Ruggeri Ottorino (Nome di battaglia Bill)


Nasce il 15 maggio 1918 a Bologna. Subito dopo l’inizio della lotta di liberazione organizzò un nucleo armato, che solo nel giugno successivo prese il nome di brigata o gruppo Bruno Buozzi Garibaldi, il martire socialista ucciso a Roma dai tedeschi. La formazione operò sull’Appennino toscoemiliano e in particolare nei comuni di Castiglione de’ Pepoli e Camugnano.

Divenuto comandante del Gruppo, lo comandò in numerose operazioni militari. Il 17 luglio 1944, in un duro scontro con i tedeschi in località Farneto (Castiglione dei Pepoli), restò ferito e numerosi uomini persero la vita. Nei giorni seguenti la Buozzi confluì nella brigata Stella rossa Lupo e assunse la funzione di vice comandante di battaglione. 

I suoi ricordi 

Erano i primi giorni dell’ottobre 1943, ed ero a casa da poche settimane quando una mattina fui avvicinato da due persone a quel tempo sconosciute, le quali, senza mezzi termini, fecero capire come la pensavano e cosa intendevano realizzare in avvenire. Cominciarono il loro discorso, chiedendomi se credevo giusto aiutare, come era mio dovere, la massa di ex soldati sbandati che non potevano raggiungere le proprie famiglie e, nel limite del possibile, organizzarli per evitare che fossero di nuovo inviati a combattere in nome di quella Patria fascista che ormai non esisteva più e che era stata la totale rovina del nostro popolo; mi dissero anche di non illudermi perchè, benché fossi a casa, non avrei potuto restare isolato dalla società in un particolare momento di trasformazione politica come quello che stavamo attraversando.

Da parte mia feci loro capire che non potevo accettare le loro proposte così su due piedi, in primo luogo perchè dovevo pensare al mantenimento di mia moglie e di mia figlia Floriana, e anche per il fatto che si trattava di mettere a repentaglio la loro vita, non ottemperando alle leggi fasciste in vigore a quei tempi. Ad ogni modo io non mi rifiutai, chiesi solo il tempo necessario per riflettere sia su ciò che mi era stato detto, sia sul modo migliore per sistemare la mia famiglia, onde sottrarla ad eventuali persecuzioni fasciste.

Passarono pochi giorni dal nostro primo incontro, e li vidi tornare alla carica; seppi allora che si chiamavano Brunetto Pratesi e Rino Fabbiani, il primo noto antifascista di Prato, il secondo, studente bolognese già ricercato dalla polizia fascista, ed entrambi dirigenti politici già in collegamento col CLN di Bologna.

Io avevo già chiarito le mie idee, ed avevo provveduto ad inviare mia moglie a Verona, sua città natale, dai suoi genitori, e mia figlia l’avevo mandata da mia madre, che abitava allora alla Macchia Fonda, posto che divenne più tardi un nostro punto di riferimento nonché una  base permanente.

Ci mettemmo seriamente al lavoro, e da quel momento nacque la Brigata Garibaldi, Gruppo Bruno Buozzi. La nostra prima preoccupazione fu per le armi; allora avevamo solo alcune pistole di piccolo calibro e fucili da caccia arrugginiti, perchè in precedenza seppelliti per non consegnarli ai fascisti. In seguito, dietro fortunate azioni e grazie al coraggio di pochi uomini, riuscimmo ad avere anche qualche arma automatica. Devo inoltre ricordare che il nostro armamento aumentò grazie all’aiuto datoci da tre viennesi (che ricordo come Hans, Stimill e Otto) da me precedentemente conosciuti come antinazisti alla stazione di San Benedetto Val di Sambro dove prestavano servizio, i quali mi diedero armi automatiche e bombe a mano per l’armamento tattico di una diecina di uomini.

Passammo l’inverno rifugiandoci, quando era possibile, dentro le stalle dei contadini che ci ospitavano a rischio della loro vita e di quella dei propri famigliari. Facevamo lunghe ed astenuanti marce, compiendo colpi di mano ed azioni di sabotaggio lontano dalle nostre zone e i tedeschi ci tallonavano continuamente, ma non riuscirono mai a scoprirci.

