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Viaggio nel tempo


C’era una volta……  la tipica frase dell’inizio di una favola, di una storia. In questo blog non racconterò le solite favole, racconterò storie vere, storie di persone, di paesi, di città. Storie che stanno sbiadendo nelle nebbie della memoria. Il martellare costante degli avvenimenti quotidiani cancella immediatamente la memoria del giorno precedente. Non sappiamo più da dove veniamo, quale è stato il nostro passato e lentamente la nostra storia si cancella. Queste pagine parleranno di persone comuni che nel loro piccolo hanno contribuito a costruire la nostra società. Perché è vero la storia è fatta dai grandi personaggi, ma è altrettanto vero che la storia siamo noi con le nostre piccole o grandi scelte scelte.

Ho pubblicato La Resistenza per le vie di Pianoro, un ricordo dedicato ai partigiani pianoresi a cui sono state intitolate le strade, le piazze del piccolo paese nella provincia di Bologna e lo si può acquistare in formato ebook a soli 5€ cliccando su lulu.com.

La Resistenza per le vie di Pianoro

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“Faccetta nera” alla festa di Coldiretti di Benevento


di Alekos Prete

C’è un’Italia che non si accorge nemmeno più dei propri fantasmi. Non perché siano spariti, ma perché li ha accolti come parte del paesaggio: dettagli pittoreschi, incidenti tecnici, folklore da archiviare. A Benevento, alla Rocca dei Rettori, durante un evento Coldiretti, tra un discorso istituzionale e l’intrattenimento, è partita “Faccetta nera”. Una canzone che non è soltanto un inno del regime, ma il simbolo della guerra coloniale, della retorica razzista che accompagnò la conquista d’Etiopia, delle promesse di schiave africane alle camicie nere. In un Paese che avesse fatto davvero i conti con il proprio passato, un episodio simile avrebbe scatenato una condanna immediata, severa, senza attenuanti. In Italia invece no: arriva la nota di dissociazione, la spiegazione tecnica della playlist, la formula burocratica “non rispecchia i nostri valori”. La scena è liquidata in poche ore. Ma è proprio questo meccanismo che racconta meglio di qualsiasi analisi il declino della coscienza democratica. Perché non è la prima volta che accade. La storia repubblicana è disseminata di episodi simili: cortei di nostalgici che sfilano a Predappio con saluti romani, vie ancora dedicate ai gerarchi, manifestazioni pubbliche in cui i simboli del fascismo riemergono senza conseguenze. Ogni volta la dinamica è identica: scandalo momentaneo, indignazione di circostanza, dissociazione tardiva, poi il silenzio. Tutto si dissolve nell’impunità, e ciò che dovrebbe restare intollerabile diventa routine. Così il fascismo non torna con la brutalità delle squadracce, ma con la leggerezza della svista. Non come minaccia esplicita, ma come normalizzazione. Non come ideologia da imporre, ma come sottofondo che si ripete e si banalizza.

Il cuore della questione è la rimozione del nostro passato coloniale. L’Italia non ha mai fatto davvero i conti con l’impero d’Africa, con i massacri in Etiopia, con le camere a gas utilizzate in Libia, con le deportazioni, con le violenze sistematiche che hanno accompagnato la conquista. Abbiamo preferito raccontarci la favola delle bonifiche, dei treni puntuali, della modernizzazione. Abbiamo trasformato la guerra coloniale in un episodio marginale, dimenticando che senza quella propaganda non si spiega la potenza del consenso al regime. “Faccetta nera” non è una canzone qualsiasi: è il manifesto sonoro di quel mito, il ritornello che prometteva alle truppe italiane la disponibilità dei corpi delle donne africane, l’inno che trasformava la violenza coloniale in festa patriottica. Il fatto che oggi possa risuonare in un contesto istituzionale e venire liquidata come incidente dimostra quanto poco resti della coscienza antifascista nelle nostre istituzioni.

