In attesa della “Giornata della Memoria 2020”. Un giorno


Tratto dal libro: “Finchè avrò voce” di Armando Gasiani. Libro dove Gasiani racconta la sua vita e l’internamento a Mauthausen.

Biografia: Armando Gasiani, «Bolero», da Giuseppe e Rita Degli Esposti; nato il 23 gennaio 1927 a Castello di Serravalle. Nel 1943 residente ad Anzola Emilia. Licenza elementare. Colono.


Militò nel battaglione Artioli della 63a brigata Bolero Garibaldi e operò ad Anzola Emilia. Il 5 dicembre 1944 insieme con il fratello Serafino e con centinaia di persone venne rastrellato dai tedeschi a Amola (San Giovanni in Persiceto) e rinchiuso nella chiesa «trasformata in luogo di tortura».
Trasferito nel teatro di San Giovanni in Persiceto, venne condotto poi nella caserma di via Borgolocchi (Bologna). Dopo essere stato interrogato e torturato, fu rinchiuso nel carcere di San Giovanni in Monte (Bologna).
Il 23 dicembre 1944 prelevato, fu deportato nel campo di concentramento di Bolzano e dall’1 gennaio 1945 in quello di Mauthausen (Austria) dove rimase fino al 6 maggio 1945.

UN GIORNO

Ore 4,30

Al suono metallico di una campanella, seguito da un grido: “Schnell-schnell!” (presto, presto) cominciava una giornata di sofferenze, lunga diciotto ore.

Avevo dormito coperto solo dalla mia divisa a righe, su un letto di legno e paglia, con il terrore di non svegliarmi più.

Durante la notte avevo tenuto gli zoccoli stretti fra le mie braccia, per paura che me li rubassero. Erano sporchi, pesanti e mi facevano venire le piaghe ai piedi, ma fuori c’era la neve e io non avevo altro da mettermi.

Adagio mi rigiravo da testa a piedi e ascoltavo il respiro degli uomini al mio fianco: non si sa mai che fossero morti!

Non potevo stare tutto il giorno con il pensiero che alla sera mi sarei ritrovato con altri sconosciuti.

Infine strisciando uscivo da quella tana, mi tiravo su, sistemavo un po’ la divisa e mi mettevo in mezzo al corridoio, assieme agli altri, in fila per due.

Da quella posizione vedevo bene i prigionieri che stavano ancora scendendo dal secondo e terzo piano dei letti a castello. Tremando, li seguivo con lo sguardo nei loro faticosi movimenti. Sapevo che quella lentezza poteva diventare un motivo sufficiente per venire picchiati dai kapò.

Senza perdere altro tempo ci facevano l’appello e ci distribuivano da mangiare: un mestolo di surrogato di caffè e una fetta di pane nero.

Era tutto disgustoso ma bevevo e mangiavo, gustando ogni boccata, come se fosse l’ultima.

Anzi stavo molto attento a non farmi cadere il pane perché quando mi era successo, un prigioniero lo aveva raccolto prima di me per tenerselo.

Non potei lasciarglielo, avevo una fame da piangere e mentre gli chiedevo di ridarmelo, mi vide il kapò. Mi ordinò di uscire dalle righe, urlò poche e incomprensibili parole, poi prese il manganello e cominciò a colpirmi.

Sembrava che la mia schiena prendesse fuoco, ma strinsi i denti e non gli diedi la soddisfazione di un lamento.

Ad ogni colpo sentivo il mormorio dei prigionieri che li contavano. Sembrava quasi una preghiera e nei loro occhi vedevo tanta pietà ed amarezza. Per il kapò invece ero stato solo un’interruzione fastidiosa nel suo lavoro quotidiano.

Uscivamo dalla baracca e velocemente andavamo a lavarci in un piccolo locale, poi subito nel piazzale, per metterci questa volta in fila per cinque. Eravamo in centinaia e centinaia di uomini inermi e silenziosi.

Spesso, mentre aspettavamo l’ordine di partire, folate di vento gelido attraversavano il campo avvolgendoci in una stretta mortale. Vedevamo allora i più deboli stramazzare al suolo, sulla neve, senza fare rumore e senza un alito di voce.

