Contro lo squadrismo e le provocazioni fasciste


Discorsi pronunciati al Senato dai compagni Terracini e Bufalini il 25 e 26 febbraio 1971.

Seduta del 25 febbraio 1971

TERRACINI. Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

TERRACINI. Signor Presidente, è stata lunga nel tempo la strada che il Senato e il Paese hanno dovuto percorrere prima di giungere final­mente all’odierno appuntamento col Governo, a que­sto dibattito impegnativo, a questo severo confron­to politico. Lunga è stata, e lastricata, quanto al Senato, da una serie massiccia di documenti solle­citatori — interrogazioni, interpellanze, mozioni — in numero ben maggiore di quanto, per comune accordo, non siano apparsi stamane sul testo del­l’ordine del giorno della nostra Assemblea; e, quan­to al Paese, dal sempre maggiore spesseggiare di quegli atti di violenza e di sangue, dall’incalzare di quegli episodi dolorosi che, come ebbe ad esprimer­si il Presidente del Consiglio nel suo discorso programmatico del 10 agosto, avevano già allora por­tato il Paese a un punto così critico che bisognava, per evitare il peggio, trarsene rapidamente indie­tro, isolando i violenti, i provocatori, i facinorosi, al fine di non dare spazio, ancora più spazio, a forze e movimenti già condannati dalla storia.

Poi, dopo l’infame attentato terroristico di Ca­tanzaro, ancora il Presidente del Consiglio, il 5 feb­braio, in quest’Aula parlò con maggiore precisione di reviviscenza dello squadrismo nel quadro di un disegno di disgregazione delle istituzioni repubblicane e di uno stillicidio di scontri e di attentati con­dotti con un tale cinismo e tanta assenza di scru­poli da rendere difficile pensare che fossero frutto di iniziative individuali. Nella stessa occasione lei, onorevole Ministro dell’interno, ebbe anche a pren­dere la parola, e parlò dell’ombra di un nuovo fa­scismo e di gruppi più o meno organizzati che si propongono l’obiettivo preciso di travolgere gli or­dinamenti, assicurandoci però che le forze dell’or­dine agivano per la legalità e contro lo squadrismo, e che la condanna del fascismo veniva trasportata nelle direttive e nell’azione di ogni giorno nei rap­porti con le forze di polizia, nelle denunce presentate ai magistrati, negli arresti eseguiti. Riconoscen­do, poi, come fosse giustificata la richiesta di pas­sare a più decise reazioni contro questo squadri­smo, e rivendicò allo Stato la direzione della re­pressione della violenza come proprio dovere, come proprio compito irrinunciabile.

Ebbene, richiamandomi ora all’interpellanza che ho rivolto, in uno con altri senatori del mio grup­po, al Presidente del Consiglio e ai Ministri dell’in­terno e della giustizia, e lamentando la reticenza mantenuta stamani su una specificazione delle disposizioni che sono state formalmente impartite dal Ministero degli interni per rendere operanti i pro­positi che con abbastanza precisione ci erano stati formulati, chiedo ora per l’appunto in quale modo il Governo abbia adempiuto l’impegno che aveva assunto; abbia assolto il suo dovere; abbia svolto quella azione repressiva che giustamente aveva avo­cato a sé; e con quali risultati. Abbiamo avuto sta­mani dall’onorevole Ministro dell’interno una elen­cazione molto minuziosa di atti che però già fu­rono qui giustamente qualificati come materia di ordinaria amministrazione, cioè di puro e semplice adempimento di norme di legge, alle quali neanche l’amministrazione pubblica è sperabile possa sot­trarsi.

Ma, al di fuori di questo, desidero sapere che cosa abbia fatto il Governo di più, e non in via ecce­zionale, sebbene nei confronti di quel punto critico oltre il quale non sarebbe stato più possibile an­dare se non mettendo a rischio l’intero sistema delle nostre libertà democratiche. Ora che il Governo ab­bia chiesto ed ottenuto di rivestire la sua risposta alle molte interrogazioni, alle molte interpellanze ed alle mozioni, della forma solenne di una comu­nicazione al Parlamento, non può evidentemente comportare che il Governo possa avvalersene poi per sfuggire al confronto diretto sui fatti, i quali investono e richiamano le sue precise responsabilità. Ora i fatti sono quelli particolareggiatamente indi­cati nelle interrogazioni che sono state presentate nel corso degli ultimi sei mesi, specie dai banchi della sinistra; e dalle quali, tutte viene la conferma non contestata, anzi convalidata dal silenzio stesso conservato fino a questo momento dal Governo (siamo abituati ad attenderle per tempo senza fine le risposte scritte, onorevole Ministro degli interni, alle nostre interrogazioni anche le più urgenti o le urgentissime!), che lo squadrismo ha continuato con sempre maggiore baldanza e sicumera, naturalmen­te a causa dell’impunità assicuratagli dall’inerzia dei poteri costituiti, nelle sue pianificate imprese di violenza, senza che nulla desse un chiaro segno di quell’intervento risoluto che tuttavia il Gover­no aveva riconosciuto necessario ed urgente già sei mesi orsono. Da che quest’inerzia, quanto meno ap­parente, onorevole Ministro? O, se inerzia non fosse, non ci sia stata, perchè allora il Parlamento non è stato reso edotto tempestivamente dell’azione del Governo e dei risultati raggiunti, senza che fosse necessario questo pungolo insistente e d’altronde inutile delle interrogazioni e delle interpellanze per riuscire finalmente a convincere l’onorevole Mini­stro dell’interno ed anche il Presidente del Consi­glio a dire al Parlamento, e cioè al Paese, qualche cosa? Io mi rifiuto di credere che gli accenni, sia pure misurati, fatti dal Presidente del Consiglio e dal Ministro dell’interno nei loro discorsi dell’ago­sto e del febbraio, a proposito di una riviviscenza dello squadrismo fascista, fossero frutto di avven­tatezza, o mirassero soltanto a tacitare l’opinione pubblica o addirittura a dissolvere preoccupazioni e contrasti insorti nelle ristrette cerchie governa­tive. A questo proposito è di pochi giorni fa la no­tizia, da considerarsi autentica per la sua fonte, che all’atto della formazione del Governo Colombo il Partito socialista aveva formulato, accanto ad al­tre richieste programmatiche, quella di un’azione decisa che stroncasse le attività del neo-fascismo. «Tutto il Partito», ha scritto recentemente l’ono­revole Mancini, segretario nazionale del Partito so­cialista, «era allora con noi» e aggiunge successi­vamente nel suo scritto che oggi esso è ancora più con loro, con i dirigenti del Partito, nel reclamare dal Governo «una iniziativa definitiva contro episodi di criminalità e propositi reazionari che offen­dono la coscienza democratica del Paese e ne tur­bano il lavoro» e, aggiungo io, ne insidiano le isti­tuzioni e le libertà. È certo che, accettata la richiesta — e deve essere stata accettata perchè altrimenti il Partito socialista non sarebbe entrato in questo en­nesimo Governo di centro-sinistra — è chiaro però che l’onorevole Presidente del Consiglio, e con lui l’onorevole Ministro dell’interno, non l’ha tenuta presente e tanto meno l’ha soddisfatta, non poten­do credere di avere pagato questo debito pro­grammatico verso il secondo partito della coalizio­ne con le poche caute, seppur ripetute ma anche poi attenuate frasi che io ho citato dal resoconto di lontane sedute di quest’Assemblea.

A che attribuire la passività governativa innanzi alla crescente proterva temerarietà dello squadri­smo fascista? Non si dirà che ciò consegue all’in­successo degli accertamenti condotti per scoprire e identificare le organizzazioni squadriste paramilitari allo scopo di scioglierle, sventarne i piani e per­seguire i responsabili.

No, con circa 200 mila uomini inquadrati nelle varie formazioni di polizia — fra carabinieri, guar­die di pubblica sicurezza e guardie di finanza — che inviluppano capillarmente l’intero Paese in una fitta rete di controlli e disponendo di mezzi massicci di operazione e di un’esperienza raffinatasi e tramandata nei corpi armati di regime in regime nel corso di questi ultimi cinquant’anni, no, non è pos­sibile che non si sia riusciti ad alcun accertamen­to risultato! No, non è ammissibile.

Ricordiamoci quante centinaia di migliaia di fa­scicoli sono stati fabbricati dai Servizi di sicurezza in pochi anni, tutti zeppi delle notizie più riservate, più intime su un visibilio di grandi personaggi ed anche di poveri untorelli, raccolte su ordine e a disposizione delle più losche combinazioni politiche o parapolitiche. Ora qui non c’erano in gioco losche combinazioni, ma bensì l’interesse pubblico mag­giore, la difesa delle istituzioni, la salvaguardia del­le libertà, la garanzia della vita dei cittadini (ri­cordiamo Catanzaro).

Chè se poi davvero il Governo non fosse stato fornito largamente di notizie su tutto l’ignobile complesso squadristico posto in essere sotto i lerci orpelli del fascismo legalitario, se i Capi della po­lizia, dell’Arma, dei servizi di sicurezza e simili non avessero saputo fornirgliele queste notizie, se­condo i loro compiti istituzionali, ebbene io doman­do a lei, onorevole Ministro dell’interno, e agli altri Ministri competenti, perchè non li avete esautorati questi Capi, non li avete sostituiti; perchè non ave­te provveduto a dare allo Stato servitori più capaci e più fedeli?

Sta però di fatto che il Governo conosce, che il Governo è pienamente informato, non fosse altro che perchè conoscono e sono informati i partiti della coalizione governativa, i cui uomini non pos­sono certamente sdoppiarsi così da sapere quando sono semplici cittadini e da dimenticare o da igno­rare quando seggono nel Consiglio dei ministri. Mi riferisco in particolare ai Ministri socialisti e re­pubblicani dell’attuale Governo, e cioè ai Ministri di quei partiti i cui giornali hanno più volte scritto in piena conoscenza di causa su questo argomento precisando nomi, dati e date a proposito delle for­mazioni paramilitari fasciste, sul loro reclutamen­to, sul loro addestramento, sul loro pagamento e sul loro impiego.

Ad esempio sull’Avanti! del 28 ottobre dell’an­no passato in un servizio assai dettagliato dal titolo: «Tritolo e protezioni», sul quale anzi con una in­terrogazione avevo cercato, ma inutilmente, di ri­chiamare l’attenzione speciale del Vicepresidente del Consiglio, si trovavano molte informazioni estre­mamente interessanti, anche sotto specie penale, sulle formazioni paramilitari denominate Volonta­ri nazionali e Fronte nazionale italiano. Lei le ha di certo sentito nominare, onorevole Ministro, tanto che le ha citate anche stamani nella elencazio­ne dei perquisiti, degli arrestati e dei denunciati all’autorità giudiziaria. Ma si è ben guardato dal dir­ci quello che le risulta a proposito di queste for­mazioni paramilitari, mentre non soltanto io e i compagni del mio Gruppo con la nostra interpellanza, ma tutti i Gruppi, salvo naturalmente il fascista, nei loro documenti introduttivi di questa discussione

le avevano chiesto espressamente di essere informa­ti in materia.

