FOTOCRONACA COMPLETA DEL PROCESSO TARTAROTTI


condannalo a morte mediante fucilazione alla schiena dalla Corte d’Assise Straordinaria di Bologna

Dall’8 settembre del “43, sino al giorno invocato della liberazione, Bologna attraversò un periodo terribile e funesto come la storia di questo Comune mai aveva registrato. Le vie devastate dai bombardamenti aerei erano infestate dai predoni in camicia nera, uomini dalle facce sinistre e dallo sguardo minaccioso, tracotanti ed armati fino ai denti.

Nelle notti tenebrose in cui il coprifuoco creava precoci silenzi, si udivano a tratti scariche di «mitra» seguite da grida disperate di agonizzanti; al mattino cadaveri di giovani patrioti, spettrali ed esangui, giacevano nelle strade in una pozza di sangue. Le madri piangevano in silenzio perchè anche il materno cordoglio costituiva, allora, un’accusa; i cittadini vivevano giorni tragici di terrore. Rastrellamenti, deportazioni, sequestri di persone e di macchine, arresti e fucilazioni erano i compiti quotidiani degli sgherri nazifascisti fiancheggiati dagli scagnozzi della polizia ausiliaria.

Tragiche immagini del cadavere del patriota Slelio Politichi, impiccato dagli sgherri di Tartarotti in Via Venezian. Il volto della povera vittima reca segni delle orrende torture cui venne sottoposta.

Fu un periodo quello — come abbiamo detto — tremendo, in cui onesti cittadini venivano arrestati e torturati con metodi che ricordavano quelli usati dai carnefici medioevali o dai selvaggi del Continente nero. Altri scomparivano misteriosamente come inghiottiti da un’oscura e profonda voragine.

Chi proteggeva la cittadinanza se gli stessi tutori dell’ordine erano i mandatari e, più frequentemente, gli esecutori di tali crimini? Un uomo, sopratutto, un ufficiale della polizia ausiliaria, esplicava una spaventosa, nefanda attività non solo contro i partigiani, ma contro chiunque avesse la malasorte di cadere sotto i suoi artigli lordi di sangue umano ed avidi di rapine.

L’ombra di questo essere perverso e sanguinario si distese sinistra sulla città e gravò come un incubo spaventoso. La gente pronunciava timorosamente il suo nome, che suscitava brividi di paura. Sui muri delle case apparvero le scritte a carbone: «Morte a Tartarotti».

E’ nei periodi di grandi burrasche politiche — allorché gli uomini di una stessa nazionalità, divisi in fazioni, combattono fra di loro per l’affermazione di opposti principi — che affiorano alla superficie, come il fango da un acquitrino rimosso nel fondo, i miasmi della società che stagnavano nelle sentine infette dell’umano consorzio.

Onesti rifiuti sociali, che una atmosfera favorevole porta ad emergere attraverso l’esplicazione di una attività delittuosa, sono quasi sempre degli esseri psicologicamente anormali, dei criminali nati i quali si abbandonano ai loro istinti perversi mascherando i loro misfatti dietro un qualunque simbolo o una qualsiasi bandiera.

La verità è che l’idea o il partito, che fa da sfondo al quadro fosco in cui essi figurano come personaggi di primo piano, non è che un pretesto per svincolarsi dagli obblighi morali che la società impone loro, ed un comodo mezzo per perpetrare impunemente i più infimi delitti.

E’ appunto nell’atmosfera favorevole ai crimini e ai soprusi, creatasi in Italia dopo l’8 settembre 1943 che è apparso all’ombra livida della spettrale repubblica la figura sinistra di un aguzzino prezzolato da nazifascisti, persecutore implacabile dei patrioti: Renato Tartarotti.

Chi è precisamente questo Tartarotti il cui nome, solamente pronunciato, ha fatto per tanto tempo tremare la popolazione di un’intera città? Quali sono le sue origini? Che cosa faceva prima dell’8 settembre?

Le sue generalità, come appaiono dai verbali acclusi all’istruttoria, dichiarano: Renato Tartarotti, di Stellino e di Azzoni Argia, nato a Mantova il 26 gennaio 1916. Le sue origini sono assai sbiadite. Nato da genitori onesti e probi, nella sua fanciullezza e adolescenza non si riscontra alcunché di anormale.

C’è qualche episodio di crudeltà infantile, come del resto c’è nella vita di molti ragazzi. Ma ciò che preannuncia il suo ruolo di «cattivo» nel triste dramma della vita, è il suo temperamento dispotico e collerico che lo spinge a picchiare i suoi compagni di giuochi. Il piccolo Renato è insomma, l’esemplare del «balilla» educato nel clima del littorio. Ad onta dei genitori che avrebbero voluto avviarlo agli studi magistrali, il giovanetto abbandonò la scuola per dedicarsi al mestiere di venditore ambulante di banane.

