli imbrogli che ci sono stati… E’ stata gestita male. Certo che con l’otto settembre è montata la rabbia contro i tedeschi, perché se si fossero comportati in maniera diversa… chi lo sa? Può anche darsi che la gente, se non fosse stata
punzecchiata, avrebbe sopportato in silenzio. Il sentimento antitedesco è saltato fuori dal comportamento verso gli italiani in genere, anche verso quelli che non c’entravano niente (Scrive nel suo diario Emi Rinaldini, ucciso in un agguato in Val Sabbia dai nazifascisti: “Come prima visio ne,
nell’entrare in città, ho visto tre autocarri tedeschi carichi di ufficiali italiani portati, come ostaggi, verso Verona e da qui in Germania (si crede). […] La gente in città è in fermento, stamane mostra vivo il desiderio di opporsi alle truppe occupanti. Com’era da prevedere, alcuni tedeschi hanno svaligiato e saccheggiato quattro negozi della città […] La folla anche per questo è indignatissima e fischia aspramente al passaggio di macchine militari che non siano molto protette. Stamane si teme pure che i tedeschi decretino la chiamata alle armi dai 18 ai 35 anni per portarli in campo di concentramento. Per questo mi sono incontrato con Franco, Aldo, Sergio ed altri. Tutti siamo disposti a morire piuttosto che cadere in mano tedesca. Forse la cosa non avverrà; ma se i tedeschi tentassero minimamente di metterla in atto, fuggiremo sui monti, lontani dalle case, dalle famiglie, da ogni cosa, ma liberi, sempre liberi”. Diario di Emi Rinaldini, Per una città di uomini liberi, Ed. La Fionda, Brescia, pag 23.).

Cosa si sapeva del nazismo?
Niente.

E della figura di Hitler?
Mi ricordo di una rivista che compravo e si chiamava Signal. C’erano le armate, le bandiere, gli eroi di guerra.

Ci racconti dell’8 settembre in città.
All’8 settembre Badoglio salta fuori con quella frase: la guerra continua, ma poi l’esercito è abbandonato. Ho visto un autoblindo tedesca di fronte alla caserma Papa e c’era un soldato che calpestava la divisa di un ufficiale italiano, irridendola. Sono salito alla postazione antiaerea ai Campiani, che era stata abbandonata, e ho recuperato dei proiettili che ho smontato per togliere l’esplosivo.

Che altri ricordi ha dell’esercito tedesco in quei giorni?
All’altra caserma, la Ottaviani, verso la Poliambulanza, c’erano dei tedeschi che si erano messi con il mitragliatore fuori dal portone, puntato verso la folla lontana, e uno dava il comando e sparava, però non ad altezza uomo ma sopra le teste, per spaventare.

Che ricordo ha del clima in città in quei giorni?
Era di paura, anche perché i fascisti si erano incattiviti, erano ormai dall’altra parte.

Allora mi sta dicendo che era possibile riconoscerli, perché avevano una divisa?
No, era più l’atteggiamento, il comportamento. Stavano rialzando la testa. Mus solini era stato liberato (Il 12 settembre [Mussolini) fu liberato con una brillante operazione condotta da un reparto tedesco atterrato per mezzo di alianti, mentre la polizia italiana di Badoglio, che montava la guardia alla prigione di Campo Imperatore sul Gran Sasso, salutava sull’attenti i suoi rapitori nonostante avesse l’ordine di custodire il prigioniero”. Denis Mack Smith, Storia d’Italia, Laterza, Bari 2000, p. 562.) e aveva formato il governo della Repubblica Sociale.

Dunque lei frequentava la II liceo e…
Ho cominciato a fare piccole commissioni, ma non ho mai avuto contatti. Io parlavo con uno solo, che mi dava le istruzioni e non conoscevo nessun altro. So che eravamo 7-8 ma non conoscevo tutti.

Ci spieghi meglio. Il primo contatto come è avvenuto?
Non ricordo con precisione. Credo che un mio compagno mi abbia detto che voleva parlarmi. Mi disse che c’era da portare della farina in un certo deposito, da dove sarebbe partita per la Val Camonica col camion. C’erano dei posti di ritrovo in città, io ne conoscevo due, uno era verso la OM e l’altro nei dintorni dell’attuale Corso Matteotti.

Scusi però il fatto che l’avessero messa in contatto con questi gruppi presuppone che lei avesse già fatto una chiara scelta antifascista, nonostante fosse giovane, o sbaglio?
Certo è logico. Ero già antifascista anche prima, solo che prima era un antifascismo blando, latente, quasi un’insofferenza. Ero anche molto giovane. Poi quando sono arrivati i tedeschi e c’è stato un risorgere dei fascisti è diventato più serio.

