Proni Luciano (Nome di battaglia Kid)


Nasce il 18 febbraio 1919 a Bologna. Studente universitario di architettura. Presta servizio militare in Albania e in URSS. Partecipa al gruppo dirigente della FGSI di Bologna, è uno dei promotori della brigata Matteotti Città. Il 23 settembre 1943, con Leandro e Vincenzo Monti, recupera parte delle armi abbandonate nella caserma di via Agucchi che sono utilizzate per la brigata. È uno dei massimi dirigenti della brigata fino al luglio 1944 quando, a causa della delazione di una donna, sono arrestati numerosi militanti della FGSI.

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Finzi Marino


Nasce il 25 febbraio 1914 a Trieste. Oppositore del fascismo fin dall’inizio degli anni trenta, durante gli studi liceali compiuti a Trieste, e, in seguito, nel corso degli studi di medicina seguiti nell’università di Bologna grazie alla vivacità critica degli ambienti studenteschi frequentati, specialmente quello degli studenti stranieri, per lo più israeliti, nel tardo autunno del 1938 aderì a GL. Fece parte del gruppo di Carlo Lodovico Ragghianti, che ebbe tra i suoi esponenti Antonio Rinaldi, Sergio Telmon, Mario Delle Piane, Ennio Pacchioni, Cesare Gnudi, Gian Carlo Cavalli. L’entrata in vigore delle leggi razziali lo costrinse ad espatriare, nel 1939, a Parigi.

Rientrato in Italia con lo scoppio della seconda guerra mondiale, a causa della situazione già da prima oppressiva e depressiva, che andava diventando di giorno in giorni più intollerabile per effetto delle leggi razziali, per tutto quello che esse – anche nella più blanda versione italiana volevano dire sul piano umano, civile e del lavoro, visse mesi di solitudine e di paura, con l’incubo continuo dell’arresto e della deportazione, pur mostrandosi, nonostante tutto questo, disponibile ad aiutare, nel modo più disinteressato e solidale, quanti gli si rivolsero bisognosi di assistenza e di cure.

Rifugiatosi, dopo l’8 settembre 1943, in località Fornace di Barbarolo (Loiano) riuscì a sfuggire alla cattura e alla deportazione, mentre invece non poterono evitarle il padre, la madre e la sorella Clara, arrestati dai tedeschi il 19 marzo 1944. In seguito, gli fu possibile non essere identificato tramite l’utilizzazione di documenti falsi fornitigli da Armando Quadri.

In quei mesi di clandestinità, con acuta sensibilità morale e civile, consapevole che i partigiani non erano solo amici da aiutare e proteggere, ma erano la forza organizzata con cui schierarsi, da seguire e obbedire, operò con la 62a brigata Camicie rosse Garibaldi, prestando tra angoscianti difficoltà la sua opera di medico, fino a quando la brigata rimase nella zona di Monterenzio-Loiano.

Fu Cesare Pesci a richiedere la sua opera, che ebbe modo di esplicarsi per la prima volta in una grotta vicino a Castelnuovo di Bisano (Monterenzio) il 14 giugno 1944, recando il primo soccorso a tre partigiani feriti, tra i quali Gino Albertazzi.

Testimonianza

Alla Resistenza arrivai ad aderire in modo, a prima vista, abbastanza singolare e soprattutto sbrigativo. Rifugiatomi dopo l’8 settembre sull’Appennino, ai piedi del monte delle Formiche (in località Fornace di Barbarolo), venni un giorno avvicinato da un partigiano (Pesci) che mi invitò, in modo gentile ma che certo non ammetteva tergiversazioni, a tenermi a disposizione dei partigiani. Cominciò così la mia attività di medico partigiano che divenne assai più intensa e quasi giornaliera dopo la costituzione della 62a brigata Garibaldi, in forza alla quale rimasi fino a quando la brigata abbandonò la zona per spostarsi verso la Romagna.

Ma questo attivo impegno antifascista trova le sue origini più lontano. Le radici della mia opposizione alla dittatura fascista risalgono al periodo liceale, quando già nel 1930-32 gruppi di studenti di varie scuole medie superiori triestine, con i quali ero a contatto, e nel quadro di una diffusa ostilità al regime degli ambienti culturali della città (che, di contro alle note spinte nazionalistiche, manteneva una sua larga apertura internazionale), ponevano in discussione la politica e gli ideali fascisti e cercavano una unione di forze che arresti e trasferimenti troncarono sul nascere, intimidendo decisamente ogni tentativo successivo.

A Bologna poi, nel periodo universitario, l’amicizia ed il contatto con gruppi di studenti stranieri, per lo più israeliti, di cui il fascismo fingeva di ergersi, allora, a protettore, alcuni profughi dai paesi nazisti, altri semplici ospiti (la maggior parte di questi ultimi provenivano dai paesi dell’Europa orientale dove l’antisemitismo trovava codificazione tra l’altro nel numerus clausus all’università per gli ebrei), mi permisero di rafforzare i miei convincimenti e mi prepararono, in qualche modo, a quelle terribili esperienze che furono le leggi razziali.

Solo nel tardo autunno del 1938, ebbi però la possibilità di conoscere attivi elementi di Giustizia e Libertà e di riprendere quindi in modo organico ed ampliare il discorso appena abbozzato negli anni precedenti; discorso che potei approfondire ulteriormente l’anno seguente, a Parigi, che avevo raggiunto in seguito alla proclamazione delle leggi razziali.

Lo scoppio della guerra, il brusco ritorno in Italia, e varie successive peripezie mi fecero perdere qualsiasi contatto, che s’incaricò poi di riallacciare in modo sbrigativo e perentorio il partigiano Pesci.

