UOMINI E GESTA DELLA BANDA CORBARI-CASADEI


Un giorno sarà scritta la storia dei partigiani di Romagna. Dall’Appenino al mare, nelle gole dei monti e nella scoperta pianura, nelle città devastate e nei borghi raccolti intorno agli antichi castelli, la nostra gente ha dimostrato di saper lottare e soffrire per il riscatto della Patria italiana. Da questa lotta aspra, ingrata, senza quartiere, condotta da fuori legge che la legalità fascista perseguitava e puniva come delinquenti comuni, sono balzati nella luce della gloria uomini ed episodi che corrono già sulle labbra del popolo coi primi accenti della leggenda che nasce.
Queste pagine narrano le gesta di alcuni di quegli uomini e la morte dei migliori fra loro.

18 agosto 1944, a Forlì. Un uomo, un padre che ha il figlio partigiano sui monti, percorre una via del centro. Il suo pensiero è col figlio; l’ha rivisto alcune volte negli ultimi tempi; ricorda il suo aspetto fiducioso, le sue parole tranquille, quasi scherzose.
« Se non ci uccideranno, verrò a casa presto… ».
« Son brutte ore, queste, per andare in giro », l’aveva ammonito il padre.
« Per noi le ore sono sempre belle! ».
« Vai sempre in su, non venire più verso Forlì… ».
L’ultima volta, pochi giorni innanzi, il giovane era sdraiato accanto a un compagno, su una proda erbosa, nel sole. Volle consegnare al padre il portafogli: «Tanto a me non serve»….
« Hanno impiccato qualcuno in piazza », dice un passante. Il padre si riscuote dai suoi pensieri, quelle parole lo turbano, senza tuttavia ch’egli abbia coscienza del suo vero timore; eccolo in piazza, ecco i suoi occhi legati al primo cadavere.
« D: lontano, egli ha narrato, vidi un cadavere che sembrava uno con barba e baffi. — Ma chi sarà? — mi chiedevo. Mi avvicinai di più, riconobbi il mio Adriano: non aveva barba e baffi, erano macchie di sangue».

Il poveretto rimase annichilito. Senti che era necessario dominarsi, vincere lo smarrimento, apparire come un passante qualunque. Intorno a lui si agitavano in tripudio le Camicie Nere. Egli trovò la forza di allontanarsi senza destar sospetto; pochi minuti dopo i fascisti bloccavano le uscite della piazza per identificare tutti coloro che vi si trovavano.

Chiuso nel suo dolore, il padre di Adriano Casadei tornò alla sua famiglia, a Castiglione di Forlì dov’era sfollato. Ebbe la forza di tacere una notte e un giorno. Finché, — la moglie insisteva per sapere se a Forlì aveva sentito dire qualche cosa che riguardasse Adriano — « Non ho sentito dir nulla, gridò, l’ho visto coi miei occhi, morto, impiccato in piazza ».

Da quel giorno il padre di Adriano è vissuto del ricordo del figlio e del desiderio di conoscere i luoghi, le persone, le avventure degli ultimi eroici mesi della sua breve esistenza. Il suo amore l’ha guidato in pellegrinaggio sulle vie che furono teatro delle gesta di Adriano e dei suoi compagni, della Banda Corbari. Egli ha bussato ai casolari della montagna, ha interrogato i contadini che ospitarono ed amarono i ragazzi, ha rintracciato i partigiani superstiti che vissero in fraternità d’armi e d’ideale coi martiri, ha rivissuto nei loro semplici racconti gli agguati, le lotte, l’orrore del tradimento. Così è nato questo libriccino, da notizie raccolte dalla voce dei protagonisti e dei testimonii, raffrontate, vagliate con amore di verità, riordinate in narrazione continua che abbraccia la vita della Banda Corbari dalla sua origine sino al tragico epilogo del 18 agosto.

Non è un libro di storia quale potrà essere scritto un giorno, quando la prospettiva del tempo avrà messo a fuoco uomini e fatti; ma un documento di prima mano, condotto su testimonianze spontanee, spesso magari ingenuamente retoriche ma pur sempre uscite dal cuore, un documento prezioso per intendere la vera fìsonomia degli eroi, quando saranno stati consegnati alla storia da più tarda e fredda letteratura.

Abbiamo assolto il lavoro di compilazione con reverente umiltà: con quella reverenza e quelLa umiltà che dovrebbe indurre tutti gli Italiani, quando la presente miseria li degrada o il settarismo politico li fa nemici della Patria comune, a chiedersi: « Questo che io laccio l’avrebbero fatto loro, i morti? 1 miei pensieri, le mie azioni son degne di loro? ».

Gli uomini e le gesta.

Dopo il 25 luglio, chi aveva il sangue più caldo picchiò sodo su quei fascisti che avevano colpe da scontare; la situazione creata dall’armistizio, con l’effimera riconquista del potere da parte dei fascisti, permise a questi ultimi di trarre le proprie vendette. Per questo motivo il faentino Silvio Corbari, incolpato a torto dell’uccisione di un milite, dovè abbandonare la sua città e darsi alla macchia; un suo fratello venne deportato in Germania. Ragazzo di fegato, animato dal desiderio di non subire passivamente la persecuzione dei tiranni ma di affrettare la loro sconfitta, presto Silvio intese qual fosse il partito che poteva trarre dalle circostanze, in nome di un’idea che ormai lo teneva come le grandi idee tengono le forti nature. A lui si offriva la missione di iniziare la lotta par- tigiana nella sua terra, di fare del suo nome il vessillo levato a raccogliere i giovani generosi che volevano combattere lo straniero e il suo sicario fascista.

A questa lotta egli doveva imprimere un carattere tutto personale, corrispondente alla sua tempra di romagnolo d’antico stampo, lo stampo, per intenderci, che di un bandito qual era il Passatore, potè fare agli occhi’ del popolo un simbolo di virtù schietta e rude, di innato senso di equità e di giustizia, di amore per l’umile e di simpatia operante per l’oppresso, infine di audacia sovrumana accompagnata dal gusto del bel gesto eroico e della sfida spensierata e beffarda.

Questi fratti caratteristici ricompaiono in Silvio Corbari, — non più nel bandito dalla società per delitto passionale, non più nell’uomo che, vittima dell’ingiustizia, vuol trame la propria vendetta, mai nel perseguitato politico, nel giovane insofferente della tirannia che opprime i fratelli, nel patriota che lotta fuori di una legge d’arbitrio per ristabilire una legge di libertà.

Così lo conobbe e lo ricorderà il popolo di Romagna, che imparò il suo nome leggendario quando ancora lo si proferiva con prudenza, con sospetto, e nelle sue gesta si sentiva la promessa della vittoria: così, come un giovane insofferente di costrizione e incapace di calcolo, un giovane che imponeva ai suoi ragazzi di lasciare in disparte ogni mira di partito politico per lottare unicamente in nome della libertà di tutti, — come un uomo di popolo, che amava il popolo e dimostrava quest’amore con gesti che apparirebbero un poco teatrali se chi è Romagnolo non li sentisse nella loro intima spontaneità, — come un grande fanciullo che prendeva gusto a scherzare con la morte, a sfidare la grande creditrice che, sleale al giuoco, doveva vincerlo solo con un ignobile tradimento.

