Il fascismo nella Venezia Giulia e la persecuzione antislava


Tra qualche giorno si celebrerà “La Giornata del Ricordo” giornata indetta nel 2004 in ricordo delle foibe e dell’esodo degli italiani dai territori istriani, fiumani e dalmati. Giornata creata dall’allora governo Berlusconi. Non voglio sminuire la tragedia di quei giorni, ma la storia di quei territori non può essere letta solo nell’ultimo periodo di dominazione italiana.

Ci si dimentica spesso, forse volutamente, di quel pezzo di storia iniziato nel primo dopo guerra, quando D’Annunzio occupò illegalmente l’Istria con i suoi legionari per contestare la mancata assegnazione all’Italia di quei territori nel trattato di pace seguito alla prima guerra mondiale. Non si può dimenticare l’italianizzazione voluta dal fascismo di quelle terre, in merito si può leggere la testimonianza di Vinka Kitarovic qui che subì sulla propria pelle quella politica. Non ci si può dimenticare la feroce repressione fatta dai nostri militari nei confronti della popolazione inerme e basta leggere i dispacci del generale Riotta che denunciava “Qui si fucila troppo poco”, i campi di concentramenti italiani. L’occupazione italiana in Jugoslavia rimane un lato oscuro della nostra storia di cui si parla troppo poco e con scarso interesse.

Alberto Buvoli su Patria Indipendente nel  febbraio 2005 scrisse questo articolo che ripropongo è una piccola panoramica di quello che il fascismo (leggi italiani) fecero.

Il fascismo nella Venezia Giulia e la persecuzione antislava

di Alberto Buvoli

patria indipendente 27 febbraio 2005

13 luglio 1920: gruppi di nazionalisti e di fascisti si ritrovano in piazza Unità, a Trieste, con il pretesto degli incidenti di Spalato avvenuti il giorno prima. Eccitati dalle arringhe di alcuni oratori, iniziano una selvaggia caccia all’uomo, allo slavo; il Consolato jugoslavo viene invaso. Poi la folla si dirige verso il Narodni Dom (Casa del Popolo) degli sloveni a Trieste, meglio conosciuto col nome di hotel Balkan. Il grande edificio, un palazzo di sei piani, è la sede centrale delle istituzioni culturali ed economiche degli sloveni giuliani, ospita la Cassa Prestiti e Risparmio, un teatro, la Società Operaia, una biblioteca, oltre ad un ristorante ed un caffè, appartamenti privati e studi di professionisti.

I fascisti, che Francesco Giunta organizzò in vero e proprio “partito armato”, sostenuti e finanziati dall’armatore Cosulich e da ambienti finanziari e assicurativi, protetti ed aiutati dalle Guardie Regie, continuano per tutto il giorno seguente a distruggere le sedi di altre organizzazioni slave di Trieste: vengono devastate la tipografia del giornale “Edinost”, gli studi di numerosi professionisti sloveni, le sedi della Banca Adriatica, della Banca di Credito di Lubiana, della Cooperativa per il Commercio e l’Industria e della Cassa di Risparmio Croata. Rino Alessi sul principale quotidiano di Trieste “Il Piccolo” così scrive: “Le fiamme del Balkan purificano finalmente Trieste, purificano l’anima di tutti noi”.

A poco più di un anno dalla sua costituzione a Trieste, avvenuta nel maggio dell’anno precedente, così il fascismo si presentava con una eclatante azione squadristica, preordinata allo scopo di offrire alla borghesia triestina e agli ambienti liberalnazionali giuliani l’immagine di una sicura forza antislava e antioperaia.

L’incendio e la devastazione del “Balkan” e degli altri edifici fu l’inizio di una dura e violenta politica di oppressione etnica, che il fascismo e nazionalismo triestini e giuliani perseguiranno per tutto il ventennio nei confronti della minoranza slava, slovena e croata. Fu l’inizio di un’opera di snazionalizzazione violenta e capillare, di italianizzazione e di fascistizzazione della Venezia Giulia. La situazione economica, in cui si era venuta a trovare la Venezia Giulia negli anni del primo dopoguerra, fu duramente condizionata dal collasso dell’Impero austroungarico e dal difficile passaggio all’amministrazione italiana. Il malessere economico che colpiva in generale la società triestina, i conseguenti fermenti sociali, che spesso portavano a situazioni fortemente conflittuali, potevano solo aggravare i delicati equilibri etnici esistenti e spinsero anche ambienti moderati, non solo nazionalisti e fascisti, a risposte sbrigative e pretestuose in chiave antislava e antioperaia ai vari e gravi problemi sociali ed economici della società triestina e giuliana. Il sistema produttivo in generale era in declino a Trieste ed in Istria: l’agricoltura istriana e quella goriziana avevano perduto i propri mercati tradizionali; i porti di Trieste e di Fiume risentivano fortemente della crisi emporiale e commerciale ed inoltre non godevano più del sistema protettivo asburgico che aveva loro permesso di prosperare; carovita e disoccupazione dilagavano. Questa situazione determinò un vasto fermento sociale, comune per altri motivi anche al resto d’Italia, che si palesò nel 1919 in scioperi, manifestazioni e in vivaci contrasti anche fra arditi e lavoratori.

A questo malessere si aggiunsero e si intrecciarono contrasti di carattere nazionale fra quelle forze (i partiti operai) che difendevano gli slavi in quanto nazionalità oppressa, ed i nazionalisti dall’altra. La nuova amministrazione italiana fu incapace di comprendere la specificità della situazione triestina e giuliana, e rispose con numerose condanne che acquistarono carattere non solo di classe, ma anche razziali, e con deportazioni in Sardegna, nel luglio-agosto del 1919, di un migliaio di intellettuali, sacerdoti, insegnanti e funzionari statali considerati “austriacanti” o filoslavi.

Sulla stampa gli scioperanti vennero costantemente accusati di essere “antinazionali”, “antiitaliani”, “agenti jugoslavi”, ecc. Ad esempio a Trieste per lo sciopero dei ferrovieri del febbraio 1919 vennero comminate 50 condanne per complessivi 120 anni di carcere; a Pola i metalmeccanici, che scioperarono nel gennaio 1920, subirono condanne anche a 25 anni di carcere, con l’accusa di “cospirazione contro lo Stato e incitamento alla guerra civile”.