Il problema non è un brano partito per sbaglio, ma una società che non riconosce più l’abisso che quelle note evocano. Se la memoria è ridotta a cerimonia, se la Costituzione è un testo che si cita senza comprenderne la sostanza, se l’antifascismo è confinato alle commemorazioni annuali, allora il terreno è già fertile per la nostalgia. E infatti lo vediamo: la retorica coloniale è tornata persino nei discorsi di governo, la parola “razza” ricompare nelle dichiarazioni pubbliche, il mito dell’ordine e dell’autorità riaffiora come se fosse un’alternativa credibile. L’episodio di Benevento non è una svista isolata, ma un tassello di un processo lungo, nel quale il passato non elaborato torna a galla ogni volta che si abbassa la vigilanza. Quando “Faccetta nera” irrompe in un evento istituzionale e la reazione si limita a un comunicato di scuse, significa che la Repubblica abdica al suo compito fondamentale: impedire la riabilitazione culturale del fascismo. Non basta dire che non ci rappresenta: bisogna impedire che accada, bisogna educare, bisogna ricordare senza sconti. Archiviare tutto come un malinteso significa legittimare. Ed è proprio questa la cifra dell’Italia di oggi: non la marcia trionfale dei nostalgici, ma la lenta corrosione della memoria, l’indifferenza che trasforma l’orrore in folklore. È così che la democrazia si consuma: non con un colpo di Stato, ma con la progressiva accettazione del suo contrario.

Fonte: articolo21.org

Insulti razzisti a tre amici a passeggio e aggressione davanti alla sede di Casapound in centro a Cesena


Una notte di violenza e insulti razzisti in pieno centro storico. È accaduto nella tarda serata di venerdì in Corte Dandini, davanti al locale che ospita da oltre un anno la sede di Casapound.

Tre ragazzi di circa 25 anni, dopo aver cenato insieme in città, stavano raggiungendo la casa di un amico quando sono stati presi di mira.

Dalla porta del circolo sarebbe partito un insulto a sfondo razziale: «Negri di m…». Una provocazione a cui i tre non hanno replicato, proseguendo la passeggiata.

Ma in pochi istanti, dalla sede del movimento sarebbe uscita in strada una quindicina di uomini: è scoppiata così una rissa con spintoni, calci, pugni e lanci di bottiglie di vetro.

Uno dei tre giovani, colpito alla testa, ha riportato ferite non gravi ma comunque refertabili. Gli altri non hanno avuto bisogno di cure.

La colluttazione è terminata solo con l’arrivo rapido delle pattuglie della polizia di Stato, impegnate nei controlli della movida, e successivamente dei carabinieri. Tutti i presenti sono stati identificati e la zona è tornata alla calma solo dopo diversi minuti di tensione.

I ragazzi aggrediti sono molto legati a Cesena.

Uno è un programmatore residente nella zona di Diegaro, l’altro – di origini ivoriane – è cresciuto in città prima di trasferirsi a Parigi con la madre: rientrato per qualche giorno, aveva appena festeggiato con gli amici la laurea magistrale in Economia e Management alla Sorbona.

Il terzo, con cittadinanza italiana, togolese e beninese, vive tra l’Italia e l’Africa. A raccontare l’accaduto è stato anche un quarto amico, rimasto a casa perché malato, che ha raccontato di essere rimasto «sconvolto» per quanto gli è stato riferito dagli altri.

La vicenda, per i suoi contorni, non resterà probabilmente confinata a un semplice fascicolo per lesioni. Se la vittima sporgesse querela, scatterebbe l’indagine formale; ma vista la rilevanza politica e i possibili risvolti di ordine pubblico, la Digos potrebbe comunque decidere di approfondire il caso, anche grazie alle telecamere della zona e alle testimonianze già raccolte. «In centro a Cesena insulti razziali gratuiti, un venerdì sera d’estate… pazzesco», ha commentato uno dei ragazzi, sintetizzando lo sconcerto e l’amarezza per un episodio che ha lasciato un segno profondo.

La Procura, intanto, attende di conoscere la decisione dei tre amici. Se arriverà la querela, il procedimento scatterà in modo automatico. Ma l’ipotesi, sempre più concreta, è che gli investigatori possano comunque andare avanti d’ufficio, considerata la gravità del fatto. Un episodio che rischia di pesare non solo sul piano giudiziario, ma anche su quello civile e politico, riaccendendo il dibattito sulla sicurezza e sul rispetto dei valori democratici nel cuore della città.