***

Intorno a Corbari si raccolsero presto i primi giovani animosi.

Già nell’ottobre del ’43, essi si sentirono forti da occupare il paese di Tredozio. Corbari impose tributi alle persone più facoltose a favore dei poveri e di coloro ai quali, essendo il paese bloccato dai partigiani, venivano a mancare i mezzi di sussistenza. Per premunirsi contro un ritorno offensivo del nemico, il grosso della banda si installò in una villa che sorge su un’altura dominante la valle. Ma furon colti di sorpresa, sopraffatti da un numero troppo superiore di Camicie Nere; diciotto ragazzi vennero catturati e deportati in Germania, due morirono nello scontro e uno rimase ferito. Trovarono scampo Corbari e Alfredo Nobili, che durante lo scontro percorrevano la strada fra la villa e Tredozio, e i pochi altri partigiani rimasti in paese. In tutto, otto persone.

Agiva allora in quella zona un altro gruppo di patrioti, comandati da un tenente jugoslavo fuggito l’8 settembre da un campo di prigionieri. Una spia fascista che, parlando jugoslavo, si spacciava per tale, riuscì a guadagnare la fiducia dell’ufficiale e lo pugnalò nel sonno. Il gruppo si disciolsce alcuni di quei ragazzi raggiunsero Corbari, che in tal modo, alla fine d’ottobre, si trovava a capo di una quindicina di partigiani.

Le azioni d’insieme di quel primo periodo di attività sono di gran lunga meno famose delle gesta personali che già allora, lui vivo, resero leggendaria la figura di Silvio. Uccisione di spie, azioni di sorpresa su villaggi tenuti da fascisti, imposizione di tributi, sottrazioni di armi e munizioni a caserme del nemico: tutte imprese che richiedevano fegato sano e mente lucida, imprese che disturbavano ed esasperavano gli oppressori; ma che son poste in ombra dalla luce di quelle che Silvio compiva personalmente, lui solo, quando lo spirito del Passatore fremeva in lui audace e beffardo.

Chi potrà dimenticare l’episodio del segretario politico di Faenza, la sfida ai militi di Tredozio, la visita ad una affollata pasticceria della città per recar sfregio ai ritratti di Mussolini e di Muti?

Travestito da milite, o da vecchio mendicante, o da contadinotto ingenuo, mai tanto vicino come quando lo credevan lontano e mai tanto lontano come quando, speravan di coglierlo, Silvio richiama alla memoria quella strofa che fu resa popolare da un film avventuroso, la Primula Rossa: inafferrabile Primula Rossa che tutti sapevano che c’era, « Che ci sia ognun lo sa », ma « Dove sia nessun lo sa ».

Un capitano della M.V.S.N. si presentò un giorno al posto di guardia della Milizia al ponte di Faenza. Ordinò che tutto il personale si riunisse, armato, in sua presenza. E quando i sette militi furon dinnanzi a lui, Corbari, chè altri non era il capitano, si fece bellamente consegnare le armi e se n’andò tranquillo pei fatti suoi.

Una domenica di dicembre, a Faenza, un milite entrò nella pasticceria. più frequentata della città, nell’ora di maggior affollamento. Si accostò al banco, ordinò una consumazione. Molti dei presenti avevan subito riconosciuto nel milite Silvio Corbari, che era già nolo per le sue imprese c ricercato dalle polizie fascista e tedesca come il più pericoloso dei partigiani; ma nessuno, di fronte a tanto sfacciato ardire, osò far motto. Silvio sorseggiò pian piano il suo caffè, e intanto guardava in giro tranquillamente, finché i suoi occhi si posarono sui ritratti di Mussolini e di Muti, in bella mostra su una parete della sala. Finito che ebbe di bere, — tutti tacevano sospesi, sarebbe bastato un nonnulla per rompere l’incanto e allora per Silvio sarebbe finita, — egli si avvicinò alla parete, staccò i due quadri, li scagliò a terra con disprezzo, e tranquillo e sereno se n’andò, senza che una voce si levasse ad accusarlo, un braccio a fermarlo.
Passata la sorpresa, lo inseguirono nella via; minacciandoli col mitra, egli si liberò di tre militi; saltò nell’automobile che aveva lasciata poco lontano, e scomparve.

Se si pensa al rischio mortale ch’egli corse quel giorno solo per compiere un bel gesto simbolico, si comprenderà qual fosse la sua natura.

Un’altra volta scrisse al segretario politico del Fascio di Faenza invitandolo ad incontrarsi con lui in una chiesa della città, — ambedue soli e senz’armi. Il gerarca accettò: si recò alla chiesa armato e non senza la compagnia di numerosi fascisti che avevano verosimilmente il compito di catturare il ribelle, qualunque fosse l’esito del colloquio. Ma Corbari non c’era. C’era solo un vecchietto che chiedeva l’elemosina; il gerarca gli regalò dieci lire, poi se n’andò tutto tronfio, deluso per il disegno sventato, ma felice di poter proclamare che Corbari, il famoso Corbari, aveva avuto paura.

Ed ecco pochi giorni dopo gli arriva una lettera, con accluso, in restituzione, un biglietto da dieci lire; il vecchietto era Corbari e ci teneva a farglielo sapere.

Poi, la beffa che possiamo chiamare del maialino, nel marzo del 1944.

Le autorità di Tredozio erano in agitazione; i rutiliti pattugliavamo le vie e i dintorni; Corbari aveva scritto al comando della Milizia preannunciando la data di una sua passeggiata in paese.

Nessuno vide Corbari. Solo entrò in paese, senza destare la particolare attenzione delle pattuglie, un bravuomo che tirava al guinzaglio un bel maialino; un bravuomo che, prima di entrare nello spaccio, pregò per l’appunto i due militi ch’eran sull’uscio di dargli un’occhiata al maiale, perchè, non si sa mai, con questi ribelli che battono le strade…

Corbari ringraziò poi i militi della loro gentilezza, scrivendo al loro comando un biglietto che diceva presso a poco cosi: son venuto in paese; i vostri uomini non son buoni ad altro che a badare al mio maiale.
Ma non sempre Corbari preparava la bella per la bella: egli era in guerra, guerra senza quartiere, e lo scopo suo e dei suoi compagni era quello di tutti i combattenti, cioè di distruggere, con qualunque mezzo, il maggior numero possibile di nemici. Nell’aprile del 1944, si pensò di toglier di mezzo il console della Milizia di Forlì, Gustavo Marabini, che aveva fieramente annunziato di voler distruggere tutti i partigiani e che già si era macchiato di fucilazioni eseguite nelle caserme della città. La guerra dei fuori legge non ammetteva scrupoli, non permetteva quella cavalleria che usano reciprocamente i soldati nemici. I partigiani, i ribelli eran considerati dai fascisti come nemici buoni tutt’al più per dar lavoro alla forca ed ai plotoni di esecuzione; e con quali metodi venissero cacciati e trattati, tutti sappiamo e ricordiamo con raccapriccio. Per toglier di mezzo il Marabini, Corbari escogitò un suo piano. Si finse pentito della sua vita di ribella; per interposta persona ottenne un incontro col console, presso la località Mulini, a mezza strada fra Rocca S. Casciano e Predappio. Si presentò accompagnato dalla Iris Versali, la ragazza che s’era unita alla banda fin dal novembre dopo un ballo di paese in quel di Tredozio, e da un altro compagno. Assicurò al console che avrebbe fatto il possibile per indurre tutti i suoi compagni a rientrar nella legge ed a passare, armi e bagagli, nelle forze fasciste. Salirono sulla macchina del console per raggiungere Predappio, dove, al dire di Marabini, l’attendeva un generale tedesco, i tre partigiani sul sedile posteriore, il console davanti, accanto all’autista. La macchina parti, e probabilmente, se fosse arrivata a destinazione, sarebbe stato quello l’ultimo viaggio di Corbari. A 6 chilometri da Predappio, Silvio trasse la pistola e freddò il console con un colpo alla nuca. L’autista impugnò a sua volta la pistola: ma Corbari disse il suo nome, e l’arma cadde di mano. L’autista fu poi lasciato libero di tornarsene a Forlì col cadavere del console.