Nel 1934 si iscrive al corso allievi sottufficiali di Bologna e viene promosso al grado di sergente; quindi nel ’35 si arruola volontario nella Di¬visione granatieri-mitraglieri “Savoia” e destinata in A.O. I. Dopo aver partecipato a varie azioni di guerra, specialmente nella regione dei Galla e Sidatno, nel 1933 viene congedato e rimandato in Patria.

Ritornato a Bologna, ottiene un impiego presso la ditta Petroncini in qualità di rappresentante, incarico che lo tiene occupato fino al ’39 epoca in cui, assunto in qualità di archivista al Fabriguerra, e subito dopo licenziato, pare per certe faccende poco pulite, come vengono definiti eufemisticamente il furto, le malversazioni, e gli altri delitti del genere.

Le carceri dell’Arsenale a Brescia da dove il Tartarotti viene tradotto a quelle di Bologna.

Nel ’42, a sua domanda, viene incorporato nella 153.a Divisione «Macerata » col grado di sergente maggiore e inviato in Croazia e Slovenia. Dopo gli avvenimenti dell’8 settembre 1943, che portarono al disgregamento delle nostre Forze Annate, Tartarotti si dirige a piedi verso l’Italia e, dopo settimane e settimane di cammino, raggiunge Bologna.

E’ uno dei primi ad iscriversi al partito repubblichino e ad arruolarsi nella polizia federale, iniziando la sua «brillante» carriera col grado ricoperto nell’Esercito.

Comandava la polizia federale il capitano Simula, che lo incaricò del servizio di vigilanza all’Hotel Baglioni, frequentato dai primi rappresentanti della repubblica di cartone.

In quei tempi, Tartarotti aveva un aspetto inconfondibile che colpiva. I capelli nerissimi e crespi, tipici della razza negroide, il volto olivastro, incorniciato da una barba saracena, lo facevano assomigliare a un giovane sceicco dallo sguardo feroce e crudele. Il questore di allora, il famigerato Tebaldi, rimase bene impressionato dall’aspetto decorativo del barbuto poliziotto, e giudicandolo molto adatto a fargli da tirapiedi, lo nominò sua guardia del corpo con «incarichi di fiducia» simili a quelli che Don Rodrigo affidava al suo Griso.

L’eccidio al Poligono di tiro

Il giorno 27 gennaio sulle scale della Mensa dello Studente, in via Zamboni, viene ucciso ad opera di sconosciuti il federale Facchini. Le risultanze del misfatto non appaiono chiare alla polizia inquirente, ma «in alto» si vuole che il colpaccio venga attribuito ai «ribelli».

Il furore dei gerarchi è al colmo. Tutte le autorità politiche sono convocate in prefettura dove, alla presenza di Pavolini, si decide, seduta stante, di adottare il sistema tedesco di rappresaglia, trucidando dieci ostaggi.

La sorte dei disgraziati è segnata. Nove detenuti politici, fra cui Bontigli, il maggiore medico De Agostini e il giornalista Ezio Cesarmi, vengono prelevali dalle carceri di S. Giovanni in Monte e inviati al Poligono di Tiro per essere fucilati. Solo alla medaglia d’oro Missoni è concessa la grazia. Comandato della triste bisogna è Tartarotti, che già aveva avuto modo di manifestare le sue qualità di impareggiabile aguzzino.

I condannati vengono fatti salire su di un’autocellulare e spediti al luogo del supplizio. Il barbuto scagnozzo comanda la scorta. La macchina procede velocissima lungo la via Emilia, quando, all’altezza di via Agucchi, d’improvviso sbanda. Uno dei condannati, il Bonfigli, ne approfitta per togliere, benché ammanettato, la rivoltella dalla fondina del Tartarotti che, avendo perduto l’equilibrio, stava per cadere. Punta l’arma al cuore dell’aguzzino, ma costui, con mossa fulminea, fa deviare il colpo che lo raggiunge a una coscia.

Nel carrozzone avviene un parapiglia; Tartarotti sviene, e la macchina si arresta con una brusca frenata. Nel frattempo il Cesarini vibra con le mani ammanettate un colpo violento sulla testa di una delle guardie e con una spallata apre lo sportello e fugge imitato da altri due compagni.

