In attesa della “Giornata della Memoria” 2020 – La RSI e la soluzione finale


La RSI e la soluzione finale 

Dopo 1’8 settembre 1943, quando il re fuggì al sud per consegnarsi agli anglo-americani, l’esercito cedette le armi quasi senza combattere e la Wehrmacht occupò l’Italia, gli ebrei si sentirono come un topo in trappola. Se la fuga del monarca e lo sfaldamento dell’esercito erano una tragedia per il popolo italiano, abbandonato alla vendetta nazista, per gli ebrei era molto di più. Era l’inizio della fine perché nessuno avrebbe potuto impedire agli invasori di applicare la legislazione razziale nazista.

La “soluzione finale” attendeva tutti gli ebrei, compresi i discriminati, gli arianizzati, quelli sposati con ariani e i battezzati. Il piano per la deportazione era pronto da tempo, così com’erano pronti gli Einsatzgruppen e gli Einsatzkommando, i reparti speciali che avrebbero dovuto attuarlo. Dall’Olanda, dove aveva diretto la deportazione dell’intera comunità ebraica, era arrivato il colonnello Wilhelm Harster, il nuovo capo dello SD per l’Italia, la polizia di sicurezza delle SS.

Lo Judenreferent — com’era chiamato il responsabile dell’operazione — era il capitano Theodor Dannecker che dipendeva direttamente da Adolf Eichmann. Fu questo ufficiale che organizzò la “soluzione finale” degli ebrei italiani, anche se ufficialmente era opera dei responsabili regionali dello SD di Harster.

La prima operazione antiebraica avvenne a Roma perché così aveva deciso Hitler, anche se il maggiore Herbert Kappler l’aveva sconsigliata. Il 26 settembre impose alla comunità romana la consegna di cinquanta chili d’oro, il 28 e 29 fece requisire la cassa e gli archivi della sinagoga e l’11 ottobre saccheggiò la biblioteca.

Nelle prime ore del 16 le SS circondarono l’antico ghetto e sorpresero nel sonno centinaia di ebrei. Altri furono catturati in varie parti della città in quello e nei giorni seguenti. Sempre il 16 ottobre circa duecento ebrei furono rastrellati a Milano.

In seguito non si ebbero altre retate, salvo qualche sporadico arresto e alcune isolate uccisioni in alta Italia. Due i motivi della pausa: l’incapacità di Dannecker di coordinare le operazioni e le rimostranze del governo fascista della RSI (Repubblica sociale italiana). A quella data Mussolini non aveva ancora deciso cosa fare degli ebrei, nonostante le pressioni di Hitler, il quale era sollecitato da Preziosi. Il fanatico razzista si era rifugiato in Germania e dalla radio di Monaco di Baviera e dai giornali rivolgeva continui appelli al dittatore tedesco e a quello italiano perché venisse attuata anche in Italia la “soluzione finale”.

I fascisti presero una decisione il 17 novembre 1943 quando, all’assemblea costituente di Verona, fu approvato il Manifesto programmatico della cosiddetta repubblichina di Salò.

L’articolo 7 recitava:

“Gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri.

Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica”.

Il testo era stato redatto da Mussolini, Nicola Bombacci e Alessandro Pavolini.

Questa gravissima decisione venne in seguito giustificata come un male minore per gli ebrei, perché l’intenzione di Mussolini sarebbe stata quella di rinchiuderli in campo di concentramento e rinviare ogni decisione alla fine della guerra.

Silvio Bertoldi ha scritto che Buffarini Guidi, il ministro degli interni di Salò, era arrivato a quella conclusione perché “in primo luogo, i campi di concentramento provinciali disposti dai prefetti sono il male minore rispetto alle persecuzioni dei tedeschi; in secondo luogo consentono di guadagnare tempo proprio nei confronti dei tedeschi, facendo credere loro che si stia lavorando per affrontare il problema (e poi non lo si risolverà mai); in terzo luogo, concentrando gli ebrei in mani italiane si avrà modo di sottrarli alle deportazioni”.

La stessa tesi è sostenuta da Glauco Buffarini Guidi, figlio di Guido. A suo parere, l’operato del padre mirava a “evitare che gli ebrei potessero essere rastrellati dai tedeschi, che operavano

nel territorio della Repubblica come in zona di operazioni belliche, e comunque per poter trovare modo di rimandare la definitiva soluzione del problema ebraico dopo la cessazione delle ostilità”.

Ammesso e non concesso che Mussolini e Buffarini Guidi agissero in buona fede, bisogna riconoscere che furono almeno ingenui. La concentrazione degli ebrei nei campi di internamento era esattamente quello che i tedeschi desideravano perché era il modo più facile per prelevarli e deportarli nei lager.

Sarebbe stato molto più difficile — anche se disponevano degli elenchi della polizia italiana — ricercarli uno per uno nelle rispettive abitazioni e deportarli.

Che i tedeschi volessero gli ebrei per eliminarli fisicamente, sia Mussolini che Buffarini Guidi lo sapevano ufficialmente dal 3 febbraio 1943 quando l’ambasciatore in Germania Dino Alfieri aveva inviato un rapporto molto preciso. Scrisse che nel novembre 1939 cominciarono le deportazioni di alcune migliaia di ebrei tedeschi verso la Polonia e che “Già esse non diedero più notizie”. Un anno dopo furono deportati “150.000 ebrei dal protettorato di Boemia e Moravia (la Cecoslovacchia), 65.000 dalla Marca Orientale (l’Austria), 30.000 dalle nuove province annesse di Posen e della Prussia occidentale e 240.000 dal vecchio territorio del Reich”.