Frattanto in Forli un altro giovane, il ventiduenne Adriano Casadei, fondava il Movimento Patriottico Giovane Italia e si adoperava a diffondere l’idea della lotta contro i nazifascisti, a rifornire di armi, vettovaglie e notizie i partigiani della montagna, ad avviare al gruppo di Corbari gli elementi più adatti, ad organizzare colpi di mano, sabotaggi, epurazioni di spie in pianura e nella stessa città.

Tornato a casa da Orvieto, dove seguiva ‘il corso allievi sottufficiali, dopo l’8 settembre, egli aveva dapprima divisato di studiare per potersi iscrivere all’università; non potè farlo, perchè condizione necessaria per sostenere gli esami era l’appartenenza alle forze armate fasciste. Cominciò allora a studiare privatamente, ma ben presto fu spinto dal suo sentimento a stringer rapporti coi partigiani, e a dedicare infine ogni sua energia a quella ch’egli sentiva essere la causa della giustizia e della libertà.

Per qualche tempo tenne la famiglia all’oscuro della sua attività; giustificava le frequenti assenze con gite presso un amico che abitava in campagna. Quelle gite erano azioni della banda Corbari: come quella dell’ultima domenica di aprile su Modigliana. Otto partigiani entrarono in paese, occuparono i punti principali e le vie d’accesso e di uscita; la Versari frattanto svaligiava la banca; se n’andarono senza essere disturbati, tutti i militi avevano preso la fuga.

Una settimana dopo, nuova incursione su Modigliana, effettuata da sedici uomini. I militi non ebbero il tempo di fuggire, furono disarmati. Le armi catturate vennero trasportate con un camion fino a Monte Trebbio; lassù i partigiani furono attaccali dai militi; respinsero l’attacco uccidendo cinque nemici.

Nel maggio del 1944, il governo fascista chiamò alle armi la classe del 1926. È noto che ogni chiamata alle armi otteneva per effetto di ingrossare le file dei partigiani. La vita in città si faceva intollerabile per i rastrellamenti sempre più frequenti; le azioni di disturbo, i colpi di mano isolati diventavano ormai impossibili; non restava altra forma di lotta che quella delle bande. Adriano raggiunse coi suoi, definitivamente, il gruppo di Corbari.

Fra Silvio e Adriano si stabilì subito una comprensione perfetta. Se Corbari era l’uomo delle brillanti imprese personali, l’uomo il cui solo nome, con la forza di un simbolo, raccoglieva intorno a sè i giovani decisi alla lotta, Adriano era l’organizzatore, il disciplinatore, il vero condottiero; da lui il gruppo ricevette la forma di un efficace strumento di battaglia, in lui i più animosi dei ragazzi trovarono chi seppe condurli all’attacco e alla vittoria nelle situazioni disperate. Braccio destro di Silvio, Adriano era in realtà investito del comando militare della banda; modesto quant’era audace e generoso, egli non si curava di porre in rilievo la sua parte personale, e lasciava volentieri che anche le azioni da lui concepite e condotte personalmente riverberassero fama sul nome del suo grande amico.

Il gruppo raggiungeva ormai un discreto numero di ragazzi. Vennero suddivisi in squadre, a ciascuna delle quali era assegnala una propria sede abituale; furono instaurate una organizzazione ed una disciplina, per quanto possibile, militari. Si resero allora possibili azioni di maggior rilievo, tali da infliggere notevoli perdite alle forze nazifasciste, e da inserirsi a buon diritto nel più vasto quadro del fronte della resistenza italiana.

Il 22 giugno Casadei con tre altri ragazzi attaccarono di sorpresa l’avanguardia di una grossa formazione di S.S. italiane, che da S. Maria (Passo della Busca) contavano di iniziare un vasto rastrellamento di partigiani. Due dei patrioti, Duilio Piazza e Paolo Marconi, trovarono la morte nello scontro; ma assai più gravi furono le perdite subite dai nemici, che pel momento abbandonarono il disegno del rastrellamento.

A fine giugno Casadei, ed altri quattro ragazzi sorpresero ed eliminarono un maggiore tedesco che transitava in automezzo da Monte Bello (Rocca S. Casciano).

Poi la banda ebbe l’ordine di trasferirsi pel 10 luglio sul Monte Lavane, località che era stata scelta per un lancio di armi e rifornimenti da parte dell’aviazione alleata. Un gruppo di faentini doveva raggiungere Corbari sul Làvane, per recargli istruzioni precise e per appoggiare l’azione della banda contro eventuali sorprese del nemico. Al Monte di Gamogna i faentini furono sorpresi dai tedeschi: i loro capi, Bruno Neri e Vittorio Bellenghi, trucidati. Frattanto Corbari e i suoi avevano raggiunto il Làvane: rimasti senza istruzioni dovettero far ritorno a S. Valentino, dove Aldo Lombardini recò la notizia del massacro di Monte Gamogna. Senza poter più contare sull’appoggio dei faentini, e pur essendo la zona divenuta ormai pericolosissima, Corbari e i suoi non esitarono; si rimisero in marcia il 14, il 16 erano di nuovo sul Làvane.

Il lancio doveva essere eseguito su un vasto falsopiano, entro una zona delimitata da segnali luminosi ottenuti con fuochi di benzina; proprio a proposito, durante il cammino, Casadei sorprese e catturò un automezzo con due tedeschi e con una buona scorta di benzina. La notte del 17 un ricognitore sorvolò la zona, per controllare i luoghi e i segnali; la notte seguente, verso mezzanotte, un aereo da trasporto eseguì finalmente il lancio. In quattro passaggi, caddero dal cielo trentasei paracadute che recavano appesi altrettanti preziosi pacchi di materiali d’ogni genere. I cinquantatrè ragazzi, che componevano allora la banda, furono riforniti di armi, viveri e vestiario; quel che rimaneva venne rinchiuso in sacelli celati fra le macchie. Sei quintali di esplosivo, che i patrioti non sapevano pel momento come utilizzare, trovaron posto in una capanna abbandonata; nessuno immaginava allora qual servizio avrebbero reso di lì a poco.

