La strage di Pizzocalvo


Nel tardo pomeriggio del 3 luglio 1944, tra le sei e le sette, quando i contadini stavano tornando dai campi, fascisti delle “brigate nere” e tedeschi delle SS, arrivati su un camion, circondano la casa della famiglia Marzaduri, in via Montebello, nella frazione di Pizzocalvo.

I due fratelli, Antonio di 25 anni e Augusto di 30, che stavano lavorando senza alcun sospetto, vengono presi e portati sul camion, lasciato un po’ distante dalla casa.
Sull’aia, oltre agli altri famigliari, fra cui la sorella Albertina, c’era un impiegato di Bologna, Luigi Nanetti, di 37 anni, qui sfollato (era ospitato dal pastore Nanni, un vicino dei Marzaduri). Prendono anche lui. Poi fascisti e tedeschi vanno verso la casa di sopra, dove abitava la famiglia Giardini. Anche lì ci sono due fratelli, Ermenegildo di 33 anni (sposato con Argia Righini: due bambine di 6-7 anni, un bambino di pochi mesi), e Vittorio di 27. Per primo prendono Vittorio, malmenandolo brutalmente.
Ermenegildo cerca di nascondersi presso una famiglia vicina, i Minarini, che stavano ammucchiando covoni di grano. Ma i rastrellatori arrivano anche lì e prendono sia Ermenegildo, sia uno dei Minarini, Guido, di 24 anni, amico dei Giardini. Con loro viene catturato un altro giovane, Nerino Lolli, anche lui di 24 anni, che aiutava i Giardini nel lavoro dei campi.
Donne e bambini assistono terrorizzate.
Ad un certo punto sembra che i nazifascisti vogliano incendiare la casa. Le donne cercano di mettere in salvo un po’ di roba, mentre le bambine urlano credendo che ci sia già il fuoco.
In un campo poco distante ci sono Ernesto Fini (38 anni) e sua moglie (Teresa Biondi), che stavano rastrellando del fieno. Ernesto, sentendo le urla delle bambine dei Giardini e credendo che stia andando a fuoco la casa, si precipita per dare una mano.
Ma lungo il sentiero, alcuni uomini armati, nascosti dietro i cespugli, (li vede anche Teresa, che in un primo momento crede che siano dei cacciatori) lo prendono e lo portano sul camion con gli altri. Il camion, con gli otto prigionieri, si allontana.
Non si sa con certezza dove vengano portati. Documenti e testimonianze oscillano fra villa Rusconi (o Roncaglio, all’inizio di via Croara, sulla destra) e villa Calzoni (oggi Veronesi, all’inizio dell’attuale via Martiri di Pizzocalvo, sulla sinistra), entrambe occupate dai tedeschi e poco distanti fra loro.
Considerando il luogo dove poi furono ritrovati, sembra più probabile che si tratti di villa Calzoni, anche se gli ordini potrebbero essere venuti da villa Rusconi, sede del comando tedesco più importante di San Lazzaro.

Che cosa sia successo in quella villa, nessuno lo sa, o l’ha detto.
Sappiamo soltanto che durante la notte, o alle prime luci dell’alba, gli otto prigionieri vengono uccisi e sepolti frettolosamente lungo il fosso, in mezzo alla sterpaglia, in una buca, che forse essi stessi avevano dovuto scavare, quasi di fronte alla villa Calzoni.
Alla fine di luglio il Comando tedesco si degna di dare una risposta al Commissario prefettizio di San Lazzaro che chiedeva informazioni.
Ma è una risposta palesemente falsa (tranne, purtroppo, il fatto che erano stati ammazzati). Il documento mandato al Comune, dove si comunica che i prigionieri sono stati fucilati per essere fuggiti durante il trasporto in Germania, è di un burocratico cinismo, che ancora oggi fa impressione.

Il 13 settembre il Commissario prefettizio informa il parroco di Pizzocalvo, don Borri, di quanto gli avevano comunicato i tedeschi e lo prega di fare “analoga comunicazione alle famiglie, con le dovute cautele”. Due giorni dopo don Borri conferma di avere compiuto “l’atto pietoso”.

