Giuseppe Barbieri (Nome di battaglia Mimmo)


Nasce il 21 gennaio 1923 a Modena. Studente universitario. Iscritto al Partito d’Azione. Dopo lʼinizio della Resistenza, combatte nelle bande armate che vengono organizzate sul Monte Falterona e sullʼAppennino tosco-emiliano.

Nella primavera 1944 si trasferisce a Bologna dove assume incarichi politici nel Partito d’Azione e militari nellʼ8a brigata Masia GL.

Lʼ1 febbraio 1945 cadde in unʼimboscata fascista e, per quanto ferito gravemente, riusce a fuggire e a sottrarsi allʼarresto. Il giorno della Liberazione cura la pubblicazione di «Gioventù dʼAzione», numero unico della sezione giovanile del Partito d’Azione.

I suoi ricordi

Ottobre di guerra a Bologna nel 1944. Superate le montagne appenniniche, gli alleati sono fermi a pochi chilometri dalla città. Nelle case si ode il rombo dei cannoni. Da un momento all’altro, non appena gli alleati facciano segno di muoversi, si attende l’ordine dell’insurrezione. I partigiani e la popolazione intera sono in stato d’allarme e di attesa sempre più snervanti.

Anche all’Università i preparativi sono ormai ultimati: pronte le armi — oltre cento sono state da poco catturate con un colpo di mano alla polizia ausiliaria — pronte le radio trasmittenti, raccolti i viveri e i medicinali. Qui, nell’Istituto di Geografia, dovrà essere il quartier generale dell’8a Brigata «Giustizia e Libertà»: i partigiani occuperanno in primo luogo gli edifici universitari e salvaguarderanno il rettorato e il complesso delle biblioteche e dei laboratori scientifici dalla furia distruttrice delle forze in ritirata. Qui è stato stabilito il nostro più importante deposito, con lo scopo di trasformarlo, al momento della liberazione, nel maggior punto di appoggio per la salvezza degli altri istituti: l’esempio della Biblioteca Reale di Napoli, data alle fiamme dai tedeschi, non dovrà ripetersi a Bologna.

Altre armi sono accuratamente celate nella vicina Biblioteca della Facoltà di Lettere, dove, tra scaffali e libri, si trovano anche documenti preziosi. Vi è, tra l’altro, il cosiddetto «Ufficio Anagrafico» che da molti mesi fornisce documenti falsi a perseguitati, a prigionieri, ad ebrei. Il bibliotecario, Aristide Ghermandi, è ormai abituato ad accogliere con la stessa cordialità il raro studioso che chiede un libro in lettura e il più frequente partigiano che chiede un’arma o un documento.

Altre armi ancora sono nascoste qua e là in abitazioni private: il piano di azione è insomma preparato con ogni cura, i pur gravi rischi sono giustificati dalla certezza dell’ormai imminente liberazione.

Il giorno 20 ottobre sorge come un giorno qualsiasi. Nessun indizio o presagio di avvenimenti. Mi incontro verso le nove con Mario Bastia che tiene le redini dell’organizzazione clandestina universitaria ed abita con un gruppo di compagni nelle cantine dell’Università stessa per essere pronto al momento della rivolta.

Lo vedo tranquillo come sempre, ma osservo che ha un’espressione un po’ stanca: il tempo passa, gli alleati non si muovono, sembra ormai che abbiano intenzione di starsene fermi sulla montagna per tutto l’inverno, contrariamente a quanto poco tempo prima avevano essi stessi assicurato.

Dopo l’arresto, la fucilazione o la deportazione del gruppo più rappresentativo del partito d’azione bolognese, Mario Bastia, con pochi altri, era riuscito a creare di nuovo un nucleo solido e compatto, capace di assolvere, anche se poco numeroso, a un preciso compito militare e politico. I vecchi compagni erano ormai quasi tutti conosciuti, compromessi e ricercati; uscivano infatti solo di sera, profittando dell’oscuramento e del buio dei portici.

La nostra giornata passava in maggior parte in cantina o in soffitta per preparare gli ultimi (come allora credevamo) particolari tecnici della prossima azione. Vi erano però anche dei nuovi adepti: tra l’altro eravamo riusciti ad avvicinare un gruppo di agenti della polizia repubblicana e a convincerli ad unirsi a noi, portando seco armi e munizioni.

Discutiamo a lungo in quel giorno di ottobre con Bastia e gli altri. Siamo tutti d’accordo che occorre trasferirsi con urgenza da quelle cantine troppo vulnerabili.
Impossibile sarebbe restare ancora per mesi in quelle condizioni: tutto ormai è su un piano di guerra e non può conservare a lungo la clandestinità proprio nelle immediate retrovie del fronte.

Occorre decentrarsi, trovare altri asili per gli uomini e per le armi, pur restando sempre nel quartiere universitario. Molti compagni sono cercati dalla polizia: occorre celarli in modo sicuro.
Da parecchi giorni stiamo cercando di trasportare altrove parte delle armi e, possibilmente, una delle due radio già installate.

Queste sono particolarmente importanti perchè ci permettono di mantenere continui contatti con il comando partigiano dell’Italia settentrionale e di trasmettere oltre il fronte informazioni militari e politiche.

Mario conta nella sera, col favore del buio, di fare un primo trasloco nel vicino Istituto di Veterinaria. Ci diamo appuntamento poco prima del coprifuoco. La mattina passa così tranquilla in tutta l’Università. Nelle aule qualche ragazza e alcuni sparuti studenti cercano di strappare con poca fatica una o più promozioni agli esami.