L’indomani, saranno state le sei, le vedette avvistavano una pattuglia nemica che avanzava lungo il fondo valle. Monte Lavane, presso il Falterona, raggiunge i 1430 metri; è una montagna impervia, da lupi, e i patrioti non si attendevano di essere segnalali ed attaccati così presto. Bisogna ritenere che si lasciassero cogliere quasi di sorpresa, senza avere il tempo di spiegare e usare nel miglior modo le proprie forze, solo una parte delle quali poterono prendere parte efficace allo scontro. Una decina di ragazzi, guidati da Casadei, attaccarono la pattuglia nemica, senza sospettare che si trattasse dell’avanguardia di una formazione poderosa che, a quanto è risultato, contava circa cinquecento tedeschi c duecento fascisti. La posizione favorevole e la frequenza del fuoco dei pochi partigiani (uno dei quali narra di aver sparato in quell’occasione qualche cosa come tremila colpi di mitra) ingannarono probabilmente il nemico sul numero degli avversarli. Lo scambio di fucileria durò parecchie ore; i patrioti indietreggiavano a poco a poco verso il crinale del monte, dov’eran nascoste le armi che dovevano ad ogni costo essere salvate; a centinaia i nazifascisti affluivano sul teatro dello scontro, e sarebbe bastato da parte loro un attacco deciso per farla finita coi pochi eroi che li tenevano in iscacco.

Ecco, i partigiani son giunti prima del nemico alla capanna che contiene l’esplosivo. I tedeschi incalzano, salgono lentamente ma inarrestabili su per la costa, malgrado subiscano gravi perdite.

L’esplosivo è perduto: bisogna farlo saltare, perchè non cada in mano al nemico; con una miccia, calcolandone bene la lunghezza, si sa che non si possa far saltare in aria anche un buon numero di tedeschi: vengono proprio li, sono ormai vicini…: così si esprimeva Adriano.
Non si trovano fiammiferi per accendere la miccia; Adriano propone di pensarci lui, con una bomba a mano: « Se va, va… se no ci rimango anch’io ». Ma ecco un fiammifero. Adriano allontana i compagni; con mano ferma dà fuoco alla miccia.

Ora attendono, col cuore sospeso; ma quanto tempo passa! Nascosti nelle macchie, intravvedono i tedeschi che salgono, salgono, ecco son giunti alla capanna, la circondano — se scoppiasse proprio adesso… Un attimo ancora, e finalmente ecco una colonna di fumo nero, uno scoppio formidabile, un boato terribile che si ripercuote sinistramente nelle gole dei monti.

I sei quintali di esplosivo furono davvero ben utilizzati: uccisero o ferirono un buon numero di nemici. Così l’eroismo di pochi c la fortuna che aiuta gli audaci rovesciarono a favore dei patrioti le sorti di una giornata che pareva destinata a segnare la loro disfatta.

Anche le armi nascoste furono salve e ciò per merito di Adriano che, la mattina seguente, ritornò solo sul campo della lotta con un cavallo e alcuni sacelli per raccogliere le armi nascoste, in quanto quella posizione doveva essere abbandonata.

Durante tale operazione ebbe modo di osservare che il nemico aveva ritirate tutte le sue forze, abbandonando però sul posto i suoi morti e feriti.

Le perdite nemiche furono di 200 morti e circa 110 feriti; i patrioti ebbero un solo ferito, Elio Ghiselli.

L’importanza del successo meritò il plauso del comando Alleato: la radio trasmise per la banda Corbari l’elogio del generale Alexander.

Corbari, nobilmente, rese atto a Casadei del valore e dell’accortezza con cui aveva affrontato e vinto la prova durissima.

«Sei stato grande, Adriano», gli disse; «non so dirti come sei stato grande».
Dei combattimenti come questi, disse Adriano, non so se ne avremo ancora, ma se pur ne avremo, non abbiamo più paura di nulla.

Il 18 agosto.

Frattanto il destino stendeva i suoi fili; aveva già scelto i protagonisti del dramma, e li spingeva inesorabilmente al tragico epilogo del 18 agosto.

Ai primi di agosto fu gettato in carcere, a Forlì, Tonino Spazzoli. I fascisti avevano avuto sentore della sua attività di patriota; ma non avevan prove sicure per condannarlo; soprattutto sfuggivan loro le fila del movimento che, dalle città di Romagna, dirigeva la lotta occulta degli uomini liberi e organizzava le formazioni della pianura e le bande di montagna. Era dunque necessario che Tonino Spazzoli parlasse, rivelasse nomi e disegni. Per indurlo a parlare i fascisti misero in opera tutti i mezzi del loro tristissimo repertorio: le busse, la tortura, le lusinghe, la fame. La cittadinanza, impotente, seguiva trepida il suo martirio. Fonino non parlava; serrava le labbra esangui sul suo onore e sulla salvezza dei compagni. Si pensò allora di strapparlo al carcere; forse i ragazzi di Corbari, rotti ad ogni astuzia e ad ogni ardimento, avrebbero potuto tentare il colpo.

Arturo Spazzoli, fratello di Tonino, si incontrò il 12 agosto con Adriano Casadei, nei pressi di Monte Poggiolo. Non conosciamo esattamente i movimenti di Adriano e di Arturo nei giorni che seguirono il 12 agosto; i ricordi dei contadini li segnalano ora in questa ora in quella località della zona, intenti verosimilmente a preparare il colpo che avrebbe dovuto liberare Tonino Spazzoli dal carcere.

Il 15, in casa Villanova di Cella di Modigliana, incontrarono certi Franco Rossi e Antonio Benenati, dei quali il primo aveva appartenuto tempo addietro alla banda. Adriano non fu lieto dell’incontro; quel Rossi era sempre stato un ragazzo indisciplinato e per giunta disonesto, tanto da. abusare del nome di Corbari per compiere dei veri furti che avevano anche provocato litigi fra lui e altri elementi della stessa risma; finché un giorno, rimproverato da Adriano c minacciato di essere disarmato, era scomparso e non se n’era saputo più nulla. Ora raccontava di esser stato incarcerato insieme con sua madre, di esser fuggito; ma temeva per sua madre, e, se i fascisti avessero voluto farle del male, egli si sarebbe presentato alla milizia di Castrocaro.

Cercò di sapere dove avrebbe potuto rivedere Adriano nei giorni seguenti; voleva anche incontrare Corbari, per regalargli un portasigarette. Adriano probabilmente si insospettì; rispose di non sapergli dire dove sarebbe andato nei prossimi giorni; quanto a Corbari, ignorava dove si trovasse; bisognava chiederlo ad un certo Turin. In tal modo Adriano contava, non solo di liberarsi di quei due tipi sospetti, ma anche di renderli inoffensivi almeno per qualche tempo. Turin infatti era incaricato di rinchiudere tutti coloro che gli si presentassero a nome di Corbari o di Casadei (Vedi in appendice il Memoriale di Don Antonio Vespignani).

