L’Agnese va a morire


Regia: Giuliano Montaldo

Attori: Aurore Clément – Eleonora Giorgi – Flavio Bucci – Ingrid Thulin – Johnny Dorelli – Massimo Girotti -Michele Placido – Ninetto Davoli – Stefano Satta Flores – William Berger

Anno: 1976

Nazione: Italia

Durata: 135 min

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14 agosto 1944 – 14 agosto 2014 un anniversario mancato


Settant’anni da quella mattina in cui una ragazza di 29 anni viene scaricata dalle brigate nere in via Meloncello davanti all’abitazione dove vivevano i suoi genitori. Una ragazza di nome Irma Bandiera. Continua a leggere “14 agosto 1944 – 14 agosto 2014 un anniversario mancato”

Adelaide Romagnoli (Nome di battaglia Carla) Staffetta


Nasce il 20 giugno 1925 a Budrio. Ha militato nel distaccamento di Castenaso della 7a brigata GAP Gianni Garibaldi e a Medicina con funzione di staffetta. Continua a leggere “Adelaide Romagnoli (Nome di battaglia Carla) Staffetta”

Bruna Pezzoli (Nome di battaglia Lina) Staffetta


Nasce il 17 maggio 1923 a Castenaso. Con lʼinizio della guerra di liberazione, la sua casa colonica, a Corticella (Bologna), viene trasformata in una base della 7.a brigata GAP Gianni Garibaldi, nella quale milita.  Continua a leggere “Bruna Pezzoli (Nome di battaglia Lina) Staffetta”

Luigia Maria Badiali – Staffetta


Nasce lʼ11 maggio 1910 a Medicina. Insieme al fratello Sandro entra nella clandestinità con funzioni di staffetta fra il centro bolognese del Partito Comunista Italiano e le basi partigiane. Continua a leggere “Luigia Maria Badiali – Staffetta”

Germana Bordoni Staffetta


Nasce il 28 aprile 1925 a Minerbio. Ha combattuto nella 7a brigata GAP Gianni Garibaldi. Partecipò ad uno scontro a fuoco contro i nazifascisti a Sabbiuno (Castel Maggiore) e alla battaglia di porta Lame. Le è stata conferita la medaglia d’argento al valor militare.

I suoi ricordi

Nell’agosto 1944, quando avevo appena 19 anni, entrai a far parte del distaccamento della 7a brigata GAP che operava nella zona di Castel Maggiore, Castel d’Argile, Argelato, San Giorgio di Piano, San Pietro in Casale, Bentivoglio e Minerbio.

La 7a GAP, infatti, oltre al distaccamento di città, comprendeva anche altri gruppi insediati nella pianura: oltre a quello di Castel Maggiore, vi erano distaccamenti ad Anzola Emilia, Castenaso, Medicina ed Imola. Il distaccamento di Castel Maggiore era formato da 27 partigiani, fra cui un austriaco, un cecoslovacco e uno iugoslavo. Comandante del distaccamento era un operaio imolese: Franco Franchini detto Romagna.

Cominciai facendo la staffetta e, poco dopo, il 9 settembre, partecipai ad una azione armata a Bondanello: si trattava di una delle tante piccole azioni che il comando aveva deciso di compiere per saggiare le forze nemiche nella pianura e per dimostrare la coesione esistente fra partigiani e popolo in difesa della pace. Infatti, ci si preparava già, in base a disposizioni del CUMER, per un’azione definitiva, nel novembre 1944. Azioni del genere, infatti, furono svolte a Medicina, San Pietro in Casale, Castenaso, Sesto Imolese e anche in altri centri minori.

A Bondanello i partigiani avevano circondato la sede municipale, restando però nascosti nei campi: io mi misi fra le donne per partecipare alla manifestazione, la quale riuscì molto bene. Entrammo nel municipio; prelevammo i documenti di leva, le schede della Repubblica e dell’organizzazione Todt e portammo tutto nel piazzale e poi vi demmo fuoco. Eravamo circa un centinaio di donne e c’era un entusiasmo incredibile. I tedeschi, che erano accampati poco distanti, intervennero e cominciarono a sparare. Allora i partigiani vennero avanti in nostra difesa e vi fu, inevitabilmente, lo scontro: io stessa mi unii ai partigiani nella battaglia che si concluse con l’occupazione del paese.