Come scatta la molla, perché il paese si divide?
L’8 settembre ci sono i tedeschi prepotenti, i tedeschi che sputano sulla divisa, i soldati che scappano sui Campiani, i prigionieri di guerra. A Collebeato c’era un centro di prigionieri inglesi, anche loro scapparono e li aiutammo. Io mi sono messo in quel gioco lì. C’è stato bisogno in città di gente che facesse trasporti. Ho cominciato con la farina e sono andato a
finire di portare i mitra.

La scelta di campo che viene fatta l’8 settembre non ha connotati ideologici, o politici.
Come lo intendiamo adesso, assolutamente no.

Quindi uno sentiva il suo paese invaso da una potenza arrogante e straniera e decideva.
Sì. Non dimentichiamoci che nel ’14-’18 i tedeschi erano contro di noi, non sono cose che si accantonano facilmente. Anche adesso io non andrei mai in vacanza in Germania.

Ci racconti ancora questo primo contatto con la clandestinità.
C’era da portare della farina da un posto ad un altro e mi chiesero se ero disposto.

Dove?
In Corso Matteotti.

Si rendeva conto del rischio che correva?
Allora il rischio era poco e poi ero un ragazzo. È stato un po’ stupido perché alla lunga se ne sono accorti. Mi conoscevano, a forza di vedermi hanno capito. Poi la cosa è diventata più grossa. Io facevo i trasporti, altri, che poi sono venuti in montagna con me, facevano sabotaggio agli apparecchi, a Ghedi, altri ancora mettevano volantini in città, ma io in quel momento non li conoscevo.

Ricorda in quel periodo in città attentati o azioni contro i tedeschi o contro qualche gerarca fascista?
Ricordo l’uccisione di un comandante repubblichino mentre era fuori di ronda. Altri attentati no, la reazione ai tedeschi e ai fascisti sì. Lunardi e Margheriti li hanno fucilati perché organizzavano la resistenza.

Ci parli di questi personaggi, che ricordi ha?
Io non li conoscevo, però quando li hanno fucilati c’è stato il funerale e i fascisti stranamente hanno permesso che fosse pubblico. C’era un sacco di gente.

Quando è successo?
Febbraio-Marzo del ’44. C’era un sacco di gente al funerale e stupidamente c’eravamo anche noi. I fascisti erano là a controllare chi partecipava, penso che ci abbiano identificati tutti. Però il funerale era un segno di qualcosa che pencolava dalla parte dei fucilati. Poi hanno preso anche Perlasca e Bettinzoli e hanno fucilato anche loro, in febbraio.

E loro cosa facevano?
Organizzavano la resistenza in Val Sabbia, Lunardi e Margheriti in città.

Erano legati a qualche partito politico.
Nel caso, era un partito di ispirazione cattolica. Era gente come me, solo un po’ più determinata e con maggiore esperienza. Lunardi era medaglia d’argento della guerra del ’18.

In famiglia sapevano che lei era entrato in contatto…
No in famiglia no.

Eventuali voci d’opposizione al regime che si era ricostituito?
C’erano senz’altro, ma i miei contatti si limitavano al “devi fare questo”. Se mi avessero preso, non potevo dire niente, perché non sapevo quasi nulla.

Come si diventava repubblichini? Qualcuno ti contattava?
Avevo un compagno diventato repubblichino che era venuto via dalla Libia, quando gli inglesi ci avevano cacciato; là avevano una piccola azienda ed era animato da un forte sentimento anti inglese. Poi c’era un altro, Bonalda, che conoscevo e che era stato in Jugoslavia con l’esercito italiano ed era stato ferito dai partigiani jugoslavi. Anche lui andò con la Repubblica. Poi c’erano quelli che non erano né contro né a favore che, quando è stata chiamata la classe del ’25, sono andati alla Monte Rosa. C’è stata una chiamata alle armi regolari e loro sono andati a fare i soldati della Repubblica Sociale Italiana. Però questi non erano fascisti. L’esercito repubblichino era composto da fanteria, alpini, aviazione e marina
e poi c’erano le truppe speciali, che sono quelle che hanno dato filo da torcere al la resistenza.
Bande legate ai battaglioni, alla Guardia Nazionale Repubblicana, alle SS italiane. Tutte queste formazioni, nate con il supporto dei tedeschi, sono quelle che hanno fatto la lotta contro la resistenza, gli altri no, tranne qualche reparto, non hanno mai sparato un colpo contro i partigiani.

Come matura il passaggio ad una scelta partigiana radicale? Ci racconti concretamente come arriva questo passaggio.
Dopo aver fatto il fattorino per la città per un po’, accadde che Don Rigosa mi chiamò alla cattedra per un’interrogazione e quando gli fui accanto mi disse: “scapa che i te serca”.