Ho citato «l’Avanti!», ma anche la «Voce Re­pubblicana» nel suo numero del 25 gennaio scri­veva indignatissima contro le spedizioni squadristi- che e contro «i manigoldi» (vi si leggeva), quasi sempre gli stessi — il giornale, evidentemente aveva le sue informazioni — che vi partecipano. Ebbene, io chiedo ai colleghi socialisti e ai repubblicani se essi e i loro partiti non facciano parte del Governo; o se, facendone parte, non vi godano della stessa autorità, dello stesso potere che hanno i loro con­sociati nel Governo; oppure, se così è — nè può essere diversamente — perchè non abbiano riecheg­giato nei penetrali ministeriali le notizie che i loro giornali hanno con tanto rilievo fornito ai loro lettori. Perchè non abbiano chiesto, proposto, ten­tato di imporre che, come ha scritto l’onorevole Mancini, «le attività eversive fossero perseguite, i piani reazionari denunciati e sventati, le organiz­zazioni militari individuate e disciolte e i crimini puniti». Ma la denuncia, la rivelazione delle torbide imprese dello squadrismo variamente articolato, ma unitariamente prezzolato e comandato, non sono esclusive della sinistra governativa e della sua pub­blicistica. Suppongo che gli uffici stampa dei Mi­nisteri e di Palazzo Chigi non trascurino, ad esem­pio, il grande giornale di Torino «La Stampa», e che pertanto non abbiano mancato di fare perve­nire sugli scrittoi delle rispettive Eccellenze i ri­tagli di un servizio che, sotto firma di Gianpaolo Pansa e col titolo «Che cosa fa la estrema destra italiana?» vi è apparso in due puntate il 6 e l’8

dicembre scorso. Vogliamo leggerne i sotto titoli, si­gnor Presidente? «La polizia riconosce in ” Avan­guardia nazionale ” da Trento a Reggio il più ag­gressivo dei gruppi neri. — Sono alcune centinaia di specialisti in attacchi rapidi e brutali — Sanno spaccare le ossa — Per il Movimento sociale italiano sono indocili ma utili alleati». Questo per la pri­ma puntata; in quanto alla seconda: «Valerio Bor­ghese — in piedi onorevoli colleghi fascisti — ex comandante della X MAS con i 1.000 del suo fronte nazionale vuole creare uno Stato-ombra. Si tiene pronto a raccogliere il potere ed a ricostruire la Repubblica di Salò. Riconosce di avere guidato la rivolta di Reggio». Chissà se qualche prefetto, se qualche questore, se qualche procuratore della Re­pubblica abbiano mai letto i servizi di Gianpaolo Pansa su «La Stampa» di Torino!

FRANZA. È fantascienza. Borghese è vecchio ormai! (Repliche dall’estrema sinistra).

TERRACINI. Fra di voi non ne avete troppi di giovani, a quanto pare, senatore Franza! Ma questo Valerio Borghese ha la lingua sciolta, certo è uno spavaldo, non teme di far conoscere la verità. Dice, a domanda del giornalista: «Sono ve­nuti da me dei parlamentari; ho loro domandato: “nel momento in cui vi chiederò di strappare la tessera del vostro Partito” » non erano evidente­mente del Partito neofascista «” e di aderire al fron­te “» al fronte nazionale di cui Borghese è il fon­datore e il duce «” lo farete? Sarete le nostre quin­te colonne “». Ed al giornalista che gli chiede se, oltre a questi disonorevoli parlamentari, ci siano altre persone note che aderiscono al Fronte e in quali campi essi operino, risponde Borghese: «Sì, ci sono nell’amministrazione dello Stato, nelle Uni­versità, tra i dirigenti industriali» ed aggiunge an­che — ma non ce ne stupiamo poiché esiste la CISNAL: — «e tra i sindacalisti; e, poiché le no­stre idee viaggiano, esse trovano udienza anche nel­le Forze Armate». Vanterie, senatore Franza? In­venzioni, oppure verità o riflessi di verità?

FRANZA. Rammollimento cerebrale. (Com­menti dall’estrema sinistra).

TERRACINI. Se lei, onorevole Ministro, avesse fatto il suo dovere, se questo giornalista fosse stato chiamato da un magistrato…

RESTIVO. Ministro dell’interno. Senatore Terracini, non vorrei diminuire la sua carica pole­mica: tutti questi fatti sono stati oggetto di precise relazioni alla autorità giudiziaria. (Commenti e pro­teste dall’estrema sinistra).

TERRACINI. Verremo all’autorità giu­diziaria, onorevole Ministro; ma conosciamo anche, e non solo grazie a Pirandello, che cosa significhi la distribuzione delle parti. Comunque, onorevole Ministro, lei ha letto questi fogli e si è rivolto al­l’autorità giudiziaria. Ma perchè non ha chiesto an­che al Capo della polizia, che risponde a lei e solo a lei, di provvedere ad accertare quanto di vero e quanto di fantasioso ci fosse in questa pubblica­zione?

RESTIVO. Ministro dell’interno. Senatore Terracini, è quello che facciamo ogni giorno.

ARGIROFFI. Per sette mesi non ce ne siamo accorti!

TERRACINI. E allora, onorevole Mini­stro, ne dia al Parlamento i risultati. O forse lei ritiene che il Parlamento non sia degno della sua fiducia, e che quello che sa il Capo della polizia o sa lei personalmente, o il suo segretario personale, non possa essere saputo da noi che, fino a prova contraria, collettivamente, non singolarmente, abbiamo un’autorità molto maggiore di quella che lei stesso non rivesta?

Le sue risposte non mi persuadono, non posso­no tacitarmi e non possono neanche attenuare quel­la vena polemica che, con mio dispiacere, pare che non le sia in questo momento troppo gradita. Co­munque, onorevole Ministro, sei mesi fa c’erano, secondo la perifrasi adoperata dal Presidente del Consiglio, situazioni tali da poter dire che il Paese si trovava ad un punto critico. Ora, se tutto ciò che è stato appurato dopo quella scadenza di sei mesi fa è vero, o si avvicina al vero, o può avere in sè anche solo un briciolo di vero, tutto sta a dimostrare che quella situazione, che era già al punto critico, non solo è stata ripresa in mano dal Governo, ma sempre più va infradiciandosi nel goffo altalenarsi della prosa governativa tra gli op­posti estremismi — formula che dopo tutto — mi si perdoni la parola un po’ drastica — è infarcita di menzogna. E non perchè, ripetendo una frase tante volte detta, e sulla quale non mi soffermo tanto è luminosamente incisiva, nella nostra re­pubblica democratica solo l’estremismo fascista è concepibile, ma nello stesso tempo inammissibile; ma perchè oggi in Italia non c’è altro estremismo che quello fascista, sotto specie di inquadramento paramilitare, se per estremismo si intendono non certe posizioni ideologiche o dottrinarie o — ripeto parole dell’onorevole Presidente del Consiglio — «esplosioni di rabbia e di furore sotto le quali stan­no ingiustizie e abbandoni, insoddisfazioni e fru­strazioni antiche e nuove», ma la fredda decisio­ne di praticare la violenza, e solo la violenza, come mezzo per realizzare scopi che non sarebbero altri­menti perseguibili.

Non si tratta di giudicarli, questi scopi, per decidere sul modo in cui comportarsi verso chi se li proponga; o almeno non è questo il mo­mento di farlo, anche se questi scopi sono sen­z’altro fuori legge, siano stati posti fuori legge prima ancora che si osasse incominciare a tradurli nell’azione. Sono infatti fuori legge per volontà della Costituzione e per quelle tali leggi, in questi giorni tante volte richiamate, del dicembre 1947 e del giu­gno 1952, tutti gli atti che siano comunque connessi col fascismo. Ma, in quanto ai mezzi, onorevole Mi­nistro, non si discute e non si può transigere se essi si riassumono nella violenza, allora lo Stato deve intervenire a reprimerli prontamente e severamen­te. Ora lo squadrismo è professione di violenza; non è violenza che venga esercitata in connessione con qualche problema il quale ad un certo momento degenera, sdrucciola e porta sciaguratamente a eser­citarla. Lo squadrismo è professione di violenza per antonomasia e purtroppo per storica esperienza.

Nè oggi esso viene meno a questa sua ragion d’essere, come lo dimostra l’ininterrotta successio­ne di imprese criminose, sanguinarie, vandaliche nelle quali si prodiga. E a questa stregua devono valutarsi le selvagge vociferazioni dei dirigenti del partito fascista che, con benevola condiscendenza dei governanti dell’ultimo ventennio, ha potuto rico­stituirsi, esiste ed opera oggi in Italia.

Quando ad esempio il segretario nazionale di que­sto partito proclama, in un comizio che tiene sotto la protezione di un consistente schieramento di po­lizia, «Camerati, noi siamo in stato di guerra con il Partito comunista», egli non parla per metafo­ra, ma rappresenta una realtà in atto da tempo, che il Governo conosce e che uomini autorevoli di par­titi governativi (è già stata citata l’intervista del­l’onorevole Scelba sulla «Nazione» di Firenze) sa­lutano con compiacimento.

L’azione del partito fascista si sostanzia in as­salti, in attentati dinamitardi, in incendi, in deva­stazioni delle sedi del Partito comunista e di altri partiti di sinistra. E negli ultimi mesi queste igno­bili imprese — quasi non si possono più contare: voglio qui elencarne solo una parte a umiliazione di quei governanti che, volteggiando sull’abile tra­pezio degli opposti estremismi, danno di fatto co­pertura politica a questa tattica criminale.

Durante gli ultimi mesi sono stati fatti bersaglio delle più svariate spedizioni vandaliche molte se­zioni comuniste di Roma, due sezioni comuniste di Catania, due di Genova, la sezione comunista di Reg­gio Calabria, di Riccione, due sezioni comuniste di Napoli, la sezione comunista di Treviso, le sezioni comuniste di Melissano, di Possano, di Pachino e ancora, un’altra volta la sezione comunista di Reg­gio Calabria; e poi — voi lo sapete, colleghi socia­listi — le sezioni socialiste di Torino, di Reggio, di Reggio Calabria e di Fioretto, le federazioni so­cialiste di Reggio Calabria e di Trieste, la federa­zione del Partito socialista italiano di unità prole­taria di Biella, le federazioni comuniste di Capo d’Orlando, di Treviso, di Palermo, di Reggio Ca­labria.

Nello stesso torno di tempo, onorevole Ministro (lei le ha queste notizie, ed io le cito soltanto per coloro che eventualmente in quest’Aula non ne di­sponessero), altre azioni squadriste hanno avuto di mira, con gravi conseguenze di sangue e di danni, gli studenti di venti scuole medie del nostro Paese. Altre ancora hanno bersagliato tre monumenti al­la Resistenza, deturpandoli ignobilmente; e quattro spedizioni punitive — si diceva così una volta quan­do almeno si aveva il coraggio del proprio malaf­fare — hanno centrato contro sedi sindacali. Ancora l’altro ieri — lei, onorevole Ministro, ne avrà avuto notizia dal Capo della polizia — da Milano e da Napoli sono stati segnalati altri tentativi di incen­dio di altre due sezioni comuniste.

Di fronte a questo chiaro prospetto, a questo bilancio della violenza fascista, è impossibile con­trapporre, per sostenere la tesi degli opposti estre­mismi, una qualsiasi elencazione di violenze dirette contro la parte fascista, a meno di accettare per buona la grottesca elencazione inserita dal Gruppo missino nel testo della sua interpellanza alla quale lei, onorevole Ministro, insieme alle altre, ha certa­mente prestato attenzione. Leggiamo infatti in que­sta interpellanza che verrà fra poco sviluppata da un oratore del Gruppo neofascista con accenti tri­sti, dolorosi e piangenti, dell’uccisione dell’operaio Ugo Venturini a Genova, dell’operaio Malacaria a Catanzaro, dell’agente Annarumma a Milano, della guardia di pubblica sicurezza Bellotti a Reggio Ca­labria, della strage messa in atto in piazza Fontana a Milano, dalle bombe fatte esplodere dai frequen­tatori del circolo «XXIII Marzo» di Roma, dal ten­tato omicidio dell’onorevole Angelo Nicosia a Paler­mo, e così via. Ah, onorevole Presidente e onorevole Ministro, questi macabri necrofori che vanno no­madi per l’Italia a raccogliere e ammucchiare ca­daveri per ornarne forse un loro sognato e accarez­zato nuovo sacrario dei martiri fascisti, pronti a me­scolare ai loro caduti, semmai ne avessero avuti, i morti di man loro o per loro mandato e con il loro avallo politico e morale!

