21 settembre 1943 Matera


Nella settimana precedente al 21 Settembre, l’atmosfera diventò ancora più tesa e, mentre i cittadini si organizzavano e si armavano con l’appoggio dei militari italiani, i tedeschi incendiavano e saccheggiavano tutto per ostacolare l’avanzata da parte degli alleati. Il loro scopo era quello di colpire soprattutto le stazioni ferroviarie e i relativi mezzi di trasporto, i ponti e le strade principali.

La mattina del 20 settembre i tedeschi spararono contro quattro soldati che stavano entrando a Matera dal Rione Cappuccini; i quattro militari risultarono essere disertori in fuga. Uno di loro, il Bersagliere Sebastiano Leo della provincia di Lecce, fu ferito, ma riuscì a fuggire per i campi. Nel pomeriggio furono arrestati e condotti al Palazzo della Milizia dieci italiani, cinque civili e cinque soldati, per essere identificati ed interrogati da un ufficiale tedesco. Fra gli arrestati c’erano quattro civili provenienti da Martina Franca, in provincia di Taranto, che viaggiavano nella stessa auto e si recavano a Matera per una causa in tribunale; i quattro erano l’Avvocato Mario Greco, Raimondo Semeraro, Tommaso Speciale e Francesco Lecce. I tedeschi incolparono questi ultimi di complicità con il nemico, ma i malcapitati naturalmente negarono.

La mattina del 21 settembre i tedeschi continuarono le operazioni di rastrellamento e nel pomeriggio catturarono Natale Farina e Pietrantonio Tataranni, due soldati materani che stavano facendo ritorno a casa dal fronte. La notizia della cattura dei due ragazzi si diffuse immediatamente e, di lì a poco, il signor Francesco Farina, detto il “Siciliano”, commerciante e padre di Natale Farina, si recò presso il Palazzo della Milizia per chiedere la liberazione del figlio, disposto anche ad elargire un lauto compenso in denaro; i tedeschi non vollero però ascoltarlo e, per la sua impudenza, lo carcerarono assieme al figlio. Nel primo pomeriggio fu catturato anche Vincenzo Luisi, di soli sedici anni, che, impiegato dell’U.N.P.A. (Unione Nazionale Protezione Antiaerea) ed in servizio presso il Palazzo del Governo, incuriosito dagli spari che si sentivano giungere dalle campagne, era uscito dal suo ufficio e, pensando che fossero arrivati gli alleati, era corso in giro per la città spargendo la notizia che le truppe anglo-americane erano ormai alle porte. I tedeschi lo catturarono e lo rinchiusero nel Palazzo. Quel pomeriggio, intorno alle ore 16:00, si udirono intense sparatorie provenire dalla campagna intorno alla città; si cominciò a vociferare che gli alleati, muovendosi da Montescaglioso in direzione di Matera, avevano agganciato alcune truppe tedesche in ritirata. Fu allora che i sidecar tedeschi si schierarono per tutta la Piazza con l’intento di far disperdere gli assembramenti. Alle ore 16:30, il Sottotenente Nitti, intuendo la criticità della situazione, decise di rientrare al Comando Sottozona, dove trovò presenti in servizio il Caporalmaggiore Guido Mariani, il Caporale Domenico Abate, l’Autiere Primo Giannatti, l’Autiere Elio Colturi ed il Geniere Marco Marchini.