Alcune guardie, immediatamente scese dall’auto, lanciano bombe a mano contro i fuggiaschi: Cesarini, colpito da schegge, è costretto a fermarsi; gli altri due, intimoriti, si arrendono. Tartarotti ha intanto ripreso i sensi e, sceso dalla vettura, perdendo sangue dalla ferita, appare pallidissimo e come pazzo di furore. Egli impugna la pistola e con alcuni colpi fredda sul posto il povero Cesarini, mentre altri carnefici sparano furiosamente sui due fuggiaschi, che si abbattono fulminati. Quindi, in seguo di spregio, i trucidatori mingono turpemente sui cadaveri dei martiri.

L’autocellulare prosegue poi per il Poligono di Tiro, dove gli altri condannati vengono subito messi al muro e massacrati con raffiche di «mitra».

In seguito a questo fosco episodio dal quale Tartarotti uscì ferito e «glorioso», il questore Tebaldi premiò il suo fido scherano promuovendolo al grado di sotto-tenente. Fu in quell’epoca che il Tartarotti apparve per le vie della città, pavoneggiandosi nella nuova uniforme color verde bottiglia e col «mitra» appeso alla spalla.

Fra il tragico periodo delle rappresaglie, in cui, per ogni fascista giustiziato, venivano trucidate più persone politica¬mente sospette. Compito del Tartarotti era quello di procurare la «selvaggina» direttamente dalle carceri di San Giovanni in Monte, che era una fonte inesauribile di vittime.

Tartarotti nella stessa cella dove tante sue vittime trascorsero le ultime ore.

L’assiduo cliente delle pompe funebri

Una notte il Tartarotti, che si trovava in Questura, riceve una visita del commissario Caputo che gli reca un ordine del questore. Si trattava di prelevare sei detenuti dalle prigioni, ove si trovavano da poche ore, e «farli fuori».

Il sottotenente non indugia un istante. Monta su un automezzo e, accompagnato dal tenente Revelli e da altri fidi, si reca alle carceri dove preleva i sei disgraziati. Poco dopo la macchina fila velocemente verso il Littoriale col suo triste carico.

In via della Barca i condannati vengono messi al muro e falciati a raffiche di mitra. E’ Tartarotti che comanda il plotone d’esecuzione ed è lui stesso che, più tardi, si incarica di far sparire i cadaveri facendoli inumare frettolosamente.

Un ordine perentorio impartito alla ditta di pompe funebri Golfieri, ordinava il sollecito invio di sei bare alla Certosa per conto di questo importante cliente che doveva divenire il più assiduo della città.

Verso i primi di luglio del ’44 Tartarotti viene informato da un delatore che il negoziante Remo Ruggi, proprietario di una tabaccheria in viale XII Giugno, occulta un ingente quantitativo d’oro.

La faccenda promette di fruttare forti guadagni. In questo genere di «operazioni» Tartarotti pone tutto il suo zelo di poliziotto. Due agenti vengono da lui inviati, in borghese, nel negozio per trattare l’acquisto del prezioso metallo. Mentre essi stanno accordandosi coll’esercente, irrompe nella tabaccheria il barbuto scherano, in compagnia dell’agente Alberto Gamberini, e dichiara in arresto il Ruggi e suo cognato Luigi Sarti che si trovava presente.

Costoro vengono tradotti nella fosca cella della C.A.S. per essere sottoposti ad interrogatorio. Tale cella era denominata della «scivolata» in quanto le persone che vi entravano venivano fatte scivolare. Ciò che accadeva nella «camera di tortura» ricorda i truci supplizi perpetrati negli oscuri sotterranei della torre di Nesle come ce li descrive Alessandro Dumas padre. Le sevizie più crudeli e più raffinate venivano inflitte alle povere vittime che, spesso, spiravano sotto le arti infernali dei feroci carnefici.

Una perquisizione operala dal Tartarotti nell’abitazione del Ruggi, aveva portato al rinvenimento di 3 chili di moneto d’argento. Ma l’aguzzino, che si riprometteva di ricavare un maggior lucro da quella «operazione» che era un’iniziativa personale, sottopose il tabaccaio ad un interrogatorio per sapere dov’era l’oro. Persistendo il Ruggi nell’affermare di non possederne, il Tartarotti ordina che venga sottoposto alla tortura del «battipiedi».

Gli aguzzini, Pino Rigon detto il «sergente di ferro», Sergio Mongoli, Ralfo Mari. Giannino Vecchi, Dino Curti. Enrico Roncarati, Salvatore Scinto e Renzo Bedeschi, infieriscono sull’infelice che è stato disteso su di un tavolo. E’ un manipolo di carnefici che si accanisce contro un’unica vittima tempestandola di colpi con guantoni da box e col «pugno di ferro», tanto da farle sanguinare naso ed orecchi.