Cos’è dunque questo fascismo che può così li­beramente e facilmente imperversare con fuoco, tri­tolo, arnesi contundenti, ma volentieri e spesso an­che con arnesi di scasso, senza mai trovare ostaco­li da parte della forza pubblica nè sanzioni da parte della Magistratura? Diciamolo una volta, finalmente, in maniera chiara e precisa: questo fascismo si iden­tifica col Movimento sociale italiano in uno con la vasta, mutevole, articolata costellazione squadrista che ne costituisce, sotto varia denominazione, il brac­cio secolare, il braccio operante nelle imprese delit­tuose di ogni genere quali quelle che ho or ora enu­merato.

Perchè questa è stata la furba trovata dei crea­tori e dei dirigenti del neofascismo: di sdoppiarsi organizzativamente, costituendosi sul piano della le­galità in partito elettorale e parlamentare, ben ran­nicchiato nell’ambito delle istituzioni democratiche, e proliferando contemporaneamente, in modo più o meno diretto, Fronti nazionali, Volontari nazionali. Alleanze nazionali, Ordini nuovi, Costituenti, Euro­pa Civiltà e così via — che sono, sì, alcune volte difficili a manovrare e governare da parte del Mo­vimento sociale italiano, ma che restano sempre da parte sua controllabili e che in definitiva sono sem­pre controllati grazie alla centralizzazione delle di­sponibilità finanziarie e alle protezioni che discen­dono da quei centri di poteri che non amano rischia­re troppo nello esporsi in diretti contatti con la gente più sospetta, usa ad adoperare il manganello, le catene, le sbarre, i pugnali e il tritolo.

Ma, avendo ottimamente funzionato per quindici anni, questo ingegnoso sistema ha finito per gene­rare il proprio stesso superamento mano a mano che, prevalente sui meno vicini fini di eversione, si è fatta l’attività squadristica al servizio diretto degli interessati, i padroni, che pagano per le loro esigenze di intimidire al più presto, di raffrenare possibil­mente subito, di respingere il movimento ascendente delle masse lavoratrici, riunificate nelle lotte riven­dicative e in quelle maggiori per le riforme di strut­tura. Di qui l’allarme del vertice politico del neo­fascismo, timoroso di essere spinto al margine; e la sua progressiva assunzione in nome proprio delle responsabilità che prima erano sempre scaricate sugli scherani semicoperti da una approssimativa clandestinità, la quale offriva alla polizia una buo­na giustificazione per non riuscire mai a identifi­carli.

Ed ecco allora l’ultimo Congresso missino di Roma, nel quale i convenuti rivendicano la propria qualità di «epigoni dell’unica contestazione vittorio­sa avvenuta in Italia il 28 ottobre 1922»; Ah, l’ave­te dimenticata la Resistenza che vi ha fustigati ri­nunciando purtroppo a spazzarvi tutti fino all’ulti­mo dalla scena politica del Paese! (Applausi dal­l’estrema sinistra).

Essendosi così presentati, con nome e cognome, attribuiti e qualificazioni, i convenuti a quel con­gresso hanno formulato, per bocca di uno che, ono­revole Presidente, a vergogna nostra siede in questa Aula, la loro professione di fede, che è la seguente: «Noi a questo regime, (il regime democratico, il regime repubblicano fondato sulla Costituzione) a questo regime — disse costui — non dobbiamo nè ubbidienza, nè fiducia, nè rispetto».

Ingrati davvero, fascisti di nuova sorte, per quan­to si riferisce alla fiducia, dacché tanto dignitosa­mente avete potuto fino ad oggi esistere e vivere con piena dignità di cittadini nel quadro di questo re­gime! Sinceri invece lo siete, e lo riconosco, per quello che si riferisce all’ubbidienza, poiché avete sempre disubbidito tristamente alle leggi della Re­pubblica, facendovi legge soltanto del vostro libito criminale. In quanto poi al rispetto, ebbene non lo vogliamo chè esso sarebbe davvero per la nostra Repubblica democratica una beffa e uno sfregio.

Pongo io dunque qui, onorevole Ministro, il pro­blema dello scioglimento del Movimento sociale ita­liano, alias ricostituito Partito fascista con tanto di sigillo e firma da essi stessi (i capi e i rappresentanti di questo movimento) apposti sul loro atto di nasci­ta? No, non lo pongo, anche se non dimentico che nel dicembre del 1950 l’attuale Presidente della Re­pubblica aveva redatto e presentato un progetto di legge per lo scioglimento del Movimento sociale ita­liano, sostenendo in proposito sui giornali un’asprissima polemica contro altri militanti della sinistra che in quel momento ritenevano inopportuna la iniziativa.

No, non propongo e non pongo il problema del­lo scioglimento del Movimento sociale italiano, an­che se non mi dispiacerebbe mettere alla prova la fermezza di certo ex Presidente del Consiglio di parte democratica-cristiana che, presentatore nel 1952 e strenuo sostenitore della legge intitolata: «At­tuazione della XII norma transitoria e finale della Costituzione», si vanta oggi su un giornale forcaio­lo del fatto che questa legge non fu mai applicata durante i molti anni nei quali lui, già Presidente del Consiglio e allora soltanto più titolare del Ministero dell’interno, avrebbe dovuto farne osservare stret­tamente le norme. E ciò sotto pretesto che i fasci­sti (è già stata richiamata la formulazione) altro non erano allora, come non sarebbero oggi, se non una massa di cenciosi.

Quanto alla legge del 1952 abbiamo stamane ap­preso da lei, onorevole Ministro dell’interno, che ci si è finalmente ricordati della sua esistenza e che da qualche tempo essa viene contestata nei suoi vari articoli a centinaia e centinaia di denunciati ed ar­restati, purtroppo per intanto non ancora condan­nati dai tribunali della Repubblica.

Vi è stata anzi, a questo proposito, in alcuni pun­ti del discorso da lei pronunciato, onorevole Mini­stro, una delicata chiamata in causa non dico del suo Collega alla giustizia, che comunque si è tenuto oggi deplorevolmente lontano da quest’Aula, sebbene a lui fossero indirizzate molte delle interpellanze e delle interrogazioni che si intendevano assorbite e riassorbite nell’odierna discussione, ma addirittu­ra della Magistratura. Non contesto, onorevole Mi­nistro, la validità di questa redistribuzione di re­sponsabilità, perchè è innegabile che grave di con­seguenze pericolose può essere, ad un certo mo­mento, l’estrema tiepidezza dell’Ordine giudiziario nel rispondere, secondo le sue competenze, alle ne­cessità di difesa della democrazia repubblicana. E ciò non soltanto per la sorprendente indulgenza con cui, nei rarissimi casi nei quali si giunge al dibat­tito processuale, vengono commisurate le condanne; non solo nella immodificata, esasperante colpevole lentezza delle procedure; non solo nella quasi siste­matica esclusione delle misure preventive verso o contro i denunciati; ma perfino nel troppo facile o facilone misconoscimento della validità, sia pure soltanto indiziaria, delle prove di colpa che vengo­no fornite dalla polizia, assieme alle denunce inol­trate. Forse che si può imporre o anche soltanto sollecitare i magistrati a diverso atteggiamento? No; deve vigere e deve vivere ancora e sempre la santa, la sacra, la irrinunciabile indipendenza nella quale i magistrati si trincerano e si corazzano. Ma poiché, checché si dica, anche i magistrati stanno nel mondo, tra gli uomini, nel contesto della nostra comune convivenza sociale, politica, economica, morale e cultu­rale; poiché essi non possono essere impermeabili al flusso perenne della aspirazione progressiva del nostro popolo — ebbene, onorevole Ministro, quan­do si levasse alta la voce di chi è democraticamen­te investito delle maggiori responsabilità di fron­te al Paese, per denunciare di dove incombono le minacce e i pericoli e le insidie alla libertà, per riaffermare il ripudio incondizionato definitivo del fa­scismo secondo il comandamento costituzionale, e ciò fosse fatto in continuità, ripetutamente, spon­taneamente, con passione e con fermezza, e non in occasioni oculatamente preparate con estenuanti trattative in sedi riservate e con una scelta di espres­sioni le più neutre possibili e possibilmente ambi­valenti — allora i Magistrati, senza mancare alla loro esclusiva obbedienza alla legge, saprebbero, voglio crederlo, corrispondere alle attese del popolo che anche per i giudici è e resta il solo sovrano del nostro Stato. E quando mai più di oggi le grandi masse popolari hanno chiaramente manifestato la lo­ro scelta tra fascismo e antifascismo, e dettato ai pubblici poteri la direzione che essi dovrebbero sce­gliere nella loro azione? Lai non ha, onorevole Mini­stro, a quanto sembra, notizie precise sulle cen­trali squadristre, sopra le organizzazioni paramilita­ri, e dirò che ciò dipende dal segreto nel quale sov­venzionati promotori, partecipanti, usufruenti si calano, consci della illiceità del loro comportamen­to. Ma sulle imponenti manifestazioni antifasciste che da tre settimane raccolgono in ogni città, in ogni comune italiano centinaia di migliaia, milioni di cittadini di tutto il fronte democratico, le notizie, onorevole Ministro, non le mancano di sicuro. Penso che, ad esempio, almeno la eco delle manifestazioni romane sia giunta tra le custodite mura del Viminale fino al suo Gabinetto di lavoro. Ma purtroppo anzi­ché trarne consiglio, incitamento alle conseguenti, dolorose, legali disposizioni per i suoi collaboratori e dipendenti ai fini di quell’energico intervento re­pressivo antifascista ed antisquadrista al quale lei ha accennato qui parlandoci il 5 febbraio; anziché pensare alla difesa delle istituzioni, le sue preoccu­pazioni, onorevole Ministro, in uno con quelle del Presidente del Consiglio si sono rivolte a quella ba­nale difesa e conservazione della coalizione che sta tanto a cuore ai vertici dei partiti governativi, fino a farli degenerare, a fianco della bolsa formula dai contrari estremismi, all’altra incartapecorita del pe­ricolo frontista, il quale starebbe risorgendo sul ter­reno artificiosamente arato dall’antifascismo. Trop­po frustro, troppo svuotato di ogni corrispondenza alla realtà questo ridicolo spaventapasseri, agitando il quale destra e centro, trovando purtroppo an­che qualche aiuto in alcuni momenti in minori set­tori della sinistra, poterono nel passato aprire un solco tra i lavoratori e rallentarne poi la ricolmata, a gioia, a diletto, a profitto di imprenditori e di agra­ri di ogni risma e di ogni colore. Troppo frustro per avere oggi un’efficacia politica nel senso desi­derato e ricercato. Ma, ammesso anche il contrario, il ricorrervi proprio in una congiuntura che pro­pone e impone, contro la minaccia fascista, specie sotto forma di squadrismo e di trame interessate con vari centri oscuri di potere, che consiglia la mobilitazione più vasta delle forze democratiche; il rispolverare oggi e agitare questo ragnoso spauracchio, svela la fautità, la validità, la superficiali­tà dell’asserita fede democratica nella quale chias­sosamente tanta gente si riconosce e nella quale si riveste. Oggi, onorevole Ministro, l’alternativa si pone infatti tra fascismo e antifascismo, e non tra frontismo e antifrontismo. Chè se poi, per assurdo, l’unità antifascista realizzandosi coincidesse dav­vero col frontismo, quale voi grottescamente lo con­cepite e lo rappresentate, chiedo: rinuncereste forse per questo all’antifascismo e, per respingere il fron­tismo, arrivereste ad aprire o a riaprire al fascismo e cioè ad acconsentirgli, come vent’anni a questa par­te avete fatto, di vivere e operare indisturbato in ogni sua tossica proliferazione nel contesto della vita del nostro Paese? Ma il parlare di frontismo di fronte allo slancio unitario antifascista in atto è segno, mi si permetta, o di bestialità, in quanto mancanza di quella mente ragionante che è preroga­tiva dell’uomo e non della bestia, o di malafede, che è uno dei vizi peggiori dell’uomo ragionante.

