In attesa della “Giornata della Memoria” 2020 – La caccia agli ebrei


Gli ebrei bolognesi non erano rimasti nelle loro case ad attendere l’arrivo delle SS. Salvo alcune persone anziane o ammalate e poche altre che fidavano nel battesimo ricevuto, la fuga era stata generale. Pochi furono quelli presi nel loro letto, mentre la maggior parte degli arresti avvenne casualmente o a seguito di delazioni.

Degli 864 ebrei che vivevano a Bologna al momento dell’armistizio — molti dei quali essendo stranieri o di altre città non appartenevano alla Comunità israelitica — circa il dieci per cento perse la vita a seguito delle persecuzioni naziste. Un elenco esatto non fu fatto subito dopo Liberazione — anche se ne furono fatti troppi, ma uno diverso dall’altro — e non è facile farlo oggi.

Un primo elenco — comprendente 92 morti — fu pubblicato nel numero 7 del 26 novembre 1945 su “La voce del popolo”, un settimanale diretto dai fratelli ebrei Secondo Lino e Ugo Hanau. Comprendeva vari nomi, anche di non bolognesi, assemblati non si sa come. Altri elenchi furono fatti dalla prefettura e dalla Comunità israelitica. I primi si trovano tra le carte dell’archivio di stato bolognese e gli altri nella sede della Comunità. Un altro elenco fu fatto nel 1968, quando il governo tedesco corrispose un indennizzo ai familiari delle persone decedute nei lager.

Tra i vari elenchi, quello che resta ed è considerato il solo vero è quello inciso nella lapide di marmo murata all’esterno della sinagoga in via Finzi. Solo che dalla lapide sono stati esclusi gli ebrei non bolognesi anche se catturati a Bologna — ma alcuni, pur non essendo bolognesi vi figurano — e quelli battezzati o arianizzati.

Non è assolutamente nostra intenzione interferire nella disputa che nel dopoguerra ha tormentato la vita della Comunità, quando si è cercato di accertare chi era ancora ebreo e chi non lo era più per abiura, per arianizzazione o per semplice dissociazione scritta. Pur non volendo riaprire questa piaga mai sanata completamente, tuttavia abbiamo voluto accertare il numero esatto degli ebrei o ex ebrei catturati a Bologna e morti successivamente.

Il risultato è stato di 108 morti nei lager — dai quali solo quattro sono tornati vivi — e di 6 deceduti per varie cause. In totale 114. Della tragica vicenda della “nazione ebrea” bolognese non possiamo riferire tutte le vicende perché troppo numerose e perché alcune persone non gradiscono essere ricordate. Riferiamo quindi alcuni casi personali o di famiglie, scelti tra quelli più significativi, anche se si tratta di storie quasi tutte uguali nelle quali cambiano solo i nomi.

A tutti gli ebrei era comune la decisione di resistere — anche se alcuni, stanchi di fuggire, si consegnarono volontariamente — perché pienamente consapevoli del destino che li attendeva se si fossero arresi. L’alternativa era tra la vita e la morte. Vie di mezzo non esistevano. Per questo erano spiritualmente pronti, più che rassegnati, a morire, anche se avrebbero lottato all’estremo per vivere.

La morte, ha scritto Sandra Basilea, viveva con noi ed “eravamo pronti a riceverla. Purché venisse lei subito e non si facesse precedere dal passo pesante di qualche soldato delle SS. La morte non ci importava. Ma la cattura ci terrorizzava. E così, gradatamente, cominciavamo a dire addio alla vita mentre disperatamente l’amavamo.” Giorno dopo giorno, per lunghi venti mesi, quella terribile agonia fiaccò più di uno spirito. Ha scritto la Basilea: “Una mia sorella, Eleonora, non ne può più. ‘Ma non sarebbe meglio andarsi a costituire? Ci metteranno in un campo di concentramento e sarà finita’. Era disperata e senza forze più.”  Per sua fortuna fu dissuasa, resistette e vide il giorno della Liberazione.