Nelle prime ore del pomeriggio, mentre all’Istituto ferve il consueto lavoro, uno dei partigiani scorge improvvisamente da una finestra i camions delle brigate nere nelle strade intorno. Nessuna illusione: il centro cospirativo dell’Università è stato scoperto. L’ansiosa ed entusiasmante attesa della lotta per la liberazione definitiva, che ci ha sostenuto finora, lascia il posto alla fredda e tragica realtà di una battaglia impari.

In pochi secondi, con straordinario spiegamento di forze, l’edificio universitario è circondato e le mitragliatrici cominciano a sparare all’improvviso contro le finestre sospette. Resistere non è possibile e sarebbe tentativo eroico ma inutile. Occorre invece cercare di sganciarsi e di aprirsi una via. Da tempo sono state tolte le inferriate di alcune finestre e attraverso queste i pochi partigiani in quel momento presenti all’Università — una decina contro centinaia di fascisti — passano nel cortile.

Ma dal cancello che dà sulla strada si spara in quella direzione e il cortile è bersagliato di proiettili. Alcuni riescono tuttavia a passare e a portarsi nell’edificio del rettorato e sono i soli che oggi possono narrare gli avvenimenti fino a un certo momento: tra essi è lo studente di ingegneria Carlo Balducelli che, con l’aiuto dell’ing. Dino Zanobetti, aveva messo pazientemente a punto il complesso impianto radio. Cosa sia successo dopo non ci è dato di sapere con precisione.

Vista l’impossibilità di uscire, i rimasti decidono di battersi fino all’ultimo. Pare che lo stesso Bastia fosse riuscito ad allontanarsi, ma che poi sia tornato per non lasciare soli gli altri compagni. Non si è mai saputo, o almeno io non ho mai saputo, da quale parte la polizia fascista fosse stata informata della presenza dei partigiani all’Università. La battaglia si sviluppa con una intensità giustificata solo dalla paura degli attaccanti; alle poche armi partigiane rispondono a centinaia mitra e mitragliatrici fasciste.

Prima di cedere, i partigiani sparano fino all’ultima cartuccia, senza speranza per la sproporzione delle forze, ma con ferrea volontà di resistere. La lotta disuguale dura alcune ore; gli spari continuano fino a sera. Infine le brigate nere riescono a penetrare e a catturare i pochi rimasti ancora in vita. Trascinati contro un muro, sia i vivi che i morti, lo stesso capo dell’ufficio politico della Questura di Bologna dà l’ordine dell’esecuzione.

Un compagno, catturato in precedenza, era stato seviziato nel tentativo di farlo parlare; un altro si era tolto da se stesso la vita. I morti: Mario Bastia, Ezio Giaccone, Leo e Luciano Pizzigotti, Antonino Scaravilli, Stelio Ronzani.

Verso il tramonto il silenzio torna di nuovo nell’Università. Bilancio: sei morti e il paziente e pericoloso lavoro di lunghi mesi distrutto d’un colpo. Già un mese prima era parso tutto perduto quando con un processo — quanto di più vergognoso e criminale sia stato compiuto in quel tempo dalla magistratura — trenta partigiani, le più belle figure dell’antifascismo bolognese, erano stati fucilati o deportati. Non erano rimaste allora, data la gravità del colpo, che volontà e forza d’animo: eppure in condizioni di estremo pericolo, pur tutti braccati dalla polizia, si era organizzato e fortificato il nuovo centro universitario e aveva visto la luce una nuova organizzazione militare di primissimo piano.

L’eccidio del 20 ottobre (n.d.r. riferimento alla Battaglia dell’Università di Bologna) pare nuovamente annientare tutto. E certamente termina con questo episodio uno dei periodi più drammatici e dinamici della lotta giellista a Bologna. Ciò nonostante le fila saranno nuovamente allacciate e il sogno dei caduti di entrare primi nell’Università liberata sarà realizzato da altri compagni nell’aprile.

Questi i fatti che rappresentano soprattutto un monito molto semplice, ma pur molto importante, rivolto a tutti e in particolare agli uomini di cultura: professori e studenti bolognesi lasciando le aule per ribellarsi alla guerra di conquista e difendere le libertà della scuola e del Paese, hanno dimostrato che la cultura non può essere soltanto sapere o progresso tecnico, bensì deve trasfondersi in umanità, in moralità, in capacità di sacrificio.

La scienza che resta nelle aule può essere perfettissima, ma non crea di per sé civiltà. La cultura è stata difesa a Bologna, a Varsavia, a Praga, nelle altre Università oppresse con le armi e con il sangue, come oggi è difesa con lo studio.

Ma all’Università di Bologna non hanno combattuto solo pochi studenti o professori: accanto a loro sono stati e sono morti, e in numero assai maggiore, giovani di altri ceti, che si sono anch’essi sacrificati per la salvaguardia dell’istituto universitario: simbolo questo di un affratellamento che supera limiti sociali o di condizioni per la comune difesa della libertà di pensiero.

Fonti: Luciano Bergonzini – La Resistenza a Bologna Testimonianze e Documenti – Volume III – Istituto per la Storia di Bologna 1970

Alessandro Albertazzi, Luigi Arbizzani, Nazario Sauro Onofri Dizionario biografico A – C – Bologna, 1985

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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