Nell’unità antifascista di questi giorni conflui­scono infatti a vostra sorpresa e indignazione, as­sieme ai comunisti e ai socialisti di varia denomi­nazione e insegna, già componenti del fronte clas­sico di venti anni or sono, anche e largamente i cattolici — ma che dico? — i democratici cristiani, la gioventù democratica cristiana, questa linfa nuo­va e fremente della quale voi vorreste giustamente e legittimamente arricchire il vostro corpo politico. Questi giovani che, al primo richiamo etereo della religiosità, si erano sì volti a voi, che della religio­ne fate un momento strumentale della vostra ope­ra di persuasione e conquista delle masse; ma che, poi offesi dalla vostra subordinazione a interessi dai quali la loro coscienza repelle, proprio perchè su­blimata da una schietta fede religiosa, vanno cer­cando ben nuove vie che possono percorrere, nono­stante le vostre invenzioni, senza fare getto delle loro credenze spirituali. Un frontismo, dunque, quel­lo che condannate, che si nutre di quanto in voi c’è di più spontaneo, di più fresco, di più ricco di avve­nire; e le vostre arrampicature verbali sugli specchi di una storia lontana, deformata e bistrattata, non hanno impedito e non impediscono che nel fronte antifascista si saldi una solidarietà di intenti che giuoca anche nella proiezione di altri problemi, di al­tre lotte, che trovano nella antinomia fascismo-anti- fascismo origine e sbocco. E tuttavia questi vostri giovani, che a Pisa per esempio — lo dicono i gior­nali di oggi — per spregio e rabbia dei locali diri­genti democristiani, vengono offesi con pubblici ma­nifesti quali «avanguardisti rossi» — questi gio­vani democristiani (ce n’erano molti accanto a me in Piazza San Giovanni a Roma, circondati dalle loro bandiere bianco scudate levate vicino alle nostre, rosse con la falce e il martello) conoscono ciò che accade nel Paese, e quindi distinguono fra lo squa­drismo fascista, la violenza autoritaria e stipen­diata a servizio della conservazione, la violenza al­l’insegna del disonore nazionale, e il disordinato agi­tarsi dei gruppetti che stanno al margine ribol­lente del febbrile processo di mutamento della no­stra società nazionale. Essi sanno infatti che lo squa­drismo fascista ha dietro di sè il retroterra solido e ben munito di formidabili potenze del danaro, e può sempre avvalersi delle funi di salvataggio che gli vengono gettate da quei beati signori che navi­gano sul mare procelloso dei tempi e degli eventi sulle plance ben adornate dei loro yachts e dei loro panfili; mentre dietro e davanti agli scompigliati combattenti per il tutto o per il nulla stanno i cam­pi di utopia, nelle quali niente si raccoglie che non sia rinuncia o sacrificio.

Sarà comunque anche questa volta fuori di qui che, in definitiva, sarà reso il voto decisivo sulle comunicazioni del Governo dalle masse, dalle folle raccolte sulle piazze e nei teatri in tutta Italia. Noi ancora non sappiamo su quale documento saremo chiamati a rendere il nostro. Vogliamo sperare che esso riesca comunque ad esprimere in modo pre­ciso, chiaro, senza sottintesi e malintesi, l’esigenza di una risoluta iniziativa politica da parte del go­verno contro il fascismo, contro le imprese di vio­lenza a danno delle istituzioni e degli organi nei quali la democrazia si incarna (fra gli altri i partiti e i sindacati); e che esso contenga l’invito responsa­bile, legittimo ma fermo a tutti i poteri dello Stato di attuare prontamente, nel rispetto delle leggi delle quali la Costituzione è chiave ermeneutica, l’inizia­tiva politica che il Senato certamente rivendicherà. Auspichiamo che in questa ispirazione si possa crea­re qui l’arco di tutti i partiti che si richiamano alla democrazia e che la praticano nel loro quotidiano operare.

Ciò darebbe ai fascisti il senso pauroso del loro isolamento e del vuoto che gli si apre dinanzi, e concorrerebbe a cementare ulteriormente la solidarietà antifascista che, con irrefrenabile irruenza, ha già inserito nella politica nazionale un nuovo, potente fattore di credibilità democratica. Per mo­tivi connaturati all’artificioso equilibrio parlamen­tare, quale è imposto dalla persistente, caparbia chiusura verso sinistra da parte dei vertici dei partiti della coalizione governativa, l’iniziativa del documento non può partire evidentemente da noi perchè porterebbe a proprio danno un marchio so­spettoso di nascita. Ai partiti di maggioranza, quin­di, la scelta e la responsabilità di offrire al Senato una base concorde per la conclusione di questo dibattito, che noi abbiamo sollecitato e stiamo conducendo con impegno quale contributo alla prosecuzione fino alla piena vittoria della bat­taglia antifascista ormai dichiarata e sviluppantesi nel Paese nella più stretta unione di tut­te le forze democratiche. Che se poi ragioni non dichi arabili da parte della maggioranza le proibissero di giungere ad un tale voto, ebbene, noi voteremo come coscienza ci suggerisce, come la maggior parte del popolo italiano si attende: vote­remo con quanti con noi consentono per la difesa della democrazia. (Vivissimi, prolungati applausi dal­l’estrema sinistra. Congratulazioni).

 

SEDUTA DEL 26 FEBBRAIO 1971

 

BUFALINI. Signor Presidente, onorevole Ministro, onorevoli colleghi, il dibattito che si è svol­to in quest’Aula è stato già molto ampio ed appro­fondito, ed io in questa dichiarazione di voto, non ripeterò argomenti già trattati con chiarezza, vi­gore ed autorità dal compagno Terracini e da altri senatori, dal senatore Parri, dal senatore Valori e dal senatore Banfi. Mi sia consentito rilevare subito che sembra a noi che il dibattito svoltosi in Senato sia di per sè un fatto nel complesso assai positivo. Esso ha messo in luce l’isolamento in cui si trovano i fascisti — o i neofascisti, comunque si voglia chia­marli —; il loro isolamento morale e politico, il generale disprezzo con cui da parte di tutte le altre forze politiche italiane si guarda alla loro squallida ideologia e linea politica, ed al tempo stesso l’in­dignazione e l’allarme suscitati dalla vergognosa ri­presa delle azioni criminali fasciste, della violenza fascista, dello spettrale e ripugnante squadrismo fa­scista.

Vergognosa ripresa, dicevo, durata troppo a lun­go, e vergognosa non solo e anzitutto nel senso che fa vergogna a quella parte là, alla parte del MSI, anche per il penoso, querulo tentativo che è venuto da quei banchi di minimizzare, di capovolgere le parti, di fare del vittimismo; ma, purtroppo, anche nel senso che non fa onore certo a tutti coloro che tale ripresa hanno tollerato e permesso per ottusa mentalità conservatrice o per l’ignobile e mio­pe calcolo del vantaggio che si presume di poter trarre dai cosiddetti opposti estremismi.

Non solo vogliamo subito sottolineare l’isolamen­to morale e politico dei fascisti, ma anche l’unità che si è qui in Senato chiaramente manifestata nelle po­sizioni ideali e nelle richieste politiche, nei confronti del fenomeno fascista, di un ampio schieramento di forze di sinistra che va da noi comunisti ai compa­gni socialisti di unità proletaria, al gruppo degli in­dipendenti di sinistra, al gruppo del Partito socialista italiano. Tra queste forze, tra questi gruppi, mi sembra si possa dire che si è manifestata non solo una unità ideale di ispirazione antifascista e resisten­ziale, ma anche, ripeto, ed è un fatto che consideria­mo altamente positivo, che si è manifestata nel com­plesso un’unità di analisi, di impostazioni e di richie­ste politiche al di là delle differenze e delle diver­genze che sorgono dalla diversa collocazione nei confronti del Governo e della maggioranza. Con altre forze di sinistra, democratiche, antifasciste, pur con divergenze e contrasti su punti di fondo, abbiamo visto riconfermata in questo dibattito alme­no la convergenza nello spirito dell’antifascismo, nella condanna al fascismo, nel richiamo alla Resi­stenza e ai suoi ideali. Nel Parlamento, dunque, si sente e si esprime la possente ondata antifascista che si è levata, che si leva dal Paese, dagli operai, dai lavoratori, dalle masse popolari, e innanzitutto e soprattutto — e ciò è per noi, è per la Repubblica, motivo di grande conforto, di fierezza e di fiducia — dalle masse giovanili, dalle organizzazioni giovanili di tutti i partiti antifascisti, dalla federazione gio­vanile comunista alla gioventù socialproletaria, alla gioventù socialista, alla gioventù democristiana.

Venticinque e più anni fa la Resistenza l’hanno fatta soprattutto i giovani, l’hanno combattuta i gio­vani. Nè — vorrei dire al senatore Spagnolli — i giovani chiesero allora il permesso, chiesero l’auto­rizzazione ad alcuno, per unirsi, per andare a combattere a morire contro il fascismo, per la libertà e il rinnovamento dell’Italia; così, come nel giugno e nel luglio del 1960, non chiesero il permesso a Tambroni e agli altri Ministri democristiani di quel Governo; così come oggi non credo che abbiano chiesto il permesso o che lo chiederanno, senatore Spagnolli, a lei.

Detto questo, devo però subito aggiungere che noi comunisti non siamo per nulla soddisfatti delle dichiarazioni del Governo rese ieri dall’onorevole Restivo; dichiarazioni che noi abbiamo considerate negative, che abbiamo considerate, come erano, un passo indietro, che ha costituito un fatto grave, ri­spetto alle dichiarazioni rese il 4 febbraio dal Pre­sidente del Consiglio, onorevole Colombo, subito dopo la strage di Catanzaro. Consideriamo fatto negativo e preoccupante il modo in cui la maggio­ranza si è presentata e si colloca ancora oggi di fronte al grave problema del fascismo, della ripresa dello squadrismo fascista; una maggioranza che si è dimostrata divisa e quindi incapace di esprimere una linea coerente, di sviluppare un’azione pronta, rapida, efficace, risolutiva, come è necessario, per stroncare il fenomeno della ripresa del fascismo e dello squadrismo; una maggioranza, dunque, divisa, contraddittoria, persino su una questione come que­sta, che è questione decisiva e vitale, anzi direi di importanza preliminare, di valore assoluto, nel no­stro regime democratico e repubblicano.