Oltre ai processi, ben presto le autorità di occupazione adottarono, specie contro sloveni e croati, il sistema delle deportazioni nel Meridione e in Sardegna, senza alcuna disposizione della magistratura e sulla base di semplici delazioni.
Subirono questa sorte decine di insegnanti, sacerdoti, intellettuali slavi e perfino il vescovo di Veglia. È esemplare il comportamento molto duro e rigoroso tenuto dal Comando militare di Pola nei confronti della popolazione croata: “ci furono arresti di capi politici croati, eliminazione di croati da amministrazioni comunali e loro sostituzione con elementi italiani, chiusura di scuole medie ed elementari croate, soppressione del giornale croato di Pola “Hrvatski List”, divieto di telefonare al di là della linea di armistizio, che voleva dire con la nascente Jugoslavia, dove i cosiddetti “allogeni”, e non solo loro, avevano relazioni di parentela e di affari”.
Le aggressioni e gli assalti da parte di squadre fasciste contro sedi operaie e slave si moltiplicarono: dopo l’incendio del “Balkan”, venne devastato ed incendiato il “Narodni Dom” di Pola, vennero date alle fiamme le case dei villaggi di Krnica e di Mackolje. Nel complesso 134 furono gli edifici della Venezia Giulia distrutti fra il 1919 ed il 1920.

Mussolini scriverà sul “Popolo d’Italia” del 24 settembre 1920: “in altre plaghe d’Italia i Fasci di combattimento sono appena una promessa, nella Venezia Giulia sono l’elemento preponderante e dominante della situazione politica”.
Dopo le elezioni del 1921, che videro a Trieste e in Istria il successo del Blocco Nazionale capeggiato dai fascisti, che superarono anche i candidati liberal nazionali, ripresero le aggressioni e le spedizioni squadristiche.

Un esempio fra i tanti lo offrì un episodio accaduto nel giugno 1921. Pochi giorni dopo l’inaugurazione di un monumento agli alpini sul Monte Nero, si diffuse la voce che gli slavi lo avevano oltraggiato. Numerosi gruppi di squadristi, provenienti anche dal Veneto e dall’Emilia, si radunarono a Tolmino e Caporetto e scatenarono una violenta rappresaglia ed il terrore fra le popolazioni slave di quella zona e di Gorizia e del Carso: numerosi sloveni vennero arrestati, case saccheggiate, persone percosse. Un’inchiesta governativa in seguito appurò che a danneggiare il monumento era stato un fulmine. Questo episodio rappresenta bene il carattere pretestuoso e di persecuzione razziale che acquistarono le azioni squadristiche in quei primi anni del dopoguerra. Veniva perseguita una politica che favoriva l’identificazione di fascismo e italianità, e che aveva come obbiettivo quello di accattivarsi le simpatie della borghesia liberalnazionale triestina e giuliana e di orientare la pubblica opinione contro la minoranza slava, nello stesso tempo distraendola dai problemi veri e reali della situazione economica. Dopo che Mussolini assunse la carica di primo ministro e giunse al potere, il fascismo nella Venezia Giulia, senza abbandonare i metodi delle spedizioni punitive, degli assassinii e delle aggressioni sistematiche a persone, e di devastazione di sedi di organizzazioni slave, si presentò con un preciso programma “legale” di snazionalizzazione nei confronti dei circa 500.000 sloveni e croati che il Trattato di Rapallo aveva destinato a vivere dentro i confini dello Stato italiano. Così la “guerra contro lo slavismo” divenne l’aspetto politico maggiormente caratterizzante e anche più appariscente del cosiddetto “fascismo di confine”, in grado di rispecchiare la politica aggressiva del fascismo verso i Balcani ed essere esempio di forza e di compattezza all’interno.

Il giornalista Ragusin-Righi esponeva in questi termini i lineamenti di questa politica di snazionalizzazione: “I nuclei di sloveni della zona di confine non hanno mai avuto una propria unità nazionale, né una propria civiltà. La loro storia è quella data dalla politica dell’Austria, in cui hanno servito da strumento… I gruppi allogeni della Venezia Giulia, neanche nella forma esteriore presentano le caratteristiche che sono proprie ad una minoranza nazionale… Privi di una propria convinzione e di qualsiasi coscienza, essi sono stati sempre guidati o con la forza o con le intimidazioni, oppure con le lusinghe e le illusioni… L’opera di colonizzazione ha tre aspetti principali: prima di tutto l’epurazione deve ridare alla popolazione allogena il suo aspetto genuino… In secondo luogo viene la colonizzazione che si può chiamare Stato, costituita dalla opportuna dislocazione di scelti funzionari italiani… Infine viene la saturazione completa”.

Nel progetto di cancellazione della identità culturale e linguistica di quelle popolazioni considerate senza storia, il fascismo al governo iniziò l’opera di snazionalizzazione cercando di colpire i quadri dirigenti, costringendo all’emigrazione funzionari pubblici, sacerdoti, maestri, intellettuali e, così facendo, eliminare sistematicamente ogni espressione di vita politica e culturale delle popolazioni slave. Senza aspettare le leggi speciali “fascistissime”, che avrebbero conculcato le libertà democratiche e le libertà di stampa e di associazione in tutto il Paese, gli sloveni e i croati videro chiudere, uno dopo l’altro, con disposizioni amministrative e atti di violenza, i loro centri culturali, i giornali; vennero proibite tutte le pubblicazioni (persino il catechismo); vennero costrette a sciogliersi le società sportive e ricreative, le Casse rurali, le cooperative e ogni altra loro organizzazione.

Il “genocidio culturale” iniziò attraverso la proibizione dell’uso delle lingue slovena e croata negli uffici pubblici: il Tribunale di Trieste emise nell’aprile del 1922 un’ordinanza che così prescriveva: “L’uso della lingua slovena nei Tribunali di Trieste è assolutamente proibito sia negli atti che nei procedimenti orali “, anche se la stessa ordinanza permetteva l’uso dello sloveno nei tribunali dei distretti in cui tale lingua era predominante. Il Tribunale di Gorizia seguì l’esempio di quello triestino. Questo fino al varo del RDL n. 1796 del 15 ottobre 1925 che proibiva tassativamente l’uso di lingue diverse dall’italiano in tutte le sedi giudiziarie. Tutti gli atti “redatti in lingua diversa da quella italiana sono da considerarsi come non presentati”. … “Se la trasgressione viene commessa da un giudice, ufficiale giudiziario o da altro impiegato giudiziario, esso viene sospeso dal servizio… In caso di recidiva viene esonerato”.