Ma, a parte i Minarini per la ragione che si dirà, gli altri famigliari soltanto alla fine della guerra sapranno che i loro uomini non erano mai stati “avviati in Germania”, ma ammazzati e sepolti a pochi passi da casa, qualche ora dopo essere stati arrestati. Che cosa volevano coprire i tedeschi con la formula stereotipata “Fucilati per essere fuggiti durante il trasporto in Germania”?

Senza dubbio non sono stati ammazzati perché partigiani.
Se ci fosse stato il minimo appiglio in questo senso, l’esecuzione sarebbe stata sbandierata come una vittoria contro i “banditi”.
Degli otto, forse solo Guido Minarini, all’interno del “Putti”, dove lavorava come portiere, aveva avuto contatti con i partigiani.
Dopo la guerra, fu riconosciuta anche a lui la qualifica di partigiano, ma non ci sono prove di una sua partecipazione attiva alla Resistenza. Non a Pizzocalvo, in ogni caso.
Degli altri, in particolare dei Marzaduri e dei Giardini, al massimo si può dire che non avevano simpatia per i fascisti, probabilmente l’avevano per i partigiani (come la maggioranza dei sanlazzaresi); ma, come ci hanno detto i loro famigliari, badavano a lavorare, e basta.

Del resto, in quella zona (Pizzocalvo e Castel de’ Britti) si sapeva che c’erano fascisti repubblichini pericolosi. L’ambiente, insomma, era molto diverso, rispetto alla Borgatella, Colunga, Idice, dove i gruppi partigiani si muovevano con maggiore sicurezza.
Si potrebbe pensare, almeno per quanto riguarda l’arresto, che gli otto siano stati presi perché non in regola con gli obblighi militari. Anche se la situazione non è del tutto chiara, è certo che Fini e Nanetti di obblighi non ne avevano.

Minarini, pur lavorando al Putti, pare che fosse ancora arruolato nei carabinieri. Non conosciamo la posizione di Nerino Lolli.
Forse i Marzaduri e i Giardini qualche problema ce l’avevano, ma si ricordi che pochissimi erano coloro che, tornati a casa dopo l’armistizio dell’8 settembre ’43, avevano obbedito ai ripetuti bandi della Repubblica di Salò.
Una parte scelse di andare con i partigiani, molti altri, un po’ nascondendosi, un po’ lavorando per la TODT, un po’ arrangiandosi in altro modo, riuscirono comunque a cavarsela, evitando di combattere nelle formazioni fasciste.
Il rischio maggiore era costituito dai rastrellamenti tedeschi, che potevano causare la deportazione in Germania o, nel migliore dei casi, il lavoro obbligato nella TODT.
Ma raramente si arrivava a fucilare i cosiddetti “disertori”, se non facendoli passare per partigiani. In questo caso non ci sono elementi che questa sia stata la causa dell’arresto prima, e dell’eccidio indiscriminato poi. Né i tedeschi, né i fascisti, d’altronde, vi hanno mai fatto riferimento.
Insomma, come ho detto all’inizio, questo crimine resta inspiegabile anche in base alle stesse “regole” normalmente seguite dai nazifascisti.

Dalle testimonianze dei famigliari, tuttavia, qualche ipotesi si potrebbe ricavare, ma ricordando che si tratta solo di ipotesi.
Che in tutta la vicenda ci sia stata la partecipazione attiva di elementi fascisti locali appare indubbio. I Marzaduri e i Giardini, lo stesso Guido Minarini non erano ben visti dai fascisti: non si interessavano di politica, avevano rifiutato l’invito ad arruolarsi nelle brigate nere, qualche aiuto in cibo e vestiti agli sbandati di passaggio dopo l’8 settembre l’avevano dato, forse ne continuavano a dare anche a qualche giovane che di nascosto passava lungo l’Idice o lo Zena, diretto verso Monterenzio, dove “dicevano” che ci fossero i partigiani.