Tragica fu la sorte di Alfredo Dalla Volta, della moglie Marta Finzi e dei figli Anna e Paolo. Sacerdoti ha scritto che “Il padre andava tutti i giorni all’ufficio. Colleghi zelanti andarono a bloccarlo in casa perché non potesse fuggire. I repubblichini trovarono così tutta la famiglia riunita”. Furono portati a Fossoli e poi in Germania. Durante una breve sosta a Verona riuscirono — non si sa bene come, perché erano chiusi in un carro bestiame — a spedire una cartolina postale all’amico Agenore Costa, con la data del 7 dicembre 1943. Diceva: “Carissimi siamo in viaggio per terre lontane pieni di fiducia e con l’animo a voi rivolto. Speriamo Dio ci assista e di riabbracciarci un giorno. Ricordateci come noi vi ricordiamo”. Non tornarono più.

Fidando nel battesimo — ma il sacramento non è registrato nell’elenco della polizia — il medico Attalo Muggia non si era nascosto e aveva continuato a lavorare a Villa Bianca, la sua casa di cura. Fu prelevato dalle SS nel marzo 1944 e di lui non si seppe più nulla.

Facile preda dei nazifascisti furono le sorelle Augusta, Giuseppina e Ida Diena di 73, 77 e 79 anni. Giunte a Bologna da Modena nel 1940, avevano preso alloggio in un appartamento in affitto, distrutto da un bombardamento aereo alla fine del 1943. Prive di mezzi e ammalate, vennero ricoverate in ospedale dove i fascisti le prelevarono il 14 maggio 1944. Consegnate alle SS, andarono a Fossoli e vi restarono sino al 26 giugno quando furono deportate ad Auschwitz. Anche loro non tornarono.

Perché stanchi di fuggire, oltre che privi di mezzi, ai carabinieri di Savigno, un comune dell’Appennino bolognese, si consegnarono Adelaide Di Segni e i figli Alberta, Aureliano, Davide, Jack, Raimondo e Sergio Calò, tra i 25 e gli otto anni. Nel verbale dei carabinieri si legge che la donna e i figli si erano presentati spontaneamente “dichiarando che desideravano regolare la loro posizione razziale perché vivevano in uno stato miserando e impossibile per la loro esistenza.” I carabinieri li consegnarono ai fascisti e da questi furono passati alle SS. Finirono i loro giorni ad Auschwitz.

L’avvocato Alessandro Bassani di 80 anni e la moglie Edvige Levi di 72 sopraffatti dal continuo timore di essere catturati e stanchi di nascondersi decisero di suicidarsi. Alcuni conoscenti li dissuasero. Nel dopoguerra Bassani scrisse che “data la nostra avanzata età e malfermi di salute e data la stagione rigida, ad evitare ulteriori tormenti, decidemmo di sopprimerci, prima di essere deportati”.

Nelle mani dei tedeschi — ma a causa di una delazione — caddero il rabbino di Bologna Alberto Orvieto e la moglie Margherita Cantoni. A quasi ottant’anni, dopo averne spesi una quarantina al servizio della Comunità israelitica, il rabbino si era rifugiato a Firenze. Catturato nel dicembre 1943, andò con la moglie incontro al suo Dio ad Auschwitz.

A Firenze furono catturati anche Guido Sonino di 74 anni e la moglie Emma Castelfranco. Pure loro conclusero i loro giorni ad Auschwitz. In questo lager finirono anche i coniugi Zevolum Goldstaub e Pasqua Basevi. Dopo essersi divisi dai numerosi figli, si erano rifugiati a Mantova, dove Goldstaub era nato un’ottantina di anni prima. Poi, spinti da un inconsapevole desiderio di maggiore sicurezza, erano tornati a Bologna dove avevano vissuto i migliori anni della loro vita. “Stai tranquillo, siamo a casa”, scrissero, appena tornati a Bologna, al figlio Loris che si era trasferito a Roma. E in casa furono presi.

Non pochi ebrei, soprattutto gli anziani, cercarono salvezza negli ospedali, anche se, come abbiamo visto, i tedeschi pretendevano continue visite fiscali. Il 17 marzo Herbert Bieber, il capo della Gestapo bolognese, scrisse al questore: “all’ospedale di S. Orsola di Bologna giornalmente si presentano cittadini di ‘razza ebraica’ i quali, accusando ipotetiche malattie vogliono consulti medici per sottrarsi ad eventuali arresti e traduzioni in campo di concentramento.”