Le sue grida disperate vengono soffocate mediante un tampone di garza introdotto nella bocca. E’ il Tartarotti che impartisce gli ordini ai fustigatori. Alla vittima vengono tolte le scarpe ed è percosso alle piante dei piedi, prima con cinghie e poi con leve di ferro. Una secchia di acqua a portata di mano serve a far rinvenire il disgraziato al fine di sottoporlo a nuove torture.

Dopo due ore di questo supplizio il Ruggì è sollevato a braccia: ha il viso sfiguralo e la sua voce è un rantolo. Due aguzzini lo trascinano in una buia carbonaia dove rimarrà per 48 ore in stato di agonia. Il cognato detenuto in una cella attigua ode con angoscia i lamenti del congiunto, impotente di recargli un aiuto che ne lenisca le sofferenze.

Ridotto in fin di vita, in seguito ad un secondo, spietato «interrogatorio», il Ruggì e trasportato all’Ospedale di S. Orsola dove però giunge cadavere. Un’altra vittima innocente era stata immolata dal crudele carnefice. Ma un falso certificato redatto dal complice questore dichiarava che il cadavere del Ruggi ucciso da sconosciuti, era stato rinvenuto all’alba in un fosso nei pressi di Corticella.

Alcuni giovani martiri caduti sotto il piombo dei sicari della C.A.S. al Posto di ristoro di Piazza Nettuno.

Cadaveri nelle piazze

Continuano intanto le rappresaglie nei confronti di patrioti e di persone anche solo minimamente indiziate. Una mattina, agli occhi di quanti si trovavano a transitare in piazza Nettuno, si offre uno spettacolo raccapricciante, per cui i passanti sono invasi da un senso di angoscia: giacciono al suolo due cadaveri di innocenti trucidati.

I loro volti sono sfigurati dal piombo dei proiettili e ricoperti da una patina di sangue raggrumato. La gente si sofferma un istante ed osserva; gli occhi di taluni si inumidiscono di lagrime; altri serrano i pugni in un impulso di malcelata reazione. Sui cadaveri sono cartelli che inducano gli uccisi come comunisti appartenenti a banda armata, e sono pubblicamente esposti come terribile monito.

Ma pietà verso le vittime ed esecrazione verso i carnefici sono gli unici sentimenti che la tragica visione suscita nell’animo dei cittadini. Il barbaro assassinio, la vile e falsa stesura del testo dei cartelli sono opera di Tartarotti e dei suoi degni compari.

Il crudele boia viene frattanto promosso per «meriti eccezionali» dal famigerato Tebaldi, dapprima tenente e poi capitano nonché comandante, con pieni poteri, della tristemente famosa C.A.S.

Una notte del luglio ’44, Tartarotti si presenta in questura e al funzionario di notturna chiede, gelido e perentorio, dei «ferri» per ammanettare cinque detenuti che devono essere prelevali dalle carceri di S. Giovanni in Monte e fucilali in piazza Nettuno.

L’ordine è del questore e Tartarotti ne è l’esecutore zelante. Egli vuole che i condannati siano ammanettati. Ma ferri non ce ne sono a disposizione. «Li legherò con la corda», dice l’aguzzino, andandosene.

Poco tempo dopo il funzionario di notturna ode degli spari che rompono il silenzio di quella notte illune. Gli spari si protraggono per un’ora e un quarto, alternati, ora a brevi raffiche ora a colpi isolati. «Perchè sparano tanti colpi per uccidere quei disgraziati?» si domanda con angoscia il funzionario. «Li vogliono fare morire di morte lenta, gli assassini».

Al mattino, cinque giovani vittime giacciono al «posto di ristoro» coi corpi crivellati di colpi, e sui quali erano stati deposti gli infami cartelli che recavano scritto: «Giustiziati perchè trovati in possesso di armi». Gli uomini di Tartarotti li avevano prima colpiti alle gambe avendo cura di non ucciderli subito affinchè le loro sofferenze si prolungassero.

Fra la folla dei curiosi che osservano con orrore i cadaveri, si fa largo una donnetta del popolo dal viso scarno e sconvolto dal dolore. E’ la madre dei due fratelli Muzzi che giacciono cadaveri accanto ai loro compagni. Essa si getta sulle care salme e grida il suo dolore disperato. «Perchè me li hanno uccisi?» domanda fra i singhiozzi. «Non avevano fatto alcun male. Non è vero che avessero armi… erano dei ragazzi». Ma le sue grida infastidiscono qualcuno. Due liguri, in divisa di guardia repubblicana, si avvicinano con facce torve e la trascinano via.

Già fortemente impressionata per questi atroci fatti di sangue, la cittadinanza era anche allarmata da un altro pericolo: quello dei «rastrellamenti». Centinaia di giovani fermati nelle strade e nei ritrovi pubblici, venivano avviati in luoghi di concentramento, tra i quali le «Caserme rosse» di infausta memoria, spogliati dei valori che portavano indosso, e consegnati ai tedeschi.