Ma purtroppo la faccenda non si svolse secondo l’intenzione di Adriano. Il giorno dopo, infatti, in mattinata, Franco Rossi e Benenati giungevano a rintracciare Corbari, che si trovava allora a Cornia di S. Valentino; erano con lui, nella casa del contadino Angelo Pompiglieli, la Versali ed altri due partigiani, «branco», ha narrato il Pompiglieli, «si complimentò con Corbari, gli offerse un portasigarette e gli raccontò alcune cose e tra l’altro gli disse che era mollo necessario andare a Forlì a liberare dal carcere alcuni arrestati innocenti ». Poco dopo Silvio Corbari si allontanò dalla casa per recarsi presso un’altra famiglia. La Versari pregò un partigiano di andarle a cercare delle provviste.

Queste circostanze favorirono Rossi e Antonio, che rubarono un mitra ed una rivoltella e si allontanarono lasciando un biglietto, nel quale il Rossi si scusava per l’atto commesso, lo giustificava dicendo che quelle armi gli servivano per mandare ad effetto una vendetta personale e prometteva di restituirle personalmente due giorni dopo, venerdì 18 agosto. Al suo ritorno, Silvio, preoccupato, spedì due partigiani sulle tracce dei fuggitivi, ordinando loro di tornare in serata.

Alle 19, i due inseguitori erano a Ca’ Fornace; ne ripartivano proprio poco prima che vi giungessero Rossi è Antonio. Costoro si vantarono di aver disarmato la Versari, e raccomandarono ai contadini di avviare eventuali inseguitori verso S. Savino, mentr’essi naturalmente prendevano tutt’altra direzione. Ormai le due spie ritenevano inutile continuare la commedia; si tenevan sicuri del fatto loro; e purtroppo i fatti dovevano svolgersi ormai secondo il loro disegno.

Il giorno dopo, 17, passando da casa Villanova, di Cella di Modigliana, i due inseguitori informarono Adriano e Spazzoli di quanto era avvenuto; Adriano confermò loro l’ordine di inseguire i fuggiaschi, purché entro le ore sedici fossero di ritorno a Cornia. Ma i due non fecero mai ritorno, nè presso Corbari, nè presso Casadei.

Poi, Adriano e Arturo lasciarono casa Villanova per raggiungere Corbari a Cornia. «Oggi per me è una giornata di gran nervoso», diceva. Adriano salutando il contadino, «chi sa che cosa mi succederà». La sera sostarono a Papiano, dove cenarono. «Mangiate, Adriano», gli disse scherzando una donna mentre gli porgeva un pezzo di pane, «se dovete pigliare una schioppettata, che almeno abbiate mangiato!». — «Mi sento proprio di prenderla, una schioppettata!» rispose Adriano, e con questi brutti presentimenti i due compagni ripresero la via per Cornia, guidati da un giovane del luogo.

Vi giunsero, assai stanchi, verso mezzanotte.
Non sappiamo che cosa si dissero i quattro compagni. Certo discussero dei sospetti che logicamente destava il contegno di Franco Rossi e di Antonio Benenati. Forse qualcuno propose di trasferirsi immediatamente, ad ogni buon tonto, in altra località; i famigliari ricordano che soprattutto Adriano appariva inquieto, e che i quattro compagni apparivano incerti sul da farsi. Infine, forse perchè Adriano e Arturo erano molto stanchi e la Versari non poteva camminare per una ferita d’arma da fuoco ad una gamba, decisero di rimandare la partenza al mattino seguente e. incaricarono il contadino di svegliarli alle quattro.

Alle quattro il Pompinoli li chiamò. Ma il sonno dei vent’anni è duro. «Siamo stanchi», risposero. Il contadino tornò a letto; ma non riprese sonno; gli pareva di udire strani rumori intorno alla casa. Alle cinque usci sull’aia. «Alto là!» gridò una voce. Egli comprese; corse dentro per avvisare i ragazzi, mentre gli assalitori cominciavano a sparare.

Un gruppo di tedeschi e fascisti entra in casa. Maltrattano le donne, voglion sapere dove sono i partigiani. Un tedesco apre la porta della stanza dove sono rifugiati Silvio c la Versari; una detonazione, il tedesco cade. Gli altri fuggirono fuori. Son venuti in tanti per catturare tre uomini e una donna ferita; hanno persino dell’artiglieria. Cominciano a sparare colpi di mortaio. Un proiettile colpisce l’angolo sinistro della casa.

I patrioti rispondono con raffiche di mitra e col lancio di bombe a mano. Ma la situazione è disperata. Non c’è altra speranza che in un tentativo di fuga, lanciarsi fuori all’impazzata, di sorpresa, chi sa…

La casa, sorge sull’erta di un colle che domina la piccola valle del rio Tagliata. Da un lato si stende un macchione nel quale si può sperare di celarsi alla vista dei nemici. Corbari salta da una finestra, Adriano e Arturo escono dalla porta della stalla. Arturo ha scelto male la direzione; lo vedono, lo bersagliano dalle posizioni che i nazifascisti occupano sul versante opposto della valletta; egli cade, le gambe stroncale, presso il torrente. La Versari non può fuggire, la sua ferita la condanna; si uccide da sola.

Silvio e Adriano sono riusciti a raggiungere la macchia, son già lontani qualche centinaio di metri; ma ecco Silvio mette un piede in fallo da venti metri precipita sul letto sassoso del torrente. Adriano si accorge che il compagno non lo segue, ne ode i lamenti; non vuol salvarsi solo, torna indietro; cerca invano di trascinare Silvio con sè; si nascondono nella macchia. Frattanto gli assalitori entrano in casa vi trovano solo il cadavere della Versari, si dividono in squadre che battono i paraggi della casa, sfortuna vuole che una di quelle squadre scelga la direzione giusta; odono le voci dei fuggiaschi, li intravvedono fra i cespugli, li bersagliano a colpi di mitra.

Corbari, già mezzo massacrato dalla caduta, è gravemente ferito alla testa; Adriano soltanto lievemente al viso. Li catturano infine; la spedizione è andata bene. Franco Rossi è lì, fedele all’appuntamento, per rallegrarsene cinicamente.
«Per noi è finita », gli dice Adriano; « ma finirai male anche tu ».

***

Caricarono Corbari e Spazzoli, semivivi, su una slitta trainata da buoi; Casadei seguiva a piedi il triste convoglio. A casa Fornace i militi si fermarono per dissetarsi: negarono ad Adriano un sorso d’acqua. Ad una finestra s’affacciò Franco Rossi, che voleva godersi tutte le fasi dello spettacolo.
«Venite, donne», gridava rivolgendosi all’interno, «venite a vedere i vostri partigiani!».
«Perchè ti sei fatto prendere?» chiese un milite ad Adriano.
«Avete preso Corbari», Adriano rispose; «dovevate prendere anche me».
Il convoglio riprese il cammino, diretto a Castrocaro pel Monte Trebbio: Silvio svenuto, Arturo lancinato da terribile dolore, Adriano forte e sereno. Arturo gridava troppo forte: era una noia per quella brava gente: a M. Trebbio lo finirono a Colpi di rivoltella.
Di là, in autocarro, giunsero finalmente a Castrocaro. Condussero Adriano in piazza, per impiccarlo. Una donna fascista diede mano a insaponare la corda.
«Perchè sei andato coi ribelli?», chiese un milite a Adriano.
«Perchè quella era la mia idea».
Il milite replicò: «Adesso li uccidiamo».
E Adriano: «Certamente; è guerra».
Franco Rossi, che la sua anima perversa, spingeva morbosamente a seguire le sue vittime fino all’ultimo, si avvicinò ad Adriano sorridendo spudoratamente.
«Tu sei stato, traditore», gli rinfacciò Adriano.
«Si, sono stato proprio io! Ve l’avevo pur detto che me l’avreste pagata cara!».
Adriano volle abbracciare il suo grande amico Silvio, che giaceva privo di conoscenza.
Una donna l’accusò di aver ucciso tre militi fascisti a Converselle il 13 agosto. Sappiamo da testimonianza sicura clic non fu Adriano l’autore di quell’uccisione. Tuttavia egli non respinse l’accusa, certo pensando che in tal modo i veri autori non sarebbero stati ricercati. Pregò che venisse risparmiata la sua famiglia, che non era responsabile della sua attività di partigiano.
Era ora di morire.