Il 12 settembre i fascisti uccisero mio padre, insieme ad altri sei operai: minarono la casa, in località Biscia, poi li finirono a colpi di fucile fra le macerie, alla presenza dei familiari. Il 14 ottobre, nella frazione Sabbiuno di Castel Maggiore i nazifascisti accerchiarono le basi del distaccamento con lo scopo di bruciare le case dove i partigiani normalmente si fermavano: in particolare le case Guernelli, Garuti e Cinti. A casa Guernelli, infatti, la sera precedente, vi era stata una riunione dei maggiori responsabili dei SAP e alcuni vi erano rimasti a dormire. Verso le 6 del mattino, una staffetta ci informò della presenza dei tedeschi e dei fascisti.

Romagna dapprima decise lo spostamento del distaccamento nel vicino comune di Bentivoglio, per sottrarsi all’accerchiamento; ma poi, avuta notizia da un’altra staffetta che i tedeschi già stavano preparandosi a bruciare le case e che, inoltre, avevano arrestato molti cittadini della zona e anche alcuni dirigenti della Resistenza, decise di passare all’attacco. Mentre la gente abbandonava la zona urlando terrorizzata, coi bambini in braccio, sotto lo spavento delle fucilate tedesche, il distaccamento si mise in marcia, in fila indiana, per affrontare i tedeschi.

Giungemmo, favoriti dalla nebbia, fino a una ventina di metri dai tedeschi: notammo che stavano facendo scavare buche e allora ci disponemmo per l’attacco piazzando le mitragliatrici per il fuoco incrociato e gli uomini in fila orizzontale.

Romagna, al fine di evitare la rappresaglia, mandò verso i nazisti un ufficiale tedesco che da qualche settimana era nostro prigioniero, col compito di convincere i nazisti a non bruciare le case e ad andarsene, lasciando liberi i prigionieri: gli diede dieci minuti di tempo. Se riusciva a convincerli doveva fare un certo gesto col fazzoletto. Ma i minuti passarono invano e i tedeschi si disposero per la rappresaglia. Allora noi attaccammo: lo scontro diretto durò circa una mezz’ora e, alla fine, 36 fra tedeschi e fascisti erano morti sul terreno, mentre gli altri fuggirono nella campagna. In complesso, soli 26 partigiani si batterono quel giorno contro circa 200 nazifascisti. Purtroppo, però, noi avemmo la più grave perdita: il nostro comandante Romagna, colpito al cuore, era caduto e quando, tre ore dopo, lasciammo il posto, ci accorgemmo che anche lo Slavo mancava. Poi ci spostammo, in pieno giorno, in un campo di granoturco, nei pressi di Minerbio, dopo aver attraversato la zona con le armi in pugno.

Nel tardo pomeriggio arrivò nella zona della battaglia un reparto di brigate nere: arrestarono uno di casa Guernelli e lo Slavo, che era rimasto sul posto.

Poi si misero nel mezzo della strada Saliceto, che va da Bologna a Bentivoglio, e arrestarono i passanti a caso, contandone 34 che, assieme al contadino e allo Slavo divennero 36, tanti, cioè, quanti i morti tedeschi. Poi presero lo Slavo, lo torturarono alla presenza di tutti perché parlasse. Ma lui taceva e allora lo legarono, lo misero sdraiato in terra nella corte e lo uccisero facendogli passare sul corpo le mucche. Poi fucilarono tutti gli altri e bruciarono la casa.

Il 20 ottobre 1944, in previsione dell’occupazione di Bologna, il distaccamento di Castel Maggiore comandato da Arrigo Pioppi Bill, si trasferì, come del resto i distaccamenti di Anzola Emilia e Castenaso, nell’Ospedale Maggiore, a porta Lame. Le sera del 7 novembre, quando la base gappista del Macello combatteva ormai da circa dodici ore, in condizioni sempre più difficili, il vice comandante Giovanni Martini, diede l’ordine che il nostro gruppo e tutte le forze che erano nell’Ospedale attaccassero i nazifascisti alle spalle per liberare i nostri compagni della base del Macello. Anch’io partecipai all’attacco ed ero in quel momento l’unica donna uscita armata a fianco dei compagni del distaccamento.