Onesti giovani, violentemente strappati alle loro famiglie, venivano deportati in Germania; per chi tentava di evadere c’era il piombo delle sentinelle nazifasciste che poteva raggiungerli. L’ignobile impresa di catturare i fratelli era affidata agli uomini della polizia ausiliaria, personalmente guidati dal «capitano» Tartarotti.

Inaudite sevizie

In una retala compiuta a metà di luglio a Corticella viene, tra gli altri, fermato un giovane, tale Golinelli, che tenta sottrarsi al fermo esibendo un tesserino della polizia ausiliaria, il documento viene attentamente esaminato, e risulta portare una firma falsificata, per cui il possessore è tratto in arresto.

Nei locali della C.A.S. sita nella villa del questore, in via Siepelunga, Tartarotti interroga il rastrellato con i suoi metodi feroci per sapere da chi abbia ottenuto il documento. E mediante percosse e torture riesce a strappare alcune rivelazioni che accusano l’agente Giori.

Gli imputati entro la gabbia dei rei. alla Corte d’Assise Straordinaria, mentre si celebra il loro processo. Da sinistra a destra: Tartarotti, Molmenti, Alberto e Paolo Gamberini.

Questi viene picchiato su ordine del bieco capitano da seviziatori della CA.S. per lunghe ore. Giori stringe i denti e tace fino che può ma, poi, non resistendo oltre alle inumane torture, pronuncia un nome. Il diciannovenne Paride Pasquali viene afferrato dai carnefici, percosso a sangue, atrocemente torturato. Il ragazzo non parla. La furia bestiale dei criminali inferociti si avventa su di lui per strappargli nomi e rivelazioni.

Egli perde i sensi, ma dalla sua bocca non è uscito nulla: il suo silenzio salverà tanti compagni. La notte sul 21 luglio tre giovani vite sono stroncate in piazza Nettuno dalle raffiche di Tartarotti e dei suoi degni satelliti.

Il sacrificio di Pasquali non è vano: «Sulle rovine da voi create — grida il patriota adolescente agli assassini che stanno per aprire il fuoco — risorgerà un’Italia migliore!!» —. Il martire, che professava la fede socialista, è morto da eroe.

Lo ha accompagnato al passo estremo il ricordo soave della mamma Angiolina che ogni mese alla stessa data, incurante delle minacce delle «bande nere», recava tralci d’edera sul luogo ove il suo «bimbo» si era immolato.

È evidente che gli avvocati della difesa, di fronte alle schiaccianti accuse dei testi, non hanno molta speranza di salvare gli imputati.

Udiamo ancora oggi l’inconsolabile pianto di quella madre, che è il pianto di tante madri orbate dei loro figli. Tra queste è la madre di Stelio Poliscili, il patriota catturato in via Venezian in seguito ad un agguato tesogli dagli uomini di Tartarotti.

Fermato dall’agente Niccolini mentre scendeva dal tranvai recando con sè una valigia contenente armi destinate ad un nucleo di partigiani, il Poliscili impegna una colluttazione nel corso della quale fa scattare la propria rivoltella che colpisce a morte I’aggressore. Altri segugi gli sono addosso; l’arma, stavolta, gli si inceppa ed è catturato e tradotto alla sede della C.A.S. La sua sorte è segnata.

La madre di una delle vittime mentre fa la sua deposizione

E’ Tartarotti in persona che si occupa di questa faccenda. Le torture cui viene sottoposto il disgraziato superano per crudeltà ogni umani immaginazione. Si pretende che egli sveli il nome dei propri compagni e il luogo dei loro convegni; ma poiché il Poliscili tace, vengono messi in opera i più efferati sistemi di supplizio.

Il pubblico segue attentamente lo svolgersi del processo.

Ad uno ad uno gli vengono strappali i peli della barba, abbruciacchiate le carni con le bragia delle sigarette e trafitte con grossi aghi, il suo volto è sfigurato dalle percosse ed infine i suoi occhi vengono spenti a colpi di spillo. Prima, però, i carnefici vollero che egli rivedesse per l’ultima volta il genitore. Infatti, glielo fecero comparire dinnanzi costringendo il povero padre, sotto minacce di morte, a maledire il figlio che stava per essere immolato. Ma i carnefici non furono paghi: il Poliscili doveva essere impiccato al cospetto dei cittadini, e Tartarotti si apprestò a preparare la forca.