Avvicinarsi era troppo pericoloso e, nostro malgrado, dovevamo far finta di niente.

Ore 6

A piedi raggiungevamo una stazione ferroviaria, distante circa mezzo chilometro.

Lungo il percorso, sempre allineati in fila per cinque, osservavo l’abilità con la quale i prigionieri mettevano nei posti di mezzo gli uomini ormai in fin di vita, per sostenerli durante il tragitto e per sottrarli alle bastonate delle S.S. perché andavano piano.

Giunti sul posto, comandati da un fischio, salivamo sul treno per una larga scala a pioli.

Facevamo molta fatica e così le S.S. per accelerare il ritmo, ci bastonavano sulle spalle.

Chi ce la faceva, saliva, altrimenti rimaneva a terra schiacciato, invocando un aiuto che nessuno poteva dargli, per non essere travolto egli stesso.

Dopo un breve tragitto scendevamo con lo stesso trattamento che avevamo avuto per salire e proseguivamo per una strada di campagna, per circa un’altra mezz’ora. Camminavamo nel fango e nella neve con i piedi fasciati di stracci.

Ad ogni passo gli zoccoli diventavano così pesanti che dovevamo tirare per non perderli.

In poco tempo mi erano venute le piaghe ai piedi e le gambe gonfie ma solo quando non riuscii più a infilare gli zoccoli decisi di presentarmi in Revier.

Senza visitarmi, mi diedero tre giorni di riposo ma mi resi subito conto che era peggio che andare in officina perché ai prigionieri in malattia assegnavano, secondo loro, lavori “leggeri”, come andare a raccogliere cadaveri sparsi per il campo.

Con una stretta al cuore, eseguii gli ordini. Per prima cosa dovevo denudarli, per recuperare i vestiti, poi metterli su un carretto e con un altro prigioniero, trasportali fino al forno crematorio, dove venivano presi in consegna dagli addetti al lavoro più crudele del campo, il Sonderkommando.

Inoltre in tragiche occasioni come queste dovevamo stare molto attenti per l’eventuale ritrovamento di qualche nostro conoscente. Non si riconoscevano dai lineamenti, troppo magri e sfigurati, ma dal numero di matricola che portavano al braccio e che confrontavamo con il nostro.

E fu così che mi parve di riconoscere fra quei corpi martoriati l’amico Riccardo Reggiani.

Eravamo partiti insieme da Bologna e l’avevo visto vivo per l’ultima volta a Mauthausen.

Quel giorno ero con un altro italiano, Carlo Manzi, ed insieme l’accompagnammo nel suo ultimo viaggio.

Ore 8

Le Officine dove lavoravamo erano state attrezzate in gallerie sotto la collina ed entrarvi voleva dire trovare almeno un po’ di calore. Ci mettevamo seduti davanti a lunghi banchi,

divisi a tratti da spazi che erano occupati da kapò addetti alla sorveglianza, mentre gli ordini per il nostro lavoro li ricevevamo da un ingegnere civile austriaco.

Fra tutti gli addetti al campo, fu l’unico a mostrarci qualche segno di solidarietà e lo fece soprattutto quando ci confermò che i bombardamenti che avevamo sentito sopra le nostre teste erano delle “‘Forze alleate”.

Un ragazzo russo che capiva il tedesco, ci tradusse le sue parole, aiutandosi anche con gesti delle mani. Fu un atto di grande coraggio, perché era rigorosamente proibito parlare fra noi.

Provammo un senso di sollievo e, forse per la prima volta, in quel luogo dove imperavano solo dolore e tristezza, un debole sorriso affiorò sulle nostre labbra. Il kapò si insospettì e venne a scrutare da vicino i nostri volti ma noi riuscimmo a nascondere bene quel nuovo sentimento di speranza, continuando il nostro lavoro a testa bassa.

Eravamo organizzati come in una vera e propria catena di montaggio: usavamo degli stampi per modellare dei tubi, tagliavamo le sbavature e poi li passavamo ai saldatori.