È vero che nelle dichiarazioni rese poco fa dal­l’onorevole Restivo abbiamo potuto cogliere delle notevoli rettifiche (il ministro Restivo risponderà che non si tratta di rettifiche: ma di rettifiche si tratta. Vedo che non dice niente, e allora vuol dire che accetta)…

RESTIVO. Ministro dell’interno. Non ho ret­tificato nulla; è una sua impressione.

BUFALINI. No, onorevole Ministro. Se ne avessimo il tempo e potessimo fare una analisi letterale del testo, vedrebbe che non si tratta di im­pressioni. Del resto lei lo sa bene, e credo che sia stato tutt’altro che inutile il dibattito che si è svolto in quest’Aula su quelle sue dichiarazioni.

Dicevo, che nelle dichiarazioni rese poco fa dal­l’onorevole Restivo abbiamo potuto cogliere alcune notevoli rettifiche su punti importanti. La rela­zione di ieri dell’onorevole Restivo non aveva preso inizio dalla denunzia del fascismo, dalla condanna del fascismo, dall’esplicito riconoscimento, che in­vece l’onorevole Restivo ha fatto oggi (e di questo noi prendiamo atto; ed è un fatto importante che, dopo il dibattito dal Senato si sia arrivati a queste precisazioni), del riconoscimento che vi è un pro­blema del fascismo come tale, che si distingue dal problema della violenza. Così, in altri punti che po­trei rilevare, vi sono senza dubbio delle precisa­zioni e delle rettifiche che, come ho già detto, con­sideriamo importanti. Ma restano alcuni fatti, che richiamerò anche più oltre, e che si colgono nella stessa replica che l’onorevole Restivo ha fatto questa mattina. Prima, alcune affermazioni recise, alcune precisazioni importanti; poi il ritorno a formule ambigue, quali «il comune fronte della violenza  e così via. In ogni caso, se guardiamo a tutta la vi­cenda, a come si è sviluppata in questi mesi, nel­l’ultimo mese, alle dichiarazioni rese qui in Senato dal Presidente del Consiglio, onorevole Colombo, al passo indietro da lui stesso fatto in altre sue dichiarazioni politiche; e alle dichiarazioni rese dal Ministro dell’interno di fronte al Parlamento subito dopo ila strage di Catanzaro, e alle dichiarazioni di ieri dello stesso Ministro; e poi ancora a quelle di oggi, si vede come tutto ciò sia l’espressione non certo di scarsa chiarezza di idee nell’onorevole Re­stivo, al quale questo non credo si possa rimprove­rare, ma di una situazione ben più profonda, ben più grave in cui si trova questa maggio­ranza. È una situazione in cui, come abbiamo potuto constatare anche su questa vitale questione, tra le forze che compongono la maggioranza esistono contrasti profondi, in definitiva irriducibili, sia nel­l’analisi, sia nella ispirazione ideale e politica e quindi nelle conclusioni politiche e pratiche di

Governo, che restano sempre inficiate da un’ambi­guità e da contraddittorietà.

Mi pare che questa sia chiaramente la realtà; l’abbiamo vista del resto ieri sera manifestarsi in modo direi clamoroso. Abbiamo, ieri, prima ascol­tato il discorso del senatore Banfi, che ha espresso le posizioni del Partito socialista italiano, posizioni che, debbo dire, in larga misura condividiamo; ana­lisi e posizioni che nei punti essenziali sono uguali alle nostre, o molto vicine, o non lontane. Comprendo bene che, dicendo io questo, si griderà naturalmente al «frontismo», si dirà che voglio compromettere i compagni socialisti, ma non è così. Vorrei anche dire al senatore Spagnolli, che ieri ci ha accusato di voler egemonizzare il fronte antifascista, di voler strumentalizzare l’attacco fascista: c’è un modo per impedire che noi comunisti strumentalizziamo, come voi dite, l’attacco fascista, ed è stroncare que­sto attacco. Perchè non lo fate? Se lo farete, a noi sarà impossibile strumentalizzarlo. C’è un modo per impedire che vi possa essere un’azione di massa, qual è la nostra, volta a raccogliere una grande unità di forze democratiche nella lotta contro la disoccupazione, per il rinnovamento del Mezzogiorno e del­l’Italia tutta: dare lavoro ai giovani, dare loro la scuola di cui hanno bisogno. Perchè non lo fate? Ci mettereste in difficoltà, se noi volessimo dav­vero strumentalizzare queste esigenze.

Senatore Spagnolli, rileviamo che vi è un’unità, una convergenza ed anche qualcosa di più tra noi e i socialisti, tra noi ed altre forze operaie e demo­cratiche di sinistra nella lotta contro il fascismo, ebbene, quando ci troviamo a fianco dei giovani della Democrazia cristiana (come ha detto ieri il sena­tore Terracini rievocando la manifestazione in cui le bandiere bianche della Democrazia cristiana, per la prima volta dopo più di 25 anni, erano vicine alle bandiere rosse e a quelle repubblicane e di altri partiti), giovani d’ispirazione democratica ed antifascista, anche con una parte dello stesso Par­tito liberale, quando ci troviamo insieme in questa lotta comune per respingere, per stroncare l’offen­siva fascista, per sradicare il fascismo, allora che cos’è? È Repubblica conciliare? è frontismo? è l’uno e l’altra cosa messe insieme? E pensate davvero, pensa davvero il senatore Spagnolli che con simili esorcismi, con queste magiche formulette si possa ancora a lungo continuare a frenare e a fermare la lotta antifascista, il movimento che sorge dal po­polo italiano, per il progresso democratico e il rin­novamento dell’Italia? Non fatevi soverchie illusioni. Dall’altro canto, dicevo, abbiamo tutti ascoltato il senatore Spagnolli, capogruppo della Democrazia cristiana. Ebbene pare evidente a chi ha ascoltato con attenzione quel discorso come io l’ho ascoltato, (anche se debbo dire che, poi, rileggendolo sul «Popolo» l’ho trovato, diciamo così, un po’ monco, un po’ censurato, non so se questo significhi qualcosa di politico) che su tutti i punti nodali, oggi si di­rebbe punti qualificanti, il senatore Spagnolli ha esposto una posizione esattamente rovesciata, con­trapposta a quelle posizioni che aveva esposto il se­natore Banfi per il Gruppo del Partito socialista ita­liano; e lo ha fatto in maniera aperta e direi, a parte il garbo formale che è proprio di una persona cor­tese qual è il senatore Spagnolli, in maniera politi­camente brutale. Naturalmente con vecchio e logoro espediente il senatore Spagnolli faceva mostra di polemizzare con noi comunisti, ma in realtà era fin troppo chiaro che il suo discorso era diretto contro quelle posizioni esposte dal senatore Banfi. Questa è la realtà. E ciò, sulla cosiddetta teoria dei cosid­detti opposti estremismi; ciò a proposito del rifiuto — che nelle dichiarazioni di ieri del senatore Spa­gnolli era netto, esplicito, posto sul bel principio del suo intervento — nel rifiuto di riconoscere la specificità del fenomeno fascista, del problema del fascismo, e sulle conseguenze che ne ha tratte per la stessa azione di Governo. In questo modo, il se­natore Spagnolli aveva sciolto le già gravi ambigui­tà delle dichiarazioni che aveva rese la mattina il Ministro dell’interno, onorevole Restivo. Ma tutta l’operazione si riduce a questo. L’essenza del fasci­smo — si sostiene — è la violenza. La violenza aveva detto ieri, l’onorevole Restivo, in sè e per sè o la violenza fine a se stessa (non ricordo bene la frase, ma mi pare di citare con esattezza). Ma, onorevole Restivo, mi scusi, chi lo ha detto che il fascismo è la violenza per la violenza, la violenza fine a sè stessa? Ma no! Il fascismo è stato ed è la violenza promossa, voluta, diretta, finanziata dagli agrari, dai grandi proprietari della terra, contro i braccianti, contro i contadini, contro gli operai organizzati, contro le lotte operaie, contro le Camere del lavo­ro, contro le amministrazioni popolari. Il fascismo è la violenza reazionaria diretta a fermare e stron­care un moto democratico, l’avanzata di un moto riformatore e rinnovatore quando questa avanzata arriva a stringere, a porre all’ordine del giorno or­mai le necessarie trasformazioni della struttura so­ciale, a minacciare veramente, concretamente, sul piano economico e sul piano degli schieramenti po­litici, le posizioni del privilegio, dello sfruttamento, le posizioni di potere della conservazione. Questo è il fascismo. Secondo la teoria di Spagnolli — e del­l’onorevole Restivo di ieri — qualsiasi forma di vio­lenza (di ciò è traccia ancora nell’ordine del giorno presentato dalla maggioranza) qualsiasi forma di violenza, per qualsiasi scopo, da qualunque parte venga, sarebbe fascismo. In questo modo si vorreb­be travisare — vi erano a questo proposito parti assai ambigue nel suo discorso di ieri, onorevole Restivo, corrette, lo riconosco, oggi e di ciò glie ne dò atto e mi compiaccio — si vorrebbe travisare, come del resto si è fatto per lungo tempo, il pur chiaro dettato dell’articolo 1 della legge del 1952 del suo titolo e di tutta la legge. Una volta stabilito che per fascismo si intende la violenza in sè, que­sta essenza della violenza, allora se ne traggono poi conclusioni anche per l’altro articolo — l’articolo 3 — che è molto importante, ma che, se sorretto da una tale deformante e falsificante interpretazione dell’articolo 1, diventa uno strumento assai perico­loso nelle mani del Governo.

Inoltre, io debbo rilevare anche che nel «Popo­lo» di stamane, se non l’ho letto male, non c’è traccia di questa espressione che l’onorevole Spa­gnolli ieri, onorevoli colleghi, compagni socialisti, (lo ricordate?) ha usato, arrivando a dire anche: «la violenza degli scioperanti».

Ci siamo, allora! Allora è tutto chiaro! Gli estre­misti, dunque, sarebbero i lavoratori che sciope­rano! Certo, questo ha affermato solo il senatore Spagnoli! Nel ricordare ciò, non voglio dire alcun­ché che possa suonare indiscrezione o intromissione nella vita di un altro partito. Ma non posso pensare che quell’espressione sia condivisa da tutti voi, col­leghi della Democrazia cristiana; però è stata detta a nome del vostro Gruppo, del gruppo più impor­tante dell’attuale maggioranza di governo, che ha avuto sempre una posizione dominante in tutti i governi della Repubblica di questi venti anni e più.

Sarebbero estremisti, dunque, i lavoratori che scioperano, i braccianti di Avola. Quei braccianti di Avola che sono stati accusati di aver fatto il blocco stradale, non perchè avessero eretto le bar­ricate per una sola ora o tutti i giorni, per otto mesi, nei quartieri di Santa Caterina e di Sbarre, non perchè avessero bloccato i treni che vanno in Sicilia o che dalla Sicilia portano nel Continente, e i lavoratori che viaggiano su quei treni, gli emi­granti, e tutto il resto, compresi gli agrumi della nostra Sicilia. No! Non questi sono gli estremisti. Ma lo sono i braccianti di Avola; questi sì che sono estremisti! Ad Avola c’è stato il blocco stradale, perchè c’erano due-trecento persone ferme, pacifiche e inermi, sulla strada provinciale. L’ho detto altre volte in Parlamento, voglio ripeterlo, e in qualche modo ho il dovere di farlo, come senatore eletto in provincia di Siracusa. Erano sulla strada provincia­le pacifici, educati, e lasciavano che tutti coloro che volevano passare (comprese le autorità, i carabinie­ri) passassero, salutandole cortesemente. Blocco stra­dale! Si è sparato su di loro! Ne sono stati uccisi due, e dopo anni nessuno ha messo le mani sugli assassini. Non c’è nessuno che dice ecco gli assas­sini! Non c’è processo contro alcuno che sia riconosciuto come assassino. Chi li ha uccisi? Non si sa. Ma oltre 150 braccianti, questi si estremisti, sono sotto processo ad Avola!

