In attesa della “Giornata della Memoria” 2020 I fascisti consegnano gli ebrei ai nazisti


Mentre gli ebrei si immergevano nel vasto e per loro sconosciuto mondo contadino, alla ricerca disperata di una ipotetica, ma possibile salvezza, a Bologna il comandante dello SD — il maggiore Fehmers — non aveva perso tempo. In attesa dell’ordine per iniziare la caccia agli ebrei, aveva messo a punto la macchina infernale della “soluzione finale” con la collaborazione dei dirigenti del fascio, dei prefetti e del questore, mentre è difficile valutare quella del podestà, anche se il comune fornì almeno una lista di ebrei, come vedremo.

Tra le poche carte della prefettura che abbiamo potuto consultare — mentre quelle della questura sono ancora inaccessibili — esistono alcuni documenti significativi. Il primo è l’elenco nominativo fatto dalla polizia nel 1942 e tenuto aggiornato sino agli ultimi giorni della guerra. Le ultime annotazioni scritte a mano riguardano il battesimo e la morte di Olga Diena il 3 ottobre 1944 e la morte di Giuseppina Fano il 17 novembre 1944. Questo elenco fu sicuramente consegnato ai tedeschi i quali se ne servirono per dare la caccia agli ebrei anche se furono quasi sempre usati i carabinieri e i poliziotti.

Due mesi dopo la Liberazione, il 26 giugno, il questore Mario Jantaffi — un funzionario di carriera che aveva sostituito Romolo Trauzzi, il questore nominato dagli organi della Resistenza — inviò una relazione al prefetto Gianguido Borghese per fare il punto della situazione. Tra le altre cose, scrisse che nel febbraio 1944 il questore Tebaldi aveva passato alle SS tedesche l’elenco degli “ebrei di nazionalità germanica” residenti a Bologna. Di questi — era allegato un elenco nominativo con trenta nomi — “nessuna altra traccia esiste in questi atti circa la loro sorte”. Quanto agli ebrei bolognesi o italiani scrisse che “nessuna traccia esiste in questi atti”.

A quella data, quindi, in questura non esisteva più alcuna documentazione sugli ebrei, a meno che non fosse stata occultata per difendere qualche personaggio della polizia. A questo proposito va detto che poco prima della Liberazione nel cortile dello stabile che ospita sia la prefettura che la questura, furono bruciati quintali di documenti. Il rogo arse un paio di giorni. Le carte mancanti sono finite nel rogo? La risposta si potrà avere quando saranno tutte accessibili. Infine, tra i documenti trovati vi è un elenco nominativo di ebrei che il comune compilò il 29 marzo 1945 su richiesta della prefettura. Nella prima pagina si legge:

“Elenco degli Ebrei residenti nel Comune di Bologna ai sensi della richiesta prefettizia 15.1.1945 — Div. A.E. Prot. N. 287 15/3/1”.

Comprendeva 839 nomi — con le generalità — di ebrei residenti, anche se alcuni erano emigrati da tempo. Non siamo riusciti ad accertare perché negli ultimi giorni del conflitto la prefettura abbia chiesto quell’elenco, perché il comune l’abbia compilato né se sia stato passato ai tedeschi.

Quello che è certo è che gli ebrei vennero sorvegliati dalla polizia sino alla fine del conflitto. Come non bastasse, va detto che l’apparato burocratico incaricato di controllare la comunità proseguì imperterrito la propria attività, quasi fosse all’oscuro delle decisioni politiche prese dal governo.

Tre le carte dell’archivio della Comunità bolognese abbiamo trovato un documento che, a dir poco, è sconcertante. In data 7 novembre 1943 — il giorno in cui a Bologna venne scatenata la caccia agli ebrei — il commissario della comunità inviò una lettera agli ebrei bolognesi per sollecitare il pagamento dei contributi per il 1944 e comunicare che entro breve tempo sarebbero state pubblicate le liste con le cifre dell’imponibile.

La firma è illegibile per cui non è possibile stabilire se la lettera fu spedita dal commissario Terenzi. Due sono le spiegazioni che si possono dare di questo documento. La prima è che il commissario fosse in buonafede e che abbia scritto la lettera solo per adempiere a un obbligo burocratico. Ma, in questo caso, bisogna dire — chiunque fosse — che era quantomeno ingenuo e incapace di valutare la situazione politica nuova. L’altra è che si trattasse di un’esca per indurre gli ebrei a presentarsi per essere arrestati.

