Giuseppe Betti (Nome di battaglia Ridô)


Nasce il 25 agosto 1927 a Lugo (RA). Partecipa ad uno sciopero operaio nel 1943 facendo azioni di propaganda. Milita come capo squadra nella 36a brigata Bianconcini Garibaldi, viene arrestato il 14 marzo 1945 ed incarcerato nella Rocca di Imola. Torturato a lungo. Continue reading “Giuseppe Betti (Nome di battaglia Ridô)”

Bartolomeo Dal Pozzo (Nome di battaglia Romeo)


Nasce il 26 aprile 1914 a Mordano. Dopo l’ 8 settembre 1943,abbandonato il servizio militare, rientra a Imola dove si mette in contatto con gli antifascisti. Il 4 ottobre 1943, arrestato dalle brigate nere, venne rinchiuso nel carcere di S. Giovanni in Monte (Bologna) fino al 9 dicembre 1943. Continue reading “Bartolomeo Dal Pozzo (Nome di battaglia Romeo)”

Luigia Loreti (Nome di battaglia Gigina) Staffetta


Nasce il 15 aprile 1913 a Imola. Nata in una famiglia antifascista, da bambina è testimone della violenza squadristica. Viene sospesa da scuola per aver rifiutato il saluto romano alla bandiera. Anche se non ancora appartenente a nessuna organizzazione democratica dopo lʼ8 settembre 1943 aiuta i giovani disertori. Insieme con i suoi fratelli Domenico Renzo e Giuseppe Ugo, Rino Ruscello e Anselmo Salieri partecipa al recupero di armi e munizioni. Continue reading “Luigia Loreti (Nome di battaglia Gigina) Staffetta”

Nella Cricca i ricordi di una staffetta


Nasce il 5 marzo 1906 a Imola. Insieme alla sorella Andreina ha partecipato alla Resistenza come staffetta nel battaglione Rocco Marabini della brigata SAP Imola.

I suoi ricordi

L’8 settembre del 1943 iniziai, insieme a mia sorella Andreina, l’attività antifascista.

La prima attività consistette nel dare indumenti borghesi ai nostri soldati che non volevano più combattere per i tedeschi. Così travestiti potevano raggiungere le loro case, o salire la montagna per iniziare la guerriglia. Eravamo comandate da Primo Ravanelli e Claudio Montevecchi e la nostra casa in via Molino Vecchio 21, a Imola, era uno dei centri di distribuzione della stampa antifascista.

Per difendere il materiale da eventuali perquisizioni avevamo costruito un sottopassaggio a destra della nostra casa: vi si accedeva per mezzo della nostra cantina, e si sbucava in mezzo alla strada. All’inizio eravamo portaordini, facevamo da collegamento e curavamo pure la distribuzione della stampa. Nella cantina avevamo costruito un piccolo pozzo, chiuso da una botola, aprendo la quale si vedeva soltanto carbone, ma togliendone uno strato di appena venti centimetri, appariva il materiale di propaganda. Lo portavamo via in grandi sporte cercando di mascherarlo con verdura, frutta, o coperte, a seconda dei casi.

Si giunse così al bombardamento che colpì Imola il 13 maggio 1944. Mi ricordo che era una bella giornata di sole. Vi fu l’allarme due ore prima, ma non vi demmo eccessiva importanza poiché credevamo che fosse una delle solite prove d’allarme. Anziché metterci in luogo riparato preferimmo rifugiarci in una piccola e debole costruzione che era una specie di pollaio e lì restammo finché non cominciarono a cadere le bombe. Siccome eravamo vicini alla ferrovia, quello fu uno dei punti più colpiti. Al cadere delle prime bombe, solo con lo spostamento d’aria il tetto della casupola si sfasciò e ci crollò adosso. Otto bombe caddero tutt’intorno, in un raggio di una cinquantina di metri. Due di esse caddero su mucchi di letame. Io ero costretta a vedere tutto essendo saltata la porticina.

Finito che ebbero si uscì all’aperto e ai nostri occhi si presentò un paesaggio con alberi privi di foglie, i vetri delle finestre non esistevano più, pure la strada davanti a casa mia era sparita, sconquassata da una buca enorme vicino alla quale giaceva un uomo calvo, col cranio spaccato; più in là un altro ferito, più in là altri ancora; tutto intorno una polvere densa copriva ogni cosa. Ci mettemmo a soccorrere i feriti e fu un compito veramente duro poiché erano moltissimi.