Anche i lavoratori scioperanti, dunque, senatore Spagnolli — vuole lei dire questo? — sarebbero as­similabili ai fascisti? Ma allora tutta questa operazione — mi si consenta la parola dura, ma io deb­bo pronunziarla — è un trucco volgare e ignobile. Non aspettatevi, non si aspetti il senatore Spagnol­li, non si aspetti nessuno, da parte nostra, alcuna tolleranza verso posizioni siffatte comunque camuf­fate: noi, queste posizioni le respingiamo, le denun­ziamo a tutti i lavoratori, a tutti i democratici e a tutti gli antifascisti italiani.

No! È il fascismo, il fascismo come tale, che, innanzi tutto, deve essere colpito e stroncato: ecco la questione. E questo — statene pur sicuri — il popolo italiano lo otterrà, lo imporrà. Lo impor­ranno tutte le forze antifasciste italiane, non contro la Repubblica, non secondo la singolare teoria che ha esposto ieri sera il senatore Spagnolli e di cui non ho trovato traccia sul « Popolo » di questa mattina, quando egli ha detto che qualunque azione, anche integrativa, che venga da forze popolari come stimo­lo e sostegno all’azione degli organi repubblicani si trasformerebbe da integrativa, inevitabilmente, so­stitutiva e quindi diventerebbe qualche cosa di ever­sivo che non può essere tollerato.

Bella Concezione di una democrazia nuova! Bel­la concezione della democrazia della Repubblica ita­liana nata dalla Resistenza! Questa era la concezione della democrazia del vecchio Stato democratico- liberale che portò al fascismo. Di tale concezione è stata fatta piazza pulita con la Resistenza, quando tutti i poteri costituiti dello Stato sono crollati mi­seramente nel fango, nella vergogna, e l’Italia è stata riscattata ad unità, a dignità, ad onore, a libertà dalla classe operaia che ha riconquistato insieme li­bere istituzioni e libere organizzazioni, ed ha co­struito le sue organizzazioni. (Vivissimi applausi dal­l’estrema sinistra).

Questa è la sola dottrina costituzionale valida per la Repubblica italiana, di cui vi sono norme e prin­cìpi precisi nel testo della Costituzione, là dove si assegna ai partiti quel valore, quella funzione che conosciamo: a tutti i partiti senza discriminazione, tranne quella verso quegli spettri del passato. E si riconosce tale funzione soprattutto a partiti diversi da quelli del passato, che sorgevano attorno a vec­chie cricche clientelari: partiti, nei quali si diven­tava deputati con un voto di 150 elettori, quando le campagne elettorali si facevano con un discorso in un banchetto; ma non verso i grandi partiti di mas­sa che hanno combattuto contro il fascismo, che hanno fatto la Costituzione e la Repubblica, i grandi sindacati, le grandi organizzazioni popolari ed ope­raie. Su questi partiti, sindacati, organizzazioni poggiano tutte le istituzioni della Repubblica; e quando vi è il collegamento tra le battaglie nel Paese, tra la forza di queste organizzazioni e le istituzioni rap­presentative; quando si costruisce la democrazia vera attraverso forze davvero nazionali, e non clientelari e municipalistiche; quando questo si fa, come noi ci siamo sempre sforzati di fare nel Mezzogior­no — ed è nostro titolo di onore —, allora solo la Repubblica è forte, allora non vi è la contrappo­sizione con le istituzioni repubblicane, ma vi è il sostegno, vi è qualche cosa che sospinge, che alimen­ta, che dà forza alle istituzioni repubblicane.

Il nostro contributo non ha mai preteso di es­sere esclusivo, nè ci spaventa la parola frontismo. Se questa parola volesse significare l’unità nella lot­ta contro il fascismo e per rinnovare l’Italia, po­tremmo essere per il frontismo. Il fatto è, che ab­biamo affermato ed affermiamo — e ciò è nella real­tà delle cose — che questa unità oggi la si può rea­lizzare e la vogliamo realizzare in maniera diversa da come la realizzammo quando ci fu il fronte de­mocratico popolare, perchè la situazione è cambiata e perchè alcuni errori, allora commessi da noi e da altri, non li vogliamo più commettere.

Ogni forza che contribuisce alla lotta unitaria conserva, e deve conservare, la sua piena autonomia e fisionomia che deriva dalle sue tradizioni, dalla sua ideologia e da altri fattori: non annega questa autonomia nel fronte. Giustamente ci tengono e ci hanno tenuto alla loro autonomia, i compagni socia­listi, e non è stata questa la discussione nostra con loro. Ci tengono tutte le altre forze democratiche; e ci teniamo noi, perchè, se del danno è potuto venire dall’annegare troppo la particolare fisionomia di ogni forza politica in quella unità del fronte, quel danno è venuto anche a noi, alla funzione che noi dobbiamo esercitare.

Col nostro contributo, che è il contributo di que­sto nostro partito che, voi lo sapete, è forte, è uni­to e saldamente organizzato, il popolo italiano sicuramente imporrà di stroncare il fascismo e di strapparne le radici avanzando sulla via del rinno­vamento democratico dell’Italia.

Ma, a questo punto, vorrei rapidamente aggiun­gere qualche breve considerazione, senza ripetere cose già egregiamente e tanto autorevolmente det­te da Parri, da Terracini, da Valori, da Banfi su que­sto famoso alibi degli opposti estremismi. Vorrei di­re con tutta chiarezza, signor Presidente, onorevole Ministro dell’interno, onorevoli colleghi, che questo discorso sugli opposti estremismi a noi, partito co­munista italiano, non tocca minimamente, non ci tange; così come non tocca le lotte dei braccianti, degli operai, dei lavoratori. Tutti sanno e lo sa (mi spiace che non sia presente in questo istante) l’ono­revole Restivo, che è stato Ministro dell’interno durante l’autunno caldo ed in questo periodo di grandi lotte operaie e popolari; tutti sanno quale prova di maturità politica, di coscienza di classe e democrati­ca, di capacità di autodisciplina e di autogoverno ab­biano dato le grandi masse operaie e contadine nelle loro lotte dell’autunno e dopo l’autunno. Tutti lo sanno. Quale manifestazione più alta di questa ca­pacità, di una lotta vigorosa, forte, di classe, che afferma e impone l’ordine repubblicano e democra­tico fu data dai centomila metallurgici che vennero a Roma durante l’autunno caldo! Si potrebbero ci­tare tutte le lotte degli operai, dei lavoratori ita­liani guidati dai loro sindacati uniti. Onorevoli col­leghi, noi comunisti sappiamo molto bene che una lotta di classe, una lotta democratica, una lotta per il rinnovamento democratico e socialista dell’Italia è forte davvero e vigorosa, e può strappare davvero il successo e la vittoria, quando si realizza, prima di tutto, l’unità di tutte le masse operaie e lavora­trici che sono impegnate in quella lotta, e quando si realizza attorno a quella lotta una rete di allean­ze di classi sociali diverse, un consenso il più am­pio possibile di altre classi sociali, di altre categorie di lavoratori, di opinione pubblica. Allora sì che la lotta è più forte; quanto più è imitaría; allora sì che è tanto più vigorosa quanto più vi è una alleanza attorno alla classe operaia che lotta, quanto più vi è il consenso, la simpatia di grandi masse di cittadini. Sappiamo, quindi, che le provocazioni, e tutto ciò che vi è di incomposto e di sconsiderata­mente violento servono al padronato ostinato a resistere, alle forze conservatrici, come strumenti per isolare le masse che lottano ed anche per portare l’incertezza e la divisione in mezzo alla stessa classe operaia e alle loro organizzazioni sindacali e poli­tiche; ecco a che servono, ecco a chi giovano, ecco il cui prodest che è il criterio sempre fondamentale in ogni battaglia.

Sappiamo benissimo che l’estremismo non è di per sè la rivoluzione. Ce lo ha insegnato il no­stro maestro più grande, Lenin — è cosa celebre —; non lo è, nè quando è estremismo infantile (che è già cosa diversa dalla provocazione), nè, tanto me­no, quando è provocazione. Diceva Lenin, polemiz­zando contro la fraseologia rivoluzionaria: «faccia­mo attenzione che domani non possano dire che, per tolleranza della frase rivoluzionaria, abbiamo com­promesso gli interessi e la causa della rivoluzione». Tutto questo lo sappiamo bene. Ciò che temono i privilegiati, i conservatori, è il concreto avanzare di un movimento di riforme; è il progresso dell’uni­tà sindacale, dell’unità politica, è proprio la mani­festazione di una capacità dirigente nazionale che viene offerta dalla classe operaia con le sue lotte. E la scelta del terreno della democrazia come ter­reno fondamentale della lotta di classe, dell’avan­zata di un movimento per il rinnovamento sociali­sta della società è per noi una scelta di principio non mai revocata in discussione: è una scelta di principio tanto più profonda e reale, in quanto ha dietro di sè ormai decenni di storia (vivissimi ap­plausi dall’estrema sinistra), una scelta che è stata realizzata attraverso grandi sacrifici e attraverso un grande contributo di sangue e di pensiero dato dal Partito comunista italiano.

Ecco perchè i reazionari puntano sul fascismo, sulla provocazione, sull’alibi degli «opposti estre­mismi». Ecco a che cosa serve l’assalto fascista. Non voglio sottovalutare i pericoli reazionari che comporta questo assalto, tanto più se consideria­mo la collocazione internazionale dell’Italia, tanto più se consideriamo l’inasprimento della situazione internazionale, l’aggravamento dell’aggressività degli americani, il ruolo che si vuole assegnare al nostro Paese in questa strategia aggressiva, le pressanti, sconvenienti, inammissibili pressioni fatte dai go­vernanti americani sui nostri governanti anche du­rante il recente viaggio, tutta la storia che ci sta dietro e tutti gli intrighi. E la storia della Spagna, della Grecia! Tutte cose che noi sappiamo e che non sto qui a ripetere. E i misteri profondi, il buio che c’è ancora su tante cose! Chi ha messo le bombe a Milano? Chi ha armato le bombe dei dinamitardi di Milano? Nessuna luce è stata fatto su tutto questo. È possibile mai che abbiamo una polizia giudiziaria così incapace? Io non lo credo, noi non lo credia­mo. Chi le ha messe quelle bombe?

Sono cose gravi, e perciò noi non sottovalutia­mo nè l’assalto squallido di quelle squadracce, nè le minacce e le rodomontate dell’onorevole Almi­rante e compagni. Non sottovalutiamo nemmeno queste; ma non vogliamo nemmeno sopravvalutarle. Certamente il criterio che deve guidarci resta que­sto: come si reagisce, quale allarme si dà, come si lotta? Se l’attuale situazione italiana non ha niente a che vedere con quella del 1921-22 è perchè oggi vi sono forze capaci di lottare, di riunirsi, di stron­care questi attacchi. Comunque una cosa è certa: che tutto ciò serve egregiamente nel tentativo, non dico di fermare, ma di ostacolare l’avanzata del moto rinnovatore. Infatti, non vi è dubbio che oggi, per le classi dirigenti, per le classi privilegiate, il peri­colo che si vada davvero avanti sulla via delle ri­forme è ben più concreto di quello del 1921-22, perchè ben altre e più concrete sono la forza del movimento operaio e la sua capacità di egemonia e di direzione nazionale. Ed allora si vuol proprio colpire nei punti decisivi: l’unità dei lavoratori, la unità tra la classe operaia e gli strati intermedi e l’opinione pubblica più ampia, la capacità della classe operaia di presentarsi nella sua lotta come forza di governo; e ciò, per tentare di spostare a destra l’asse del Governo, per far corrompere e mar­cire la situazione del nostro Paese e per intaccare e minare, per quanto possibile, i legami delle masse con le istituzioni, la fiducia delle masse ver­so le istituzioni democratiche repubblicane, e così preparare il terreno ai tentativi reazionari, au­toritari o integralisti, ai tentativi avventurosi.