Ma vediamo cosa avvenne a Bologna negli ultimi mesi del 1943. In ottobre furono affissi manifesti che invitavano gli ebrei a presentarsi in questura per essere avviati al servizio di lavoro. Di questo fatto, riferito da alcuni ebrei, non abbiamo trovato conferma. Tra il 7 e il 12 novembre si ebbe la prima retata da parte delle SS, andata parzialmente a vuoto, nonostante avessero l’elenco della polizia.

I pochi ebrei catturati — pare una ventina — non passarono dalle carceri di S. Giovanni in Monte, ma vennero trattenuti nelle sedi delle SS. Il 9 fu ucciso Moisé Alberto Rossi di 71 anno e venne catturata la moglie Itala Resignani di 69. A causa dell’età e confidando nel battesimo ricevuto, erano rimasti nella loro abitazione in via Cappuccini, oggi via Putti. Quando videro le SS entrare nel parco di casa, tentarono invano la fuga. Lui venne abbattuto a colpi di mitra e lei catturata e mandata a morire in un lager.

Gli ebrei arrestati furono caricati sul treno giunto da Roma il 9 e diretto ad Auschwitz. Quando si mosse dalla stazione il 10 e 11 novembre aveva a bordo circa 400 ebrei. Secondo Giuliana Donati — che ha esaminato le liste degli arrivi di quel lager — vi erano sicuramente 17 ebrei bolognesi e 68 toscani. Degli altri si ignora l’identità.

Ai primi di dicembre, quando arrivò l’ordine di Buffarmi Guidi di arrestare gli ebrei per avviarli ai campi di concentramento, polizia e carabinieri — in base all’elenco del 1942 — visitarono tutte le abitazioni. Dai rapporti fatti — e conservati tra le carte della prefettura — risulta che furono trovate quasi tutte vuote, per cui non si ebbero arresti. In seguito poliziotti e carabinieri dissero che avevano invitato a fuggire i pochi ebrei trovati.

Vero o no che fosse questo particolare — ma pare che in alcuni casi sia andata così — in quei giorni si ebbero più arresti che nella retata precedente. La famiglia di Nissim Matathia, ad esempio, fu presa al completo. Furono prima portati a S. Giovanni in Monte e poi consegnati alle SS per essere deportati nei lager. Le abitazioni vennero sigillate e in seguito assegnate alle famiglie dei militi fascisti o ai sinistrati, con l’uso dei mobili, della biancheria e di quant’altro vi si trovava. “il Resto del Carlino”, diretto da Giorgio Pini, approvò la decisione del governo di arrestare gli ebrei. “Siamo da tempo nettamente convinti che gli ebrei”, scrisse un anonimo editorialista, “per loro stessa definizione di popolo superiore agli spregevoli ariani e di popolo senza patria in qualunque paese si

trovino i suoi membri, sono istintivamente nemici del paese che li ospita, perché legati fra loro da interessi di carattere internazionale” […] “Perciò gli ebrei sono elementi pericolosi sia nel loro campo economico che in quello politico, culturale e morale”.

“Tutte le storture dell’arte cosiddetta moderna”, proseguiva la nota, “sono un prodotto del malefico genio ebraico, tutte le crisi e le guerre, le sciagure e le stragi che si sono riversate sul mondo, specie negli ultimi anni, hanno origine dalla malefica influenza ebraica. Da tempo urgeva ripulire l’Italia dai giudei che la insidano anche come centro della romanità e del cattolicesimo”.

Dopo averli accusati di aver “fatto la loro riapparizione con rinnovati propositi di vendetta” all’indomani della caduta del regime, il giornale auspicò un provvedimento definitivo, a differenza

degli anni passati quando “si erano fatte le cose solo a metà, mentre quando si comincia bisogna sempre andare risolutamente a fondo, altrimenti è meglio non cominciare”.

Qualche giorno dopo il giornale dedicò un nuovo editoriale anonimo agli ebrei per accusarli di tutto il male avvenuto in Italia negli ultimi anni. “Padroni del commercio”, scrisse, senza trovare ridicola una simile argomentazione, “sabotarono la produzione bellica, provocarono lo scisma fra Esercito e Milizia, fra Partito e Nazione. Diffusero le più sinistre notizie sulla Germania creando nel popolo la convinzione che vi fosse una sola via di scampo: il distacco dalla Germania”.