Il partigiano non ha più che un soffio di vita ed il suo viso è maciullato a tal segno che i carnefici sono costretti a bendarlo per evitare che gli spettatori ne inorridiscano. All’impiccagione eseguita in via Venezian da Bolzi, Mai Rigon e Coppi, assistevano il gen. Buscassi, il federale Torri, Franz Pagliani nonché l’avvocato Cacciari con la sua amante.

Ci siamo indugiati su questi misfatti più noti e gravi, che da soli sono sufficienti ad illuminare di sinistra luce la figura criminosa e ripugnante del carnefice di Bologna. Molti altri rimarranno forse per sempre ignorali, poiché gran parte dei sanguinari complici sono stati spenti nel sangue ed i superstiti non hanno l’ardire di confessare.

Non possiamo peraltro dimenticare l’uccisione del fornaio Aldo Ognibene; la parte che il Tartarotti ebbe nell’assassinio della partigiana Irma Bandiera; e la fucilazione per rappresaglia di dodici persone tra cui Atti, Bentivogli, Pietro Boni, Sordi, Arturo e Celestino Garagnani, avvenuta il 30 agosto del ’44. compiuta la quale il cinico capitano si vantava di aver scaricalo sui condannati l’intero caricatore di un «mitra». E non possiamo altresì tacere l’episodio di S. Giovanni Valdarno, in cui furono trucidati tre detenuti politici delle carceri di Arezzo.

Ma quanti e quali furono ancora i delitti perpetrati freddamente da questa belva dalle sembianze umane ai danni di onesti cittadini? Molti disgraziati, spesso accusati di reati insussistenti, dopo essere stati colpiti con calci e pugni al capo, al ventre e persino agli organi genitali, venivano ridotti in uno stato pietoso presentando la commozione cerebrale e viscerale; altri ne soccombevano.

Non prendendosi il disturbo di seppellire le proprie vittime, il Tartarotti si avvaleva di una legale illegalità giungendo al punto di trasportare notte-tempo cadaveri ed agonizzanti al S. Orsola. Se il portiere dell’astanteria non era tempestivo ad accorrere alle irose suonate del campanello d’ingresso, per lui erano riservati improperi e percosse.

Ma ciò che più colpisce e fu inorridire della criminosa personalità del Tartarotti, è il sadismo orientale con cui era solito assistere ai supplizi. I suoi occhi lampeggiavano allora di una luce sinistra ed il suo volto di predone saraceno si atteggiava ad un sorriso crudele quasi traesse un godimento nell’udire le urla strazianti degli infelici che si contorcevano disperatamente sotto la tortura. Seduto davanti alla propria scrivania, dirigeva, agitando una matita, l’esecuzione delle sevizie come un maestro concertatore in un tragico coro.

Ma la luttuosa collana di misfatti e di scelleraggini doveva finalmente concludersi coll’arresto e la condanna del criminale che ora attende, in un’oscura cella di S. Giovanni in Monte, il giorno imminente dell’espiazione in cui la spada della Giustizia scenderà sul suo capo inesorabilmente.

Un sacro giuramento

Nel triste periodo di dominazione nazifascista, il vice-commissario Osvaldo Pini, che si trovava da tempo nascosto in un locale sottostante la Corte d’Assise al Palazzo di Giustizia di Bologna, perchè ricercato dai repubblichini, scorge attraverso le inferriate di una finestra la baldanzosa figura del sinistro «capitano» attendere nel cortile un giovane patriota, Giovanni Gatto, che verrà fatto salire su di una macchina in sosta e condotto dal Tartarotti alla fucilazione. Il martire è amico intimo del Pini e questi, impotente ad impedire che l’infamia senza nome venga compiuta, giura solennemente a se stesso che lo vendicherà.

Il comandante la C.A.S. si «sganciò» da Bologna con la sua compagnia nel settembre del ’44. installandosi con essa a Voburno sul lago di Garda. Tratto in arresto, dopo qualche tempo, con i suoi uomini, per i continui soprusi, furti e rapine che con quelli andava perpetrando, fu condotto alle carceri giudiziarie di Brescia dallo quali, però, riuscì ad evadere. Ne approfittò per darsi alla macchia con alcuni suoi fidi, ma non tardò ad essere riacciuffato in Val Trompia dai «Garibaldini» della 136.a Brigata. Ricondotto a Brescia, prese albergo nelle carceri dell’Arsenale, dove le sue qualità di criminale nato erano ignorate.

Nel corso della prima spedizione effettuata dall’Ufficio Speciale della polizia di Bologna in Lombardia, il vice commissario Osvaldo Pini riesce a scovare il criminale e lo «preleva» per condurlo a Bologna. In tal modo il giuramento fatto a se stesso di vendicare l’assassinio del proprio amico si concretizzava in modo insperato.