Quindi a scuola.
I trasporti li facevo durante l’orario scolastico, marinavo la scuola. La prima ora rispondevo all’appello, quindi tagliavo la corda e risultavo sempre presente. Scappavo dalla parte dell’asilo, che aveva un muro che confinava con Via Musei. Quando don Rigosa mi disse quella cosa rifeci
lo stesso percorso. Però non so come lui avesse fatto a saperla

E siamo come periodo nella primavera del ’44.
Io in montagna sono salito in aprile-maggio del ’44, qui siamo un po’ prima. Quando Don Rigosa mi disse di scappare, andai da quello che mi faceva fare il fattorino e gli raccontai tutto. Allora mi mandò a Ponte di Legno, presso un infermeria retta da suore. Rimasi lì qualche giorno.

Ma è fuggito avvisando la sua famiglia o no?
Gli ho detto che andavo via. Ho spiegato che mi cercavano. Avevano capito che, se scappavo, era perché mi cercavano i fascisti e c’era qualcosa che non andava. Tra l’altro a Ponte di Legno siccome alcuni tedeschi si erano fermati in infermeria e avevano fatto gli sgarbati con le suore, mi sono arrabbiato e sono andato al comando tedesco a protestare per l’atteggiamento dei soldati. Mi hanno accolto e trattato gentilmente e sono tornato indietro.

Quanti giorni ha trascorso a Ponte di Legno?
Quattro o cinque giorni.

Che cosa è successo in seguito?
Torno in città e riparlo di nuovo con quello che mi aveva mandato su, il quale mi trova un’altra sistemazione. Mi mandano a Cedegolo, da don Comensoli, che era un sacerdote che aveva contatti con i partigiani. In Val Camonica c’erano diverse bande. Io quindi vado a Cedegolo e don Comensoli mi dice di aspettare in un certo posto che faceva avvisare in montagna. Quando torna la staffetta porta però un messaggio che dice che non mi vogliono. Cittadini non ne vogliono più perché non sono abituati a camminare.

Quindi il primo contatto che ha avuto con i partigiani è stato un rifiuto. Non ha mai parlato lei direttamente con quelli della banda?
No, sempre intermediari. Non si fidavano ad avere contatti diretti.

C’era rimasto male?
Eh grazie! A parte il fatto che dovevo tornare indietro con il treno. Ho fatto il viaggio in uno scompartimento con due fascisti e uno in mezzo ammanettato.

Era possibile girare così liberamente come stava facendo lei in quei giorni? Non occorrevano documenti particolari o salvacondotti?
No bastava la carta d’identità

Che cosa fece dopo questa delusione?
Torno indietro dal solito uomo e gli dico che là non c’è niente da fare, deve trovarmi un altro posto. Mi ricoverano allora alla Poliambulanza con il pretesto che devo essere operato di appendicite. Questo grazie al dott. Francesco Montini, zio di un mio compagno di scuola, che era medico. Sto lì qualche giorno in attesa poi mi trovano un posto e vado in Val Sabbia. Son partito da Brescia completamente equipaggiato: mitra, munizioni. Ho conosciuto quelli che avrebbero fatto parte del mio gruppo e che non conoscevo prima. Anche loro avevano fatto delle azioni, erano stati identificati e dovevano scappare. Insomma siamo partiti insieme.

Dove siete andati?
In Corna Blacca, tra Collio e Vestone. Siamo partiti di notte, dalla Pusterla, e abbiamo camminato in mezzo ai monti; la Maddalena, poi giù a Nave, poi Conche di Nave, Casto…

E i suoi genitori della sua partenza non sapevano assolutamente niente?
Sapevano che andavo via e che andavo a studiare nel Veneto. Gli avevo detto così e ci avevano creduto. Durante la permanenza in montagna ho avuto contatti con loro attraverso le staffette. C’erano delle donne montanare che tenevano i contat ti tra noi e le nostre famiglie. È così che l’hanno saputo.

Veniamo al momento in cui lei si unisce alla banda, fate questo viaggio di notte…
Andammo a Pian del Bene. C’era una malga, l’appuntamento era lì.

Allora era solo un luogo d’appuntamento.
Sì, e dopo un po’ arriva uno che sapeva che dovevamo arrivare e ci porta in una cascina che era la sede della banda. Erano 16-17 uomini.

Di che età?
Tutti giovani, però c’era lo “Slavo” che era anziano. Era un ufficiale jugoslavo, prigioniero a Vestone, che con 1’8 settembre era scappato e si era nascosto in montagna.

Come era organizzata la banda, c’era qualcuno che comandava?
C’era il comandante con il quale immediatamente non siamo andati d’accordo.

Perché?
Non so, forse per questioni di classe. Del mio gruppo eravamo quattro studenti ad essere saliti.

Il suo gruppetto quindi era composto solo da studenti.
Tre studenti delle superiori e un laureato, Emilio Arduino (Autore, nei primi mesi successivi alla conclusione del conflitto, di una storia della brigata Perlasca.), che sarebbe diventato in seguito il nostro capo banda.

Allora come mai non andava d’accordo con il comandante?
Non si andava d’accordo perché… eh ma chi lo sa? Lui era abbastanza religioso appena arrivati ha cominciato a recitare il rosario. Io ero abbastanza tiepido, gli altri erano meno religiosi di me. Dei partigiani che dicevano il rosario la sera!