Questa è la funzione che viene assegnata ai fa­scisti e all’alibi degli opposti estremismi. Pertanto è chiara la nostra posizione su questi problemi. Nessuno può dirci che ci tocchi — a noi, come par­tito — la questione dell’estremismo opposto: nes­suno! Quando ci siamo trovati di fronte a fatti com­plessi, a turbamenti profondi che uscivano da un sommovimento che tende al rinnovamento della so­cietà italiana ma che ha preso aspetti confusi, come è del resto inevitabile quando si tratta del moto degli studenti (e molti hanno riconosciuto che è cosa diversa dal fascismo: anche l’onorevole Restivo, questa mattina, lo ha riconosciuto; e lo hanno scrit­to con grande efficacia sull’«Avanti!» i compagni socialisti, lo ha detto il senatore Banfi); — quando ci siamo trovati di fronte a tutto questo noi con fermezza abbiamo lavorato per superare le forme di estremismo ingenuo, e quando siamo arrivati a qualche rottura nel nostro Partito, attuata attraver­so un libero dibattito democratico, i nostri avver­sari hanno esaltato, hanno propagandato, anche at­traverso la televisione, questi fatti. A chi giovano, dunque, queste cose? Ma — e qui è il punto su cui vogliamo tornare — il fascismo è altra cosa; e il tema che sta dinanzi a noi è come colpire il fasci­smo, è l’obbligo di colpire il fascismo. Il fascismo è altra cosa storicamente, nella realtà politica, nel sistema costituzionale, nel sistema giuridico della Repubblica italiana.

Prima di tutto, dunque, si tratta di sciogliere le squadre, di mettere nell’impossibilità di fare pro­paganda al fascismo, di colpire le squadre fasciste. Anche nell’ordine del giorno della maggioranza, che pure accoglie molte cose per le quali ci battiamo, tuttavia le parole fascista e squadrismo non ci sono, quando si parla di determinate associazioni, il che è sospetto, dato che ci troviamo di fronte ad una maggioranza di governo siffatta; il che non è ca­suale.

Di questo si tratta: sciogliere le squadre. Poi, se vi sono, e quando vi sono, delle manifestazioni, dei fatti di violenza, dei reati; quando ci sono dei fatti, se non di teppismo, di scomposta e sciagurata esasperazione, ebbene la legge repubblicana deve…

GATTI CAPORASO ELENA. Sotto­segretario di Stato per la pubblica istruzione. Ma la parola fascismo ricorre nel testo dell’ordine del giorno della maggioranza.

BUFALINI. Lo so, l’ho riconosciuto e ho detto che è ribadita la condanna del fascismo. Però, quando si parla di associazioni paramilitari che per­seguono anche indirettamente finalità politiche, le parole fascismo e squadrismo non le trovo. E badate, non voglio fare il pignolo, non voglio fare del­la pedanteria su alcune parolette. Io rapporto que­sta constatazione ad un fatto non casuale, alla si­tuazione concreta di questa maggioranza, alle scelte che dovevano essere fatte e che non vengono fatte e su questo concluderò tra breve il mio intervento.

Dunque noi non diciamo che non deve essere colpito chi commette dei reati, ma questa è una cosa diversa; si colpisca il fascismo, prima, perchè fa­scismo; e poi si colpiscano i reati.

Ma, a questo punto, ho detto che la questione dell’estremismo opposto non ci tocca; ed io non so se sia un opposto di un tipo o di un altro quello di cui parlerò ora: comunque tocca a voi, partito della Democrazia cristiana, tocca il Partito socialdemocratico, tocca lo stesso Partito repubblicano. Chi sono coloro che hanno svolto attività di eversione grave in tutto questo periodo? Parliamo chiaro! Di che cosa dovremmo difenderci noi, comunisti, che abbiamo parlato chiaro, — e potrei citare tutto quello che abbiamo detto nei nostri comitati cen­trali, nei nostri documenti? Noi parliamo per un partito che ha quasi due milioni di iscritti e quasi nove milioni di voti; quindi non possiamo dirigerlo, un tale partito, con circolari segrete. Solo ciò che si dice di fronte al popolo, alla luce del sole, conta nel nostro Partito.

Io riconosco che Reggio Calabria è un fenomeno complesso; so che non si può dire affatto che il Mezzogiorno sia una Vandea; questo no. Sappiamo bene che i lavoratori meridionali hanno lottato in tutti questi anni, in tutti questi mesi, per i contratti, per le riforme, per rompere le gabbie sala­riali, per il collocamento democratico che è un gran­de progresso democratico e civile del Mezzogiorno. Per questo hanno lottato i lavoratori meridionali — e non si può parlare quindi di Vandea, nemmeno a Reggio Calabria — là dove vi sono partiti che hanno resistito coraggiosamente all’urto, agli assal­ti. Il Partito comunista, il Partito socialista hanno lottato per una linea coerente che respinge il muni­cipalismo, la rissa municipale, a Catanzaro come a Reggio Calabria, a l’Aquila come a Pescara, a Roma come in Calabria. Il nostro partito si è opposto al­l’agitazione, in Sicilia, per rivendicare il centro si­derurgico alla Sicilia stessa, perchè non è questa la questione. Chè, se mai avessimo ceduto, se non ci fossero forze così ferme nel non cedere a questo tipo di rivendicazioni e pressioni, l’onorevole Resti­vo sa bene che cosa ciò significherebbe. Quante, non dico province, ma plaghe della Sicilia sarebbero pronte a fare la lotta per avere il centro siderur­gico vicino a Catania o vicino a Trapani o vicino a Palermo e così via! Guai se si desse il premio a for­me eversive di municipalismo!

Non si tratta di un giorno di disordine, di un blocco stradale (un cosiddetto blocco stradale): so­no otto mesi. Si è trasportato il tritolo da una parte all’altra, si è portato il tritolo a Reggio Calabria; le squadracce fasciste dell’Avanguardia nazionale so­no andate a Reggio Calabria provenendo dalle altre parti d’Italia. I nostri compagni di Perugia ci di­cono: qui all’università di Perugia, dove erano or­ganizzate delle squadracce fasciste dell’Avanguardia nazionale collegate ai colonnelli greci, le squadracce non si sono più fatte vive perchè sono andate a Reg­gio Calabria. Non so quanto sia vero . . .

Voci dall’estrema sinistra. È vero!

BUFALINI. Comunque, l’onorevole Restivo lo sa bene. Da Napoli, da Perugia sono andate a Reggio Calabria. Si è trasportato tritolo, si è sparato sulla polizia …

DINARO. E voi siete rimasti a guardare! (Vivaci repliche dall’estrema sinistra).

MACCARRONE ANTONINO. Stia zitto e lasci l’Aula!

BUFALINI. Lasciatelo stare, onorevoli col­leghi, lasciatelo dire.

Ebbene, anche lì sono caduti degli agenti di po­lizia, come il povero Annarumma, del resto, che era il figlio di un bracciante dell’Irpinia, di Avellino. Chi l’ha ucciso ancora non è chiaro, non si sa bene come sono andate le cose. Però questo fatto servì per il rilancio di una campagna repressiva contro i sindacalisti, contro la classe operaia che era in lot­ta: questo si sa di certo. Il povero Annarumma era figlio di un bracciante meridionale; e forse era me­ridionale (ma non lo so con certezza), anche l’agen­te di polizia che è stato ucciso in treno vicino a Reggio Calabria o il maresciallo dei carabinieri mor­to per infarto a Reggio Calabria.

Ebbene, quando ho sentito dire che per colpire il Battaglia, sindaco, ufficiale di governo, rimasto tale, che per colpire il Matacena già del Partito so­cialdemocratico, già redattore dell’«Umanità», se­gretario di Preti, poi segretario provinciale del Par­tito repubblicano (meno male che l’avete espulso all’ultimo momento, è già una cosa; certo, però, l’avete espulso dopo otto mesi)…

NENCIONI. Non ancora.

BUFALINI. E c’è un napoletano (questa gran passione reggina!), o il Lazzari, un democri­stiano che dirige la CISL, che è stato uno dei capoc­cia e che è di Firenze. Si dice che bisognava inter­venire per reati di opinione. Non parlo di costoro, non lo so; ma reati d’opinione! Ma come? È in atto quello che è in atto, e si tratta di reati d’opinione? Questa non è eversione? Altro che opposti estremi­smi! Un’eversione di questa fatta voi l’avete tolle­rata. Noi abbiamo detto sempre: non colpite le masse con la repressione indiscriminata, e vi dicia­mo oggi, non le colpite ora; non facciamo che siano sempre gli stracci a volare. Ma chi organizzava, chi incitava alla rivolta, chi c’era dietro, chi pagava, chi paga la «Gazzetta del Sud»? Tutti costoro non sono stati colpiti. La stampa ha cominciato a dire cose chiare sull’arcivescovo (lo dico con rispetto), su monsignor Ferro. È certo comunque che fogli non comunisti ne hanno parlato. L’onorevole Mi­nistro legge il «Giornale di Sicilia», che ha dato una documentazione assai precisa e puntuale su monsignor Ferro. «Il Messaggero» ha scritto un ar­ticolo che, se non sbaglio, recava il seguente titolo: «Chi semina vento raccoglie tempesta». Monsignor Ferro ha fatto suonare le campane per un’ora e mezza nel cuore della notte, incitando all’esaltazione e alla rivolta quelle popolazioni. Questo non è lo estremismo, non è la sovversione? E siamo noi den­tro questa sovversione, senatori della Democrazia cristiana? Ma non prendiamoci in giro, non diciamo queste cose! Andiamo a vedere quali sono le radici di tutto ciò! Sono le basi del vostro sistema di po­tere che voi non volete intaccare. Questa è la realtà.

L’onorevole Restivo ci ha dato ampia documen­tazione sul numero delle denunce presentate dagli uffici di polizia. Ne prendo atto e credo che abbia fatto bene l’onorevole Restivo a fornire al Parla­mento quel quadro. Ma questo che cosa significa? Che le denunce della polizia ci sono e tutto resta lì? L’onorevole Restivo non ne ha tratto alcuna con­clusione, lo comprendo; ma la conclusione è in se: se ci sono tante denunce, allora è la magistratura che non marcia. Non parlo di tutta la magistratura. Sappiamo bene che ci sono magistrati democratici, fedeli alla Costituzione. E poi ce ne sono altri che hanno vecchia mentalità, e forse non solo questo, perchè forse c’è qualche legame più profondo con la società da cui escono fuori. Comunque, sappiamo ben distinguere la parte democratica della magistra­tura, anzi su di essa facciamo affidamento; così co­me facciamo affidamento sulla parte di sentimenti democratici, animata da lealismo repubblicano, del­la polizia. Facciamo affidamento su costoro. Diamo un riconoscimento a queste forze che esistono in tutto l’apparato dello Stato.

