La strage del 4 luglio 1944 a Castelnuovo dei Sabbioni


La mattina del 4 luglio 1944, il paese fu vittima di un sanguinoso eccidio nazista in cui molti civili innocenti furono barbaramente trucidati, ricordato come Strage di Cavriglia.

Alle prime luci dell’alba le frazioni di Castelnuovo dei Sabbioni e di Meleto Valdarno sono accerchiate ed invase da formazioni di SS naziste in assetto di guerra guidate da militari repubblichini e favorite nel loro avanzare dal buio notturno.

Sono le 6 del mattino quando le SS assaltano le case, abbattendo le porte d’ingresso e penetrano nelle abitazioni, rastrellano gli uomini, ordina alle donne e ai fanciulli di uscire subito all’aperto ed infine ruba e devasta ad una ad una quelle povere abitazioni di lavoratori. Fanno allontanare le donne dicendo loro: “Qui da noi fare grande luce”.

73 uomini vengono mitragliati e sul mucchio dei morti e dei feriti vengono ammassati mobili e suppellettili presi dalle case. Il tutto è cosparso di benzina e incendiato. I parroci di Castelnuovo dei Sabbioni e di Meleto che implorano pietà condividono la stessa sorte dei destinati al macello, mentre esplicano nel conforto della fede. Dalla frazione di Castelnuovo dei Sabbioni subito dopo la strage le SS raggiungono la vicina borgata di Massa dei Sabbioni e di San Martino.

A Massa dei Sabbioni le SS uccidono il parroco Don Morini ed un giovane parrocchiano con le baionette, e ne gettano i corpi in un fienile già dato alle fiamme. A San Martino le SS assassinano quattro uomini. Perpetrate le stragi le SS mettono il mobilio ed altri materiali sui cadaveri delle vittime, il tutto irrorato di benzina ed incendiato.

Soltanto nel pomeriggio del 12 luglio il comando militare germanico del Valdarno concede il permesso di dare sepoltura ai trucidati. A Castelnuovo dei Sabbioni vengono accertati i resti di 75 uomini, che per le condizioni in cui si trovano vengono riuniti in un’unica tomba nel locale cimitero.

A Meleto Valdarno i 97 uomini rastrellati sono stati suddivisi dai nazisti in varie aie di case coloniche della frazione e qui vengono falciati dalla mitraglia. Sotto i corpi straziati vengono accumulati legname, versata benzina e il tutto dato alle fiamme.

A Castelnuovo soltanto nel pomeriggio del 12 luglio è possibile ai familiari degli uccisi cominciare l’opera di rimozione dei corpi per il riconoscimento e la sepoltura. Soltanto 50 cadaveri parzialmente divorati dal fuoco e in avanzato stato di decomposizione sono riconosciuti e consegnati alle rispettive famiglie. I restanti 47 sono in una massa indissociabile, che verrà seppellita in fossa comune nel locale cimitero.

178 sono i morti della criminale ed assurda rappresaglia nazista del 4 luglio 1944 nelle due frazioni del comune di Cavriglia. Con le fucilazioni dei giorni successivi la cifra supererà i 200.

Testimonianze

Mi chiamo Marisa Guerrini, sono nata a Siena e sono la figlia di Mariano Guerrini e Aurelia Palermo Antinori. Mio padre faceva il sorvegliante nelle miniere, mia madre era la maestra elementare del paese. Vivevamo a Castelnuovo perché; mio padre, spesso disoccupato, aveva trovato lavoro lì, ed abitavamo in una casa appena sotto la chiesa del paese.

Avevo 13 anni in quella estate del 1944. Ricordo giorni di paura. In paese avevamo tutti paura. Vicino al paese erano arrivati i soldati tedeschi. Nessuno in famiglia sapeva di che divisione si trattasse. Verso la metà; del mese di giugno erano stati catturati due tedeschi che erano arrivati su un automezzo militare per parlare con una famiglia del paese. Li vidi per la strada mentre li portavano via in mezzo ad un piccolo gruppo di partigiani, diretti verso il bosco.