Tartarotti ha mutato aspetto; s’è tagliata la sua barba da filibustiere ed ha perduto l’abituale tracotanza da «capitan Spaventa». A completare la «mimetizzazione» contribuiscono gli abiti civili che indossa; abiti da povero diavolo (non ha, del resto, che millesei lire con sè). Ma i milioni trafugati a Bologna e portati con sè dove sono finiti?

Tartarotti non lo dice e non lo dirà mai; ciò che lo preoccupa ora è qualcosa d’altro. «Non picchiatemi, non torturatemi» implora più volte rivolto agli agenti che lo scortano. Ma nessuno gli torce un capello. Gli uomini che lo sorvegliano rappresentano la nuova Giustizia sulla quale confidano e si affidano.

Il passaggio da Mantova, Tartarotti chiede di poter salutare i genitori. Viene bussato alla abitazione, ma nessuno risponde. Allora si riparte e durante la strada un uomo in bicicletta, anziano e pallido in volto, si avvicina alla vettura. E’ il padre che ha riconosciuto il figlio. Essi si scambiano poche parole.

La pubblica accusa, comm. Laurens rivolto alla Corte, chiede per il Tartarotti la pena di morte mediante fucilazione alla schiena.

«Sono stato arrestato; mi portano a Bologna». «Potrò venirti a trovare?». La macchina riprende la corsa.
Giunto a Bologna alle 20,45 del 14 maggio, l’auto si ferma davanti alla Questura Centrale. Benché protetto dall’oscurità dell’ora, appena disceso Tartarotti viene riconosciuto da una donna. E’ la madre di una delle sue vittime. Essa si fa largo tra gli agenti e vibra al criminale alcuni pugni che gli fanno sanguinare le labbra.

Le giornate del processo

Il giorno 3 luglio alla Corte d’Assiste Straordinaria di Bologna, viene celebrato il processo a carico di Renato Tartarotti e di tre suoi complici. Per misure d’ordine ed in considerazione della limitata capienza dell’aula, il pubblico non è ammesso all’udienza; tuttavia, per soddisfare la legittima curiosità della cittadinanza, è stato disposto un complesso apprestamento radiofonico costituito da quattro microfoni collegati con Radio-Bologna, che permetta agli ascoltatori di seguire le varie fasi dell’interessante atteso processo. A tale scopo sono pure stati collocati altoparlanti in alcune piazze della città. Un rigoroso servizio d’ordine è stato disposto entro l’aula e intorno al Palazzo di Giustizia.

Il Presidente della Corte, comm. Leonetti, mentre, fra il silenzio generale pronuncia il verdetto.

L’aula è gremita di numeroso pubblico costituito da invitati appartenenti al C.N.L. e da rappresentanti dei vari partiti, nonchè da partigiani mutilati e feriti. Giornalisti e radiocronisti occupano il banco riservato alla stampa. Fra il pubblico è un nereggiare di gramaglie: sono le madri e le vedove dei martiri che caddero per empia mano di colui che ora compare entro la gabbia dei rei. Tartarotti, che è in compagnia dei suoi degni satelliti, Molmenti e Alberto e Paolo Gamberini, non dà segni manifesti di irrequietezza. E’ apparentemente calmo. Solo i suoi occhi hanno a tratti lampeggiamenti che tradiscono il suo stato d’animo agitato, ne può celare la propria contrarietà allorché un fotografo scatta la lampada al magnesio.

Presiede la Corte il comm. Leonetti, ai cui fianchi siedono i giudici popolari; la pubblica accusa è sostenuta dal comm. Laurens.
Sono le 9,30 circa quando ha inizio l’interrogatorio del principale imputato. Il Presidente chiede al Tartarotti di narrare, per sommi capi, le vicende della sua carriera che lo portarono al grado di capitano. E l’imputato, con voce ferma e con fare sicuro, racconta quali furono le sue «benemerenze» e le sue imprese, svelando i più foschi retroscena del periodo nazi-fascista.

Sono tanti e tali i capi d’accusa che gravano sull’imputato, schiaccianti, inconfutabili, eppure egli si ostina a respingerli, negando, con la pervicacia propria dei criminali, la sua partecipazione diretta ai crimini ascrittigli. La sua tesi difensiva e che egli fu solamente un esecutore di ordini che provenivano dalle «alte sfere». Alle contestazioni che il Presidente gli rivolge, si trincera nel più impudente diniego.

Evidentemente il criminale aveva avuto tempo di preparare la sua abile difesa nel silenzio raccolto della cella. Ma allorché, nel pomeriggio, ha inizio l’escussione dei testi, una vera pioggia di accuse sanguinanti gronda su di lui e pare lo sommerga. Egli si agita. Afferra con le mani nervose le sbarre e, mentre si scagiona, si umetta continuamente le labbra inaridite.