Questi sospetti probabilmente si intrecciavano con antipatie, contrasti, vecchie ruggini che sono quasi inevitabili nelle piccole comunità. C’era anche l’ostilità che per alcuni di loro aveva il parroco di Pizzocalvo, don Elia Borri, certamente più amico dei fascisti che dei partigiani.
Nelle testimonianze viene da tutti ricordato, attribuendogli molta importanza, un diverbio fra don Borri e i Marzaduri, accaduto durante una processione, a cui i due fratelli non avevano partecipato. Ma è difficile pensare che sia stato proprio don Borri a denunciare i Marzaduri, provocando così la tragedia successiva. Qualcosa, sì, potrebbe aver detto, ma senza immaginarne le conseguenze.
Don Biavati nel suo “diario” lo difende dall’accusa che gli avevano fatto i partigiani di non avere impedito il massacro, ritenendo che neppure lui, sul momento, ne fosse informato. Il che, tuttavia, non escluderebbe la possibilità, sopra accennata, cioè che egli abbia involontariamente favorito la decisione dei fascisti locali di far arrestare i Marzaduri e i Giardini.

Che l’iniziativa sia partita dai fascisti locali sembra più che probabile.
Nel corso degli anni sono stati fatti anche diversi nomi, che in assenza di prove preferiamo omettere. Le cose, allora, potrebbero essere andate così.
I fascisti, calcando le tinte, denunciano alle SS tedesche la presenza, nella zona di Pizzocalvo, di partigiani, che avrebbero nelle case dei Giardini e dei Marzaduri le loro basi. I tedeschi, preoccupati di avere nemici così vicini alle sedi dei loro comandi, organizzano, con la complicità dei fascisti che fanno da spie e da guide, la spedizione del 3 luglio.
Catturati tutti gli uomini che vengono a portata di mano, li portano a villa Calzoni (o Rusconi) per interrogarli, con i metodi che sappiamo. Ed è forse a questo punto che succede l’imprevisto. Qualcuno tenta di fuggire, i tedeschi perdono la testa e ammazzano tutti? Qualcuno muore sotto le torture e gli altri vengono ammazzati per evitare che ci siano testimoni?

Forse i tedeschi hanno capito che le accuse sono insostenibili e che è stata tutta una montatura dei fascisti per fare le loro meschine vendette?
Sono solo ipotesi. Qualche indizio ci viene dalle testimonianze (v. ad es., le parole che un soldato tedesco avrebbe detto alla moglie di Ermenegildo Marzaduri la mattina dopo a villa Rusconi), ma l’unica certezza sono quegli otto corpi buttati in una buca sotto una spanna di terra.
Due giorni dopo fascisti e tedeschi completano l’operazione: ritornano a Pizzocalvo e rubano tutto ciò che poteva essere rubato, lasciando donne, vecchi e bambini in completa miseria.

Nei giorni successivi, come si può immaginare, i famigliari corrono da tutte le parti per avere notizie dei loro cari.
Il capo dei repubblichini, un certo maggiore Zanarini, li rassicura (intanto si prende i salami e la farina che gli portano per ingraziarselo), dicendo che gli arrestati stanno bene e che si trovano a Carpi in campo di concentramento.
Un mese dopo, come abbiamo visto, da don Borri vengono a sapere che sono stati fucilati a Carpi mentre tentavano di fuggire. Ma dove siano stati sepolti lo ignoreranno ancora per diversi mesi.
Tranne i Minarini, che invece l’hanno saputo quasi subito, ma senza poterlo rivelare agli altri. Era successo, infatti, che i famigliari di Guido si erano rivolti al primario del Putti, il prof. Scaglietti, per vedere se poteva fare qualcosa, dato che era persona influente e rispettata anche dai tedeschi.
Scaglietti si diede da fare, e seppe subito quello che era successo. Per sua intercessione, tuttavia, i Minarini ebbero il permesso – purché lo facessero di nascosto e non rivelassero nulla agli altri – di disseppellire il loro Guido e portarlo al cimitero. Così fu fatto. Gli altri poterono seguirlo soltanto il 17 maggio 1945, quando alla presenza dei famigliari furono estratti dalla buca dove erano stati gettati più di dieci mesi prima.