Analoghi provvedimenti vennero presi per tutti gli uffici pubblici. Nei negozi e nei locali pubblici venne proibito l’uso delle lingue locali: l’infrazione di queste imposizioni poteva portare alla perdita della licenza commerciale. Ed il controllo fu esercitato dalle squadre fasciste, come dice il seguente manifesto affisso sui muri delle case di Dignano:

P.N.F. – Comando Squadristi – Dignano
Attenzione!
Si proibisce nel modo più assoluto
che nei ritrovi pubblici
e per le strade di Dignano
si canti o si parli in lingua slava.
Anche nei negozi di qualsiasi genere
deve essere una buona volta adoperata
SOLO LA LINGUA ITALIANA
Noi Squadristi, con metodi persuasivi,
faremo rispettare il presente ordine.
GLI SQUADRISTI

Vennero cancellate le insegne pubbliche e le indicazioni stradali, insomma tutto ciò che poteva dare visibilità o indicare la presenza della minoranza slovena e croata. Con il Regio Decreto n. 800 del 29 marzo 1923 venne dato compimento all’opera di italianizzazione dei toponimi iniziata dalle autorità militari italiane subito dopo la fine della guerra: i nomi dei paesi e delle città, delle località geografiche vennero italianizzati arbitrariamente e senza alcun criterio scientifico. Fu proibito l’uso dei toponimi sloveni e gli uffici postali smisero di inoltrare la corrispondenza se i nomi delle località fossero stati scritti in sloveno o croato. Vennero proibite le scritte slave sulle pietre tombali, persino quelle sulle corone di fiori.

Accanto al decreto sulla proibizione dell’uso delle lingue “locali”, per i cognomi si giunse all’italianizzazione forzata con il RD. del 7 aprile 1927 sulla “restituzione in forma italiana dei cognomi originariamente italiani snazionalizzati”, che estendeva alla Venezia Giulia il RD. n. 17 del 10 gennaio 1926 emanato per l’Alto Adige. I prefetti nominarono speciali commissioni con l’incarico di formare gli elenchi dei cognomi da italianizzare. Dopo un primo periodo durante il quale le autorità fasciste cercarono di convincere la gente a chiedere volontariamente la “restituzione in forma italiana” dei cognomi slavi, esse procedettero coattivamente. Dal 1928 al 1931 gli elenchi dei cognomi da italianizzare vennero completati e sulla Gazzetta Ufficiale incominciarono a comparire i decreti prefettizi.

Importanza venne attribuita all’opera di rieducazione dei giovani: venne rapidamente eliminato l’insegnamento della lingua slovena e croata dalle scuole elementari e medie; i maestri slavi vennero sostituiti da maestri italiani, che non conoscevano la lingua locale e che divennero gli strumenti di assimilazione forzata. Così il “Popolo di Trieste” scriveva il 27 giugno 1927: “I maestri slavi, i preti slavi, i circoli di cultura slavi eccetera, sono tali anacronismi e controsensi in una regione annessa da ben nove anni e dove non esiste una classe intellettuale slava, da indurre a porre un freno immediato alla nostra longanimità e tolleranza“.

Nel 1918 nella Venezia Giulia esistevano 541 scuole slovene e croate con circa 80.000 studenti. Un anno dopo, le scuole erano già 464 con 52.000 alunni. I primi ad essere colpiti furono gli insegnanti sloveni e croati. La riforma Gentile, momento veramente cruciale per le scuole della minoranza, all’art. 4 stabiliva che “in tutte le scuole elementari del regno l’insegnamento è impartito nella lingua della Stato”. Gli insegnanti elementari per poter continuare ad insegnare nelle scuole italianizzate dovevano superare un esame entro l’aprile del ’24, ma molti vennero allontanati prima, essendo i licenziamenti in massa iniziati già dall’ottobre 1923. Per coloro che avevano superato tale esame, venne frapposto un nuovo ostacolo con la legge n. 2300 del 24 dicembre 1925 che permetteva il licenziamento “di chiunque non desse garanzia in ufficio o fuori di esso, di leale adempimento dei doveri e non agisse in conformità alla linea politica del governo“. Così, mentre la riforma Gentile stabiliva che le scuole elementari della minoranza gradualmente chiudessero entro l’anno scolastico 1928/29, i trasferimenti ed i licenziamenti continuarono. I pochi insegnanti rimasti in servizio vennero trasferiti per la maggior parte all’interno dell’Italia.

Così su circa un migliaio di insegnanti slavi, ne rimasero in servizio una cinquantina, e di questi solamente cinque nella Venezia Giulia. La stessa sorte seguirono le scuole medie e quelle professionali. L’ultimo ostacolo all’insegnamento dello sloveno e del croato fu costituito dai sacerdoti che, come scrisse il provveditore agli studi della Venezia Giulia e di Zara ai prefetti il 29 maggio 1926, “traendo profitto dalla circostanza che hanno l’incarico di impartire l’insegnamento della religione nelle classi elementari del luogo, aprono scuole clandestine per l’insegnamento della lingua slovena, con l’evidente proposito di eludere le disposizioni del Governo Nazionale sulla riforma linguistica “. “Il fascismo poggia su tre cardini: Dio, Patria, Famiglia. Il fascismo è dunque religioso e difende la fede“, così affermò il commissario fascista Horst Venturi al congresso dei fascisti istriani il 23 maggio 1925. E proseguì dicendo “… ci sono in questa regione sacerdoti che non sono Italiani e non comprendono cosa significhi essere italiano e cocciutamente insistono nel celebrare le funzioni religiose in lingua slovena. Noi invece affermiamo che in Italia si può pregare solo in italiano“. Per questa loro “cocciutaggine” numerosi preti stavano subendo aggressioni e violenze da parte di squadre fasciste.

Ma dopo il Concordato l’istituzione ecclesiastica finì con l’assecondare, attraverso direttive pastorali, la volontà del regime, comprimendo gli spazi di libertà di cui ancora godeva il clero e il laicato cattolico slavo: l’assimilazione, graduale e scevra da violenze, della comunità slovena e croata venne considerata dalla gerarchia ecclesiastica un diritto/dovere dello stato italiano in quanto appartenente ad una “civiltà superiore” che esaltava i caratteri della romanità e della cattolicità.

