4 giugno 1944 I Martiri di Capistrello


Tra la fine del mese di maggio e l’inizio di giugno del 1944 la zona di Avezzano era sottoposta a continui bombardamenti da parte degli americani, che tentavano di colpire la truppe tedesche in ritirata.

Una mattina nel parco fu trovato morto Carlo Zaurrin che per salvare il proprio bestiame dalla razzia dei tedeschi era stato fucilato. Allora i contadini del luogo decisero di trasferirsi nella montagna di Luco Dei Marsi con il loro bestiame, con l’intenzione di tornare non appena i tedeschi fossero andati via.

Il 4 giugno del 1944, giorno della S.S. Trinità, le truppe tedesche arrivarono nel pascolo dove erano i contadini, ed ordinarono ad alcuni fascisti che erano con loro di prendere il bestiame, mentre loro facevano mettere in fila i contadini con le mani alzate e li condussero verso un sentiero che arriva alla stazione di Capistrello .

Le motivazioni ” ufficiali ” del rastrellamento andavano ricercate:

1. vendicare la morte dei soldati tedeschi periti nel bombardamento della stazione ferroviaria e la presunta morte di alcuni soldati uccisi dai partigiani sulle montagne attorno a Capistrello.

2. si cercava di catturare probabili partigiani che avessero segnalato il passaggio di truppe in ritiro dopo la battaglia di Monte Cassino;

3. si cercava di catturare alcuni soldati alleati tenuti nascosti dai cittadini di Capistrello attorno alle montagne del luogo, e che segnalavano di volta in volta la presenza di truppe tedesche, mezzi militari, convogli che arrivavano da Cassino in Capistrello.

Lì tre tedeschi ebbero un breve colloquio e uno di loro indicò una fossa antistante la stazione che era stata formata da una bomba, l’altro annuì.

La terribile decisione era stata presa: i trentatre contadini vennero fatti uscire uno per volta, portati sull’orlo della fossa da due gendarmi, a breve distanza, e uccisi con un colpo alla nuca.

Le vittime:

Aurelio Alonzo

Giacomo Cerasari

Pasquale Giancoli

Aurelio Cipriani

Tullio Di Matteo

Antonio Forsinetti

Giuseppe Forsinetti

Franco Gallese

Luigi Giffi

Alessandro Palumbo

Domenico Palma

Antonio Pontesilli

Berardo Ranieri

Mario Ricci

Alfonzo Rosini

Loreto Rosini

Giuseppe Rulli

Innocenzo Serafini

Mario Sorgi

Fernando Stati

Emilio Stirpe

Giovanni Tiburzi

Luigi Volpe

Ezecchiele Di Giammatteo.

Uno di loro provò a fuggire, ma lo raggiunse una scarica di proiettili. Un uomo del gruppo di nome Angelo Cipriani, un ex caporale maggiore dell’esercito italiano, prima di morire gridò con tutte le sue forze: “Viva l’Italia a morte i tedeschi!”.

La realtà del massacro fu conosciuta solo all’arrivo degli alleati.

Dal verbale di visita, descrizione e ricognizione dei cadaveri predisposto dal Procuratore del re di Avezzano successivamente alla scoperta dei cadaveri, furono ritrovati 33 cadaveri crivellati di colpi; per 25 cadaveri fu possibile l’identificazione, degli altri per le ferite e l’alterazione dei corpi per il caldo e per la pioggia non fu possibile.

Tutti i cadaveri erano stati spogliati dei documenti e l’identificazione fu possibile, da parte dei parenti e conoscenti, solo quando si propagò la voce dell’eccidio.

Molti di loro presentavano ecchimosi e segni di colpi con corpi contundenti, dovute sicuramente a pestaggi o quant’altro. Sempre dal verbale di ricognizione dei cadaveri uno degli uomini morì non per le ferite, ma soffocato dal peso dei cadaveri, dal terriccio e dalle pietre che erano state buttate sopra la buca.

Tra loro vi erano un ragazzo di quattordici anni e uno di sedici anni.