Avevamo il compito di conquistare alla nostra causa le persone che si supponeva parteggiassero per noi; ed inoltre di raccogliere più fondi possibile. Un solo passo falso avrebbe significato ben gravi conseguenze. Claudio Montevecchi era stato individuato e fu costretto ad andarsene. Nel frattempo ci eravamo stabiliti a villa Serraglio e di lì prendemmo contatto con Ezio Serantoni per poter continuare la nostra opera.

La notte del 13 settembre 1944, Lino Balbi e altri due partigiani vennero catturati nella loro abitazione da una squadra di fascisti; furono portati presso un ponte sul Santerno, furono fatti voltare con la faccia all’acqua. Mentre spararono la raffica che colpì gli altri due, Lino ebbe la presenza di spirito di buttarsi in acqua.

Gli spararono di nuovo e lo colpirono di striscio, ad una tempia e ad un piede, poi i fascisti se ne andarono avendolo creduto morto. Ma Lino uscì dall’acqua, prese una bicicletta, riuscì a passare indisturbato al posto di guardia tedesco di Porta dei Servi ed a giungere senza difficoltà al rifugio vicino a casa nostra. Qui io gli prestai le prime cure. Poi gli venne la febbre e fu necessario trasportarlo a casa mia dove ebbe le cure di un medico fidato che ci aveva procurato Serantoni. Infinite volte, quando si temeva il pericolo di una perquisizione, Balbi veniva trasportato con materasso e accessori nel vicino rifugio.

Nelle vicinanze di casa nostra, il 16 ottobre 1944 avvenne un combattimento nel quale venne ferito ad un piede Dario Negrini detto Bianchini, di Conselice.

Lo nascondemmo in un fosso e così potè sfuggire ai rastrellamenti che si susseguirono dopo il combattimento, resistendo in quella posizione al freddo, alla fame e al dolore della ferita per ben tre giorni e due notti. Quando finalmente si potè andarlo a cercare, lo trovammo ancora vivo con la ferita al piede che pullulava di vermi, in uno stato di semi incoscienza. Venne ricoverato d’urgenza all’ospedale di Imola, sotto falso nome, col permesso del prof. Sandrini, dopo averlo trasportato di nascosto sotto dei fusti di nafta. Io ebbi cura di andarlo a trovare tutti i giorni in ospedale per portargli cibo e notizie della famiglia.

Per ordine del Comitato di liberazione si ritornò a Imola e precisamente nell’asilo comunale, sotto la direzione di Serantoni che in quel periodo stava in casa di Nello Nonni. Noi avevamo il compito di tenere i contatti principalmente con Sasso Morelli e l’Osteriola. Portavamo la posta nascosta sotto la fodera; veniva infilata in una piccola scucitura in alto e fatta scivolare fino in fondo al bordo. In questa maniera si sfuggiva più facilmente ad una eventuale perquisizione.

Il 12 gennaio 1945, alle 20, cioè dopo il coprifuoco, io e mia sorella Andreina andammo a prendere Serantoni in casa di Nonni per nasconderlo nell’asilo. Di fronte all’asilo vi era il garage e un deposito di armi dei fascisti, mentre nel parco dell’asilo stavano accampati dei soldati tedeschi. Con infinita cautela giungemmo fino al canale che costeggia l’asilo e, senza intoppi, arrivammo al cancello principale.

Strisciando al riparo di un muricciolo, puntammo alla porticina salvatrice.

Ricordo che si sentivano le chiacchiere delle sentinelle tedesche nel buio della notte.

Serantoni venne rinchiuso in una camera nella quale egli restò, senza mai uscirne, per cinque giorni. Io e mia sorella gli portavamo il cibo e sgombravamo i rifiuti. I tedeschi passavano continuamente davanti alla sua porta, con nostra grande ansia perché Serantoni aveva una tosse piuttosto rumorosa, anzi piuttosto pericolosa.

La mattina presto del 18 gennaio, Serantoni partì lungo il Corecchio. Io facevo da staffetta. Passato Sasso Morelli egli mi lasciò per ignota destinazione, dandomi ordine di andare da Afflitti, all’Osteriola. Qui giunta, Afflitti mi disse di tornare immediatamente ad Imola ed avvertire Domenico Rivalta che la persona con la quale egli aveva appuntamento era una spia ed aveva già fatto il suo nome. Tornai con la maggior velocità che mi permetteva la mia bicicletta senza gomme, perché, purtroppo, così bisognava girare altrimenti i tedeschi le portavano via. Riferii la cosa alla sua fidanzata Lea e verso le quattro del giorno stesso Domenico venne da me per dirmi che dovevo andare da Primo Ravanelli e prendere delle armi per portarle a casa di Nonni ed io gli ripetei la raccomandazione di Afflitti: al che mi rispose: “Avevo appuntamento con lui alle nove in via Selice. Ho aspettato fino a mezzogiorno e non si è visto. È strano, perché è sempre puntuale”. Io gli dissi che non era venuto perché fingeva di essere stato arrestato ed era infatti rinchiuso in Rocca e raccoglieva informazioni fra i detenuti per conto dei fascisti.