I rapporti con la chiesa cattolica e con alcuni vescovi sono sintomatici della capacità di penetrazione della ideologia fascista. Dopo il Concordato del ’29 i vescovi di Gorizia mons. Borgia-Sedej, e di Trieste, mons. Luigi Fogar, non ossequienti alla politica antislava del regime, furono costretti a ritirarsi. Dell’ossequienza alle direttive fasciste, voluta dal Vaticano, fu un esempio l’arcivescovo di Udine, mons. Nogara, che nel 1933 proibì l’uso della lingua locale nelle funzioni religiose e persino nella confessione a tutti i sacerdoti della Slavia veneta e delle Valli del Natisone.

Nella seconda metà del 1927 venne impressa un’accelerazione da parte del ministero degli interni all’opera di italianizzazione dei cosiddetti “allogeni” e si moltiplicarono i provvedimenti dei prefetti in ogni direzione. Quasi tutte le circa 400 organizzazioni culturali, ricreative ed economiche slovene e croate, ancora presenti nella Venezia Giulia nel giugno del 1927, vennero soppresse d’autorità e i loro beni confiscati. Rimasero in vita solo per poco tempo alcune società di assistenza e di mutuo soccorso. Tra il 1928 ed il 1929 vennero sciolte la lega delle cooperative di Gorizia, che era costituita da 170 cooperative di cui 70 di credito, e quella di Trieste, costituita da 140 cooperative, di cui 86 di credito.

Dopo la distruzione della vita culturale e politica della popolazione slava, l’annientamento del movimento cooperativistico fu un provvedimento, dal punto di vista economico, particolarmente grave soprattutto per le popolazioni rurali, non più sostenute dalle Casse rurali e dalle cooperative di acquisto e vendita. E potè così iniziare il programma di espulsione dei contadini slavi dalla terra, indebitati con alcuni istituti finanziari italiani ed in particolare con l’Istituto per il risorgimento delle Tre Venezie. Vennero messi all’asta terreni, fabbricati civili e agricoli, bestiame e venduti a prezzi bassissimi.

Nel 1931 iniziò una sistematica opera di colonizzazione delle zone slave della Venezia Giulia. Si moltiplicarono i pignoramenti e infine tutte le terre messe all’asta incominciarono ad essere rilevate dall’Ente per la rinascita agraria della Tre Venezie (costituito “ad hoc” il 14 agosto 1931) che iniziò un’ampia attività di “bonificazione etnica” nel 1935: le terre, così acquisite, dovevano poi essere successivamente distribuite a coloni italiani importati dalle zone agricole vicine. Ad esempio, nel comune di San Vincenti c’erano 170 piccoli proprietari coltivatori: di questi nel giugno del 1937 ne rimanevano solo 60. Tutti gli altri erano stati espropriati, una metà a favore dell’Ente Tre Venezie, e un’altra metà a favore di tre agrari italiani. Nonostante le facilitazioni di cui potevano godere i coloni italiani (attrezzi, macchine, sementi, mutui), l’operazione di colonizzazione non procedeva speditamente, per cui sulle terre espropriate spesso rimasero gli ex proprietari come coloni dei nuovi padroni italiani.

Un decreto del governo italiano (n. 82 del 7 gennaio 1937) autorizzò infine l’Ente Tre Venezie ad espropriare qualsiasi proprietà agricola. E che le cose non procedessero come le autorità fasciste avrebbero auspicato lo dimostra il progetto steso da Italo Sauro, consigliere speciale per le questioni slave presso il governo di Roma, nell’ottobre del 1939, progetto che prevedeva, fra l’altro, di “alienare in tutte le forme gli slavi dai propri terreni e dal paesi dell’interno “, di “minare la proprietà slava attraverso tutte le operazioni del credito e del fisco“, di “favorire l’emigrazione di rurali slavi”, di “trasferire continuamente operai e minatori specializzati (con la prospettiva di miglioramenti) in altri centri lontani del Regno e delle colonie“.

Ma ormai la guerra era alle porte e ogni progetto di bonifica etnica non poté più essere attuato. Le zone rurali slave rimasero slave. Già durante le prime elezioni parlamentari del maggio 1921, soprattutto a Trieste ed in Istria i fascisti ed i nazionalisti avevano scatenato un’ondata di violenza e di terrore senza precedenti contro gli elettori slavi che venivano aggrediti, bastonati, privati dei certificati elettorali, impedendo loro, in moltissimi casi, di votare.

Egualmente, nonostante le violenze ed i brogli, la provincia di Gorizia espresse 4 deputati sloveni ed uno solo italiano. Per questo il governo, nel 1923, la sciolse e la unì a quella di Udine, creando la Provincia del Friuli, nella quale gli sloveni divennero minoranza. La provincia del Friuli rimase in vita fino al 1927, anno in cui venne ripristinata la provincia di Gorizia. La provincia del Friuli aveva trovato l’opposizione anche del fascismo goriziano, oltre ad aver perso la sua ragion d’essere in quanto, con le “elezioni” del 1929, si poteva votare solo per la lista unica presentata dai fascisti, nella quale non poteva succedere che venissero inseriti degli slavi.

Egualmente la violenza contro le popolazioni slovene e croate raggiunse il culmine proprio con le elezioni parlamentari del 1929, e con il processo del Tribunale Speciale, trasferitosi a Pola, che vide Vladimir Gortan condannato a morte, e altri quattro croati condannati a 30 anni di reclusione. Nel settembre del ’30 si ebbe, poi, il primo processo triestino del Tribunale Speciale che si concluse con la condanna a morte di quattro sloveni imputati di vari delitti e di cospirazione per l’abbattimento delle istituzioni e delle organizzazioni italiane. Vennero fucilati il mattino seguente la sentenza al poligono militare di Basovizza.