Fonte: https://www.corriereromagna.it/home/insulti-razzisti-a-tre-amici-a-passeggio-e-aggressione-davanti-alla-sede-di-casapound-in-centro-a-cesena-CC1602884

Foligno vuole estumulare Augusto Bolletta. La memoria antifascista non si sfratta.


di Alekos Prete

Per capire perché questa scelta non è una semplice questione amministrativa bisogna ricordare chi era Bolletta. Era figlio di una famiglia di lavoratori, cresciuto in una città attraversata dalle lotte sociali e sindacali dell’inizio del Novecento. Simpatizzava per il movimento socialista e comunista e in quei mesi l’Umbria, come tante altre regioni italiane, era scossa dalla violenza delle squadracce fasciste che attaccavano le Camere del lavoro, le cooperative, le leghe contadine. Bolletta pagò con la vita il suo impegno e la sua appartenenza: fu aggredito e ucciso da un gruppo di fascisti in pieno giorno, nel cuore di Foligno, proprio perché comunista, perché simbolo di quella parte di popolo che non chinava la testa.

Sulla sua morte il regime impose il silenzio. Non solo fu vietato ricordarlo, ma persino portargli un fiore sulla tomba. Il fascismo temeva che il suo nome diventasse un punto di riferimento per gli antifascisti. La sua memoria fu perseguitata come la sua vita.

Dopo la Liberazione, finalmente, la città volle riscattarlo. Il Comitato del Movimento di Liberazione fece costruire una tomba-monumento nel cimitero centrale di Foligno. Sulla lapide scrissero parole chiare, scolpite nel marmo: “ucciso barbaramente dai sicari fascisti”. Non era solo un sepolcro, ma un atto politico, un segno visibile della riconquista della libertà. Una promessa al popolo: ricordare per sempre chi aveva pagato con il sangue.

E oggi? Oggi il Comune decide che quella concessione è “scaduta” e che i resti vanno spostati nell’ossario comune. Come se la memoria antifascista fosse un contratto d’affitto da rinnovare. Come se un ragazzo assassinato per le sue idee fosse solo un nome da archiviare.

L’ANPI di Foligno ha denunciato il tentativo di estumulazione dei resti di Bolletta e chiesto l’annullamento dell’ordinanza almeno per le tombe monumentali. Perché qui non c’è solo un regolamento cimiteriale: c’è il rischio di una seconda morte, quella della memoria.

Difendere questo monumento significa difendere la libertà di oggi. Non è un atto di pietà, è un atto politico. Perché la memoria non si estumula.

Augusto Bolletta non si tocca.

Fonte: articolo 21.org

La rana bollita


Racconta la metafora che descrive come alcune persone tendano ad adattarsi gradualmente a situazioni negative o pericolose, senza rendersene conto finché non è troppo tardi. L’immagine di una rana che, immersa nell’acqua, non reagisce al progressivo aumento della temperatura fino a morire bollita.

E’ da tempo che non scrivo più nulla su questo blog, forse è perché mi sento come la rana della metafora, sconvolto e senza parole.

Chi mi ha sempre seguito pazientemente sa che principalmente scrivo di Resistenza, racconto vite di persone che hanno in molte volte dato la vita per una nuova società.

Ora silenziosamente anno dopo anno la destra è riuscita a riprendersi il potere in questa dannata nazione dove tutto si credeva acquisto per sempre.

Invece da due anni con leggi che ricordano gli anni infausti di una dittatura hanno piano piano tolto e soggiogato le nostre libertà.

Per evitare la solita contestazione ammetto che anche i governi che li hanno preceduti non è che abbiano risolto chissà che, ma oggi  a partire dall’informazione è uno stendersi alle “veline”, alle falsità, alle fake che il neo istituto Luce propina quotidianamente.

Sì lo ammetto mi sento uno sconfitto.

Respinsero provocazione di “prodi fascistelli”, denunciate/i studentesse/i


I fatti risalgono allo scorso maggio quando in zona universitaria si erano verificate “molestie, minacce, scritte xenofobe e sessiste, svastiche sui muri e il tutto era culminato il 19/05 con una simpatica irruzione all’interno dell’auletta autogestita del 38 strappando i manifesti trovati al suo interno e pisciando sui muri”, scrive il Cua.

“In queste ore, la questura di Bologna sta procedendo con la notifica di alcune denunce contro quel moto di rifiuto dell’odio fascista che qualche mese fa, spontaneamente, aveva visto compatta la zona universitaria”. Ne dà notizia il Collettivo Universitario Autonomo.

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APPELLO CONTRO IL REVISIONISMO DELLA STORIA E LE SUE CONSEGUENZE


Pubblichiamo di seguito un appello antifascista, Invitando tutte e tutti di prendersi il tempo per leggere e, per chi si riconosce nella chiamata, di aggiungere la propria firma. Ci sono già oltre 100 firmatari!