Comunque, dalle parole dell’onorevole Restivo viene fuori una precisa denunzia di responsabilità, che riguarda la magistratura. È un dato importante, che voglio qui sottolineare, perchè ad un certo mo­mento tutto questo deve significare qualche cosa! Vorrei però anche aggiungere che, senza dubbio, all’onorevole Restivo non sfugge il fatto che è in atto una sorta di «scaricabarile» (scusate il termi­ne poco elegante, ma non me ne viene in mente un altro), perchè, quando è stata denunciata un’iner­zia del procuratore della Repubblica di Reggio Ca­labria, il dottor Bulinvia, è arrivato un rapporto della magistratura, dello stesso magistrato, per dire: «no, io ho dato corso a tutte le denunce; anzi ne ho fatte anche di mia iniziativa».

A Catanzaro, come sono andate le cose? Non sta a noi entrare in questo gioco: è responsabilità della polizia o della magistratura? Come possiamo noi entrarvi? Il fatto è che, là, le bombe sono state tirate su una folla di forse cento e più persone, in mezzo alle quali c’erano forse 10, 12, 15 poliziotti! E nessuno riesce a scoprire niente! Ma come è pos­sibile che quando avviene una manifestazione sin­dacale (gli edili di Roma, i metallurgici di Milano, gli studenti) subito si arresta e subito si colpisce; mentre, poi, di fronte a fatti di questo tipo non esce fuori mai niente? A proposito della magistratura, vorrei sottolineare una cosa. Mi pare che il senatore Cifarelli abbia detto di non essere d’accordo con il concetto esposto dal senatore Terracini: i magi­strati sono uomini, vivono in questa società, devono avere un orientamento. No — sostiene Cifarelli — essi debbono applicare la legge senza subire alcuna influenza della situazione storica. La tesi di Terra­cini era quella esposta, qui, con grande efficacia, nel gennaio o febbraio del 1970, dal collega Valori. Ma questa indipendenza della magistratura come la dobbiamo intendere? Giacché, questa autonomia, è un po’ come l’autonomia delle università. Sì, indipendenza della magistratura; la quale però è sot­tomessa alla legge, e non può essere intesa come corpo separato; ma deve avere una visione nazionale dei problemi per potere attuare correttamente la legge repubblicana. Non può essere un corpo iso­lato, non può dire: qui a Reggio Calabria o a Ca­tanzaro le cose vanno così, non ne so niente di tutto il resto. A chi compete, direi, informare e dare una direttiva, un indirizzo morale e politico, generale, a tutto il Paese, e quindi anche alla magistratura? Sarebbe strano che vi debbano essere forze poli­tiche, un Parlamento, un Governo che esprimono indirizzi a tutti gli italiani, e non per la magistra­tura. Il che non vuol dire violarne l’indipendenza e l’autonomia. Ma a chi compete questo? Non com­pete forse in particolare, al Ministro della giustizia, in primo luogo e al Governo? Vedete, vi è uno stra­no contrasto, che voglio sottolineare, fra quello che è avvenuto subito dopo l’autunno e quello che è avvenuto in questo periodo di violenze fasciste e di attività eversive guidate dai reazionari a Reggio Ca­labria. Vi è una profonda differenza. E la profonda differenza sta nel contegno tenuto dall’allora Mini­stro della giustizia senatore Gava e da quello del­l’impalpabile, direi etereo, Ministro della giustizia, oggi dimessosi, onorevole Oronzo Reale. Tutto si può dire dell’onorevole Gava, avversario nostro, col qua­le ci siamo scontrati qui, ma non che egli non si facesse sentire, non pesasse. Io vi potrei leggere il verbale di quella seduta, ma non lo faccio, per ri­cordare come l’onorevole Gava parlò chiaro ai ma­gistrati. Non per violare la loro autonomia, egli disse; non dirò verbo, egli disse, per apprezzare il processo di Tolin; e poi disse parecchi periodi per rilevare, a proposito di Tolin: ma questi sono reati, sono reati! Non commenterò le denunzie e gli arresti fatti — disse Gava —; ma qui c’è occupazione di fabbrica, violazione di domicilio, un assembramento, occupazione di suolo pubblico, e via di que­sto passo. E come fece sentire una valutazione, at­traverso le statistiche stesse, della situazione della legalità! Questo non è stato fatto contro i fascisti.

Ma torno al tema e concludo. È il tema del fa­scismo. Si debbono sciogliere le squadracce. Si de­vono applicare la legge del ’52 e le altre leggi penali, colpendo i reati di fascismo. Ebbene, nonostante i riconoscimenti fatti dall’onorevole Restivo questa mattina, di cui do atto e perchè non dovrei? Vi è stato un dibattito parlamentare, vi è stata una chiara presa di posizione nostra, di altri gruppi del­la sinistra, del Partito socialista italiano, ferma, lo riconosco, e perchè non dovrei dare atto che vi è stato un mutamento? — qual è la situazione che ci si presenta? Perchè noi non voteremo l’ordine del giorno della maggioranza? Vedete, non è una paroletta di più o di meno che interessa, anche se il te­nore pur conta; ma non è una parola in più o in meno, ripeto, che interessa; ed ho già esposto il nostro pensiero. Ciò che più conta è che abbiamo dietro le spalle mesi di inerzia colpevole; abbiamo dietro le spalle anni di leggi non applicate, come la legge del ’52.

VERONESI. È vero, è vero, molte leggi inapplicate.

BUFALINI. Come la legge del ’52, della qua­le, come ho già detto, noi dicemmo: non è adeguata, non l’applicherete. Soprattutto per questo noi la criti­cammo; «non l’applicherete, ve ne servirete come strumento di ricatto verso i fascisti! ».

VERONESI. Si rivolga al ministro Restivo, non a me.

BUFALINI. Ma io non dico a lei, perchè dovrei dirlo a lei? mi rivolgo alla Democrazia cri­stiana.

TERRACINI. (Rivolto al centro destra). Anche voi eravate al Governo.

BUFALINI. Nel ’52 voi eravate al Governo e l’onorevole Restivo era Presidente della Regione siciliana; quindi potrà essere fatto responsabile di altre cose, ma non di questo; forse di ben altre cose, sul piano sociale. Ma, come dicevo, abbiamo anni di leggi non applicate; questa è la realtà. E quando l’onorevole Colombo venne qui a dire: «abbiamo sottovalutato il fascismo, l’attacco fascista, ci fac­ciamo anche una autocritica (una cosa importante), poi che cosa si è fatto? Poi si è tornati indietro a dosare. È un’altalena continua: il fascismo è una cosa diversa dagli altri estremismi. No, sono gli opposti estremismi. Una volta si fa appello a tutte le forze costituzionali (e anche questa mattina mi pare di intravvedere qualcosa in questo senso nelle dichiarazioni di Restivo, quando parla di tutte le forze democratiche della Resistenza, di tutte le for­ze democratiche che sono nello Stato); altra volta si dice: no, anticomunismo, rottura con i comuni­sti, eccetera. La qual cosa non interessa noi come partito; non ci interessa; non vogliamo introdurci in nessun sistema di potere; non vogliamo entrare in una maggioranza in cui possono dominare le idee del senatore Spagnolli! In nessun caso; non ci spe­rate!

Ebbene, quale garanzia abbiamo che si affron­terà ora, davvero, il problema del fascismo? Ecco la questione. Non abbiamo alcuna garanzia, con que­sta altalena, con queste frasi sibilline, con questo ibis et redibis non, dove non si sa il non dove debba andare, se col redibis o col morieris in bello; in una situazione in cui il documento è certo migliore delle dichiarazioni, ma non incarna quella svolta di indirizzo che sarebbe necessaria nel contesto di questa situazione, nel contesto di questa maggioranza par­lamentare, delle cose che abbiamo sentito ieri e che accendono ima pesante ipoteca sullo stesso ordine del giorno.

Questo è il motivo per cui noi non lo voteremo, dopo aver ribadito il nostro impegno unitario e dopo aver riconosciuto che anche in quest’Aula l’unità antifascista delle forze di sinistra è stata con­fermata e dopo aver riconosciuto che vi è stata una condanna ben più ampia, che va da noi fino al col­lega Veronesi, fino al collega Bergamasco: la con­danna degli spettri ripugnanti del passato.

Certo — concludo, signor Presidente, onorevoli colleghi — l’unità della Resistenza, l’unità dell’anti­fascismo, oggi, come è sentita dalle masse dei gio­vani soprattutto, dalle masse dei lavoratori? È sen­tita come unità per andare avanti sulla via della Resistenza, sulla via aperta dalla Resistenza, sul programma tracciato dalla Resistenza e lasciato in­compiuto.

L’unità antifascista deve diventare non uno schie­ramento di Governo: non di una maggioranza: no; ma una premessa, non solo ideale, ma politica, per il ristabilimento di rapporti tra forze che si ri­conoscono nella Resistenza, non solo come storia, ma come realtà attuale di problemi, come forza del­le organizzazioni: premessa, dunque, di un’azione più profonda per rinnovare l’Italia.

Concludo dicendo: manteniamo fermo il carat­tere della nostra Costituzione! Quel carattere della nostra Costituzione così profondamente travisato, reso irriconoscibile dal discorso, che è suonato per me assai stridente, del senatore Spagnolli. Dove è il carattere profondo di questa Repubblica? È una Repubblica con una Costituzione che ha un lato eversivo: reversione contro il fascismo; e conserva questa potenzialità eversiva.

Il collega Perna, parlando di altre questioni (del­la scuola, dell’università), ebbe a citare qualche gior­no fa in quest’Aula, a memoria, Piero Calamandrei; e io mi sono fatto fornire da lui il passo; e voi mi scuserete se io ancora pochi minuti vi rubo per leggervelo: «Ma — disse Piero Calamandrei — nella Costituzione italiana non vi è soltanto la polemica contro il recente passato e l’impegno contro la sua resurrezione; vi è altresì diffusa ed affiorante, spe­cialmente nelle disposizioni della parte prima, la polemica contro il presente e l’impegno per la sua graduale trasformazione. Questo è un punto che finora non sembra essere stato inteso nel suo valore essenziale. La Costituzione italiana è la consacra­zione di una rivoluzione politica già compiuta: la instaurazione della Repubblica democratica sulle macerie della monarchia fascista, e numerose sono state e sono le disposizioni dalle quali traspare la polemica ancora viva contro questo passato. Ma la Costituzione italiana è altresì il documento di una rivoluzione sociale, meglio che mancata, non ancora compiuta, non compiuta nel presente, ma promessa per l’avvenire. Essa significa dunque non soltanto la condanna passata in giudicato di un regime po­litico che non esiste più, ma altresì la condanna in futuro di un regime economico che esiste tutt’ora».

Questo brano mi richiama l’espressione sintetica con cui il compagno Togliatti concluse un dibat­tito alla Costituente: «La Repubblica deve rinno­vare l’Italia».

Se si va avanti su questa via del rinnovamento, gli spettri del passato saranno fugati, il cancro, gli elementi cancerogeni del fascismo saranno di­strutti.

Signor Presidente, onorevoli colleghi, voteremo contro l’ordine del giorno che viene presentato dal­la maggioranza. Voteremo contro questo ordine del giorno, per le ragioni che ho detto, riconfermando che non c’è nessun contrasto tra questo voto e la rinsaldata unità delle sinistre e di tutte le forze antifasciste. Voteremo l’ordine del giorno Parri, Va­lori e Terracini. (Vivissimi applausi dall’estrema si­nistra. Molte congratulazioni).

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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