Nessuno dei testi che abbia una parola che deponga a suo favore. E del resto come potrebbe accadere altrimenti? C’è forse qualcuno che possa in buona fede dichiarare che la jena non è una bestia feroce bensì un animale mansueto e vegetariano? Si riprende a tratti, ma la sfilata tragica dei testi ininterrotta continua.

E’ Clotilde Ognibene, madre del fornaio assassinato; è la signora Maria Portioli, madre dell’impiccato Stelio Poliscili: è la madre del giovane patriota Paride Pasquali; è la vedova del brigadiere dei vigili urbani Zamboni che lo accusano dei nefandi delitti. E allorché l’assassino asserisce di aver portato le sei salme alla Certosa «per umanità», il pubblico, invaso da un incontenibile impulso di sdegno, prorompe in un vero urlo di indignazione.

Una profonda commozione invade tutti i presenti quando, il mattino seguente, la signora Anna Fantini, madre di Adolfo, un ragazzo appena sedicenne, patriota della Brigala «Temporale», si inginocchia davanti alla gabbia del reo chiedendogli dove sia stato sepolto il cadavere del proprio figliolo: «Dimmi dove l’hai seppellito — implora —, almeno ch’io possa portare un fiore sulla sua tomba». Glielo chiede in nome di Dio, di sua madre, ma il delinquente spietato, sul cui volto non trepida la minima emozione, risponde di non sapere, di ignorare il fatto. Le implorazioni della dolente risuonano nell’aula come tragici accenti di un dramma eschileo.

Fra un silenzio severo, prende quindi la parola la pubblica accusa, che tratteggia la bieca figura del Tartarotti e l’atmosfera di terrore che gravava su Bologna durante la dominazione nazi-fascista, indi rileva come la presente sia una di quelle cause in cui l’accusa potrebbe limitarsi a prendere le sole conclusioni, senza nemmeno pronunciare la requisitoria, tanto e tali sono le prove schiaccianti emerse dall’istruttoria. Mai — afferma — si è presentato negli annali giudiziari un caso così ricco di spaventosi crimini, spaventosi per numero ed efferatezza, tutti contestati e tutti commessi dal comandante di quella compagine che era «l’aristocrazia della delinquenza».

Laurens conclude auspicando che la giustizia divina possa concedere all’assassino quella clemenza che la giustizia degli uomini deve necessariamente negargli e chiede pertanto la pena di morte mediante fucilazione nella schiena per Tartarotti Renato e per Molmenti Alessandro. Il pubblico esplode in una calorosa ovazione.

Dopo la breve arringa della difesa, sostenuta dall’avvocato Bruno, il quale risolleva l’eccezione della minorazione psichica dell’imputato affetto da tara luetica, la Corte si ritira.

La condanna

Il pubblico che gremisce l’aula e la gran folla che sosta nelle piazze e davanti agli apparecchi radio, attendono per due ore con impazienza febbrile che la Corte pronunci il verdetto, Ia Corte, infatti, ritiratasi alle 17 nella camera di consiglio, si ripresenta alle ore 19 circa e pronuncia la sentenza:

TARTAROTTI RENATO condannato alla pena di morte mediante fucilazione alla schiena;
MOLMENTI ALESSANDRO, condannato alla pena di morte mediante fucilazione alla schiena:
GAMBERIM ALBERTO, condannato a 30 anni di reclusione;
GAMBERINI PAOLO, condannato a 8 anni e 4 mesi di reclusione.
Alla lettura della sentenza. Tartarotti e Molmenti rimangono impassibili. Alberto Gamberini, invece, pare soddisfatto di aver salva la pelle: mentre il fratello Paolo, condannato a otto anni, non resiste al pianto.

Il pubblico accoglie il verdetto con applausi scroscianti.
Verso le ore 19,30 una numerosa folla raccoltasi nella piazza dei Tribunali, protesta contro il verdetto. Si voleva che anche contro i Gamberini la sentenza fosse più grave.
I carabinieri fanno allontanare i dimostranti non senza che avvenisse qualche incidente, con scambio di pugni.
Nel frattempo Tartarotti viene ricondotto nella cella del Palazzo di Giustizia; ad un ufficiale dei carabinieri che lo scorta dice che non inoltrerà domanda di grazia. Chiede solo che il plotone d’esecuzione che lo dovrà giustiziare sia composto da carabinieri. Strane preferenze di criminale…

Anche alla perizia medica appaiono evidenti le caratteristiche somatiche del criminale nato

S.T.E.B. Società Tipografica Editrice Bolognese
Autorizzazione del P.W.B. n. 61 in data 11 luglio 1945

Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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