Il secondo processo del Tribunale Speciale svoltosi a Trieste venne celebrato nel dicembre del 1941, a Jugoslavia già aggredita e smembrata, contro 60 imputati presenti, accusati di cospirazione armata contro la sicurezza dello Stato e di spionaggio politico e militare. Il P.M. chiese 12 condanne a morte, il Tribunale ne comminò 9, di cui 5 eseguite e 4 commutate in ergastolo. Fra i fucilati Pino Tomazic. Degli altri imputati 23 vennero condannati a trent’anni di carcere, altri a pene minori per un cumulo complessivo di 666 anni di reclusione.

Questi di Pola e di Trieste furono i processi che ebbero maggiore risonanza e che nelle intenzioni del regime avrebbero dovuto intimorire la popolazione, ma non furono i soli. Nel complesso essi furono 131 e videro 544 imputati. Su 42 condanne a morte emesse dal Tribunale Speciale, ben 35 riguardarono sloveni e croati.
Il 6 aprile 1941 56 divisioni tedesche, italiane, ungheresi e bulgare attaccarono da ogni parte il Regno di Jugoslavia: la debole resistenza dell’esercito aggredito venne subito sopraffatta. Lo stato crollò, l’esercito si sciolse ed il paese venne smembrato.

La Slovenia settentrionale fu assegnata al Reich, quella meridionale con Lubiana (complessivamente 340.000 abitanti) venne annessa all’Italia come provincia di Lubiana. L’Italia ingrandì a spese della Croazia la provincia di Fiume e quella di Zara, annettendosi anche la parte centrale della Dalmazia, grande parte delle isole adriatiche e la regione delle Bocche di Cattaro. Con queste annessioni vennero costituite due nuove province, quella di Spalato e quella di Cattaro. Zara, Spalato e Cattaro costituirono il Governatorato generale della Dalmazia.

La Croazia fu dichiarata stato indipendente e Aimone di Savoia ne fu proclamato re, mentre il governo fu affidato al fascista croato Ante Pavelic´ e agli ustascia. Il Montenegro divenne un Governatorato civile italiano, trasformato ben presto in Governatorato militare dopo l’inizio della rivolta popolare e della Resistenza. Buona parte del Kossovo e della Macedonia fu invece annessa alla Grande Albania, già aggredita ed annessa all’Italia nell’aprile del 1939.

Quando nell’estate-autunno 1941 incominciò in Montenegro la Resistenza, che ben presto si estese in Serbia, Bosnia, Croazia ed in Slovenia, le autorità militari italiane incominciarono a compiere le scelte più dure e ad adottare i provvedimentipiù drastici. E ben presto il movimento resistenziale sloveno e croato entrò nella Venezia Giulia e nel Friuli orientale, collegandosi con nuclei partigiani autoctoni e chiedendo adesioni e sostegno che ottenne da gran parte della popolazione slava. Lo Stato aveva la guerriglia in casa.

Nella “provincia di Lubiana” il commissario Grazioli con l’ordinanza n. 97 dell’11 settembre 1941 istituiva il Tribunale Straordinario e introduceva la pena di morte non solo per coloro che fossero stati sorpresi con esplosivo, armi da fuoco, ecc., ma anche per coloro che avessero posseduto materiale di propaganda, o partecipassero a riunioni o assembramenti giudicati di carattere sovversivo. E il 10 ottobre 1941 si ebbero le prime 3 condanne a morte.

In 29 mesi di occupazione italiana nella sola “provincia” di Lubiana vennero fucilati o come ostaggi o durante operazioni di rastrellamento circa 5.000 civili, ai quali vanno aggiunti i circa 200 bruciati o massacrati in modi diversi. 900, invece, i partigiani catturati e fucilati. A questi si devono aggiungere altre 7.000 persone, in gran parte anziani, donne e bambini, morti nei campi di concentramento in Italia. Complessivamente oltre 13.000 persone, su 340.000 abitanti, il 2,6% della popolazione. A questi vanno aggiunti quelli che subirono analoga sorte nei territori occupati della Croazia e del Montenegro.

Questi dati ci richiamano ad un’altra pagina vergognosa dell’occupazione italiana della Slovenia, cioè la deportazione in massa di circa il 10% della popolazione. 33.000 persone vennero deportate, per citare solo i maggiori, nei campi di Gonars (Udine), Monigo (Treviso), Chiesanuova (Padova), Grumello (Bergamo) e nell’isola di Rab (Arbe) nell’arcipelago dalmata. Nel luglio del ’42 i campi di internamento per sloveni e croati presenti in Italia erano 202. La circolare 3/C, emanata dal Comando del Supersloda (Comando Superiore delle Forze Armate Slovenia-Dalmazia), diceva: “Quando necessario agli effetti del mantenimento dell’ordine pubblico e delle organizzazioni, i comandi di Grandi unità possono provvedere … ad internare, a titolo protettivo, precauzionale o repressivo, individui, famiglie, categorie di individui della città e campagna e, se occorre, intere popolazioni di villaggi e zone rurali …“.

La circolare dà disposizioni sull’internamento di “famiglie da cui siano o diventino mancanti, senza chiaro motivo, maschi validi di età compresa fra i 16 e i 60 anni. Il razionamento a dette famiglie verrà ridotto al minimo indispensabile” … “Saranno internati anche gli abitanti di case prossime al punto in cui vengono attuati sabotaggi”. Se non verranno trovati i responsabili entro 48 ore, “il loro bestiame verrà confiscato, e le loro case distrutte “. Gli abitanti di interi paesi vennero così deportati, come dimostra una richiesta di rinforzi avanzata il 30 luglio 1942 dal comando raggruppamento Camicie nere “Montagna” all’XI Corpo d’Armata per eseguire “Lo sgombero della popolazione totale appartenente ai paesi di Breg, Pako e Goricica… Le popolazioni complessive dei tre paesi si aggirano fra le mille-milleduecento persone. La delegazione trasporti non può sgomberare più di 400 persone al giorno, né è consigliabile fare affluire in Lubiana gli evacuati per via ordinaria, data la distanza, e perché fra i medesimi ci saranno molte donne, vecchi e bambini… II bestiame dovrà essere riunito come ordini ricevuti, in un campo di raccolta… Per le suppellettili e valori domestici è indispensabile siano comandati i RR.CC. per prenderli in consegna“.