Era poco bellico.
Non era molto in tinta con le cose. Poi avevamo opinioni diverse sulle azioni. In montagna c’era gente che voleva stare tranquilla e gente che voleva fare. Nel gruppo dove siamo capitati noi c’era gente che voleva stare tranquilla. Allora sono cominciati piccoli diverbi: fascisti qui, fascisti là, cosa siamo venuti a fare… Fatto sta che non siamo più andati d’accordo. Abbiamo fatto 2-3 azioni insieme. Poi è arrivato un rastrellamento grosso.

Ci parli di queste azioni.
Più che altro azioni di rifornimento e di disturbo.

Il periodo è estate del ’44?
Prima dell’estate. La prima azione che abbiamo fatto da partigiani è stato il forte di Valledrane che resta sopra Vestone ed era anche un posto d’osservazione. C’era un po’ di milizia fascista antiaerea. E lì con un trucco abbiamo preso il forte e abbiamo portato via la roba: cannocchiali per l’avvistamento, armi, vettovagliamento e quattro muli.

Perché parla di trucco?
Perché siamo entrati insieme agli operai. C’era il cortile del forte con le camerate che davano sul cortile e c’era un ponte largo 3 metri sul quale passavano gli operai che dovevano fare dei lavori nel forte per sistemare le fortificazioni. Ci siamo mescolati a loro e siamo entrati insieme.
Poi gli operai sono scappati, mentre noi siamo entrati nelle camerate e abbiamo gridato: “mani in alto”.

Quanti fascisti c’erano?
Erano sei, e noi quasi il doppio.

Cosa avete fatto di questi fascisti?
Li abbiamo presi, caricati come muli e li abbiamo portati con noi. Abbiamo attraversato il Chiese, abbiamo dormito a metà strada tra Chiese e Corna Blacca e ognuno di noi aveva un fascista in consegna, legato e carico. Quando siamo arrivati vicino a Casale, non potevamo portarli nel nostro gruppo e fargli vedere dove eravamo, così li abbiamo lasciati andare. Prima li abbiamo spogliati nudi e poi li abbiamo lasciati andare. Questi facevano due passi e si voltavano, due passi e si voltavano. Quando hanno capito che non gli avremmo sparato nella schiena hanno lanciato grandi urla di gioia e sono fuggiti a gambe levate (Emilio Arduino nel suo libro, alle pp.60 e 61, riporta il medesimo episodio. Emilio Arduino, Brigata Perlasca, Ed. Vittorio Gatti, Brescia 1946.)

Erano giovani?
Di mezza età, erano dell’antiaerea, non delle Brigate Nere o cose simili. Li abbiamo lasciati andare diversamente da quello che loro facevano con noi.

Avete fatto altre azioni oltre a questa che ha appena?
Sì, siamo andati-anche in Vaghezza. Lì c’era un albergo, era una specie di colonia fascista dove mandavano in convalescenza. Siamo andati a fare azione di rifornimento anche lì. Ricordo che entrai in uno stanzone con il mio mitra spianato e anche piuttosto agitato, e uno dei malati in
convalescenza mi disse: “Non abbia paura che le facciamo niente” (“ E se anche qualcuno aveva ancora maneggiato armi, e fatta magari un po’ di guerra, ma il gruppetto non aveva nessuna tradizione militare, e tedeschi e fascisti non aveva mai visto neppure uno, neanche pitturato. E chi ha un po’ di pratica di queste cose sa benissimo che la prima volta che un individuo vergine di tale esperienze si trova davanti ad un altro individuo anche disarmato e gli deve sparare, ha quasi più paura lui a schiacciare il grilletto che l’altro a vedersi l’arma spianata contro lo stomaco”. Emilio Arduino. Brigata Perlasca, Ed. Vittorio Gatti. Brescia 1946, pag.33.).

Come si decidevano le azioni?
Si improvvisavano.

Ma non c’era coordinamento con altre bande?
Noi appartenevamo alla brigata Perlasca. I gruppi che lavoravano per la Perlasca erano parecchi, noi eravamo il T3.

Quindi non c’era coordinamento nell’azione. Ma è venuto successivamente?
Sì è venuto, ma non ci ha riguardato, perché avevamo deciso che la guerra andava fatta in un’altra maniera. Abbiamo pensato di essere mobili, mai più di una notte o due nello stesso posto, e girare continuamente, dove capitava di sparare sparavamo, se non c’era da sparare non si sparava, ma non stavamo mai fermi. In questo modo era difficile individuarci.

Questa svolta dopo il rastrellamento avvenuto…
Luglio o agosto del ’44 (Per la precisione, il 26 agosto ’44.).