Testimonianze
ALBERTINA MARZADURI

Albertina ricorda molto bene l’arrivo verso sera di quel “mucchio di gente” che, sbucata da tutti gli angoli, circonda la casa. Suo fratello Augusto capisce che cosa sta succedendo: “Qualcuno ha spifferato che siamo a casa. Ci circondano per prenderci”. Il fratello era tornato dalla Russia.
Dopo l’8 settembre era venuto a casa: aveva fatto sette anni di soldato. L’altro, Antonio, era stato in Grecia; poi aveva fatto domanda di andare nei Carabinieri. Anche lui era tornato a casa dopo l’8 settembre.
Li hanno portati via tutt’e due, insieme a Nanetti, uno sfollato di Bologna, che era in casa del pastore Nanni. Poi sono andati a prendere quelli di sopra, i Giardini. Albertina ce l’ha soprattutto con i fascisti, “peggio dei tedeschi”, in particolare con alcuni vicini, che ritiene responsabili dell’arresto.
Ce l’ha anche col prete di Pizzocalvo, don Borri. Racconta l’episodio della processione.
Don Borri, vedendo in disparte Augusto, che non partecipa, gli si avvicina: “Marzaduri, qui c’è la processione!”. “Bene, la faccia”, risponde Augusto. Don Borri, provocato dalla “sfrontatezza” di Marzaduri, lo prende per la giacca e lo minaccia: “Oh, guardi bene che se non viene in processione… “. Marzaduri reagisce: “Se lei mi torna a tirare per la giacca la faccio saltare di là dalla siepe!”. Don Borri, allora: “Ho già capito, siete solo carne da cannone”.
Augusto racconta ai famigliari, che stavano sopra, presso la chiesa, l’episodio, commentando: “Il prete di Pizzocalvo non mi è mica piaciuto… Ho fatto sette anni di guerra, nessuno mi ha mai tirato per la giacca. Deve badare alla sua chiesa, non a me”. I suoi fratelli, dice Albertina, non si interessavano di politica.
Racconta poi un altro particolare inedito, che confermerebbe la responsabilità dei fascisti locali nella vicenda. La mattina dopo l’arresto, Albertina si alza presto per andare nella stalla. Sulla porta sente uno parlare col pastore, era un contadino che abitava sotto di loro, noto fascista.
Diceva al pastore che “li avevano ammazzati tutti”; e mentre lo diceva sembrava contento. Due giorni dopo gli stessi fascisti e tedeschi sono tornati: “hanno portato via tutto”.

ANNA ARGIA RiGHINI

“La mattina del 3 luglio, sono andata nei campi con mia cognata. Ma non stavo bene: mi sentivo qualcosa dentro… Torno a casa, mi metto a letto. Verso sera mi alzo per mangiare, poi torno su in camera. Sento mio marito che mi chiama: dalla finestra vedo un mucchio di gente. Allora prendo in braccio il mio bambino piccolo, di 6 mesi, e vado giù. Ci hanno fatto mettere tutti a sedere per terra. Mio marito mi dice: “Io scappo su, nella cascina” (dove c’era la stalla e il fienile)”. Ho detto con Vittorio: “Sai che tuo fratello è andato su nella cascina?” “Vallo ben a chiamare – mi dice lui – che adesso ci danno fuoco”. Sono andata, e mentre andavo ho sentito una schioppettata vicino alla spalla.