Fui la prima ad arrivare a porta Lame e mi appostai nei pressi del cassero, nel punto dove la battaglia era più dura. Mi accorsi di essere alla testa del gruppo gappista che partecipava all’azione. Combattemmo fino verso le 20,30. Credo di essermi comportata da buona combattente e ne è prova il fatto che poi decisero di decorarmi con la medaglia d’argento al valore militare.

Dopo la battaglia di porta Lame il distaccamento di Castel Maggiore si spostò prima nella Bolognina, dove alcuni partigiani ebbero altri scontri coi tedeschi, poi nei pressi dell’Officina di Casaralta e poi, verso fine di novembre, ci trasferimmo ancora, parte ad Argelato, parte a Sala Bolognese e parte a Castel d’Argile, allo scopo di far perdere le nostre tracce. Successivamente il distaccamento si riunì e, nell’aprile 1945, partecipò alla battaglia per la liberazione di Bologna.

Luigia Loreti (Nome di battaglia Gigina) Staffetta


Nasce il 15 aprile 1913 a Imola. Nata in una famiglia antifascista, da bambina è testimone della violenza squadristica. Viene sospesa da scuola per aver rifiutato il saluto romano alla bandiera. Anche se non ancora appartenente a nessuna organizzazione democratica dopo lʼ8 settembre 1943 aiuta i giovani disertori. Insieme con i suoi fratelli Domenico Renzo e Giuseppe Ugo, Rino Ruscello e Anselmo Salieri partecipa al recupero di armi e munizioni. Continua a leggere “Luigia Loreti (Nome di battaglia Gigina) Staffetta”

Mario Fabbri staffetta


Nasce il 12 marzo 1931 a S. Martino in Pedriolo (Casalfiumanese). La sua è una famiglia antifascista il padre viene perseguitato per le sue idee. Dopo l’8 settembre 1943, come molti giovani di S. Martino in Pedriolo, guidati dai fratelli Bruno, Ivo, Tonino e Valentina Bassi, entra a far parte della 66 a brigata Jacchia Garibaldi svolgendo la propria attività come staffetta alle dipendenze del comando di brigata. Ha combattuto  anche nella 36 a brigata Bianconcini Garibaldi. Continua a leggere “Mario Fabbri staffetta”

Nella Cricca i ricordi di una staffetta


Nasce il 5 marzo 1906 a Imola. Insieme alla sorella Andreina ha partecipato alla Resistenza come staffetta nel battaglione Rocco Marabini della brigata SAP Imola.

I suoi ricordi

L’8 settembre del 1943 iniziai, insieme a mia sorella Andreina, l’attività antifascista.

La prima attività consistette nel dare indumenti borghesi ai nostri soldati che non volevano più combattere per i tedeschi. Così travestiti potevano raggiungere le loro case, o salire la montagna per iniziare la guerriglia. Eravamo comandate da Primo Ravanelli e Claudio Montevecchi e la nostra casa in via Molino Vecchio 21, a Imola, era uno dei centri di distribuzione della stampa antifascista.

Per difendere il materiale da eventuali perquisizioni avevamo costruito un sottopassaggio a destra della nostra casa: vi si accedeva per mezzo della nostra cantina, e si sbucava in mezzo alla strada. All’inizio eravamo portaordini, facevamo da collegamento e curavamo pure la distribuzione della stampa. Nella cantina avevamo costruito un piccolo pozzo, chiuso da una botola, aprendo la quale si vedeva soltanto carbone, ma togliendone uno strato di appena venti centimetri, appariva il materiale di propaganda. Lo portavamo via in grandi sporte cercando di mascherarlo con verdura, frutta, o coperte, a seconda dei casi.

Si giunse così al bombardamento che colpì Imola il 13 maggio 1944. Mi ricordo che era una bella giornata di sole. Vi fu l’allarme due ore prima, ma non vi demmo eccessiva importanza poiché credevamo che fosse una delle solite prove d’allarme. Anziché metterci in luogo riparato preferimmo rifugiarci in una piccola e debole costruzione che era una specie di pollaio e lì restammo finché non cominciarono a cadere le bombe. Siccome eravamo vicini alla ferrovia, quello fu uno dei punti più colpiti. Al cadere delle prime bombe, solo con lo spostamento d’aria il tetto della casupola si sfasciò e ci crollò adosso. Otto bombe caddero tutt’intorno, in un raggio di una cinquantina di metri. Due di esse caddero su mucchi di letame. Io ero costretta a vedere tutto essendo saltata la porticina.