Adriano affermò la sua fede con un grido:
«Noi siamo i veri Italiani!».
Un milite, vigliaccamente, gli mozzò la frase colpendolo a sangue sulla bocca. ¡1 gesto mosse a sdegno un tedesco, che percosse il milite. Poi Adriano si passò da solo il laccio al collo.
Al primo strattone la corda si spezzò, Adriano cadde in ginocchio, tentò disperatamente di fuggire. Lo raggiunsero, lo abbatterono, l’impiccarono.

Il giorno stesso i corpi di Silvio e di Adriano vennero trasportati a Forlì e appesi ai lampioni di piazza Saffi — a ludibrio dei carnefici e a gloria della gioventù d’Italia. Il giorno dopo furono appesi, accanto ai loro, i corpi di Arturo e della Iris.
Li seppellirono, ultimo oltraggio, con le mani legate e la corda al collo.

I traditori.

La giustizia dell’Italia libera perseguirà e punirà i colpevoli del tradimento. Non tocca a noi su queste pagine additare e comprovare le responsabilità dei singoli; tuttavia, per maggior chiarezza del nostro racconto, ci sembra opportuno fornire alcuni particolari sulle gesta malfamate di Franco Rossi e di Benenati Antonio.

È certo, per concorde testimonianza di molte persone, che il Rossi si era introdotto fra i partigiani per incarico delle autorità fasciste, a scopo di spionaggio; la sua stessa madre lo guidava e lo aiutava nella triste bisogna. Quand’egli approfittava del nome di Corbari per consumare volgari furti, quand’egli veniva rimproverato da Casadei per il suo contegno indisciplinato, già era al servizio dei fascisti; non fu il desiderio di vendicarsi delle giuste punizioni inflittegli dai partigiani che lo spinse al tradimento.

Ancor prima del 18 agosto, egli aveva provocato la cattura e l’uccisione di altri ribelli; quali i fucilati del 14 agosto a Terra del Sole. Ecco quanto narra in proposito Lucia Benzoni, figlia di una delle vittime di Terra del Sole:

«Il 12 agosto 1944 circa alle 19,30 un motofurgoncino della Milizia con circa una decina di militi venne ad arrestare il babbo, la mamma e me. Insieme coi militi erano due civili, Antonio Benenati e Gianni Gentile, che presero parte attiva alla perquisizione. Furono trovati un fucile e sette od otto tubi di gelatina nascosti in cortile in una cassetta a doppio fondo. Fummo trasportati, prima in piazza Saffi, per essere sbeffeggiati dai fascisti presenti, poi davanti alla porta della Caserma Caterina Sforza, dove rimanemmo sino circa a mezzanotte Da lì fummo trasportati a Castrocaro ove giungemmo verso l’una di notte. Subimmo un primo interrogatorio separatamente e ci trovammo a contatto in cella con gli altri finti o veri arrestati, fra cui il Rossi. Mamma ed io fummo rinchiuse in una specie di stanza, il babbo nelle celle sotterranee. Con mia sorpresa vidi che il Gentile e il Benenati si consideravano anch’essi prigionieri. La mattina della domenica 13 il sergente Domenico che era venuto ad arrestarci e che fu poi un componente il tribunale che ci giudicò, ritornò a Forlì, credo per prendere informazioni circa il babbo, le informazioni non furono certo di suo gradimento, perchè il secondo interrogatorio fu terribilmente lungo e minaccioso. Intanto io avevo compreso che gli arrestati si dividevano in due categorie, i veri e i finti. Alla seconda appartenevano, certamente, la Rossi e il figlio e il Benenati. Ero incerta sul conto del Gentile e della Crema. Gli altri secondo me erano veri arrestati politici. Nel pomeriggio sempre del 13 subii un terzo interrogatorio, seguito da un interrogatorio fatto al babbo in mia presenza. Si volevano sapere in tutti i modi i nomi di altri partigiani e il loro rifugio e dove si trovava mio fratello Giorgio (scappato dal treno di Vercelli che lo conduceva in Germania), Si doveva rispondere a queste domande, pena la morte. Le risposte del babbo sono note: si conosce la sua fine. Io pure seguii il suo modo di agire; la mamma, per le sue pessime condizioni di salute, fu lasciata in cella sempre tranquilla. Al termine dell’interrogatorio ci fu detto che il mattino seguente alle otto il babbo ed io saremmo stati fucilati insieme al marchese Paolucci. Vi lascio immaginare la pena che si aveva da ambo le parti per la sorte, da parte mia, che toccava al babbo, e da parte del babbo per la sorte che toccava a me. La mattina alle otto e mezza ci portarono il babbo in cella per l’ultimo saluto. Da quel momento non l’abbiamo più veduto. Io, alimentando una speranza puerile, non potevo e non volevo crederci, finché a sera il Rossi mi venne a dire «È colpa di mia madre se è successo quello che è successo stamattina; io partirò domani mattina per il comando». La mattina dopo i militi fecero una sparatoria per far credere ad una fuga del Rossi e del Benenati. (Si seppe poi in seguito che erano andati a cercare il nascondiglio di Corbari e Casadei per riferirlo ai militi).

Riguardo agli altri arrestati non ho potuto sapere più nulla, solo si è potuto verificare che la Rossi e il figlio furono i maggiori responsabili del caso nostro. Il Rossi poi e il Balenali sono responsabili anche, a parer mio, della cattura del gruppo di Corbari. Il Gentile prese parte attiva e zelante alle perquisizioni, ma non so se lo facesse per convinzione o per paura.
Prima di lasciarmi il babbo mi disse: «Lucia, di a Giorgio che perdoni come ho perdonato io e anche tu fallo se lo puoi. Non dire niente a mio padre, perchè la mia scomparsa per sempre sarebbe un colpo troppo forte per lui.» Questa frase fu detta in presenza di quelle belve che, se non commosse, dovettero esserne turbate, perchè invece di deportarci, la mamma e me, com’era stato stabilito, il 17 agosto ci scarcerarono. Il babbo è stato fucilato alle nove del mattino, lunedì 14 agosto, nel cimitero di Terra del Sole, e lasciato per tre giorni sul terreno senza che nessuno potesse toccarlo e seppellito poi, da incaricati degli stessi militi, senza cassa, nel nudo terreno.