Cosa accadde?
Siamo tranquilli in cascina e c’è quello di guardia che grida: “I tedeschi! I tedeschi!”. Saliamo su uno spuntone di roccia che guarda verso il fondovalle e vediamo che sul sentiero c’è della gente. Si vedevano e non si vedevano perché il sentiero era tortuoso. A sparargli ne avremmo preso al massimo uno alla volta, mentre gli altri avrebbero fatto in tempo a ripararsi. Allora in fretta e furia abbiamo radunato la roba. L’unica via che era possibile tentare era quella che portava a Livemmo. Stranamente lì non c’erano tedeschi e così abbiamo scampato il rastrellamento. È stato un colpo di fortuna. È stato allora che abbiamo deciso che non ci saremmo
più fermati in un posto. Parliamoci chiaro, quando loro hanno voluto colpire ci sono riusciti senza difficoltà. Noi con le nostre armette cosa potevamo fare? Io avevo 200 colpi e non uno di più. In tutto avevamo quattro mitra e il resto del gruppo solo moschetti. Quelli avevano autoblindo, aeroplani, era impossibile un confronto campale. È stato possibile sul Mortirolo (Vedere la descrizione della battaglia nel presente volume.) perché avevamo il lancio degli americani che ci buttavano roba. Eravamo in vetta e gli altri dovevano venire su, e poi eravamo alla fine. Noi invece abbiamo comunicato al comandante di brigata la nostra strategia e lui ci ha detto che andava bene. Ci trovavamo una volta al mese a Livemmo per riferire sulle nostre azioni e per prendere i soldi che ci servivano per procurarci il cibo.

Il suo gruppo era rimasto costante nella composizione?
No, dopo il rastrellamento c’è stata una notevole defezione. Siamo rimasti in nove, gli altri sono tornati a casa.

I suoi tre amici con i quali era salito?
Tutti rimasti.

E il vecchio comandante?
Era cambiato, perché prima del rastrellamento era andato via. Nel corso del rastrellamento era poi rimasto ferito ed era stato portato all’ospedale di Gardone Riviera, da dove è stato liberato dai suoi compagni. Un’azione incredibile, sotto il naso di Mussolini (In realtà l’ospedale è quello di Salò. Nel corso dell’azione, condotta dal gruppo S4, ci fu uno scontro a fuoco nel
quale perse la vita il partigiano Ippolito Boschi “Ferro”..).

Come avete messo in atto la vostra nuova scelta strategica?
Ci siamo divisi e abbiamo cominciato a fare azioni. Facevamo un’azione su una strada della Val Sabbia, poi via su un’altra strada, da un’altra parte, in modo che non ci capissero niente. Non ci hanno mai beccato, non sono mai riusciti ad agganciarci, a localizzarci.
Ne ricordo una alle Bettole di Camignone contro una macchina militare proveniente da Brescia e un’altra a Sale Marasino, quando andai a trovare mio zio che abitava là; era l’ora di cena e c’era gente in casa. Tutti mi guardarono allibiti, perché il mio aspetto era abbastanza malandato. Il mattino dopo abbiamo sparato ad un camion tra Sale e Sulzano e mio zio è scappato perché aveva paura che qualcuno lo associasse all’azione.

Fino a quando?
Fino ad ottobre, quando abbiamo nuovamente assaltato il forte di Valledrane, presidiato questa volta dai tedeschi.

Fate questa vita fino ad ottobre, poi fa troppo freddo per dormire al ghiaccio…
A volte si dormiva nelle baite abbandonate, dove capitava. Sempre però solo una notte o due e poi via. Non accendevamo il fuoco perché si sarebbe visto il fumo. La cosa più importante era avere qualcuno che ti portava da mangiare. Alla fine in montagna siamo rimasti in tre, gli altri o sono andati a casa o hanno trovato un rifugio più basso per passare l’inverno.

Quindi in tre siete rimasti sempre in montagna per tutto l’inverno del ’44. È stata dura?
Tu pensa: vestiti sempre quelli, bagnati, fuoco non lo puoi fare, mangiare un po’ sì e un po’ no.

Gli altri due chi erano?
Uno era Cucciolo, perché era alto due metri e l’altro Angelo Elia di Milano, ex aviere, mentre Cucciolo era di Udine.

Lei che nome di battaglia aveva?
Spig, perché in seconda liceo si faceva greco e io ero chiamato “spinì” perché rompevo le scatole ai professori. Trasposto in greco diventava “spignomai”, contraendolo rimaneva Spig. Durante un’azione avvenuta nell’autunno del ’44 perdo lo zaino dove c’era scritto Spig. I fascisti l’hanno trovato e sono andati a casa mia a Collebeato, a cercarmi.

Non è stata una cosa molto furba!
No, però non credevo che il mio zaino sarebbe finito in mano a loro.

Dopo esservi separati, vi siete dati appuntamento a…
Primavera. Sono andato io in città a prenderli.

Perché lei ha scelto di rimanere in montagna?
Perché avevo paura che i miei non mi mollassero più.