Alcuni internati, quelli in più gravi condizioni, venivano fatti rientrare. Il commissario Grazioli così scrisse il 15 dicembre 1942 al comando dell’XI Corpo d’Armata: “Mi viene riferito che in questi giorni rientrano continuamente elementi civili internati nei campi di concentramento militari, e particolarmente da Arbe. Il medico provinciale ha avuto occasione di visitare il 14 corrente un gruppo di tali internati rientrati da Arbe, riscontrando che presentavano nell’assoluta totalità i segni più gravi della inazione da fame e cioè: dimagramento patologico con assoluta scomparsa dell’adipe anche orbitario,ipotonia e ipotrofia grave dei muscoli, edemi da fame degli arti inferiori, emeralopia, intolleranza alimentare (vomito e diarrea o grave stipsi), lieve atassia, autointossicazione febbrile. Tale stato di cose potrebbe apportare gravi conseguenze alle condizioni sanitarie della Provincia, già precarie in relazione alla particolare situazione del territorio, ed essere origine di malattie infettive, che potranno anche rivestire non carattere isolato, ma bensì quello vero e proprio epidemico. È assolutamente necessario dare preventiva notizia del rientro di tali internati…“.

Ed il generale Gambara il 17 dicembre seguente con un foglietto manoscritto così dava al suo ufficio indicazioni per la risposta: “Logico ed opportuno che campo di concentramento non significhi campo d’ingrassamento. Individuo malato = individuo che sta tranquillo. In ogni modo alla lettera rispondere: “prendo atto, comunicherò arrivi”. Praticamente faremo poi ciò che ci sembrerà meglio. Gambara“.

Anche la Santa Sede con una nota del novembre ’42 intervenne per richiamare le autorità fasciste ad avere un trattamento più umano nei confronti degli internati “I lattanti – diverse decine sono nati negli accampamenti stessi – non possono vivere con il nutrimento che ivi hanno a disposizione. Di latte non ne possono avere neppure una goccia. Per questa ragione i bambini muoiono“.

Insieme alle deportazioni, le autorità militari di occupazione avevano disposto anche la confisca dei beni delle famiglie degli internati. Mentre il commissario Grazioli – come abbiamo visto – aveva manifestato preoccupazioni per la possibilità che gli internati, al loro rientro, potessero essere veicoli di epidemie, il comando del XIV Btg. CC.RR. Mobilitato, scrivendo al comando dei CC.RR. dell’XI corpo d’armata il 17 gennaio 1943, si preoccupava delle condizioni di denutrizione e delle reazioni che gli internati, che al loro rientro non trovavano più nulla, avrebbero potuto avere: “In questi ultimi giorni sono rientrati dai campi di concentramento alcuni civili in stato di grave denutrimento, in qualche caso realmente pietoso, il che ha prodotto una dolorosa impressione fra la popolazione. Si è inoltre diffusa la notizia che in Italia si sarebbero verificati vari casi di decesso provocati dalla scarsità di vitto e da malattie epidemiche diffusesi per deficienza di misure sanitarie. Anche nell’ambiente militare quanto sopra ha destato qualche sfavorevole commento sembrando che – se corrisponde a verità – tale trattamento degli sloveni incide sensibilmente sulla nostra dignità ed è contrario a quei principi di giustizia ed umanità ai quali facciamo spesso appello nella propaganda svolta in questa provincia… Utile sarebbe stata inoltre la richiesta d’informazioni ai comandi dell’Arma prima di rimettere in libertà individui già da mesi internati. … Sono ad esempio ritornati alcuni civili di Loz – frazione di Stari Trg – abitato notoriamente comunista, sprovvisto di presidio, ove le nostre truppe hanno agito con particolare severità compiendo la distruzione, quasi completa, delle abitazioni ed annessi, la confisca del bestiame, la fucilazione di molti giovani e l’internamento di un elevato numero di civili.
Coloro che rientrando vengono a trovarsi privi di tetto, di mezzi di sussistenza, di lavoro ed improvvisamente a conoscenza di tragiche situazioni di famiglia, precedentemente in parte o del tutto ignorate, potrebbero essere facilmente indotti ad insane determinazioni“.

Man mano che si intensificava la presenza partigiana, anche i provvedimenti delle autorità militari diventavano più drastici: venne varato il progetto, poi non completamente realizzato, di sgomberare una fascia di territorio della larghezza di 2-4 chilometri lungo tutto il confine con la Croazia per creare uno spazio vuoto nel quale proibire ogni circolazione, salvo quella ferroviaria. In questo modo si sarebbero dovute internare, secondo i calcoli delle autorità militari, 36.000 persone e requisire almeno 10.000 bovini.

Anche la città di Lubiana subì pesantissimi rastrellamenti, durante i quali tutta la popolazione, 80.000 persone, venne passata al setaccio. Poiché le autorità di occupazione erano convinte che i comandi della Resistenza si trovavano in città, fecero circondare Lubiana da un vallo e da un lunghissimo recinto di filo spinato, fecero requisire tutte le biciclette per impedire i rapidi movimenti, requisirono tutti gli apparecchi radio, ecc. Nel solo rastrellamento dei giorni 27, 28, 29 e 30 giugno e 1° luglio 1942, vennero fermati 20.000 uomini, dei quali 2.858 arrestati. Il comando della Divisione “Granatieri di Sardegna” nella relazione conclusiva così osservava: “La città di Lubiana conta circa 80.000 abitanti: di questi metà circa sono donne. Dei 40.000 maschi sono state prese in considerazione le classi dai 16 ai 50 anni, cioè 34 classi trascurando circa altre 40. Passando al vaglio 20.000 maschi si può affermare che sono stati esaminati uno per uno tutti gli uomini validi, sia sotto l’aspetto militare che quello politico“.

La deportazione delle persone veniva sempre accompagnata dalla requisizione del bestiame, dalla confisca dei beni e dalla distruzione delle abitazioni. Ad esempio a Cernomelj il 23 luglio ’42 vennero deportate 73 famiglie di persone passate a far parte “di bande comuniste”. Così la relazione: “Sono state nel complesso internate 73 famiglie per un totale di 251 persone, è stato confiscato numeroso bestiame e molto materiale d’arredamento, nonché tutto il materiale esistente in un negozio di orologeria di Cernomelj. Il valore delle cose confiscate è rilevante“.