Facciamo seguire la narrazioni ala alcune pagine scritte da persone che conobbero davvicinno i protagonisti e che raccontano con parole semplici e commosse i loro ricordi e le loro impressioni.

MEMORIALE DI DON ANTONIO VESPIGNANI, PARROCO DI S. SAVINO.

I giovani partigiani frequentavano abitualmente la mia casa e vi venivano famigliarmente accolti. Dopo molte domande su Corbari e sulle sue azioni, manifestai loro il mio desiderio di poterlo conoscere personalmente e ciò avvenne pochi giorni dopo. Eravamo verso il 20 dicembre del 1943. Un certo Francesco accompagnò Corbari a casa mia il 5 gennaio 1944; parlai a lungo con lui. Poi ebbi un più lungo colloquio, dalle sette di sera fino alle cinque del mattino. Così ho potuto conoscere assai bene i suoi sentimenti.
Stando ai suoi discorsi posso affermare che egli era un giovane di nobili sentimenti religiosi e patriottici; non voleva odio ne vendetta, ma giustizia: sono parole sue. E ancora diceva: «Noi ci armiamo per difenderci da quelli che ci cercano a morte, e contro i devastatori dell’Italia, e cerchiamo di aiutarci fra di noi ed agire con sincerità e coscienza in tutto e per tutto». Che cosa si può opporre a queste verità? Egli mi rimase simpatico per la schiettezza e la sincerità sue e per i suoi nobili ideali rivolti al bene dell’Italia. .. Noi ci armiamo non solo per difenderci », mi disse ancora, « ma anche per fare buone azioni; qualche volta ne potrà venire anche delle non buone da persone prepotenti e ignoranti che ci sono anche fra noi, ina queste cose sono inevitabili durante la formazione di una coscienza nuova. Noi non nascondiamo le anni per domani, perchè domani il mondo avrà bisogno di pace e di giustizia, e s’è già versato troppo sangue».
Scherzosamente mi diceva un’altra volta: «Graziani chiama i soldati, ma tutti fuggono, io non li chiamo, e tutti corrono». — «Come fanno a trovarvi, caro Silvio, tutti quei giovani?» — «Me li conduce un amico fido e bravo, Adriano Casadei, che lavora indefessamente, in incognito, nella città, nei paesi e nella campagna. Proprio oggi l’attendo a S. Savino, qui da voi, Don Antonio, per un appuntamento interessante». — Poco dopo Adriano giunse a S. Savino: festa indescrivibile fra i due amici. Corbari passò ancora da casa mia nell’andare al Castellacelo, poscia si prese con sè tutti quei vagabondelli impazienti che erano alloggiati in parrocchia. Adriano è un’altra bella figura degna di stare al fianco di Corbari ed in alcuni punti superiore a Corbari stesso. Indefesso nell’azione, prudente, di piena fiducia, pronto a sacrificarsi pur di salvare la vita all’amico Corbari e di far trionfare i suoi ideali. Corbari stesso ha fatto l’elogio di Adriano e ciascun giovane lo può confermare. Il comando effettivo fu affidato ad Adriano. Adriano è tornato molte volte a S. Stivino, ho potuto spesso parlare con lui: era buono, intelligente, di principii sani e veri; forse qualche volta è stato troppo buono, e lo stesso si può dire di Corbari. Io godevo la piena fiducia dei due amici.

Il 15 agosto 1944, alle ore 15, bussarono due giovani alla porta di casa: uno si chiamava Franco, l’altro non so: era un meridionale dal petto a carena e dalle gambe un po’ storte, magro, pallido e bruno. Dopo …aver mangiato e bevuto essi volevano ad ogni costo sapere da me dove si trovava la squadra di Ettore (detto Turin); io in verità non lo sapevo. Accadde una scena poco simpatica quando Franai mi mostrò un biglietto dove Adriano aveva scritto che essi si dovevano recare a S. Savino per sapere dove si trovava Turin; i due ragazzi dicevano che io non volevo palesare il luogo ed io ripetevo che non lo sapevo, infine si concluse che ci mettemmo le mani addosso, ma senza farci del male, solo perchè io volevo strappare la rivoltella che Franco faceva ballare fra le mani; gliela tolsi, poi gliela restituii, e Franco terminò con queste parole: «Questo è un inganno, ammazzeremo voi oppure Adriano». Da ciò compresi poi che essi preparavano il tradimento. Partirono da casa mia accompagnati da due giovani della parrocchia che sapevano dove dimorava Turin; da ultimo i due erano un po’ restii ad andarci; Turin poi li chiuse in una casa nella parrocchia di S. Casciano, Casa Ronconi, La sera stessa alle 19 passò Adriano in bicicletta, la scena avvenuta gli fu raccontata da Luigi Ferrini di Forlì sfollato nelle scuole di S. Savino. Il giorno dopo Adriano ripassò da S. Savino in bicicletta con lo Spazzoli. Spazzoli affidò la bicicletta a Ferrini, Adriano a me, in pessimo stato, con la forcella rotta ed altri guasti. Spazzoli lavorava con Adriano da circa otto giorni; Adriano mi disse che cercavano di liberare il fratello di Spazzoli, Antonio, dalle carceri di Forlì. Adriano era in ottimi rapporti col Marchese Paolucci de’ Calboli di Forlì, rifornitore, consigliere della vita nuova di questi giovani patrioti (Catturato dai nazifascisti venne in un primo tempo lasciato libero, poi ripreso c fucilato a Terra del Sole, il 14 agosto. Qualche tempo dopo la moglie, ch’era stata trattenuta come ostaggio, subì la stessa sorte).