Guai commettere errori o fermarsi perché questo veniva inteso come sabotaggio e quindi punibile con l’impiccagione.

Quando accadeva, il cadavere rimaneva appeso per tutto il giorno davanti ai nostri occhi, perché ci fosse di monito e soprattutto per ricordarci sempre e comunque che il nostro futuro era la morte.

Ore 12

Suonava la campanella per la pausa del rancio.

In fila, con le gamelle in mano, andavamo a prendere un po’ di zuppa calda. Era cattiva, acida e non si capiva di cosa fosse fatta. La mangiavamo tutta, raschiando il fondo, con la voracità degli affamati. Forse ci avrebbe fatto venire mal di pancia, ma a quel punto non ci interessava più niente.

Appena finito quel misero pasto, passavamo le nostre gamelle a quelli che stavano ancora aspettando, dato che non ce n ‘erano abbastanza per tutti.

Nel breve tempo che ci rimaneva ancora a disposizione, sempre in silenzio, ci mettevamo seduti vicini, a piccoli gruppi, schiena contro schiena per scaldarci, oppure chiedevamo al kapò di poter andare in ritirata.

Non sempre la risposta era affermativa e allora, se avevamo la dissenteria, diventavano guai grossi. Era impossibile resistere e dopo un po’ ce la facevamo addosso. Scoperti in quelle condizioni, venivamo immediatamente puniti a calci e manganellate.

Se mi capitava di avere questa malattia, mi rivolgevo di nascosto ad un prigioniero che lavorava fuori dalla galleria, per avere del carbone vegetale. Mi sentivo meglio subito, ma quanto mi costava! Lo pagavo infatti con la razione di due giorni di pane.

Ore 16

Erano passate molte ore da quando avevo lasciato la baracca e a volte, senza volere, per la stanchezza mi appoggiavo sul banco, sperando di non essere visto dal kapò. Fu in una circostanza come questa che mi salvai la vita, per la fraterna solidarietà di un russo e di un polacco. Appena videro il kapò avvicinarsi, i miei amici tentarono di svegliarmi colpendomi ai fianchi, poi, ormai troppo tardi, lo implorarono di lasciarmi stare, facendogli credere che fossi già mezzo morto. Lo sentivo urlare con rabbia: “Tu, Italien, tu Badoglio” e qualcos’altro. Non sapevo cosa fare perché comunque la punizione presto o tardi sarebbe arrivata.

Quando, raramente, venivamo distaccati dal lavoro per andare a prendere del materiale fuori dalla galleria, avevo sempre l’impressione che quegli aguzzini scegliessero fra i più deboli, indifferentemente dal fatto che avessero il triangolo rosso o la stella gialla. Anzi chiamavano anche quei prigionieri che per il loro tragico stato venivano chiamati “Muselmann”, ombre di uomini, con lo sguardo di chi aveva ormai, involontariamente, rinunciato alla vita.

Eravamo tutti così stremati che a stento riuscivamo a stare in piedi e, con quei pesi, dopo pochi passi ci dovevamo fermare per cambiare mano. Sapevamo di metterci molto tempo ma non avevamo alternativa. Con voce odiosa il kapò cominciava ad incitarci, gridando i nostri numeri (io per lui ero il 115.523), colpendo a destra e a manca fin quando qualcuno non rimaneva a terra privo di sensi.

Ore 18

Una sirena dava il segnale di fine lavoro e sempre sotto una tempesta di botte per farci andare più in fretta, uscivamo dalla galleria.

Rifacevamo lo stesso percorso del mattino ma portando sulle spalle i morti e gli impiccati della giornata.

Risalivamo sul treno e come sempre, se nel frattempo qualcuno moriva, il cadavere rimaneva a terra e l’avremmo raccolto il giorno dopo.

Era un treno carico di vivi e di morti, ma eravamo tutti comunque “morti viventi”.

Arrivati al campo, di nuovo circondati dal filo spinato, finiva per tutti ogni speranza di fuga.