Forse per questo, nei giorni immediatamente successivi, una notte verso il 20 di giugno, l’artiglieria tedesca prese a cannonate Pianfranzese, una fattoria vicina con un piccolo castello, dove noi si sapeva che si erano rifugiati dei partigiani.

La mattina del 4 luglio i tedeschi arrivarono, fermandosi con i camion in fondo al paese, dato che le strade erano troppo ripide e non permettevano di fare manovre. A piedi, incolonnati, cominciarono a risalire strada per strada entrando nelle case e portandosi via tutti gli uomini che riuscivano a trovare.

Verso le otto, la Dina del Neo (nella campagna toscana del Neo vuol dire la moglie di Neo) che veniva a fare le faccende a casa nostra, entrò; in cucina e buttò; la retina della spesa con il pane sul tavolo urlando: scappate che ci sono i tedeschi.
Fuori dalla porta sentivo altre donne che urlavano: Via, venite via che ci ammazzano tutti!

Scappammo tutti, prendendo le prime cose che trovammo in casa a portata di mano: mio padre, assieme ad altri 10 uomini, prese la strada verso la diga della centrale elettrica che era sotto casa dove c’era in costruzione un rifugio antiaereo: poco più; di un buco scavato in un avvallamento del terreno.

Io, mia madre ed un’altra dozzina di donne, assieme ad alcuni bambini, un neonato e una capra che serviva ad allattarlo, decidemmo di nasconderci dentro cimitero del paese, che se dovevamo morire almeno eravamo in un posto consacrato.

Lungo la strada che portava al cimitero, vicine alla chiesa, incolonnate rasente il muro a destra della strada, vedemmo salire su a piedi una colonna di soldati con i fucili spianati. Dopo poco si sentirono i primi colpi di fucile e di mitragliatrice, che ci parvero venire da lontano.
Come dio volle, ci sistemammo tutte nelle quattro cappelle ai lati del cimitero, e lì; restammo ascoltando il rumore degli aerei americani che passavano sopra di noi, pregando, per una volta, che si decidessero a bombardare. Ma il rumore arrivava, diventava forte e poi si allontanava.
Verso le dieci del mattino dal tetto della cappella dove eravamo nascoste io e mia madre saltò; giù; Franco Maddii, il giovane autista del pullmann che faceva servizio di linea in paese. Lo nascondemmo nell’ossario della cappella, il posto che ci sembrò; più; sicuro.

Da lontano si sentiva sparare, ma il cimitero era distante dal paese e nessuno si rendeva conto di nulla. Le uniche notizie le portavano le donne che passavano sulla strada che portava al bosco e poi su verso i monti dalle parti di Caiano: dicevano che bruciavano anche i paesi di Meleto e di Massa Sabbioni.

Le prime notizie di quello che era veramente successo arrivarono nel pomeriggio: una donna entrò; nel cimitero piangendo e urlando: Li hanno ammazzati tutti. Li hanno bruciati.

All’ imbrunire cominciammo a prepararci per la notte, con la neonata, sua madre e la capra dietro l’altare maggiore della cappella e noi intorno.
Verso mezzanotte arrivò; anche mio padre senza una scarpa: scappando l’aveva persa. Assieme ad altri dieci suoi compagni era uscito dal rifugio per vedere cosa stava succedendo, ed era riuscito ad arrivare fino a casa nostra per vedere di prendere un po’ di roba da mangiare, risalendo il viottolo che scendeva lungo lo strapiombo fino alla diga. Il tempo di entrare ed afferrare qualcosa. Poi raccontò; di aver sentito arrivare gente da fuori che diceva: “Ecco la casa. Questa la si brucia proprio volentieri”.
Parlavano italiano.

Riuscì; a scappare dalla finestra sul retro avvertendo anche i compagni, che nel frattempo erano rimasti nascosti nel sottoscala, e vide la casa che principiava a prender fuoco.