Intorno alle 17:30, il Capitano Cozzella e i due militari Vassalli e Zaffaroni stavano percorrendo Via San Biagio per raggiungere il Comando Sottozona; si erano imbattuti, però, in due finanzieri, il Tenente Prospero Giangrasso ed il Brigadiere Gabriele Gargano, e si erano soffermati nei pressi dell’oreficeria della signora Caione per conversare. In quel momento, nella gioielleria, erano presenti, oltre alla proprietaria, sua madre, due cognati, il suocero e tre agenti della Pubblica Sicurezza, Francesco Apruzzi, Giuseppe Cardillo e Salvatore Pafundi. Il Cozzella e gli altri si accorsero che all’interno dell’oreficeria vi erano due tedeschi, i soldati Karl Reigler e Olen Gent Kupwess, che si stavano facendo consegnare svariati oggetti di valore dalla signora Caione. Il Capitano Cozzella, entrando nel negozio con gli altri militari, tentò di persuaderli adducendo che quegli oggetti non avevano valore alcuno, al fine di dissuaderli. Ma i due tedeschi non gli diedero ascolto e continuarono a saccheggiare il negozio. Fu allora che i militari Vassalli e Zaffaroni, temendo che i militari potessero mettere mani alle armi, si lanciarono repentinamente sui due facendo fuoco con le pistole d’ordinanza. Uno dei due tedeschi morì sul colpo, l’altro, invece, nonostante ferito, riuscì ad impugnare la sua mitragliatrice e a sparare due colpi che, miracolosamente, non colpirono nessuno dei presenti. Il tedesco gravemente ferito riuscì a portarsi all’esterno del negozio, ma la sua fuga durò poco. Uno dei militari italiani, infatti, uscì dal negozio e gli lanciò contro una bomba a mano colpendolo in pieno. Tutti i presenti fuggirono richiudendo la saracinesca del negozio e lasciando il tedesco morto lì dov’era, mentre Vassalli e Zaffaroni cercarono di trascinare il corpo dell’altro militare ucciso per strada con l’intento di nasconderlo. Dapprima trascinarono il cadavere sotto l’arco di Via Rosario e subito dopo giù per una ripida scalinata, a seguito dell’evento rinominata “La Scaricata”, cercando così di occultare il corpo del soldato tedesco pochi metri più in là dell’arco. Fu in quel momento che due soldati tedeschi, che transitavano di lì in sidecar, videro i due italiani intenti ad occultare il cadavere e, intuito l’accaduto, si voltarono prontamente indietro per correre a dare l’allarme al loro Comando.