Passavamo davanti al comando e salutavamo S.S. e Kapò, scoprendo il capo. Per risposta ricevevamo spesso derisioni ed offese.

Guardavo il fumo ininterrotto uscire dalla torretta del crematorio e pensavo con tristezza a loro, cari compagni, dei quali non rimaneva più nulla. La violenza e la brutalità nazista avevano per sempre cancellato la loro vita, mentre la mia e quella di tanti altri la tenevano sospesa.

Chissà, forse domani, anch’io li avrei raggiunti.

Ore 19

Radunati nel piazzale più grande, iniziava un lungo ed estenuante appello, ripetuto anche più volte, fin quando al kapò non tornava il numero dei prigionieri.

Infine entravamo nelle baracche (la mia era la 19) dove, ancora infila, dovevamo aspettare il rancio. Era uguale a quello del mezzogiorno ed avveniva con il solito scambio di gamelle.

Buttavo giù quell’acqua sporca pensando che forse sarebbe stata l’ultima offesa che avrei subito e con rabbia ripensavo alla mia giornata.

Avevo appena intravisto la luce del sole prima di entrare in galleria e quando ne ero uscito era già buio; avevo lavorato tutto il giorno, ricevuto offese in silenzio e adesso, loro mi “sfamavano” come se fossi una bestia.

Mi stendevo sul pagliericcio con una gran voglia di piangere, ma non potevo fare a meno di seguire con il pensiero gli uomini che aiutavano i più deboli a salire sui piani alti dei letti a castello. C’era ancora chi era capace di gesti di umanità, senza più temere le grida e le frustate dei kapò. Esistevano ancora il coraggio e la bontà, pensavo, e finalmente mi abbandonavo ad un pianto liberatorio.

Ore 22

Suonava la campana del silenzio e da quel momento non si doveva più sentire neanche una mosca volare. Ma il silenzio totale era impossibile fra quelle centinaia di uomini.

Per dolore o disperazione c’era sempre qualcuno che piangeva o delirava. Speravo che i vicini riuscissero a farlo smettere, perché tutti sapevamo che per i kapò, la notte era il momento ideale per esprimere al massimo la loro crudeltà. Vederli picchiare era diventato un fatto tragicamente “normale”, ma assistere alle torture no. Eppure se accadeva, non potevamo sottrarci.

Erano in tre la notte in cui presero un prigioniero. Con pugni e calci lo fecero stendere su uno sgabello, appoggiato di schiena.

Lo tennero fermo, uno per i piedi, l’altro per la testa mentre un terzo, travolto da furia disumana, lo picchiava con il manganello sulla pancia. Si fermò solo per un momento mentre gli altri due lo buttarono a terra per poi finirlo, spaccandogli il cranio a calci.

Immobile, senza respiro, guardavo per vedere cosa facevano gli altri. Erano tutti come me pietrificati e non ebbero alcuna reazione.

Poi al comando del kapò, quel che restava di un uomo, fu portato fuori dalla baracca.

L’effetto di averci tolto ancora una volta la speranza di sopravvivere, l’avevano raggiunto e loro lo sapevano.

Ma non era ancora finita. Durante la notte capitava di dover uscire per andare dove c’era una fossa biologica, sistemata alla meglio con una tavola per traverso. Dovevamo stare sempre in allerta, perché se in quel momento passava la ronda, arrivandoci di spalle, ci poteva buttare giù con una spinta e purtroppo molti prigionieri finirono in quel tragico modo.

Quando ero molto agitato, per addormentarmi, provavo a sognare ad occhi aperti.

Naturalmente il sogno più frequente era quello di uscire dal campo, andare a prendere Serafino e poi insieme tornare a casa; oppure quando i crampi della fame mi facevano stare male, mangiare un bel piatto di minestra nella mia cucina.

Eppure, se il sonno talvolta dava tregua alle sofferenze, il risveglio era sempre mortificante, perché tutto ricominciava come il giorno prima: stesso odore di morte, stessa fame e stesso urlo di belve che grignavano: “Schnell, schnell, ” con il manganello in mano, già pronti a colpire.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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