Domenico non mi credette. Era molto che lavoravo con lui (mi sembra che si chiamasse Bianco) e avevo in lui una illimitata fiducia. Purtroppo la sera stessa i fascisti andarono a casa sua a prenderlo e dopo lunghe torture lo uccisero nel pozzo Becca, alla vigilia della liberazione. Io e mia sorella eseguimmo il suo ultimo ordine. Andammo, dopo il coprifuoco, a prendere le armi da Primo Ravanelli, le mettemmo dentro a delle sporte, ricoprendole con della lana. Durante il tragitto incontrammo diversi soldati tedeschi i quali, per nostra fortuna, non ci notarono.

Portammo le armi a casa di Nonni e la mattina seguente vi fu una perquisizione dalle quattro fino a mezzogiorno. Essi ben sapevano che lì vi erano radunati i vari capi i quali, ammucchiandosi in soffitta, carichi di armi, non furono disturbati, o per negligenza o per paura, dai fascisti. Dopo mezzogiorno se ne andarono e così potemmo andare a prendere Serantoni per portarlo di nuovo all’asilo. Qui restò pochi giorni poi partì per la campagna. A Imola fece ritorno solo poco prima della liberazione.

Mia sorella Andreina fu costretta ad andarsene perché ricercata dalle brigate nere. È da notare la commovente abnegazione di Enrica Vespignani, detta Richina, vecchia di 72 anni, che tutti i giorni, con la scusa di avere le scarpe rotte da accomodare, poiché mio marito faceva il calzolaio, veniva a portare messaggi che io provvedevo a far giungere a destinazione. Ero rimasta sola a portare gli ordini e la mia attività si intensificò. Durante uno di questi viaggi, ed esattamente il 15 marzo 1945, nel pomeriggio, mi dirigevo a Sasso Morelli presso un certo Walter, quando, lungo la strada, incontrai due tedeschi con un cane alsaziano. Al mio apparire colui che teneva il guinzaglio liberò il cane che si avventò su di me, mi afferrò per il cappotto lacerandolo e obbligandomi a scendere di sella. Avevo della posta infilata tra la fodera e per mia fortuna i due tedeschi erano troppo occupati a smascellarsi dal ridere per osservare l’espressione di terrore che vi era nel mio viso.

Quando si furono divertiti abbastanza richiamarono il cane e mi lasciarono andare tranquilla.

Amedeo Ruggi (Nome di battaglia Meo)


Nasce il 24 dicembre 1920 a Imola. Presta servizio militare in fanteria a Roma e in Sicilia dall’1 febbraio 1941 all’8 settembre 1943, con il grado di sottotenente. Nell’estate 1944 entra a far parte della 36a brigata Bianconcini Garibaldi e viene aggregato alla compagnia di Carlo Nicoli con funzione di capo di Stato Maggiore di battaglione. Continue reading “Amedeo Ruggi (Nome di battaglia Meo)”

Ermes Argentini (detta Gianna nome di battaglia Edera)


Nasce il 3 ottobre 1921 a Imola. Viene incaricata dal Comitato di Liberazione Nazionale di Imola di preparare un giornaletto per orientare tanti che ancora non lo erano, ossia gli sbandati, gli indecisi, quelli che “non sapevano che pesci pigliare”, quelli insomma che pur non essendo fascisti non erano neppure coi partigiani». Continue reading “Ermes Argentini (detta Gianna nome di battaglia Edera)”

DEMAGOGIA DEGLI ASSERVITI AI TEDESCHI E FERMEZZA OPERAIA


La lotta partigiana non si svolgeva solo in montagna o nelle città con le armi, si svolgeva anche nelle fabbriche impedendo che i macchinari venissero smontati e trasferiti in Germania per l’industria tedesca.  La Comune nel suo numero del 31 luglio 1944 riporta una corrispondenza proveniente da una fabbrica imolese. Continue reading “DEMAGOGIA DEGLI ASSERVITI AI TEDESCHI E FERMEZZA OPERAIA”