Il 2 agosto ’42 ebbe luogo a Kocevje una riunione del comandante dell’XI Corpo d’Armata generale Robotti con tutti i comandanti di divisione. Nel corso di tale riunione, si legge nel verbale, queste furono alcune delle disposizioni impartite: “Il Duce ha approvato le modalità esecutive delle operazioni. I grandi accerchiamenti non sono possibili. Il terrore delle popolazioni verso i capi partigiani, le caratteristiche del terreno ed il fatto che i ribelli siano in buona parte gli stessi abitanti del posto, costituiscono difficoltà fortissime al raggiungimento di risultati integrali. È per questo che abbiamo adottato il provvedimento successivo di sgomberare tutti gli uomini validi ad Arbe. Non importa se nell’interrogatorio si ha la sensazione di persone innocue.

Ricordarsi che, per infinite ragioni, anche questi elementi possono trasformarsi in nostri nemici. Quindi sgombero totalitario. Dove passate levatevi dai piedi tutta la gente che può spararci nella schiena. Non vi preoccupate dei disagi della popolazione. Questo stato di cose l’ha voluto lei. Quindi paghi. Fare una politica economica tutta tesa contro i partigiani. Resta inteso che il provvedimento dell’internamento non elimina il provvedimento di fucilare tutti gli elementi colpevoli o sospetti di attività comunista.

Non limitarsi negli internamenti. Le autorità superiori non sono aliene dall’internare tutti gli sloveni e mettere al loro posto degli italiani (famiglie dei feriti e dei caduti italiani). In altre parole far coincidere i confini razziali con quelli politici”.
Alle deportazioni ed ai saccheggi si aggiunsero gli incendi di interi paesi e di edifici di uso agricolo. Furono complessivamente distrutte 12.773 case e danneggiate altre 8.850 su un complesso di 54.042 edifici costituenti l’intero patrimonio edilizio della provincia di Lubiana. Fra gli edifici distrutti ci furono ospedali, scuole, biblioteche.

Già prima dell’ingresso in guerra dell’Italia, fra la popolazione slava della Venezia Giulia si erano creati forti risentimenti: a causa della presenza di truppe dislocate per la progettata aggressione alla Jugoslavia, incoraggiata da Hitler in vista dello smembramento della Polonia. I disagi che la presenza di queste truppe portava alla popolazione, l’allontanamento per motivi precauzionali di tutti i militari di origine slava dalla zona e, infine, il grave incidente accaduto nella miniera dell’Arsa, avevano esacerbato una situazione che era già tesa.

Le vessazioni verso le popolazioni slave andavano aumentando costantemente. Gli uomini di etnia slava, chiamati alle armi, non avendo la fiducia dei comandi militari, erano assegnati a battaglioni speciali, disarmati, impiegati in zone lontane dai teatri di guerra come manodopera militarizzata. Nell’aprile del 1941 furono arruolati in questi battaglioni speciali anche 5.000 sloveni e croati indipendentemente dalla loro età, sempre per motivi di sicurezza. Parecchie erano state le diserzioni e, di fronte all’imbarbarimento dell’oppressione italiana, molti cercarono riparo in Jugoslavia. La prima conseguenza di questi provvedimenti e della situazione che avevano creata fu la ripresa del sentimento irredentista slavo nel contesto del parallelo rafforzamento delle reti clandestine antifasciste italiane della regione.

L’invasione poi della Jugoslavia ed il suo smembramento significarono, per la Venezia Giulia, il rimettere in discussione la sua appartenenza statale e saldare il destino di questa regione a quello della Slovenia e della Croazia, tanto che uno dei primi atti del governo jugoslavo in esilio fu quello di indicare fra gli obiettivi primari della guerra la rivendicazione di Trieste, Gorizia e l’Istria, dichiarando che in merito a queste rivendicazioni c’era il consenso e l’appoggio inglese.

Anche i primi piccoli gruppi partigiani della regione Giulia, fino tutto il ’42 ancora deboli, trovarono nel nazionalismo il momento di coagulo e quel consenso che i partiti politici non sarebbero stati in grado di raccogliere. Il primo volantino in lingua slovena, diffuso dall’Osvobodilna Fronta (Fronte di Liberazione) a Trieste nel dicembre del 1941, metteva come punto fondamentale del programma la ricostituzione della Grande Slovenia con l’inclusione di tutta la Venezia Giulia.

E il programma di rivendicazione nazionale accompagnerà durante tutta la lotta il movimento di liberazione sloveno e ne diverrà uno dei tratti fortemente caratterizzanti. Nello stesso tempo però sarà destinato a creare difficoltà anche gravi nei rapporti con altre forze antifasciste italiane con le quali, nelle intenzioni iniziali, la Resistenza jugoslava dimostrava la volontà di favorire la collaborazione.

Mentre in Istria la situazione era ancora quieta e si esprimeva solo sul piano propagandistico, nel Goriziano nel corso del ’42 si era incominciata ad avvertire la presenza di gruppi armati: alcune azioni di tipo terroristico e alcuni sabotaggi nella valle del Vipacco e nella selva di Tarnova avevano messo in difficoltà le autorità fasciste. Numerosi furono gli arresti ed il Tribunale Speciale emise numerose condanne a carico di partigiani arrestati. Nel 1942 furono 24 i processi a carico di giuliani o istriani, 34 nel 1943. Come dice Elio Apih: “Ormai solo l’esile filo della violenza sosteneva il dominio fascista nella Venezia Giulia, e fu violenza forsennata e disperata, che si esplicò sia nella repressione civile, che nelle operazioni militari ed in quelle di polizia. Tra la fine del 1942 e l’estate del 1943 fu combattuta, nella regione, una piccola guerra totale, senza peraltro che l’estremo radicalismo fascista riuscisse a concretizzarsi in una vera e propria azione politica “.

Le organizzazioni fasciste avevano perso la capacità di controllare il territorio e le azioni che seppero esprimere, come l’assalto a Trieste ai negozi slavi e a quelli ebrei, la caccia in città a chi parlava slavo, erano chiaramente segnate da rabbia ed impotenza.
E proprio per questo più sconsiderate e feroci.