In quei confusi e tumultuosi istanti stava transitando nei pressi dell’oreficeria il signor Emanuele Manicone, esattore della S.L.I.I. (Società Lucana per Imprese Idroelettriche); tranquillo e pacato cittadino. Forse indotto dall’esasperazione e dalle continue vessazioni dell’occupazione, appena notò la scena dell’uccisione dei due tedeschi, come colto da un raptus di follia, precipitandosi in Piazza Vittorio Veneto, cominciò a gridare ai passanti ignari di quel che stava accadendo: “Hanno ucciso due tedeschi, correte alle armi, muovetevi!”. Subito dopo lo stesso Manicone si catapultò nella piccola bottega del barbiere Nicola Campanaro dove, seduto sulla poltrona e con il viso ancora insaponato pronto per essere rasato, c’era un Maresciallo austriaco, tale Michael Alfons, studente universitario di medicina di soli diciannove anni; Emanuele Manicone estrasse la sua pistola per sparare contro il nemico, ma nel momento di premere il grilletto il caricatore della pistola cadde per terra. Il Manicone, allora, estrasse un coltello dalla tasca, si avventò sul militare e lo accoltellò ad un fianco (il Maresciallo non morì, ma, dopo esser stato curato all’ospedale civile, fu consegnato, nelle mani dei militari canadesi). Manicone, dopo il folle gesto, e dopo aver sottratto la pistola al militare nemico, uscì nuovamente dalla bottega, ancora diretto al centro della Piazza, continuando ad urlare ed a inveire contro i nazisti. Nel volgere di pochi minuti tutta la città fu travolta da spari ed esplosioni, come se i cittadini materani non attendessero altro; in molti si riversarono per le vie della città impugnando armi spesso anche non appropriate alla battaglia. I luoghi in cui il conflitto fu maggiormente aspro furono Via San Biagio, intorno al Comando Sottozona, Piazza Vittorio Veneto, nei pressi del magazzino della Guardia di Finanza situato nell’attuale Palazzo del Governo, e Via Capelluti, sede del Comando della Guardia di Finanza. Si verificarono anche azioni di guerriglia in tutta la città. Si presentarono, poi, al Comando Sottozona numerosi civili che chiedevano di essere armati, tra cui, il professor Eugenio Turri, il commerciante Giovanni Dragone, il contadino Nicola Di Cuia, i ragionieri Mario Fiore e Serafino Grande, le cui generalità furono annotate dal sottotenente Nitti, che ordinò ad alcuni soldati di recuperare le cassette di bombe nascoste, mentre altri soldati si affrettavano a riprendere i fucili occultati. Matera, nello spazio di pochi minuti, conobbe l’insurrezione. Il Nitti radunò tutti gli uomini disponibili, civili e militari, li articolò in gruppi di difesa del Comando Sottozona, cercando così d’impedire che i tedeschi irrompessero in Via San Biagio da Via Tommaso Stigliani. Nel frattempo, Nicola Di Cuia, ex Bersagliere, si era arrampicato sul campanile della piccola Chiesa del Mater Domini, e da lì, con estrema precisione colpì a morte numerosi soldati nemici, emulato da Giulio Nicoletti, appostatosi in prossimità del Pastificio Andrisani (palazzo oggi non più esistente). Tantissimi altri valorosi cittadini si riversarono sulle strade sparando da Vico Umberto I, ove è ubicato il Palazzo delle Poste e quello dell’I.N.A. Non mancarono spari nei pressi della via del Duomo. Intanto le truppe nemiche iniziarono a bombardare il Rione San Biagio con cannoni anticarro; fu colpito il Comando Sottozona con due proiettili, uno dei quali rimase inesploso. Le abitazioni furono danneggiate. Nel frattempo i tedeschi si avvicinavano alla Piazza ed i finanzieri di guardia al magazzino centrale, temendo di essere sopraffatti dai nemici, inviarono Emanuele Manicone verso Via Capelluti, per informare il Tenente Comandante della Compagnia di quanto stava accadendo. Il Maresciallo Gaetano La Cascia, il Brigadiere Antonio Intermite e i Finanzieri Vincenzo Rutigliano e Pietro Fullone, seguiti dal furibondo Emanuele Manicone, nascosti dietro le siepi della Camera di Commercio spararono con dedizione e furore contro sei soldati tedeschi giunti lì su due sidecar. Furono feriti tre militari tedeschi che, subito raccolti dal secondo sidecar, fuggirono. Nel frattempo in Via Capelluti, dinanzi al Comando della Guardia di Finanza, erano giunti altri soldati tedeschi che inasprirono con raffiche di fuoco lo scontro con altri finanzieri, tra cui il Sottotenente Tommaso Cavacece, il Brigadiere Francesco Cipriani, l’Appuntato Giovanni Zoli ed i Finanzieri Donato Loprieno e Leopoldo Maccherozzi. Nello scontro il Finanziere Vincenzo Rutigliano, al quale oggi è intitolata la Caserma della Guardia di Finanza di Matera, restò ucciso, mentre l’eroico Manicone, gravemente ferito, riuscì a raggiungere una casa in Via Torraca dove, assistito da alcuni civili, morì poco dopo. Intanto una truppa composta da circa sessanta soldati tedeschi era corsa alla sede della S.L.I.I. (Società Lucana per Imprese Idroelettriche), con il proposito di distruggerla, per lasciare la città al buio. I tedeschi costrinsero i dipendenti ad uscire per la strada; subito dopo salirono al piano superiore dove si trovavano le abitazioni dei dipendenti, ed anche i familiari dei lavoratori furono cacciati dalle proprie case. Uno degli operai si nascose fra i macchinari e, quando i tedeschi pensarono d’aver spinto già tutti per strada, piazzarono due potenti mine nella sala macchine, mentre altri tedeschi spararono da vili sulle persone fatte uscire. Nella spregevole esecuzione persero la vita

l’Ingegner Raoul Papini (47 anni),
Pasquale Zigarelli (40 anni)
Michele Frangione (19 anni), giovane studente e figlio di Salvatore Frangione, impiegato della stessa società.

L’Ingegner Mirko Cairola e Salvatore Frangione furono gravemente feriti, quest’ultimo (46 anni) cessò di vivere poco più tardi presso l’Ospedale Civile. La moglie dell’Ingegner Cairola, Maria Di Nava, riuscì a salvarsi gettandosi a terra fingendo d’esser morta. Di lì a poco i tedeschi fecero esplodere le due mine ma, per loro sfortuna, una esplose senza alcun effetto e l’altra non esplose affatto. Intorno alle 18:30, in Via Torraca, giunsero nuovi rinforzi per i soldati tedeschi impegnati in scontri con i Finanzieri; i tedeschi spararono con i cannoni anticarro verso l’abitazione del Dottor Raffaele Beneventi, farmacista, scambiandola forse per il Comando della Guardia di Finanza. Il farmacista, pur armato, morì sul colpo, mentre gli altri occupanti l’abitazione rimasero gravemente feriti. Nel contempo i tedeschi, prima di battere in ritirata, provvidero a bloccare le porte del Palazzo della Milizia dove, nei giorni precedenti, avevano imprigionato diversi ostaggi. Il “Siciliano”, intuito cosa sarebbe accaduto, abbracciò il figlio piangendo, tanto che i cadaveri di padre e figlio furono poi rinvenuti tra le macerie stretti l’uno all’altro. Il Palazzo della Milizia, precedentemente minato dai tedeschi, fu fatto saltare in aria. Erano le ore 19:05 e nell’esplosione persero la vita:

