Elisa Guida La strada di casa. Il ritorno in Italia dei sopravvissuti alla Shoah


Presentazione di Matteo Ermacora

La recente storiografia dedicata alla Shoah si è soffermata sul tema della liberazione dei campi di sterminio e del difficile ritorno degli ebrei sopravvissuti alle proprie comunità di appartenenza (Si veda ad esempio Dan Stone, La liberazione dei campi. La fine della Shoah e le sue eredità, Einaudi, Torino 2017. ). Il volume di Elisa Guida si inscrive proprio in questo filone d’indagine e si basa sulle interviste orali e sulle memorie dei pochissimi “salvati” –solo 753 sui circa 8.000 ebrei italiani e stranieri che furono deportati nei Lager nazisti tra il 1943 e il 1945–che fecero ritorno in Italia. Le esperienze di rimpatrio degli ebrei vengono inserite nel più ampio quadro del “ritorno” dei reduci dai campi di prigionia tedeschi e dell’est europeo, internati militari, deportati politici, partigiani, lavoratori coatti, “nemici del Reich”; questa massa eterogenea venne rimpatriata con modalità e tempi diversi in relazione alle zone di occupazione degli eserciti alleati, alle disponibilità di trasporto.

Mentre le sporadiche operazioni di ricerca e di assistenza a prigionieri e reduci in Polonia e Germania furono affidate alla Croce Rossa e alla Pontificia Commissione di Assitenza (Pca), entrambe sotto il controllo alleato, il governo italiano, privo di mezzi, istituì nel giugno del 1945 il Ministero per l’Assistenza Postbellica, che curò l’assistenza e lo smistamento dei reduci una volta giunti ai valichi di confine, un’azione che non mancò di suscitare tra i reduci l’impressione che il governo li avesse abbandonati (p.57; 84-85).

Gran parte degli ebrei sopravvissuti furono rimpatriati nel corso della primavera-estate del 1945, assieme agli altri prigionieri italiani, seguendo un criterio di nazionalità. Solo nell’agosto del 1945, infatti, quando gran parte degli ebrei italiani erano già rientrati,il presidente americano Truman, impose la distinzione tra displaced person se perseguitati razziali, riconoscendo in questo modo la singolarità della esperienza ebraica (p.93).

I deportati ebrei non riuscirono quindi ad essere riconosciuti “in quanto tali”né dagli Alleati, né dalle istituzioni assistenziali, tanto che nel discorso pubblico la deportazione “per motivi razziali”fu oscurata da quella “politica”, che era peraltro più spendibile nel contesto della repubblica nata dalla resistenza (pp.96-97). La seconda parte del volume è scandita da tre distinte fasi –“tornare, mangiare, raccontare”–che riflettono le diverse tappe attraverso le quali i sopravvissuti tentarono un impossibile ritorno alla normalità.

Il tema del “ritorno” viene articolato attraverso la ricostruzione delle evacuazioni dei campi, delle “marce della morte” del 1944-45(pp. 114-117), della liberazione e del rimpatrio.In questo quadro l’autrice analizza la sorte degli ebrei di Auschwiz, seguendone le tracce verso altri campi(Bergen Belsen, Dachau o Ravensbrück o Mauthausen) e di coloro che rimasero nella struttura concentrazionaria polacca; quando arrivarono i primi soldati dell’Armata Rossa, i pochi sopravvissuti alle esecuzioni sommarie finali erano “troppo stremati” dal gelo, malattie e fame per per comprendere appieno che cosa accadeva attorno; i deportati pertanto accolsero i liberatori senza alcuna manifestazione di gioia, con una “profonda tristezza”;in questo frangente,il ricordo prevalente fu proprio la morte di consunzione dei propri compagni e lo sgombero delle baracche dai corpi senza vita (p.127; 132).

Dopo la liberazione fu necessario “gestire” la fame (come ricordava Hanna Kugler “non è che avevamo fame, noi eravamo la fame”, p.133), anche per non andare incontro alla “morte per cibo”. La liberazione dei campi dell’Europa dell’est, d’altro canto,non significò la fine delle violenze, infatti mentre le deportate furono vittime delle violenze dei soldati sovietici, altri internati ebrei furono forzati a seguire l’avanzata dell’Armata Rossa nel cuore del Reich svolgendo servizi logistici ed ausiliari (pp. 144-151).

Alla fine delle ostilità ebbe inizio il rimpatrio che –come racconta Primo Levi ne “La tregua”–, si rivelò un percorso avventuroso e travagliato nell’Europa devastata dal conflitto (p.153). Uno dei tratti caratteristici di queste odissee, sottolinea l’autrice,fu la “solidarietà profonda”, l’amicizia, la responsabilità e protezione reciproca che si instaurò tra i reduci,indice dell’avvio del processo di “riappropriazione della propria umanità offesa nei lager” (pp. 159-160).

Nondimeno il viaggio di ritorno assunse anche la dimensione di “viaggio interiore”,una transizione affrontata con l’angoscia (o la speranza) di poter incontrare ancora qualche parente; si trattava di una momentanea parentesi tra due guerre “quella che stava terminando e quella che i sopravvissuti avrebbero dovuto combattere per continuare a vivere” (p. 178). Attraverso le testimonianze dei deportati vengono ricostruite le diverse fasi che segnarono il recupero della propria individualità.

La stessa condizione di libertà non fu interiorizzata immediatamente, ma fu “appresa”: molto spesso coincise con il ripristino delle funzioni organiche, il rifiorire della femminilità dopo le privazioni patite nei campi.Dopo questa fase, i deportati ripresero–come affermava Pietro Terracina –a “comportarsi” e a “pensare” come uomini ed intrattenere nuove relazioni sociali (pp. 184-185).

Più difficile fu invece ritrovare un equilibrio interiore:l’animalesco istinto di sopravvivenza indotto dalla vita nei campi furon presto sostituito da solitudine, incertezza, fragilità, angoscia per la mancanza di punti di riferimento familiari (pp. 192-193).

Appare infine particolarmente toccante il dramma psicologico ed esistenziale della presa d’atto del divario tra quelle che erano le aspirazioni di libertà, di giustizia e di umanità –cullate in prigionia –e la società italiana, estranea alle sofferenze e incapace di comprendere i bisogni dei sopravvissuti; a queste ferite “morali”, espresse attraverso narrazioni “spezzate”,si univa la condizione di “perpetua” deportazione, segnata da incubi notturni, solitudine, senso di colpa, incapacità di comunicare l’esperienza vissuta.

In questo contesto, la dimensione del racconto fu subito negata: nessuno voleva ascoltare le loro vicende e i deportati stessi preferirono tacere spiacevoli verità pur di non spegnere la fiammella della speranza nelle famiglie degli altri deportati che ancora attendevano il ritorno dei propri cari. La ricostruzione di questi dettagli, condotta con sensibilità e attenzione, appare uno degli aspetti che rendono questo studio non solo un utile strumento di conoscenza, ma anche una sorta di doveroso risarcimento morale. –

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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