Gli stessi metodi, gli stessi sistemi usati nella provincia di Lubiana vennero usati dai prefetti nella Venezia Giulia. Un esempio per tutti fu la devastazione con il fuoco del paese di Pothum, posto alle spalle di Fiume. Nella provincia di Fiume il prefetto Temistocle Testa aveva introdotto, nei territori recentemente annessi ed in alcune altre località, un coprifuoco rigidissimo che imponeva alla popolazione di poter uscire da casa solo dalle 8 alle 10 antimeridiane: “Le popolazioni possono circolare soltanto dalle 8 alle 10 antimeridiane. Per le ore 10 tutti i negozi e gli esercizi dovranno essere chiusi. Chiunque trovato a circolare dopo le 10 e prima delle 8 sarà passato per le armi“.

Nel giugno del 1942 venne istituito a Trieste l’Ispettorato speciale di Pubblica sicurezza per la Venezia Giulia, diretto dall’ispettore Giuseppe Gueli ed in cui emerse per sadica ferocia il vice commissario Gaetano Collotti. La sede centrale venne situata in una villa di via Bellosguardo, rimasta tristemente famosa come luogo di torture efferate; altre sedi furono dislocate a Pisino e ad Albona in Istria.
L’Ispettorato era un reparto di polizia politica e operava in tutta la Venezia Giulia sia con azioni di tipo militare, sia con arresti di civili che venivano costretti a parlare sotto tortura.

Dopo il 25 luglio l’Ispettorato attenuò la sua attività, per poi riprenderla con rinnovata ferocia dopo l’8 settembre a fianco delle SS. Il 13 giugno ’42 in un attentato partigiano vennero uccisi a Pothum il maestro elementare e sua moglie, anch’essa insegnante. Per rappresaglia il 12 luglio seguente, sempre per ordine del prefetto di Fiume, il villaggio di Pothum venne circondato e dato alle fiamme. “Raso al suolo, nessuna casa esclusa” dirà il prefetto Testa in un telegramma al sottosegretario agli Interni Buffarini Guidi. 108 uomini vennero fucilati sul posto, le 185 famiglie del paese (circa 800 persone) furono deportate. Altri rastrellamenti e incendi di gruppi di case vennero effettuati nel 1942, come a Zamet e nel settore di Niksic-Danilovgrad.

Anche per la popolazione della Venezia Giulia venne adottato il metodo delle deportazioni e numerosi furono i campi per gli slavi: in provincia di Gorizia ci furono i campi di “Na kapeli” per donne, di Sdraussina per i parenti dei giovani che erano andati con i partigiani, di Cighino di Tolmino e di Tribussa Inferiore (Santa Lucia d’Isonzo) per coloro che dovevano comparire davanti ai tribunali militari; altri campi di internamento divennero l’ex cartiera Ritter di Gorizia, il Cotonificio Triestino di Podgora.

In provincia di Udine fra il ’41 e il ’42 funzionò il campo di Visco (oltre al già citato campo di Gonars), dove trovarono posto 600 deportati. Altri campi furono disseminati in ogni provincia d’Italia. 16 campi funzionarono in Sardegna, nei quali dal 1938 al 1942 furono internati seimila istriani, oltre a settemila giovani giudicati infidi per il servizio di leva e, dal ’43, duemila confinati politici. Tutti gli internati vennero raggruppati in 30 compagnie speciali e adibiti al lavoro in miniera o in altre attività.

Nel corso del 1943 alcuni comuni in particolare della provincia di Gorizia incominciarono a chiedere la presenza di truppe perché, come scrisse ancora nel febbraio dell’anno precedente il prefetto di Gorizia, “la popolazione italiana vive in uno stato di grande panico… Non si avrebbe mai potuto concepire quanto feroce odio represso la gente tutta, di qui, nutra nei confronti di noi italiani… “. E l’Ente per la Rinascita delle Tre Venezie chiedeva, nel maggio del ’43, la presenza dei militari per la protezione delle famiglie di assegnatari.
Il repentino dissolversi del partito fascista il 25 luglio del ’43 permise il facile passaggio del potere alle autorità militari, senza alcuna reazione e fra il disorientamento generale. I militari continuarono ad usare gli stessi strumenti di repressione interna che erano stati usati dal fascismo.

È sintomatico quanto ebbe ad affermare il generale Rossi a metà agosto: le truppe dell’esercito dislocate nell’Italia settentrionale avrebbero dovuto servire per la tutela dell’ordine pubblico e per la lotta contro i ribelli della Venezia Giulia. Durante i 45 giorni vennero liberati i prigionieri politici italiani, mentre gli sloveni continuarono a rimanere in carcere. Anzi, nella Venezia Giulia continuarono ad essere arrestati e continuarono le retate di giovani slavi per avviarli ai campi di raccolta ed incorporarli nei battaglioni speciali.

L’8 settembre 1943, la resa incondizionata dell’Italia, il crollo dell’esercito e delle istituzioni portarono il Friuli e la Venezia Giulia anche formalmente al di fuori della sovranità italiana. Già il 10 settembre con ordinanza di Hitler venne costituita la “Zona d’Operazioni Litorale Adriatico”, comprendente le province di Udine, Gorizia, Trieste, Pola, Fiume e Lubiana. Tutti i poteri, non solo militari, ma anche quelli civili e giudiziari, vennero affidati ad un supremo commissario nazista. Il primo bando di arruolamento e di richiamo al servizio di guerra, emesso dalle autorità tedesche, porta la data del 23 novembre ’43. I tedeschi impedirono ogni autonomia politica della Repubblica Sociale a Trieste e nella Venezia Giulia ed usarono le poche formazioni fasciste per l’attività poliziesca, delatoria e antipartigiana sotto il comando delle SS.

In Istria e nel Goriziano divampò la Resistenza slovena e croata, che in alcuni casi operò a fianco delle formazioni italiane del Friuli e della Venezia Giulia. L’asprezza della lotta è bene rappresentata dalle cifre che risultano da una ricerca condotta dall’Istituto friulano per la Storia del Movimento di Liberazione per le popolazioni dell’attuale Regione Friuli-Venezia Giulia: su 4.779 partigiani caduti, 1.299 erano sloveni, cifre che si riferiscono soltanto alle popolazioni slovene che abitano oggi dentro i confini italiani.

Nel complesso i caduti sloveni nella guerra di liberazione furono 20.000 su 89.800 combattenti, ai quali vanno aggiunti coloro, partigiani e civili, che sono scomparsi nei campi di sterminio nazisti e nella Risiera di San Sabba, dei quali non si conosce il numero ma che è di qualche migliaio, ed i 7.000 morti nei campi di internamento italiani.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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