Allora preferì trascorrere l’inverno in montagna.
C’è stato qualche giorno che sono rimasto a Collio nelle cascine. Nei paesi era pericolosissimo per noi e per quelli che ci aiutavano. Siamo stati anche nei capanni per la caccia sopra Collio.

Come si faceva a trovare ospitalità nelle cascine, come si entrava in contatto con i proprietari?
Grazie alle donne che ci portavano da mangiare. Nei gruppi nostri c’erano molti montanari che avevano mogli, sorelle, fidanzate che tenevano i contatti tra noi e il paese. Ricordo che ci fu polemica contro il proclama di Alexander (Il 13 novembre ’44 la rado trasmise un messaggio del generale Harold Alexander: “La campagna estiva, iniziata 1’11 maggio e condotta senza interruzione fin dopo lo sfondamento della linea Gotica è finita; inizia ora la campagna invernale. In relazione all’avanzata alleata, nel periodo trascorso era richiesta una concomitante azione dei patrioti; ora le piogge e il fango non possono non rallentare l’avanzata alleata, e i patrioti devono cessare la loro attività precedente per prepararsi alla nuova fase di lotta e fronteggiare un nuovo nemico: l’inverno. Questo sarà duro, molto duro per i patrioti, a causa della difficoltà di rifornimenti di viveri e di indumenti: le notti in cui si potrà volare saranno poche ne prossimo periodo, e ciò limiterà pure la possibilità dei lanci; gli Alleati però faranno tutto il possibile per effettuare i rifornimenti. In considerazione di quanto sopra esposto, il generale Alexander ordina le istruzioni ai patrioti come segue: cessare le operazioni organizzate su larga scala; conservare le munizioni e i materiali e tenersi pronti a nuovi ordini; attendere nuove istruzioni che verranno date o mezzo radio Italia combatte o con mezzi speciali o con manifestini. Sarà cosa saggia non esporsi in azioni troppo arrischiate. La parola d’ordine è stare in guardia, stare in difesa […].) che impose ai resistenti di fermarsi per l’inverno. Io dico guai se non l’avessero detto, perché se noi tre abbiamo fatto una fatica dell’accidente pensa un gruppo di sessanta uomini, cosa gli dai da mangiare?

Sarebbero stati più facilmente catturabili…
Ci sarebbero stati problemi anche per i rifornimenti, un conto era mangiare in tre.

Si arriva quindi alla primavera del ’45.
A primavera si ricomincia a unire il gruppo. Sono sceso in città per recuperare i miei compagni e siamo risaliti insieme.

Ci racconti della discesa, che ricordi ha della città in quei giorni?
Andavo a mangiare nelle rosticcerie, dormivo in casa nostra che era stata bombardata e basta. Sono andato un paio di volte in città. C’era uno, Bailetti Giordano, che è venuto via con me. A Iseo c’era invece Zanini, figlio del generale, che aveva un deposito di tabacchi.

Si ricorda il clima che si respirava in quei giorni?
Non parlavo con nessuno.

Quanto è durata questa cosa di recuperare i compagni?
Non tanto, quando sono andato su con Bailetti c’era ancora la neve alta e meno male che lui era un montanaro di quelli forti.

In quanti siete risaliti?
Il nostro gruppo di elementi si è riformato.

E che azioni avete fatto?
Aspettavamo il lancio degli americani. Era già aprile, aspettavamo il lancio in Corna Blacca, ma non è venuto. Poi c’è stata la ritirata dei tedeschi, la mia brigata è scesa a Nozza e ha fermato due colonne. La prima aveva un cannone, glielo hanno preso dopo un combattimento e poi l’hanno usato per fermare la seconda. Noi nove, invece, siamo scesi a Collio Val Trompia.

Quindi il 25 aprile entra in città’.(In realtà la liberazione di Brescia è del 27 aprile.)
Sì prima siamo passati da Collebeato, c’era papà che aspettava al cancello.

Cosa le ha detto?
Adesso le parole non le ricordo, ma era contento.

Quindi alla fine ha condiviso la sua scelta.
La condivideva anche prima, solo che aveva paura.

Invece in città il 25 aprile cosa ricorda?
C’era la gente contentissima, le fanciulle, la sparatoria in Piazza Loggia, dove c’era un cecchino che sparava dalle finestre e uno di noi è stato ferito. Dopo siamo andati a Gussago dove ci avevano chiamato per disarmare un battaglione tedesco che si era trincerato, ma ci risposero che
si sarebbero arresi solo agli americani. Allora siamo stati lì ad aspettare che arrivassero gli americani.

E gli americani quando sono arrivati?
Il 27-28 aprile.