Impossibile dire quanti si salvarono e quanti furono invece catturati proprio nelle corsie degli ospedali. La signora Fanny Todesco di 94 anni venne prelevata da un letto d’ospedale, perché gravemente malata, e mandata a morire in un lager. Al contrario, la signora Vera Treves, dopo avere subito un’appendicectomia a Villa Sabaudia, vi venne trattenuta con vari pretesti e si salvò.

Giuseppe Levi, un anziano ebreo semiparalizzato, venne strappato dal letto e gettato su un camion dai fascisti. Una donna ariana, che da anni conviveva con lui, si mise a urlare e a chiedere soccorso. Accorsero alcuni inquilini dello stabile dove abitavano e i fascisti, cedendo alle proteste, riconsegnarono l’anziano infermo. Morì pochi mesi dopo la Liberazione.

Altri ebrei salvarono la vita grazie all’opera dei sanitari che li trasferivano continuamente da un’ospedale all’altro. Il 29 marzo 1945 — poco meno di un mese prima della Liberazione — la direzione dell’Ospedale Maggiore informò la prefettura che 13 anziane donne ebree erano state trasferite alla sezione ospedaliera “A. Righi”. Nulla si sa della loro sorte, ma è significativo che della cosa si parlasse apertamente in lettere ufficiali.

Molto probabilmente a quella data avevano già lasciato Bologna i reparti speciali dello SD e la Wehrmacht non aveva alcun interesse per gli ebrei. Ma vi è un altro aspetto della situazione che deve essere valutato anche se — in mancanza di una completa documentazione — non è ancora possibile esprimere un giudizio completo sull’operato delle autorità fasciste bolognesi.

Negli ultimi tempi dell’effimera repubblichetta di Salò — in particolare dall’inizio del 1945 in poi — molti funzionari statali aiutarono ebrei e partigiani forse per senso umanitario, certamente per precostituirsi benemerenze in previsione dell’ormai prossima resa dei conti. Ma non tutti si comportarono in quel modo. Numerosissimi furono i bolognesi che sin dall’inizio si prodigarono generosamente per salvare gli ebrei. Nella relazione che la Comunità israelitica bolognese inviò il 12 marzo 1948 al Comitato ricerche deportati ebrei di Roma, un caldo ringraziamento è rivolto ai chimici Gherardo Forni e Filippo Neri per l’aiuto dato agli ebrei ricoverati negli ospedali e salvati.

Non ci fu clinica o ospedale che non ospitasse un ebreo. Pare che una donna ebrea sia stata ospitata sino alla Liberazione nella clinica del prof. Saivioli. Anche le parrocchie e gli istituti religiosi rappresentarono un sicuro rifugio per gli ebrei. Padre Olindo Marella ne ospitò numerosi nelle case della sua Opera sparse nei vari centri della provincia.

Per la sua opera a favore degli ebrei, l’11 marzo 1944 fu arrestato Odoardo Focherini, il consigliere delegato della società editrice “L’Avvenire d’Italia”. Venne deportato in un lager in Germania dove morì presumibilmente nel dicembre 1944. Nel 1955 l’UCII ha conferito una medaglia alla sua memoria.

Difficile se non impossibile ricordare tutti gli episodi di spontanea solidarietà popolare. emblematico quello di Riola di Vergato dove l’intera comunità si mobilitò per salvare le numerose famiglie ebree che vi si erano recate casualmente, una all’insaputa dell’altra. Erano quelle del pellicciaio Emanuele Coen, del commerciante di tessuti Alfredo De Paz, di Giorgio Formiggini, di Bianca Colbi e del medico Nino Samaja, anche se pare che ve ne fossero altre.

Subito dopo l’8 settembre 1943 un gruppo di cittadini — tra i quali Amieto Branchini, Ulisse e Sergio Cati, Mario Cesarmi, Frumenzio Chiappelli detto Dante e il figlio Oscar, Dorando e Deodosio Donati, Fiorino e Natalino Medici, Giorgio Puccetti, Ermanno Raimondi, Corrado Scandellari e Nildo Violi — si adoperò per salvare le famiglie ebree. Alcune furono ospitate in abitazioni private sino alla Liberazione e altre accompagnate in Svizzera. Si salvarono tutte, mentre alcuni generosi che si erano prodigati pagarono con dure persecuzioni il nobile gesto.