Nocera Antonio (37 anni),
De Vito Pietro (25 anni),
Farina Natale (19 anni),
Farina Francesco (44 anni, padre di Farina Natale),
Tataranni Pietro (29 anni), Greco Mario (37 anni),
Semeraro Raimondo (37 anni),
Speciale Tommaso (34 anni),
Lecce Francesco (36 anni),
Luisi Vincenzo (16 anni)
ed uno sconosciuto,

probabilmente il Bersagliere Cairo Sebastiano. L’unico superstite della strage fu il ventunenne Geniere Giuseppe Calderaro di San Donato di Lecce che, nella brutale esplosione, fu violentemente proiettato in un piccolo orto nei pressi del Palazzo della Milizia, dove fu poi raccolto all’alba del 22 settembre orribilmente bruciato. Ricoverato presso l’Ospedale Civile, fu dimesso l’11 novembre. Quest’ultimo raccontò che durante i due giorni di prigionia nessuno dei detenuti ebbe da mangiare e da bere; e aggiunse che, prima di abbandonare il Palazzo della Milizia, un soldato tedesco era entrato nella cella e aveva detto: “Voi popolo di Matera sparare contro di noi!”. Secondo la ricostruzione degli eventi da parte di Calderaro, le persone rinchiuse erano sedici e non tredici; è presumibile che alcune bare, dove erano state ricomposte le spoglie, contenessero i resti di più persone. Il signor Domenico Di Noia, invece, che abitava in una masseria distante circa centocinquanta metri dal Palazzo della Milizia, raccontò che durante l’insurrezione un soldato tedesco gli aveva chiesto i documenti e gli aveva ordinato di salire sul sidecar per seguirlo al Palazzo della Milizia. Giunti, notarono automobili e ufficiali tedeschi pronti a partire. Il Di Noia riuscì a fuggire da una finestra posta sul retro dell’edificio e si diresse di corsa verso la sua masseria per nascondersi. Udì una forte esplosione e, voltandosi, vide l’edificio in fiamme. I materani, intanto, continuarono a sparare dalle finestre delle case e per le strade contro i tedeschi in ritirata. Si sparava ancora dal magazzino della Guardia di Finanza situato nel Palazzo del Governo, e dal tetto della piccola Chiesa Mater Domini, su cui era appostato il contadino Di Cuia con altri due civili, dalle finestre del Palazzo del Governo e dalle case di Via Nazionale. Alcuni uomini della Pubblica Sicurezza, riuscendo a scavalcare i muri di cinta del Carcere, attiguo alla Chiesa di San Giovanni Battista, si riversarono nei giardini pubblici uccidendo tedeschi. Coraggioso fu anche il parroco della Chiesa di San Giovanni Battista, Monsignor Marcello Morelli, che, uscito sulla piazzetta antistante la chiesa, cercò di confortare i combattenti incitandoli a resistere. Persero inoltre la vita:

Guida Eustachio (43 anni),
Loperfido Francesco Paolo (44 anni),
Lamacchia Antonio (69 anni),
Paradiso Eustachio (77 anni).

Anche i tedeschi subirono moltissime perdite e continuarono la loro mesta ritirata abbandonando Matera. Ma bombardarono il Duomo colpendo il bassorilievo di Santa Teopista, l’Ospedale Civile (oggi sede Universitaria), le case del Sasso Barisano e il tetto della Chiesa di San Giovanni Battista. Via Tommaso Stigliani fu sbarrata con carri agricoli e tutti si appostarono nei punti nevralgici. Di lì a poco, giunsero dalla zona sud della città un motociclista-staffetta della 8.a Armata Britannica chiamata “Gatto Nero” e una pattuglia del battaglione “B” del 4° Canadian Reconnaissance Regiment. L’eroica insurrezione dei materani, in quel tragico 21 settembre 1943, impedì ai tedeschi di portare a termine l’obbiettivo di radere al suolo molti palazzi, fra cui il Palazzo del Governo, il Tribunale, la Camera di Commercio, la Provincia e le varie caserme. La rivolta, inoltre, evitò il bombardamento alleato sulla città.

Parte della fonte: tommasozaccaro.com

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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