E che ricordo ha degli americani?
Degli americani mi ricordo i baratti, perché ho preso una stecca di sigarette per un elmetto tedesco. Mi ricordo i balli, il rock and roll, erano matti. Non ho mai visto un americano armato, andavano in giro in borghese, bevevamo insieme birra e grappa. A Iseo c’erano invece
gli inglesi. Noi ci andavamo perché c’era questo compagno nostro che si chiamava Zanini che aveva questo deposito di tabacchi. Lì siamo stati contattati da gente che ci ha passato nomi di persone legate al regime da far fuori, ma noi non ci siamo stati. Gli inglesi poi ci trattavano male, ci consideravano come bestie strane, ci siamo arrabbiati e c’è stato un po’ di tafferuglio.

Dopo il 25 aprile come partigiani continuavate a trovarvi?
Ci siamo trovati per parecchi mesi, avevamo firmato tutti per la prosecuzione del le ostilità in Germania. La guerra in Germania non era finita e noi avevamo firmato per continuare la lotta contro i tedeschi.

Mentre in Italia si pensava di continuare a fare qualche cosa o si percepiva come finito il vostro compito?
Per noi era finita.

Avevate un punto di ritrovo fisso o avevate una sede?
Ne abbiamo avuta una in città, un’officina vicino alla caserma Ottaviani, ma solo i primi giorni della liberazione.

Era punto di ritrovo per tutte le Fiamme Verdi?
No, solo per il nostro gruppo. Per un po’ qualcuno di noi ha fatto parte della polizia partigiana, in Questura. Non è che facevamo niente di speciale.

E una mobilitazione per le elezioni del ’48?
Nel ’48 ci sono state le elezioni, lì è successa una cosa che bisogna raccontare. Girava voce che le sinistre si sarebbero opposte se le elezioni fossero andate in un certo qual modo e allora c’è stato da parte delle altre forze una mobilitazione per contrastare questa eventuale insurrezione armata, e noi ci siamo cacciati dentro tutti. Di notte andavamo in prefettura a Brescia per presidiarla con le armi. Questa cosa la sapevano tutti, compresi i comunisti di Brescia, che venivano a vedere cosa
stavamo facendo. È una cosa per alcuni aspetti anche buffa. È andata bene e poi non c’è stato bisogno di fare niente. Abbiamo saputo dopo che quello che noi abbiamo fatto di qua, altri lo avevano fatto di là, e quindi nelle campagne c’erano gruppi di azione partigiana comunisti che, se fosse successo qualcosa, avrebbero fatto la loro parte.

Durante la guerra c’erano stati rapporti con altre formazioni partigiane?
Ce ne sono stati, parecchi anche con scontri. A posteriori forse erano anche giusti ficati in questo senso che noi avevamo un organizzazione che ci dava dei soldi, dal la città venivano i soldi, 1000 lire al mese e con quelli compravamo la roba, gli altri gruppi non avevano questi aiuti e quindi
capitava che andassero a requisire.

Però episodi di scontri fisici violenti non ce ne sono stati.
No.

Quindi c’era la percezione di combattere la stessa guerra, insomma dalla stessa parte.
Sì, sì. Se vogliamo loro erano un po’ più decisi degli altri, nel senso che noi per fare un azione consideravamo anche l’eventuale successiva rappresaglia, mentre là non ci pensavano troppo.
Abbiamo fatto parecchie azioni e dove le abbiamo fatte non c’è stata alcuna rappresaglia.

Invece sul referendum tra monarchia e Repubblica c’era stata una mobilitazione particolare?
No, erano tutti per la Repubblica.

Altri ricordi legati al periodo del primo dopoguerra.
No, perché dopo sono andato all’Università e dopo sono andato via.

Ripensando alla sua esperienza in montagna con il fucile in mano e con l’obbligo morale di opporsi ad un nemico, che tipo di rapporto ha avuto con questa esperienza, che impressione le ha fatto sparare contro un uomo?
Allora non ero medico, l’unica cosa che mi ricordo è che “quando è necessario, occorre farlo”.

Quindi non era particolarmente impressionato?
No. Erano nemici da combattere, era da fare. Naturalmente quando li catturavamo non andavamo a strappargli le unghie come facevano loro. Questa è una differenza sostanziale, noi non abbiamo mai infierito sui prigionieri.

Questa mi sembra già una differenza etica e morale che supera tutte le revisioni storiche…
La regola loro era la tortura. Tutte le bande che sono sorte durante la RSI al servizio dei tedeschi l’hanno praticata. Io ho sempre detto: se mi beccano e mi fucilano, mi sta bene, hanno le loro leggi e le loro ragioni, però se mi tirano via un’unghia no.

Lei non condivideva la tortura.
No, non la condividevo, perché l’importante era rendere inoffensivo il nemico. Le azioni che abbiamo condotto, per quanto piccole, nell’economia generale della guerra hanno contribuito all’esito finale della contesa in maniera non trascurabile. Difatti, le azioni di pochi uomini nei
territori occupati dai nazifascisti, oltre a provocare danni al nemico in termini di uomini e strutture, hanno distolto dal fronte vero e proprio migliaia di soldati. Secondo un generale tedesco, infatti, delle trentadue divisioni presenti in Italia ben dieci erano impegnate nella lotta ai partigiani.