Dalla cucina riuscì; a prendere, prima di darsi, tre polpette di carne ed il carburo per la lampada che nessuno aveva pensato a portare con sé;.
In compenso le polpette, vicino alla stagna, avevano preso di carburo e nessuno riuscì; a toccarle. Se ne andò; dicendoci che andava nel bosco coi partigiani e di non muoverci.

Il giorno successivo passò, senza fame, senza sete e senza stimoli di nulla. Verso la sera del 5 luglio arrivò; un gruppo di partigiani, fra i quali c’era il Corti. Ci riunirono e portarono in un podere vicino, dicendoci di sistemarci lì: di mio padre e degli altri uomini del paese non seppe o non volle darci nessuna notizia precisa.

Il sei luglio, la mattina presto, mia madre decise di andare a vedere se in casa c’era rimasto nulla da mangiare. Tornò; terrorizzata: in una piazzetta del paese raccontò; di aver visto un mucchio di cadaveri rattrappiti dal fuoco e anneriti dal fumo, alcuni senza più; braccia o gambe. Aveva girato la testa ed era scappata via. Nella cantina di casa nostra, completamente bruciata, aveva trovato una gallina.
Verso il tocco le donne riuscirono finalmente ad accendere un fuoco per cucinare: proprio quando fu il momento di sminestrare il brodo e i pezzi di carne qualcuno arrivò; dicendoci di lasciare tutto che i tedeschi stavano arrivando. Il tempo di raccattare quattro cenci e vedemmo un cane randagio, fuori del podere, che aveva rovesciato la marmitta e preso in bocca la gallina. Furono altri due giorni di fame.

Uno dei disgraziati tentò di fuggire. Una scarica di mitraglia lo raggiunse e cadde esanime emettendo un urlo di dolore. Il soldato tedesco rispose sghignazzando imitando con scherno l’urlo dei disgraziato, e continuò ancora a sparargli contro!

Compiuta la strage, gli agonizzanti e i feriti vennero finiti a colpi di pistola.

Quell’ammasso di cadaveri venne ricoperto con delle lenzuola, sopra le quali vennero poste delle ramaglie secche e del legname. Tutto venne cosparso di benzina ed incendiato. […]

Alla popolazione, o meglio alle sole donne rimaste, venne impedito per tre giorni di ricuperare le salme dei loro cari. I tedeschi rispondevano che lo spettacolo doveva essere visto dagli inglesi. E così spose e madri poterono vedere per tre giorni i loro cari in un ammasso di carne bruciacchiata, che gli uccelli ed i polli beccavano, non volendo i tedeschi che quei miseri resti fossero coperti con delle lenzuola.

Durante questi giorni la soldataglia tedesca si diede al saccheggio ed all’incendio di numerose case del paese.

 

Le impressioni riportate dal vescovo di Fiesole monsignor Giovanni Giorgis, recatosi nel luglio 1944 nel villaggio di Meleto, in Valdarno.

Il giorno seguente, uno spettacolo non meno truce si presenta agli occhi del Vescovo a Castelnuovo dei Sabbioni. Qui settanta cadaveri di uomini, trucidati per la stessa ragione e allo stesso modo, erano stati ammassati sulla piazza, con proibizione di seppellirli. Poi i tedeschi vi avevano appiccato il fuoco alla voce dell’arrivo del Vescovo che ne vide ancora le orrende fiammate. Qui, come egli apprese dalle Suore che avevano assistito a parte della tragedia, il parroco Ferrante Biagiardi aveva offerto la sua vita per salvare i parrocchiani. Non esaudito, li preparò alla morte distribuendo loro la S. Comunione; colpito da una scarica, si abbatté con gli altri.

Fonti:

https://it.wikipedia.org/wiki/Castelnuovo_dei_Sabbioni

http://www.regione.toscana.it/storiaememoriedel900/fonti/testimonianze/-/asset_publisher/zN6cEUxL1Vrl/content/la-strage-del-4-luglio-1944-a-castelnuovo-dei-sabbioni

Mimmo Franzinelli Le stragi naziste – L’armadio della vergogna: impunità e rimozione dei crimini di guerra nazisti 1943 – 2001 ed. Mondadori

 

 

 

 

Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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