Ermenegildo non era andato nella cascina, ma dai Minarini, che erano nostri vicini e stanno ammucchiando i covoni di grano.
Ma poco dopo vengono presi, lui e Guido Minarini, che non aveva voluto scappare: “Per quel che abbiamo fatto – diceva – … non abbiamo fatto niente”. Li portano da noi, con le mani alzate. C’erano fascisti e tedeschi”.
Argia ritiene che si trattasse di fascisti locali, di San Lazzaro e di Castel de’ Britti. Nella confusione, aveva sentito un conoscente (era il loro calzolaio) rivolgersi a uno di questi fascisti, chiamandolo per nome: “Alberto, guardate cosa fate!”, e l’altro rispondergli: “Oh, al vaga ed lung, lo!” [lei vada di lungo, cioè non si impicci].
I suoi non si interessavano di politica. Lavoravano solo.
Ricorda che prima dell’estate erano passati da casa loro tre fascisti per arruolare i due Giardini (c’era un terzo fratello, ma prigioniero in Germania). Ma loro dicevano: “Guardate, abbiamo una campagna da mietere…”. Erano contadini dei conti Minutoli; il fattore era Gottardi, gran fascista anche lui. Ma non sembra che ce l’avesse con loro.
Stavano abbastanza bene, da mangiare ce n’era. Dopo l’8 settembre avevano aiutato, come tutti, qualche soldato sbandato che tornava a casa: ma dei partigiani non sapevano nulla.
I fascisti erano peggio dei tedeschi (ricorda un tedesco che diceva “no bona guerra… “). Un fascista, mentre lei disperata si rivolgeva alla suocera (“mamma”), urla: “Sì, mamma… mamma… Quando passavano gli altri gli davate da mangiare, ma a noi no…”.

Vittorio lo hanno tanto picchiato: dietro la casa c’erano dei pali per la vigna, erano tutti “fiaccati” [rotti] a forza di picchiarlo. Aveva la faccia che sembrava un pezzo di carne da macelleria, una gamba se la trascinava dietro, appoggiandosi alla sorella. Li portarono via a piedi.
Suo marito aveva a mano una “bestia” [una mucca]. Mentre lo portavano via insieme alla mucca, si è voltato indietro e le ha detto: “Vado via…”. Sono le ultime sue parole che ha sentito.
Con Vittorio ed Ermenegildo hanno portato via anche Nerino Lolli, che lavorava con loro per guadagnare un po’ di frumento.
Due giorni dopo gli stessi fascisti e i tedeschi tornarono coi camion e portarono via tutto: “avevamo dei pulcini piccolini, hanno preso anche quelli”.
Rimangono in tre donne e sei bambini e una grande miseria. Ma sperano sempre che i loro uomini tornino a casa. Dicevano che li avevano portati a Carpi: cercano di informarsi, ma nessuno dice loro niente. Un signore li informa che al Botteghino della Mura ha sentito don Borri che diceva che li avevano uccisi tutti.
Vanno dal prete (verso il quale anche Argia nutre ancora sospetti e risentimenti), ma lui nega e dice di non sapere niente. La verità l’imparano dopo mesi. Argia assiste all’esumazione delle salme.

Ricorda che Fini era sotto gli altri, ma aveva i piedi di sopra. Vittorio, il cognato, sembrava invece che i piedi non ce li avesse più. Non c’era Guido Minarini, che era stato “preso su” prima: per giustificare il fatto che fosse stato portato al cimitero, dicevano che era stato mitragliato a Carpi mentre tentava di scappare e di lì trasportato a San Lazzaro.

TERESA BIONDI

Lei e suo marito erano nel campo a lavorare, sotto la casa dei Giardini. Conoscevano bene sia i Giardini sia i Marzaduri.
Sapevano che i “ragazzi” spesso facevano una scappata a casa per aiutare i loro famigliari. Ad un certo punto sente urlare le bambine dei Giardini, sembrava che stesse prendendo fuoco la casa.
Ernesto corre su per vedere se c’è bisogno, ma quando è sulla strada, Teresa vede due o tre persone che saltando fuori dai cespugli (in un primo momento pensa che siano cacciatori), prendono suo marito e lo costringono ad andare su con gli altri, contro il muro.
Allora corre a casa, dà il latte alla bambina, che aveva 4 mesi, poi va su anche lei. Incontra il mugnaio del Mulino Grande che le grida di tornare indietro, perché li stanno caricando sul camion.
Teresa torna indietro: vede i tre fratelli Venturi, che abitavano di sotto alla loro casa, nascosti in mezzo al granoturco: così si sono salvati. Appena torna a casa il suocero, lo informa dell’accaduto.
Questi va su al “Palazzo del Bosco” (era la villa padronale, occupata anch’essa dai tedeschi e abitata dal fattore Gottardi) per sapere dove li hanno portati. Gli dicono che sono stati portati a villa Rusconi.