Rispetto a questo revisionismo storico che vuole accomunare tutti sullo stesso piano lei che posizione ha?
Assolutamente contrario. Intanto da un punto di vista giuridico, il governo legale era quello di Vittorio Emanuele III, che era scappato e aveva portato il governo al sud per evitare di essere preso dai tedeschi che lo avrebbero fatto fuori, o gli avrebbero comunque impedito di fare il re.
Per cui il governo legale era via e noi partigiani eravamo per il governo legale, mentre i fascisti e i tedeschi erano contro. Mussolini era stato deposto da loro stessi, perché chi ha costruito il fascismo l’ha mandato fuori dalla porta. I tedeschi l’hanno rimesso su con la forza e hanno provocato la reazione italiana.

Questo un primo motivo.
L’altro motivo è il fatto che in tutto questo bailamme, l’esercito loro aveva gli al lori, noi avevamo le stellette.

Cioè? Scusi non capisco questa differenza
La differenza sta che noi eravamo un esercito irregolare ma dipende da un esercito regolare, loro le mostrine se le erano inventate e dipendevano dai tedeschi.

Era cioè una cosa che non aveva tradizione e fondamento nemmeno militare.
Erano fuori dalla legalità, mentre noi eravamo nella legalità. E questa è una cosa dal punto di vista giuridico, poi c’è il punto di vista morale. Pazienza, ammettiamo che non sapessero cosa succedeva nei campi di concentramento, ammettiamo anche che, come dice la Decima, ci fosse
in ballo l’onore della Patria, che il tradimento coi tedeschi non si poteva fare perché erano alleati. Io glielo do per buono, ma adesso però no. Con la conoscenza di adesso basta leggere qualunque testo, i campi di concentramento li nega solo qualcuno che è un po’ cretino, le torture,
la distruzione della razza ebraica sono cose che ci sono state. Qualcuno ancora dice che allora era in buona fede, però non rinnega il passato. O rinnegano il passato o non ci si può riconciliare. A Marzabotto hanno trovato delle donne incinte sventrate con il feto vicino, una di
queste aveva un paletto piantato nella vagina. È sepolta a Marzabotto assieme alle altre migliaia di civili che i nazifascisti hanno ammazzato. È impossibile la riavvicinazione a meno che uno non dimostri un pentimento sincero. Però non deve aver commesso atrocità e deve riconoscere di avere sbagliato, che stava dalla parte sbagliata, invece no, questo non lo fanno.

Quando siete venuti a conoscenza degli stermini nei campi di concentramento.
Dopo. Se ne fossimo venuti a conoscenza prima forse saremmo stati più cattivi. Meglio non averlo saputo.

Ha mai incontrato dopo la fine della guerra qualche repubblichino con cui ha scambiato qualche opinione?
Ho incontrato solo quelli che erano stati miei compagni di scuola.

E loro che opinione avevano di quegli anni?
Non sono tranquilli, però dire che hanno sbagliato non lo dicono.

Partigiani cazzaghesi dottore?
Bessi, che è stato ucciso. L’hanno preso dopo un’azione che avevano fatto a Lovere, contro la sede del fascio. Hanno preso la banda e ne hanno ammazzati tredici.

In piazzale Loreto è stata fatta una cosa bruttina.
Sì, la mancanza di rispetto per i morti è indecente, però la gente che era in Piazzale Loreto era entusiasta, vuol dire che ne aveva patite tante. C’è stata S. Anna di Stazzema, c’è stato Marzabotto, uno può anche reagire in maniera sbagliata.

Ma la popolazione stava coi partigiani?
Sì, decisamente, non saremmo scampati un giorno se non ci fosse stata la gente dalla nostra parte.

Se lei dovesse dare una definizione alla resistenza come la definirebbe?
La resistenza è qualche cosa che scatta nell’animo della gente che giudica profondamente sbagliato l’agire di chi lo governa, di chi gli sta di fronte. È una reazione istintiva a dei fatti atroci.

Ma lei è d’accordo sul fatto che da un punto di vista storico ha rappresentato una delle pagine più alte del nostro paese, perché comunque una serie di persone hanno deciso di mettere a repentaglio la propria vita per difendere alcuni valori?
Senz’altro, noi parliamo di partigiani ma pensa ai 600.000 nostri soldati in mano ai tedeschi, solo una minima parte ha accettato di farsi manipolare. Ci sono stati i campi di concentramento, i bombardamenti, i lavori coatti e i massacri. Io dico la verità, nel mio gruppo non avevamo mai fatto un discorso politico, mai parlato di democrazia. Quando lo dico qualcuno mi rimprovera. Gli altri saranno stati più maturi politicamente, noi non eravamo così. E poi non ci andavano i tedeschi, non ci andavano i fascisti, era una specie di ribellione morale, qualcosa che non ci andava giù.

Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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