Un caso analogo avvenne a Cotignola, un comune della bassa ravennate, dove erano finite casualmente, una all’insaputa delle altre, numerose famiglie ebree bolognesi. Anche qui tutte si salvarono grazie all’opera generosa della popolazione coordinata da Mario Zanzi e da un giovane ufficiale, Francesco De Lorenzo, che diverrà in seguito comandante del corpo dei carabinieri.

Gli ebrei bolognesi che parteciparono alla lotta di liberazione non furono molto numerosi, se rapportati in percentuale a quelli di Roma, Milano e Torino. Mario Jacchia è certamente la figura più importante. Con Masia fu uno dei massimi dirigenti del Partito d’azione e delle brigate Giustizia e libertà. Per qualche tempo rappresentò il partito nel CLN. Quando ebbe il comando delle forze partigiane nella zona nord della regione si trasferì a Parma. Qui il 3 agosto 1944 venne arrestato dai fascisti e consegnato allo SD. Non si sa quando, dove e come sia morto. Gli è stata conferita la medaglia d’oro alla memoria.

 

Mario Finzi continuò a dirigere la Delasem anche dopo l’inizio della Resistenza, nonostante fosse molto noto in città. Militò in una brigata Giustizia e libertà e venne arrestato dai fascisti il 3 marzo 1944, subito dopo aver fatto ricoverare un bambino ebreo in una casa di cura. Consegnato allo SD, finì i suoi giorni ad Auschwitz dove fu visto per l’ultima volta nell’ottobre 1944.

Franco Cesana, nato nel 1931, è stato uno dei più giovani partigiani. Colpito da una raffica tedesca, cadde il 14 settembre 1944 a Gombola di Polinago sull’Appennino modenese. Ha avuto la medaglia di bronzo.

Isacco Hakim, che prese parte alla lotta di liberazione in Romagna, cadde a Ponte Ruffio di Cesena il 18 agosto 1944. A Firenze, dove si era trasferita da tempo, ha preso parte alla lotta di liberazione ed è stata uccisa Anna Maria Enriques Agnoletti. Le è stata conferita la medaglia d’oro alla memoria.

Presero parte alla lotta di liberazione Emanuele Calò nella 7a brigata Modena della divisione Armando; Cesare e Vittorio Carpi nella 7a brigata Modena; Lelio Cesana nella brigata Scarabelli della divisione Modena; Bianca Colbi nella brigata Giustizia e libertà di montagna; Marino Finzi nella 62a brigata Camicie rosse Garibaldi; Walter Lenghi nella la brigata Irma Bandiera; Mario Levi comandante della 7a brigata Modena; Giulio Supino in una brigata Giustizia e libertà di Firenze ed Edoardo Volterra in una brigata Giustizia e libertà a Roma.

Eugenio Heiman ha preso parte alla lotta di liberazione in Abruzzo, ma non ha chiesto il riconoscimento partigiano. Enzo Enriques Agnoletti è stato uno dei massimi dirigenti della lotta di liberazione in Toscana75. Il bolognese Giovanni Enriques, un ingegnere che lavorava alla Olivetti di Ivrea, prese parte alla Resistenza in Piemonte. Vittorio Abolaffio, residente a Voghera, ma sfollato a Porretta Terme, combattè nelle fila della brigata Matteotti di montagna. Il padre Guido, catturato dai fascisti a Porretta Terme, ha concluso la sua esistenza in un lager.

Secondo un nostro calcolo, sono 114 gli ebrei bolognesi morti nei campi di sterminio o combattendo contro i nazifascisti, anche se solo 84 erano in piena comunione con la loro fede religiosa. In questa cifra non rientrano, perché non tutti noti, gli ebrei non bolognesi, se non addirittura stranieri catturati a Bologna e mandati a morire nei lager.

La nostra è una contabilità puramente matematica e non vogliamo interferire nel delicatissimo rapporto tra la Comunità israelitica bolognese e gli ex ebrei o quelli che non sono più considerati tali. È un problema che non ci riguarda, anche se riteniamo che molti di questi avrebbero continuato a vivere da ebrei e sarebbero morti in pace con il loro Dio se le circostanze della vita non li avessero costretti — in un momento di estremo pericolo — ad abbandonare i valori più cari nei quali credevano.

Fonte: Nazario Sauro Onofri – Ebrei e fascismo a Bologna – Editrice Grafica Lavino

Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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