Al mattino Teresa, il suocero e altri famigliari degli arrestati vanno a villa Rusconi. Arrivati al Pontebuco prendono una scorciatoia: quando sono dove adesso c’è il monumento alle vittime vedono più in basso, vicino al fosso, tre o quattro fascisti coi fucili. Non li lasciano passare di lì, ma li fanno tornare sulla strada.
Arrivati a villa Rusconi, vengono fermati da un tedesco:

– Cosa volete?
– Vogliamo sapere dove hanno messo i nostri, presi ieri sera. Ci hanno detto che li hanno portati qua.
– Ma cosa volete da noi? Sono stati i vostri stessi italiani che ci hanno tradito… Cosa cercate dai tedeschi… Non lo sapevate che sono stati i fascisti a prenderli?
– Dove li hanno portati?
– Al campo di concentramento di Carpi.

Dopo questo scambio di battute (che Teresa ripete più volte nel corso del racconto, quasi esattamente con gli stessi termini), i famigliari vanno da quel “delinquente di Zanarini”, che aveva il comando dei fascisti.
Lui li vuole tranquillizzare: “Non pensate a niente, perché i vostri dove li hanno messi stanno bene. Sono a Carpi, nel campo di concentramento. Ogni tanto venite a sentire se ci sono notizie”.

Quando, un po’ di tempo dopo, imparano che avevano portato in cimitero Guido Menarini, tornano da Zanarini per avere spiegazioni. Zanarini dice che Guido aveva tentato di scappare dal campo di concentramento; l’avevano ammazzato e poi portato qui al cimitero.
“Anche i nostri?” “No, no – risponde Zanarini – i vostri non ci sono. State tranquilli”.
E loro, pazienti, aspettavano, e continuavano a portare salami e salsicce a Zanarini per avere in cambio qualche notizia. I Minarini, che tramite il prof. Scaglietti, sapevano, non potevano parlare.

Vicino alla villa c’era un contadino che il suocero di Teresa conosceva. Gli chiese se sapesse o avesse sentito qualcosa. Lui disse di avere sentito nella notte rumori e urli. Ma disse anche che i fascisti (o i tedeschi) erano passati prima, gli avevano fatto chiudere usci e finestre e ordinato di non uscire.

Quando dopo molti mesi, arrivata la Liberazione, hanno saputo che li avevano ammazzati tutti a San Lazzaro, compreso Minarini, sono andati dal prof. Scaglietti per sapere dove erano stati sepolti.
“So dove sono, e adesso posso dirvelo”, rispose lui. Ha mandato uno dei suoi, uno di quelli che avevano “preso su” Minarini; frugando fra gli spini, finalmente trovano la buca. Sotto poca terra c’erano tutti e sette, quasi intatti. Ernesto era a testa in giù, sotto gli altri, coi piedi in alto.

Teresa, dopo cinquant’anni, non sa darsi pace.
Accusa duramente i fascisti di Pizzocalvo e dintorni, spie dei tedeschi, che ce l’avevano con quei “ragazzi” che non erano voluti diventare repubblichini, preferendo entrare nei carabinieri, e perché ogni settimana venivano a casa per aiutare le loro famiglie.
“La devono finire di venire sempre su, avanti e indietro”, sembra che dicesse il fattore.
Ricorda ancora le parole minacciose che don Borri avrebbe detto in occasione della processione per la festa della Madonna. Accusa anche altri fascisti come A.C. e suo nipote, e Zanarini, uno dei maggiori responsabili.
Ricorda che quando fu processato a Bologna andarono a testimoniare, e c’era chi voleva linciarlo. Non sa spiegarsi come mai sia stata “presa in mezzo” gente che assolutamente non c’entrava niente, come suo marito, o lo sfollato Nanetti, o Nerino Lolli.
Anche alla sua famiglia fascisti, e tedeschi hanno portato via tutto. Sono dovuti sfollare a Bologna, perché della loro casa erano rimasti solo i muri.

Il testo è ripreso da “Guerra e Resistenza a San Lazzaro di Savena”
di Werther Romani e Mauro Maggiorani
Edizioni Aspasia

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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