Dopo aver scaricato sugli ebrei e sulla massoneria la responsabilità dei rovesci militari, così concluse riferendosi all’articolo 7 del Manifesto di Verona:

“La legislazione italiana inquadra così definitivamente questo importantissimo e vitale problema:

finirla con gli equivoci: e sarà annientato un nemico interno che fu la grande sciagura che ha colpito la nostra terra ed ha potuto più della forza esterna.”

Mentre “il Resto del Carlino”, qualche giorno dopo, tornò sul problema ebraico — per illustrare il decreto prefettizio che requisiva le proprietà israelite, oltre che per esortare gli ariani a non pagare i debiti contratti con gli ebrei — il quotidiano cattolico preferì ignorare l’argomento. Alla campagna antisemita non mancò la voce del rinato “L’Assalto”, ma con note di carattere generale e senza riferimento alla situazione bolognese.

L’ordine di Buffarini Guidi coincise con il ritorno in Italia di Dannecker al quale erano state date tassative disposizioni per la deportazione degli ebrei. La decisione della RSI di arrestarli fu quindi contemporanea a quella nazista di attuare la “soluzione finale”, anche se non vi era identità di vedute tra le SS e il governo fantoccio di Salò.

A parere di Buffarini Guidi non dovevano essere arrestati i vecchi, gli ammalati, i discriminati e i “misti”. Al contrario, i tedeschi li volevano tutti. Tra le due parti non si riuscì a trovare un accordo nel corso di una riunione tenutasi a Bologna il 10 dicembre con l’intervento di funzionari del governo di Salò e di ufficiali tedeschi. Pur non rinunciando alla “soluzione finale”, i tedeschi decisero di adottare il sistema del carciofo: una foglia alla volta.

Il 20 dicembre il responsabile dello SD di Bologna, maggiore Fehmers, inviò questa lettera al questore: “Con riferimento al nostro colloquio del 10 dicembre 1943, chiedo la consegna degli

ebrei arrestati in conformità del decreto italiano (quello del 1 dicembre, nda) nei seguenti casi:

1) Ebrei puri sposati con ebrei. In questi casi l’intera famiglia deve essere arrestata e consegnata a me, senza riguardo per l’età o le condizioni di salute;

2) Ebrei puri con cittadinanza di stati nemici debbono essere anch’essi consegnati a me;

3) Secondo la legge tedesca si definisce ebreo colui che abbia almeno tre nonni di pura razza ebraica o che, essendo misto (mezzo ebreo), professi religione ebraica; inoltre vanno arrestate e consegnate anche quelle persone ebree che in base alle leggi italiane finora vigenti sono discriminate o ritenute ariane.

Chiedo che gli ebrei arrestati in ottemperanza a queste disposizioni mi siano consegnati il primo e il quindici di ogni mese. L’evacuazione delle persone arrestate sarà eseguita dal mio ufficio, in accordo con l’ufficio del Comando Generale della Polizia di sicurezza e del SD in Italia, sede di Verona”.

Avendo gli italiani consegnato solo ebrei puri, ma sani, i tedeschi tornarono alla carica per cui il 22 gennaio il capo della polizia di Salò ordinò ai questori di consegnare i discriminati. A fine gennaio, dopo il richiamo in Germania di Dannecker, il nuovo Judenreferent Bosshammer chiese gli ammalati e i vecchi.

Non essendo riuscito a farseli consegnare, in marzo Fehmers ordinò al questore di Bologna di sottoporre gli ebrei ammalati a “rigorosi esami per stabilire se è possibile trasferirli a Fossoli”.

Il 4 aprile al questore Tebaldi giunse un ordine di Bosshammer.

“Tutti gli ebrei accertati”, diceva, “che non siano sposati con un’ariana, cioè non vivano in matrimonio misto, vanno trasferiti al campo di concentramento di Fossoli di Carpi senza nessuna considerazione all’appartenenza di Stato, età e condizione di salute”.

Bosshammer aveva escluso i “misti” dopo un incontro avvenuto in marzo a Gragnano con Preziosi, ma solo per prendere tempo. Infatti, nella direttiva inviata ai questori si legge al punto otto: “Gli ebrei puri sposati con ariani devono essere posti sotto la più stretta sorveglianza. Se vi è il ben che minimo sospetto che essi siano coinvolti in attività politiche e criminali, debbono essere arrestati immediatamente”. Era la premessa per l’ordine che darà in maggio di arrestare i “misti”.

Fonte: Nazario Sauro Onofri – Ebrei e fascismo a Bologna – Editrice Grafica Lavino

Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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