Luigia Maria Badiali – Staffetta


Nasce lʼ11 maggio 1910 a Medicina. Insieme al fratello Sandro entra nella clandestinità con funzioni di staffetta fra il centro bolognese del Partito Comunista Italiano e le basi partigiane. Continua a leggere “Luigia Maria Badiali – Staffetta”

Nella Baroncini


Nasce il 26 agosto 1925 a Bologna. Collabora nella 7.a Brigata GAP Gianni Garibaldi nel febbraio 1944 è arrestata, incarcerata e successivamente deportata per motivi politici in Germania assieme a tutta la famiglia: il padre, la madre, le sorelle Iole e Lina. Continua a leggere “Nella Baroncini”

12 luglio 1944 Fossoli


Nel campo di concentramento di Fossoli, vicino a Carpi (MO) vengono fucilati dai tedeschi 68 partigiani. Nei ricordi di Maria Scarani il racconto dell’eccidio e la sua storia di deportata politica nei campi di sterminio tedeschi.

Tutta la mia famiglia ha sempre lavorato per la Resistenza fin dall’inizio. Mio marito Luigi, era in contatto col comando partigiano di Bologna, mio figlio Carlo andò subito partigiano in montagna ed io collaboravo con mio marito e con i miei cugini, Agostino e Ottavio Pietrobuoni, che erano dirigenti della Resistenza nella zona del Persicetano e che moriranno da eroi poco prima della liberazione.

Io fui arrestata dai fascisti il 10 aprile 1944, nella mia casa di Crevalcore: in quella occasione riuscii a trattenere i fascisti quel tanto che era necessario perché mio marito fuggisse dalla finestra. Fui portata in caserma a Crevalcore, dove fui interrogata. Ma io non dissi niente e allora mi portarono nel campo di concentramento di Fossoli, dove restai per circa cinque mesi.

Ero in una baracca di donne ed avevo il permesso per andare a lavorare in cucina. Un giorno del luglio 1944 vedemmo arrivare nel campo un gruppo di circa 250 fra partigiani e soldati che ci dissero essere in gran parte milanesi. Vedemmo che li chiamavano all’appello, poi notammo che li privarono di ogni cosa che avevano addosso e alle due di notte sentimmo delle grida strazianti nel campo: si salutavano, si abbracciavano, consapevoli com’erano che stavano per essere uccisi.

La mattina del 12 luglio li portarono nei pressi di Carpi, dove avevano scavato una grande fossa, ne uccisero 68 e poi buttarono i corpi dentro e li ricoprirono di calce viva. I partigiani si erano duramente battuti fino all’ultimo graffiando e mordendo e me ne accorsi quando i tedeschi vennero in cucina per mangiare e vidi che avevano le mani sanguinanti
e anche le loro vanghe e tridenti erano macchiati di sangue: poi sapemmo che i morti furono 68 e due soli erano riusciti miracolosamente a salvarsi, fuggendo davanti al plotone di esecuzione.
Da Fossoli mi portarono poi nel campo di concentramento di Gries, presso Bolzano. A Gries, alcune donne avevano tentato di fuggire, ma otto di esse erano state uccise dai tedeschi. Ogni giorno facevano delle eliminazioni: ricordo che una notte uccisero dieci uomini perché avevano trovato un cane dei tedeschi morto.

Ricordo ancora che un gruppo di una trentina fra americani, russi, olandesi, francesi, polacchi, iugoslavi che erano stati rastrellati furono portati su una torretta e fucilati; fra essi era un giovane dell’aristocrazia olandese che ebbe sempre un atteggiamento fiero e coraggioso. Gli uomini li costringevano a fare il bagno in acqua bollente e poi li facevano uscire nudi nella neve.

Una notte vedemmo partire dal campo dei carri bestiame pieni di deportati: stavano portandoli sulla torretta per la fucilazione e noi l’avevamo capito. Buttavano dei ricordi per loro familiari, delle lettere, dei biglietti: noi raccogliemmo tutto.

Uno di essi cantò la canzone « Mamma » e noi piangemmo e pregammo disperate.
Nella notte li uccisero tutti e all’alba i carri tornarono vuoti, tutti macchiati di sangue.
A Bolzano mi incontrai con mio marito. Parlai con lui davanti al plotone di esecuzione. Piangemmo come due disperati. Non ci vedemmo più. Mio marito fu ucciso nel campo di Gusen, presso Mauthausen e dopo orribili torture, gli fu iniettata la puntura della morte nella vena aorta e poi fu cremato.

Un giorno i tedeschi ci avviarono alla stazione di Bolzano e ci caricarono su carri bestiame al fondo dei quali v’era uno strato di cemento. Nel mio carro eravamo in quaranta. Il capo stazione di Bolzano fu costretto a caricare nel carro anche suo figlio. Fu una scena straziante: i nazisti non volevano nemmeno che piangesse.

Arrivai a Ravensbruck, il lager femminile, il 10 ottobre 1944: il campo era già pieno di donne di ogni paese. Tutt’attorno al campo c’era un reticolato di ferro dove facevano passare la corrente ad alta tensione. Il mio numero era 87.000.

Tutti i giorni al lavoro, dopo circa quattro ore di pena, ogni mattina, dalle due e mezzo alle sei per l’appello. Per vitto avevamo un bicchiere di acqua nera e due patate e, a volte, un brodo di rapa.
Gli ultimi tre mesi ci diedero appena qualche briciola di pane. A volte non c’era niente e piangevamo dalla disperazione. Ho vissuto alcuni giorni con qualche chicco di sale e un po’ d’erba che trovavo nei fossi. Ogni martedì e venerdì ci portavano all’infcrmeria del campo e qualcuna fu torturata con un ferro rovente negli organi genitali, per «sterilizzarla». Gli orrori non finivano mai.

Una gelida giornata d’inverno i nazisti fecero uscire tutti i bimbi dalle baracche, strappandoli alle madri e li incolonnarono verso i forni crematori dicendo che li portavano alla doccia. I bimbi si tenevano per le manine e andavano avanti in una lunga colonna, sotto gli occhi delle madri disperate. Una madre polacca andò col suo bimbo fino alla camera a gas per morire con tutti i bambini nei forni crematori.

Dopo ventiquattro giorni di quell’inferno fui trasferita in un campo vicino a Berlino, dove c’erano anche molte fabbriche. Io lavoravo in fabbrica e c’era con noi anche un ingegnere partigiano che ci insegnava a sabotare la produzione bellica.
Il 23 marzo ci fecero evacuare il campo verso Zarkin, 250 chilometri oltre Berlino: prima di partire, i tedeschi uccisero le donne ebree. Camminavamo giorno e notte, coi piedi sanguinanti, senza cibo e cercavamo delle erbe nei campi. I morti ai margini si ammucchiavano e noi andavamo avanti senza capire più niente.
Fino a quando non ci incontrammo con i soldati russi e ricominciammo a vivere quando più non lo speravamo.

Giovanna Pregni


Nata a Crevalcore nel 1917. Deportata politica nel Lager di Ravensbruck (1944-1945).

Il 18 giugno 1944 i tedeschi mi arrestarono nella mia casa, a Crevalcore.
Ero sola con mia figlia Isanna, di sei anni: mio marito, infatti, era da tempo prigioniero in Tunisia. Sfondarono la porta, mi presero con loro e lasciarono la bimba sola, che urlava, nel cortile. Mi portarono in caserma, poi a Fossoli, nel campo di concentramento. Io ero sicura che mi avrebbero uccisa perché mi avevano trovato un revolver addosso. Invece da Fossoli mi trasferirono a Verona, nelle caserme del Tribunale militare.

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