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IL TRIBUNALE DI FORLÌ CONDANNA L’ANTIFASCISMO!


Solidarietà alle antifasciste e agli antifascisti condannatx per essersi oppostx all’apertura di un covo fascista a Cesena.
Mercoledì 15 settembre 2021 al Tribunale di Forlì si è tenuta l’udienza definitiva di primo grado, con relativa sentenza, del processo che vedeva imputate 5 persone per diversi reati riguardanti la composita opposizione contro l’apertura della sede di Cesena di Casapound aperta in Via Albertini 28/D nel gennaio 2018.
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Tortura


Storie dell’occupazione nazista e della guerra civile (1943-45)
di Mimmo Franzinelli
Ed. Mondadori

Nei venti mesi intercorsi tra l’armistizio dell’8 settembre 1943 e la fine dell’aprile 1945, occupazione tedesca e guerra civile determinano spirali di violenze e crimini orribili. Nella Repubblica di Salò gli apparati di repressione dell’antifascismo praticano la tortura per strappare informazioni, provocare sofferenze, umiliare il nemico. Nello scontro totale, il valore della vita si degrada fino a perdere di significato.

Tortura racconta la «guerra sporca» dei reparti collaborazionisti, che li induce a commettere – nelle prigioni di via Tasso a Roma come nel carcere di San Vittore a Milano – sevizie di ogni genere: somministrazione di scariche elettriche, waterboarding, bruciature dei genitali, simulazioni di fucilazione. In celle buie e sovraffollate c’è chi, con lo sguardo allucinato, il viso macilento e la coscienza annebbiata, si riconosce a stento nello specchio. E chi, giunto alle soglie della pazzia, pensa al suicidio come gesto di estrema e lucida disperazione. Molte donne, poi, rimangono vittime di stupri o sevizie sessuali. Di questo inferno – che il Pasolini di Salò reinterpretò con sinistro acume – Mimmo Franzinelli dà ora conto in pagine di drammatico spessore.

Trascurato dalla storiografia italiana, il fenomeno della tortura è caratterizzato da vari luoghi comuni: per esempio che la grande maggioranza degli inquisiti tacesse durante gli interrogatori o che le sevizie fossero poco utili sul piano operativo. L’approfondita analisi della situazione dimostra che non è così.

Tra chi riuscì a tacere, nonostante disumani tormenti, ci sono due tra i più stretti collaboratori di Ferruccio Parri, dirigenti della Resistenza in Liguria e Lombardia: Luciano Bolis e Manlio Magini.

Seppure in versione isolata, anche i partigiani ricorsero alla tortura. E questa è la pagina più nera della Resistenza, il suo lascito peggiore. Eppure, non è possibile un’equiparazione. Oltre alla rilevante diversità quantitativa, le torture inflitte dai fascisti rivestirono carattere istituzionale, mentre quelle perpetrate dai partigiani violarono le norme diramate dai CLN (infatti, molti seviziatori furono puniti dagli organi della Resistenza).

Sulla base di un’ampia documentazione inedita e di una sapiente ricognizione delle fonti, Franzinelli racconta come si svolsero effettivamente i fatti, sfrondandoli della deformazione manichea e ideologica con cui sono stati spesso tramandati in scritti e discorsi celebrativi. Nella convinzione che, per comprendere un periodo così drammatico della nostra storia, si debba intraprendere un viaggio nell’orrore e guardarlo in faccia, anche per imparare a riconoscere i meccanismi oscuri dell’animo umano e trovare – forse – possibili antidoti.

Fonte: librimondadori.it

Movimento Patrioti a Bologna il 1° maggio, insorge la sinistra: “Nessuna piazza e nessuno spazio ai fascisti”


Movimento Patrioti a Bologna il 1° maggio, insorge la sinistra: “Nessuna piazza e nessuno spazio ai fascisti”

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L’eroe Mussolini e gli immigrati assassini: i fascio-fumetti invadono le scuole


La propaganda nera arriva dalla Germania sotto forma di vignette, graphic novel, opuscoli e libri animati pubblicati dalla galassia degli editori d’ultradestra: amministrazioni e assessori soprattutto di FdI li donano a istituti e biblioteche
30 Marzo 2021

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