Si riportano stralci della ricognizione cadaverica eseguita dalla procura del re di Avezzano effettuata in data 10-11-12 giungo 1944:

– ” il cadavere di Volpe Luigi di Pasquale è quasi completamente svestito: è coperto da brandelli di mutande tutte imbrattate di sangue e di terriccio il viso è ricoperto di sangue. Ferite circostanti a margini ecchimotici si notano nel gemello del polpaccio sinistro e nella sottostante regione dell’ alluce. I fori di uscita del proiettile sono palesi. Il perito giudica che queste lesioni produssero il dissanguamento del Volpe e la conseguente morte. Questa certamente verificò almeno due ore dopo che furono ricevuti i colpi, ebbe concorso l’asfissia prodotta dal terriccio che fu lasciato sul Volpe dopo caduto o gettato nella fossa. La morte, comunque può risalire a circa sei giorni da oggi ”

– ” il cadavere di Stati Fernando fu Salvatore si presenta completamente vestito (abito scuro, calze di lana grezza, scarpe da contadino). La giacca presenta alcune lacerazioni nella manica sinistra. Nulla si rinviene nelle sue tasche. Denudata la parte del corpo ricoperta di sangue, nella regione del gran dentato (destra) si nota una ferita circolare a margini ecchimotici. Invano si è cercato il foro di uscita del proiettile. Tutto il corpo è cosparso di macchie ipostatiche. La putrefazione è in uno stato inoltrato: il perito giudica che la lesione innanzi descritta fu causa della morte. Questa può risalire a circa sei giorni da oggi. ”

– ” il cadavere di Palma Domenico Antonio fu Antonio si presenta in particolare stato di rigidità. Indossa abito scuro, calza scarpe da contadino. La giacca presenta tre squarci, è imbrattata di terriccio, lo stesso dicasi dei pantaloni. Il viso è completamente insanguinato: le ossa nasali e i mascellari superiori appaiono fratturate. Queste fratture possono essere avvenute sia in vita che dopo la morte. Nella trachea si notano due ferite circolari a margini ecchimotici vicinissime. A prima vista sembra trattasi di una sola ferita. In corrispondenza si nota il foro di uscita che è unico come appare distintamente con il rimuovere i numerosi coaguli sanguigni. Queste lesioni sono state mortali. La morte risale a circa sei giorni orsono. ”

– ” Il cadavere di Ranieri Bernardo di Giuseppe presenta l’abito scuro imbrattato di sangue e di terriccio ed in più parti lacero.Calza scarpe da contadino in buone condizioni. Al viso non si notano tracce di lesioni. Lesioni superficiali si notano al collo, alle spalle ed alle mani, nella regione toracica e all ‘addome. Tracce di lesioni si notano nella parte posteriore del ginocchio sinistro (regione poplitea). Il perito giudica che le lesioni suddette non potevano determinare la morte del Ranieri. E’ da ritenere che costui, per effetto dei colpi ricevuti, sia caduto ancora vivo nella fossa e che sia morto successivamente per asfissia dovuta al terriccio gettatogli addosso. La morte può risalire a circa sei giorni da oggi. ”

– ” Il cadavere di Rosini Loreto fu Giovanni si presenta completamente vestito di colore scuro; calza scarpe tipo militare. Il viso è tutto insanguinalo. Dall’orecchio destro fuoriesce sangue e materia cerebrale. Le ossa del cranio e quelle della faccia costituiscono un informe poltiglia. E’ impossibile da accertare se tale stato sia dovuto a colpi di arma da fuoco o alla pressione esercitata sulle ossa suddette da corpo contundente pesante. Nella regione toracica si nota una ferita circolare a margini ecchimotici. Nella corrispondente regione non si rinviene il foro di uscita del proiettile. Il perito giudica che queste lesioni provocarono la morte immediata del Rosini. Tale morte risale a circa sei giorni da oggi. ”

Si suppone che tra le vittime vi fossero anche dei soldati alleati, ma non si è mai riuscito ad averne conferma.

Il 30 dicembre 1993 su Repubblica appare il seguente articolo a firma Franco Scottoni che incontra un milite tedesco presente alla strage.

PRETE PER DIMENTICARE

MONACO – Li rastrellarono in campagna scegliendo tra quelli che stavano pascolando il bestiame o erano intenti a fare il formaggio. Poi li trascinarono fino al bordo di una buca, scavata dalla bomba di un aereo americano. Uno alla volta i trentatré ostaggi, tra cui un bambino di tredici anni e alcuni ragazzi di quattordici, quindici anni, furono uccisi con un colpo alla nuca. Un massacro terribile progettato e messo in atto dai tedeschi e dai fascisti a Capistrello, un centro agricolo a pochi chilometri da  Avezzano. Era il 4 giugno 1944, lo stesso giorno che fu liberata Roma dalle forze alleate.

Da quel giorno sono passati quasi cinquant’ anni, ma da allora sono rimaste misteriose le cause di quell’ eccidio e il nome dei soldati nazisti coinvolti. Inutilmente i parenti delle vittime, esponenti politici e la magistratura hanno cercato di fare luce. Senonché, inattesa, alla vigilia di Natale, è arrivato uno sprazzo di verità. Per capire di che si tratta, bisogna risalire a sette anni fa.