Il fatto di maggior interesse politico fra quelli da me vissuti nel periodo della Resistenza fu senz’alcun dubbio quello della battaglia del grano dell’estate 1944. Il grave scacco che in quell’occasione le forze partigiane fecero subire ai nazifascisti impose in diverso modo in tutta la zona la presenza della Resistenza e modificò sostanzialmente i rapporti fra popolazione civile e partigiani, fino allora basati su una solidarietà e collaborazione essenzialmente emotive e non per questo certamente meno importanti.

Dopo la battaglia del grano questo rapporto si mutò: i partigiani non erano solo amici da aiutare e proteggere, ma erano la forza organizzata con cui schierarsi, da seguire ed obbedire.
Il comando partigiano ordinò dapprima di lasciare — dopo averlo mietuto — il grano nei campi, quindi di trebbiarlo, ma di non consegnarlo all’ammasso. Di contro le autorità ordinavano di portarlo all’ammasso, pena dure rappresaglie.

Le questioni e le titubanze dei contadini si risolsero a favore dei partigiani quando fu vista arrivare la trebbiatrice non scortata (come molti prevedevano e temevano) da truppe nazifasciste, ma da partigiani, che poi presidiarono le aie per tutta la durata delle operazioni di trebbiatura. Presidi nazifascisti (lungo la statale della Futa) erano a pochi chilometri di distanza (il più vicino forse a meno di cinque), ma durante tutta la fase conclusiva e decisiva della battaglia del grano non osarono mostrarsi, facendo cadere nel più assoluto ridicolo le loro sinistre smargiassate. Non un chicco di grano in tutta la zona fu consegnato all’ammasso.

Nella mia qualità di medico non ebbi modo di partecipare direttamente a scontri armati, ma non meno intensi sono per questo i ricordi: dai paurosi rastrellamenti, alle angoscianti difficoltà che si presentavano nell’adempimento della mia opera medica. E d’intensità ed emozione si può certo parlare anche a proposito dell’amicizia e della solidarietà che, in quel periodo, erano sorte fra uomini praticamente sconosciuti, provenienti dai più diversi ceti sociali e dalle più disparate esperienze.

Ma se debbo dire di un episodio credo che quello, fra i tanti, che ancora oggi ricordo con maggiore intensità ed emozione sia proprio quello del primo incontro con la Resistenza: il partigiano che mi portò l’ordine di tenermi a disposizione, la prima chiamata, il primo soccorso a tre partigiani feriti in una grotta vicino a Castelnuovo.
Dopo mesi di solitudine e di paura, con l’incubo continuo dell’arresto e della deportazione, per la prima volta non mi sentii più solo, ma soprattutto comparve la prospettiva concreta e reale non tanto della sconfitta del nazifascismo quanto di una nuova realtà italiana.

Erano ormai lunghi anni che la situazione già da prima oppressiva e depressiva andava diventando di giorno in giorno più intollerabile per effetto delle leggi razziali, per tutto quello che esse — anche nella più blanda versione italiana — volevano dire sul piano umano, civile e del lavoro. Benché si fosse nel periodo più duro e grave, benché ancora terribili prove mi aspettassero (il 19 marzo 1944 i tedeschi arrestarono i miei genitori che, deportati, furono trucidati ad Auschwitz) quell’incontro è ancora oggi nel mio ricordo il confine fra l’ora della sfiducia e della disperazione e quella della speranza quanto della certezza della ripresa.

Cucchi Aldo (Nome di battaglia Jacopo)


Nasce il 27/12/1911 a Reggio Emilia. Chiamato alle armi durante la seconda guerra mondiale, fu mobilitato sul fronte grecoalbanese.
Promosso tenente, nel 1942 fu trasferito all’ospedale militare di Bologna dove si trovava l’8 settembre 43. Prese parte alla organizzazione delle prime formazioni bolognesi. Continua a leggere “Cucchi Aldo (Nome di battaglia Jacopo)”

Romagnoli Libero (Nome di battaglia Gino)


Nasce il 31/8/1913 a Minerbio. Operaio rettificatore alla Ducati. Nel posto di lavoro fin dal 1941 ebbe contatti con alcuni dirigenti comunisti fra cui Dalife Mazza e Gianni Masi. Il 4/11/43, con Vittorio Gombi e Libero Baldi, partecipò alla prima azione gappista intrapresa a Bologna contro un gruppo di tedeschi riuniti nel ristorante Fagiano, in via Calcavinazzi.
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Bologna 30 agosto 1944


Al Poligono di Tiro di Bologna vengono fucilati 12 partigiani come rappresaglia per l’uccisione del colonnello Zambonelli della Guardia Nazionale Repubblicana. L’annuncio della avvenuta fucilazione appare il giorno 31 sul Resto del Carlino
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La battaglia di Ca’ di Guzzo


Il ricordo di Libero comandante della 36.a Brigata

Alla fine del Settembre 1944 gli uomini della montagna, spronati da Alexander, ebbri di gioia per la vittoria che ormai serravano in pugno, si apprestarono per la battaglia finale.
La 36ª Bianconcini , al comando di Bob e forte di oltre milleduecento uomini, si divise allora in quattro battaglioni, con destino diverso: al I° Battaglione, comandato da “Libero”, spettò il compito di marciare su Imola e Bologna.
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Carlo Venturi


Nome di battaglia Ming nasce il 12/12/1925 a Casalecchio di Reno. Nei giorni dell’armistizio ricuperò molte armi nelle caserme di Casalecchio di Reno con altri giovani e le fece avere al movimento partigiano locale. Per questa ragione fu a lungo interrogato dai dirigenti fascisti di Casalecchio di Reno. Quando fu chiamato alle armi, nel mese di giugno, non si presentò ed entrò a far parte della brg Stella rossa Lupo.

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