Alfieri aggiunse che erano stati spogliati di tutto e che “madri vennero separate dai figli e spose dai mariti”, che furono sistemati in campi di concentramento vigilati da SS “prelevati dai noti campi di concentramento di Buchenwald e Dachau” e che “Anche questa volta e così pure in seguito più non giunse alcuna notizia degli evacuati”. E proseguiva: “Sulla sorte a essi riserbata, come su quella cui sono andati e vanno incontro gli ebrei polacchi, russi, olandesi e anche francesi, non possono nutrirsi molti dubbi”. Seguivano descrizioni di “esecuzioni in massa”, “di ebrei russi buttati vivi nelle fiamme” e di “esecuzioni con la mitragliatrice di donne e bambini ignudi allineati sull’orlo della fossa comune.”

Mussolini e Buffarmi Guidi, che conoscevano queste cose, così come sapevano di essere prigionieri dell’esercito tedesco e quindi privi di ogni possibilità decisionale, non potevano illudersi che la strada migliore per salvare gli ebrei fosse quella di internarli.

L’1 dicembre 1943 — come logica conseguenza del Manifesto di Verona — Buffarmi Guidi inviò questo ordine ai prefetti:

“1° Tutti gli ebrei, anche se discriminati, a qualunque nazionalità appartengano, e comunque residenti nel territorio nazionale debbono essere inviati in appositi campi di concentramento. Tutti i loro beni, mobili ed immobili, debbono essere sottoposti ad immediato sequestro, in attesa di essere confiscati nell’interesse della Repubblica Sociale Italiana, la quale li destinerà a beneficio degli indigenti sinistrati dalle incursioni aeree nemiche.

2° Tutti coloro che, nati da matrimonio misto, ebbero, in applicazione delle leggi razziali italiane vigenti, il riconoscimento di appartenenza alla razza ariana, devono essere sottoposti a speciale vigilanza degli organi di polizia.

Siano per intanto concentrati gli ebrei in campi di concentramento provinciali in attesa di essere riuniti in campi di concentramento speciali appositamente attrezzati”.

Il 10 dicembre Buffarini Guidi ordinò di arrestare gli ebrei — sia pure con qualche eccezione per i vecchi e gli ammalati, oltre che per i discriminati e gli arianizzati — e di sistemarli in caserme e scuole in attesa che fosse pronto il campo di concentramento di Fossoli di Carpi, in provincia di Modena, già usato per i prigionieri alleati. La caccia agli ebrei scattò immediatamente sulla base delle liste aggiornate nel censimento dell’anno precedente, anche se erano pochi quelli rimasti in casa ad attendere l’arrivo dei tedeschi Dopo le razzie di Roma e Milano e quella di Ancona — dove ogni ebreo era stato costretto a pagare 300 mila lire — moltissimi israeliti erano entrati in clandestinità. Gli arresti furono effettuati dalle forze di polizia e dai carabinieri, mentre i tedeschi si fecero vedere poco in giro.

Era però Dannecker che, dietro le quinte, dirigeva le operazioni e spronava il governo di Salò. Richiamato in patria il 3 dicembre, per avere nuove istruzioni, non riuscì a risolvere il problema ebraico, per cui Eichmann lo sostituì il 31 gennaio 1944 con il capitano F.R. Bosshammer. Il nuovo Judenreferent dimostrò di essere l’uomo giusto al posto giusto. Forte dell’esperienza del suo predecessore, riuscì a coordinare le operazioni della polizia, a vincere le resistenze del governo fascista e a concentrare gli ebrei in pochi campi, in particolare Fossoli, Verona e Bolzano, per deportarli infine nei lager della Germania.

Una volta eliminati fisicamente gli ebrei catturati — anche se gli arresti si protrassero per mesi — il governo di Salò avviò la seconda parte dell’operazione, che poi era la più importante.

Il 4 gennaio emise un decreto per sequestrare i loro beni mobili e immobili. Con successivi decreti del 2 marzo e 14 maggio requisì le opere d’arte e le tenute agricole. Da un rapporto preparato per Mussolini, risulta che a tutto il 31 dicembre 1944 lo stato aveva incamerato un miliardo e 900 milioni dalla vendita dei beni degli ebrei e che l’Egeli aveva fatto 5768 pratiche di requisizione, salite a circa ottomila prima della Liberazione.

Anche se oramai non aveva più nulla da fare, perché non vi erano più ebrei, salvo quelli che si battevano nelle file della Resistenza o che si erano messi nella clandestinità, il 14 aprile 1944 Giovanni Preziosi venne nominato responsabile della Direzione generale per la demografia e la razza. Pochi giorni prima della Liberazione riuscì a fare approvare un decreto, l’ultimo, per la requisizione dei beni di proprietà delle comunità israelite.

“Con tali provvedimenti”, ha scritto Guido Fubini, riferendosi all’intera legislazione razziale, “gli ebrei venivano sottoposti ad una condizione peggiore di quella dei cittadini dei Paesi dichiaratamente in guerra con l’Italia, protetti dalle norme di diritto internazionale, e per i quali la legge italiana di guerra prevedeva di regola non la confisca ma il solo sequestro dei beni: agli ebrei veniva infatti negato non solo il diritto di avere ma anche il diritto di essere. I provvedimenti della repubblica sociale italiana toglievano loro anche la tutela giuridica del diritto alla vita. Non si ravvisano precedenti né nel diritto romano pre e post-giustinianeo, né nel diritto comune”.

Gli ebrei italiani tornarono a essere cittadini uguali ai gentili il 10 luglio 1943 quando il governo militare alleato, insediato in Sicilia, abolì la legislazione razziale. Un analogo provvedimento fu adottato dal governo italiano il 20 gennaio 1944.

 

Fonte: Nazario Sauro Onofri – Ebrei e fascismo a Bologna – Editrice Grafica Lavino

Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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