Don Antonio Vespignami

CORBARI E CASADEI

Il giorno 13 aprile 1944 mentre ritornavo dal villaggio di S. Martino in Villafranca ebbi occasione di incontrare un giovane in bicicletta che si accompagnò a me. La conversazione fu dapprima piacevole e gaia quale poteva convenirsi a due giovani della stessa età. Giunti al bivio delle due strade che portavano a Forlì, il giovane mi chiese quale fosse la migliore da seguire per eludere la sorveglianza delle guardie repubblicane e tedesche dei posti di blocco. Lo consigliai di seguirmi ed ebbi così il piacere di riprendere la conversazione che avevamo bruscamente interrotta e che cominciò a prendere un tono più serio. Parlammo di politica. Dalle mie espressioni ardenti contro il fascismo il giovane comprese che poteva svelarsi e, senza tante reticenze, mi disse che era Silvio Corbari, l’eroe leggendario che in quei tempi aveva fatto tanto parlare e fantasticare di sè. Ebbi sul momento un’impressione strana, indefinibile e quasi non credevo ai miei occhi; la mia confusione era tale che sul momento non riuscì ad articolare parola. Ma poi, vinta la sorpresa, ripresi la mia franchezza, e mi sentii onorata di essere così vicina a quell’uomo che consideravo un vero eroe. Mi disse che era diretto a Forlì per rintracciare un certo Adriano Casadei, suo amico, di cui non sapeva con precisione l’indirizzo. Capii che la sua posizione era estremamente delicata e gli offrii la casa della mia maestra di lavoro, che sapevo fermamente antifascista. Così avemmo Corbari con noi in familiare conversazione per circa tre ore; conoscemmo tanti particolari che ignoravamo ed avemmo, pegno ambitissimo, due fotografie con dedica. Più tardi mi sentii il coraggio di accompagnarlo per le vie di Forlì per rintracciare il Casadei. Non avevo paura, perchè il contatto con un uomo come Corbari mi dava una forza nuova.
Ci salutammo stringendoci la mano col proposito di lottare fino all’ultimo per il trionfo della nostra causa. Dopo altre ricerche fu trovato Casadei. Era un giovane buono, simpatico e cordialmente amichevole. Lo avemmo con noi quasi ogni giorno; cominciammo a trattarci col tu, e ci consideravamo come fratelli. Cominciammo a lavorare con lui per la causa antifascista, conservando i contatti con Corbari. Una carta da dieci lire divisa a metà era il segno di riconoscimento. Periodicamente una staffetta veniva a noi dalla montagna e noi gli consegnavamo messaggi per i partigiani. Adriano era fondatore e capo del Movimento Patriottico Giovane Italia, dirigente e organizzatore militare dei gruppi d’azione. Durante gli allarmi prendevamo contatto con giovani che di fascista avevano solo la divisa e che ci consegnavano armi e munizioni che segretamente consegnavamo alle staffette per i nostri uomini. Adriano dovette infine allontanarsi da noi per raggiungere i suoi compagni sui monti, dopo aver compiuto tante azioni coraggiose in città. Non doveva ritornare mai più nella sua Forlì: o meglio, vi doveva ritornare con l’aureola della gloria e dell’immortalità, martire purissimo di un’idea che ha trionfato. Ti vidi, Adriano, attraverso il velo del pianto che mi offuscava lo sguardo e sentii in me lo strazio delle tue carni martoriate. II tuo ricordo è per noi una fiaccola di fede e d’amore.

Oleandra Macori

ADRIANO CASADEI NEL RICORDO DI UN’AMICA.

Per ragioni politiche aveva dovuto interrompere, anni prima, gli studi regolari; ora voleva riprendere a studiare. Le nostre lezioni cominciavano col latino ma andavano a sfociare nell’unico argomento importante per lui, la situazione attuale dell’Italia. Il nuovo governo fascista aveva decretato che solamente chi si fosse presentato alle armi avrebbe potuto sostenere esami. Cominciarono fra me e Adriano le discussioni: io avrei voluto che continuasse gli studi per dare i relativi esami, ma egli non voleva cedere. «Non ho paura di combattere», mi diceva, «ma non voglio mettere a repentaglio la mia vita inutilmente. Non voglio combattere insieme ai nemici che vogliono la rovina della mia patria; voglio che le mie forze servano a qualche cosa di più utile e di più grande!». Così troncò ancora una volta gli studi. Da allora incominciò a parlarmi di uomini che lottavano contro i fascisti e contro i tedeschi per il bene dell’Italia; di uomini che soffrivano ogni sorta di disagi, ma soffrivano con gioia per la loro causa santa e pura. Mi parlò di Corbari, mi descrisse molte sue imprese, mi disse la sua ammirazione per quell’uomo ch’egli avrebbe seguito ciecamente in qualunque impresa. Mi disse che tutti i giovani avrebbero dovuto unirsi, per purificare la nostra terra. Io gli obbiettavo che i giovani purtroppo si disinteressano dei più alti ideali; ed egli mi rispose: «Sui monti ci sono uomini pronti a tutto; non manca loro che una mente che li ordini e li guidi; finiremo con l’organizzarli, e allora… Tutti impareranno a conoscerci. Non siamo dei delinquenti, dei vili assassini come i fascisti vogliono far credere; forse ci sarà qualche elemento impuro fra noi, ma la nostra giustizia saprà eliminarlo!».

Così imparai che Adriano era in rapporti coi partigiani e che svolgeva una particolare attività in Forlì. Mi propose di collaborare con lui, poi partì improvvisamente e non lo rividi che dopo un mese. Era dimagrito, mi narrava dei disagi che aveva sopportato; mi disse che la montagna non è troppo poetica quando la neve è alta mezzo metro e si deve continuamente vagare da un posto all’altro per non esser sorpresi. Era un poco demoralizzato perchè avrebbe voluto ci fosse più compressione nell’animo degli Italiani. «Noi lottiamo per loro», diceva, «e loro non vogliono comprenderlo e ci giudicano male… Noi non vorremmo uccidere, ma versare il sangue è necessario per raggiungere il nostro scopo!». Un giorno gli chiesi se la sua famiglia sapesse delle sue azioni: un disse che la madre nulla sapeva e il padre forse sospettava solamente. Quando gli dissi che per causa sua i fascisti avrebbero potuto perseguitare la sua famiglia, mi rispose: «Dio protegga la mia famiglia: io non rinnegherò mai i miei sentimenti e la mia idea!».

Ormai veniva quasi sempre armato. Mi narrava tanti particolari sulla sua attività. Un giorno mi disse che la banda Corbari sarebbe scesa a Forlì per compiere un’azione contro la centrale elettrica; non so se sia poi stata compiuta, perchè le visite di Adriano si diradavano sempre più. Un giorno tornando da Dovadola lo incontrai vicino alla Rovere. Indossava un vestito logoro da fatica e si dirigeva in bicicletta verso la montagna. Gli chiesi se non aveva paura a trattenersi nei dintorni di Forlì: aprì la camicia e tranquillamente mi mostrò le armi appese alla cintura. «Ti sembra che io possa aver paura?» mi chiese, «Più scortato di così non potrei essere!». Rimasi sconcertata da tanta temerarietà; ma Adriano non aveva paura di niente. Mi diceva sempre di aver la vita legata a un filo: «Ma», soggiungeva, «non m’importa di morire se con la mia morte tolgo di mezzo anche uno solo di questi vigliacchi fascisti!».

L’ultima volta che lo vidi, fu il giorno dei funerali del console Marabini. Si sapeva che il console era stato ucciso da Corbari e non mi aspettavo davvero di vedere quel giorno proprio Adriano. Ed invece dalla finestra della mia camera egli assistette alla sfilata col sorriso sulle labbra, ostentando un’aria ingenua che avrebbe ingannato me stessa. Quando passò il feretro tutti salutarono perchè i fascisti sorvegliavano con occhi truci; Adriano non si scompose; continuò a guardare col suo enigmatico sorriso, poi partì per tornare sui monti. Lasciandomi mi diede la sua fotografia dicendomi: «Se hai coraggio conserva la fotografia di quest’uomo che molti chiamano vigliacco. Se morirò pensa qualche volta a me, e non pensarmi male: non sono un vigliacco, e saprò dimostrarlo in qualunque momento».
Non l’ho rivisto che impiccato, come un delinquente qualunque; ma con la sua morte eroica egli ha veramente dimostrato a tutti quale anima fosse la sua.
Liana Ragazzini

Questa è la riscrittura di un opuscolo pubblicato nel primo dopoguerra, che racconta le gesta della Banda Corbari.

 

Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...