Finito che ebbero si uscì all’aperto e ai nostri occhi si presentò un paesaggio con alberi privi di foglie, i vetri delle finestre non esistevano più, pure la strada davanti a casa mia era sparita, sconquassata da una buca enorme vicino alla quale giaceva un uomo calvo, col cranio spaccato; più in là un altro ferito, più in là altri ancora; tutto intorno una polvere densa copriva ogni cosa. Ci mettemmo a soccorrere i feriti e fu un compito veramente duro poiché erano moltissimi.

Avevamo il compito di conquistare alla nostra causa le persone che si supponeva parteggiassero per noi; ed inoltre di raccogliere più fondi possibile. Un solo passo falso avrebbe significato ben gravi conseguenze. Claudio Montevecchi era stato individuato e fu costretto ad andarsene. Nel frattempo ci eravamo stabiliti a villa Serraglio e di lì prendemmo contatto con Ezio Serantoni per poter continuare la nostra opera.

La notte del 13 settembre 1944, Lino Balbi e altri due partigiani vennero catturati nella loro abitazione da una squadra di fascisti; furono portati presso un ponte sul Santerno, furono fatti voltare con la faccia all’acqua. Mentre spararono la raffica che colpì gli altri due, Lino ebbe la presenza di spirito di buttarsi in acqua.

Gli spararono di nuovo e lo colpirono di striscio, ad una tempia e ad un piede, poi i fascisti se ne andarono avendolo creduto morto. Ma Lino uscì dall’acqua, prese una bicicletta, riuscì a passare indisturbato al posto di guardia tedesco di Porta dei Servi ed a giungere senza difficoltà al rifugio vicino a casa nostra. Qui io gli prestai le prime cure. Poi gli venne la febbre e fu necessario trasportarlo a casa mia dove ebbe le cure di un medico fidato che ci aveva procurato Serantoni. Infinite volte, quando si temeva il pericolo di una perquisizione, Balbi veniva trasportato con materasso e accessori nel vicino rifugio.

Nelle vicinanze di casa nostra, il 16 ottobre 1944 avvenne un combattimento nel quale venne ferito ad un piede Dario Negrini detto Bianchini, di Conselice.

Lo nascondemmo in un fosso e così potè sfuggire ai rastrellamenti che si susseguirono dopo il combattimento, resistendo in quella posizione al freddo, alla fame e al dolore della ferita per ben tre giorni e due notti. Quando finalmente si potè andarlo a cercare, lo trovammo ancora vivo con la ferita al piede che pullulava di vermi, in uno stato di semi incoscienza. Venne ricoverato d’urgenza all’ospedale di Imola, sotto falso nome, col permesso del prof. Sandrini, dopo averlo trasportato di nascosto sotto dei fusti di nafta. Io ebbi cura di andarlo a trovare tutti i giorni in ospedale per portargli cibo e notizie della famiglia.

Per ordine del Comitato di liberazione si ritornò a Imola e precisamente nell’asilo comunale, sotto la direzione di Serantoni che in quel periodo stava in casa di Nello Nonni. Noi avevamo il compito di tenere i contatti principalmente con Sasso Morelli e l’Osteriola. Portavamo la posta nascosta sotto la fodera; veniva infilata in una piccola scucitura in alto e fatta scivolare fino in fondo al bordo. In questa maniera si sfuggiva più facilmente ad una eventuale perquisizione.

Il 12 gennaio 1945, alle 20, cioè dopo il coprifuoco, io e mia sorella Andreina andammo a prendere Serantoni in casa di Nonni per nasconderlo nell’asilo. Di fronte all’asilo vi era il garage e un deposito di armi dei fascisti, mentre nel parco dell’asilo stavano accampati dei soldati tedeschi. Con infinita cautela giungemmo fino al canale che costeggia l’asilo e, senza intoppi, arrivammo al cancello principale.

Strisciando al riparo di un muricciolo, puntammo alla porticina salvatrice.

Ricordo che si sentivano le chiacchiere delle sentinelle tedesche nel buio della notte.