Arrivammo così come Dio volle alla primavera, sfiniti fisicamente sia dalla fame, che dal freddo, perchè praticamente eravamo privi di vestiario adatto per quella stagione. Il bel tempo ci sollevò il morale e poco dopo non sembravamo più gli stessi uomini, anche perchè vedevamo con gioia il nostro gruppo aumentare di numero giorno per giorno; contemporaneamente però, bisognava pensare che aumentavano anche le bocche da sfamare, (e da noi non c’era la sussistenza che pensasse a questi problemi), e così decisi di andare dai contadini che spontaneamente ci rifornivano di pane, e mi resi conto che, nonostante la loro buona volontà, non potevano sostenere le nostre esigenze. Allora mi recai da altri contadini, i quali non cesserò mai di ammirare e ricordare; mi offrirono spontaneamente tutta la loro collaborazione, oltre a tutto quello di cui potevano materialmente disporre. Da parte mia li ringraziai e li elogiai dicendo loro che se il nostro movimento aveva successo il merito era anche loro, perchè nessuna brigata partigiana avrebbe potuto sopravvivere senza l’aiuto della popolazione.

Superate queste difficoltà disposi che i veterani istruissero i giovani all’uso delle armi, perchè vi erano molti ragazzi che non avevano nemmeno 18 anni e praticamente non sapevano nemmeno cosa fosse un moschetto; debbo dire, che impararono prima del previsto, addirittura qualcuno superò il proprio istruttore.

Intanto il gruppo cresceva e le azioni di sabotaggio aumentavano di numero e si estendevano nel territorio, ma purtroppo aumentava anche la vigilanza tedesca e fascista, tanto è vero che riuscirono ad infiltrarsi nelle nostre file anche degli elementi fascisti. Ciò potè avvenire perchè nel gruppo arrivavano persone di ogni categoria sociale e quindi per noi era impossibile controllare se tutti potevano essere o meno fedeli alla nostra causa; ad ogni modo, vigilando attentamente sul comportamento di ogni partigiano ed ascoltando le esatte informazioni che ci venivano inviate tramite la sorella del nostro valoroso cappellano, don Luigi Tommasini, allora parroco di Burzanella, riuscimmo a smascherare e punire come meritavano quelle vili spie che avevano progettato la nostra distruzione.

Questo però non risolse tutti i nostri problemi di sicurezza ed i tedeschi, dietro sottili informazioni ricevute da noti fascisti del luogo, tra l’altro facilmente identificabili ancora oggi, nel luglio 1944 ci attaccarono con forze ed armi talmente superiori alle nostre, che, nonostante il valore dei partigiani, ci inflissero gravi perdite: avemmo 5 morti e numerosi feriti, oltre i fucilati nella piazza di Burzanella. Non faccio distinzioni di uomini in fatto di eroismo, perchè tutti si comportarono eroicamente e quei giovani che per la prima volta furono sottoposti così duramente e selvaggiamente alla prova del fuoco, si comportarono in modo veramente encomiabile.

Ma quello che più mi colpì durante il rastrellamento, fu don Tommasini che me lo vidi al mio fianco, armato di pistola automatica, e sinceramente debbo dire che si dava molto da fare. Mi ricordo come ora che gli chiesi cosa stesse facendo in mezzo a quella bolgia, e lui, con la massima calma, mi rispose: “Cerca di mirare dritto e non preoccuparti per me”. Successivamente don Tommasini si portò nella piazza  del paese dove erano stati radunati i partigiani presi prigionieri in combattimento dai tedeschi, sperando che la sua veste ed il suo personale intervento potessero riuscire a strappare alla morte sicura qualcuno di quei ragazzi che erano anche stati suoi compagni di battaglia. Ma tutto fu vano ed allora non gli rimase che dare onorata sepoltura a quegli eroi che erano morti gridando Viva l’Italia libera.

Inoltre penso che le frasi dette dal reverendo durante le orazioni funebri, siano servite a far capire a tutti, anche ai nemici presenti, che la lotta che stavamo conducendo era giusta, ed indispensabile per cambiare la triste sorte del nostro popolo.

In quel rastrellamento io rimasi ferito e come se non bastasse avevo finito anche le munizioni e quindi per me era la fine. Improvvisamente vidi arrivare una pattuglia di partigiani della Brigata Stella Rossa che si trovava in perlustrazione nella zona e a loro debbo la mia salvezza. Mi raccolsero e mi portarono al loro comando, dove ricevetti le prime cure. In quel luogo spiegai dove si trovavano i miei uomini durante la battaglia e pregai che fossero inviati rinforzi atti a salvare le sorti del Gruppo.

Partirono immediatamente diverse squadre, ma giunte sul posto rimase loro solo il compito di dare onorata sepoltura ai nostri cinque morti, caduti eroicamente combattendo contro quei barbari tedeschi che erano stati accolti in Italia con la fanfara dell’esercito fascista. Da quel momento la Bruno Buozzi cessò di esistere come forza autonoma ed entrò a far parte della Brigata Stella Rossa.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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