Serantoni venne rinchiuso in una camera nella quale egli restò, senza mai uscirne, per cinque giorni. Io e mia sorella gli portavamo il cibo e sgombravamo i rifiuti. I tedeschi passavano continuamente davanti alla sua porta, con nostra grande ansia perché Serantoni aveva una tosse piuttosto rumorosa, anzi piuttosto pericolosa.

La mattina presto del 18 gennaio, Serantoni partì lungo il Corecchio. Io facevo da staffetta. Passato Sasso Morelli egli mi lasciò per ignota destinazione, dandomi ordine di andare da Afflitti, all’Osteriola. Qui giunta, Afflitti mi disse di tornare immediatamente ad Imola ed avvertire Domenico Rivalta che la persona con la quale egli aveva appuntamento era una spia ed aveva già fatto il suo nome. Tornai con la maggior velocità che mi permetteva la mia bicicletta senza gomme, perché, purtroppo, così bisognava girare altrimenti i tedeschi le portavano via. Riferii la cosa alla sua fidanzata Lea e verso le quattro del giorno stesso Domenico venne da me per dirmi che dovevo andare da Primo Ravanelli e prendere delle armi per portarle a casa di Nonni ed io gli ripetei la raccomandazione di Afflitti: al che mi rispose: “Avevo appuntamento con lui alle nove in via Selice. Ho aspettato fino a mezzogiorno e non si è visto. È strano, perché è sempre puntuale”. Io gli dissi che non era venuto perché fingeva di essere stato arrestato ed era infatti rinchiuso in Rocca e raccoglieva informazioni fra i detenuti per conto dei fascisti.

Domenico non mi credette. Era molto che lavoravo con lui (mi sembra che si chiamasse Bianco) e avevo in lui una illimitata fiducia. Purtroppo la sera stessa i fascisti andarono a casa sua a prenderlo e dopo lunghe torture lo uccisero nel pozzo Becca, alla vigilia della liberazione. Io e mia sorella eseguimmo il suo ultimo ordine. Andammo, dopo il coprifuoco, a prendere le armi da Primo Ravanelli, le mettemmo dentro a delle sporte, ricoprendole con della lana. Durante il tragitto incontrammo diversi soldati tedeschi i quali, per nostra fortuna, non ci notarono.

Portammo le armi a casa di Nonni e la mattina seguente vi fu una perquisizione dalle quattro fino a mezzogiorno. Essi ben sapevano che lì vi erano radunati i vari capi i quali, ammucchiandosi in soffitta, carichi di armi, non furono disturbati, o per negligenza o per paura, dai fascisti. Dopo mezzogiorno se ne andarono e così potemmo andare a prendere Serantoni per portarlo di nuovo all’asilo. Qui restò pochi giorni poi partì per la campagna. A Imola fece ritorno solo poco prima della liberazione.

Mia sorella Andreina fu costretta ad andarsene perché ricercata dalle brigate nere. È da notare la commovente abnegazione di Enrica Vespignani, detta Richina, vecchia di 72 anni, che tutti i giorni, con la scusa di avere le scarpe rotte da accomodare, poiché mio marito faceva il calzolaio, veniva a portare messaggi che io provvedevo a far giungere a destinazione. Ero rimasta sola a portare gli ordini e la mia attività si intensificò. Durante uno di questi viaggi, ed esattamente il 15 marzo 1945, nel pomeriggio, mi dirigevo a Sasso Morelli presso un certo Walter, quando, lungo la strada, incontrai due tedeschi con un cane alsaziano. Al mio apparire colui che teneva il guinzaglio liberò il cane che si avventò su di me, mi afferrò per il cappotto lacerandolo e obbligandomi a scendere di sella. Avevo della posta infilata tra la fodera e per mia fortuna i due tedeschi erano troppo occupati a smascellarsi dal ridere per osservare l’espressione di terrore che vi era nel mio viso.

Quando si furono divertiti abbastanza richiamarono il cane e mi lasciarono andare tranquilla.

Paola Rocca (Nome di battaglia Paola) Staffetta


Nasce il 25 gennaio 1924 a Budrio. Operaia al calzaturificio Montanari. Nel 1942 partecipa ad una manifestazione di fabbrica per aumenti salariali che, in parte, vengono concessi. Subito dopo l’8 settembre 1943 diventa staffetta per un gruppo partigiano con base situata nei pressi di Pontevecchio. Continua a leggere “Paola Rocca (Nome di battaglia Paola) Staffetta”