Nel 1986 un’ auto tedesca, targata Monaco di Baviera, si ferma a Capistrello. Scendono due persone e con un italiano approssimativo domandano ad alcuni passanti se esiste in Comune un archivio di documenti dell’ esercito tedesco. Questa richiesta così strana incuriosisce il sindaco di Capistrello, il dc Marcello Venditti, e il consigliere regionale del Pds, Antonio Rosini: con il numero di targa i due riescono a rintracciare il proprietario dell’ auto. Si chiama Winfried Eder.

Con il grado di caporale aveva partecipato alla battaglia di Monte Cassino, poi aveva sostato, mentre era in ritirata con il suo reparto, a Capistrello. Uno scambio epistolare Il sindaco allora scrive all’ ex caporale che risponde dicendo di non sapere cosa avvenne in quel paesino della Marsica il 4 giugno 1944 ma fornisce un’ indicazione: “Notizie più precise potrebbe fornirle Siegfried Oelschlegel, anche lui all’ epoca caporale, e attualmente, dopo aver preso i voti, parroco a Monaco”.

Dopo uno scambio di lettere, il parroco accetta un incontro nella sua chiesa. Don Siegfried è un uomo asciutto, alto, i suoi capelli sono bianchissimi. E’ parroco nel quartiere Grunwald, il più lussuoso di Monaco dove abitano i divi del cinema, gli attori della televisione e i più noti calciatori come Beckenbauer, Matthaeus e Rummenigge. Parla poco l’ italiano ma lo capisce perfettamente. Ha voluto che le domande gli fossero formulate in tedesco. E’ nervoso, teso, come se gli argomenti sulla strage lo turbino oltre misura. Con voce malferma incomincia il suo racconto. Quello che segue è il resoconto di questo colloquio.

“Con i resti del mio reparto, circa 40 uomini, arrivai a Capistrello il 26 maggio 1944. Fummo alloggiati in un fabbricato vicino alla stazione ferroviaria ma siccome all’ interno c’ erano anche delle mucche decisi di riposare all’ aperto. Arrivarono i cacciabombardieri americani e nel giro di pochi minuti lanciarono decine di bombe. L’ edificio dove si trovavano i miei commilitoni fu completamente distrutto. Soltanto tre di loro riuscirono a salvarsi, uno era rimasto ferito gravemente. Due giorni dopo quel bombardamento lasciai Capistrello e fui trasferito a Rocca di Cambio”.

Don Siegfried non vuole chiarire perché decise di prendere i voti ma il suo nervosismo lascia intuire la verità. Parla ancora, racconta anche della distruzione di un camion tedesco ad opera degli aerei americani. E’ un episodio avvenuto alla vigilia della rappresaglia cioé il 3 giugno del ‘ 44: a questo punto la versione del parroco tedesco, secondo la quale avrebbe lasciato Capistrello alcuni giorni prima incomincia a presentare vistose contraddizioni. E così, alla fine, si riesce a conoscere il motivo di quel rastrellamento, si arriva lentamente alla verità sull’ eccidio.

Don Siegfried dice che la rappresaglia fu ordinata dal quartier generale a Berlino perché c’ era la convinzione che gli aerei alleati fossero guidati sugli obiettivi tedeschi dai partigiani che si trovavano sulle montagne. Sul pendio della montagna Furono perciò catturate tutte le persone che si trovavano nei campi, vicini al paese, situati all’ inizio del pendio della montagna. L’ uccisione degli ostaggi, sul bordo di una buca provocata da una bomba d’ aereo alleato, era un fatto simbolico. Secondo il prete, il colpo alla nuca e la morte di bambini sono da ritenersi crimini di guerra e la legge tedesca persegue, tuttora, i responsabili.

L’ ex consigliere regionale, Antonio Rosini, per tutta la durata dell’ incontro ha fissato gli occhi del parroco. Dalla sua borsa a un certo punto tira fuori le foto di suo padre, di suo zio e di altre vittime di quella strage. Al parroco mostra poi le foto delle autopsie dove appare in primo piano il foro del proiettile sul cranio degli ostaggi. Don Siegfried alla vista di quelle foto appare turbato, stringe la croce che ha intorno al collo e più volte si volta verso una grossa statua di legno, in fondo alla parete della stanza, che raffigura la deposizione di Cristo. Dopo attimi di esitazione, il parroco apre un’ agenda e scandisce il nome di un tedesco, il suo indirizzo e la città dove risiede.

Si tratta di un ufficiale che attualmente esercita la professione di medico a Colonia. La ricerca della verità e dei nomi dei responsabili della strage di Capistrello così fa un passo avanti, dopo tanti anni, ed è quasi conclusa. Al momento del commiato, don Siegfried stringe la mano ai presenti. E solo allora don Siegfried, rosso in volto si commuove, con le mani si copre il viso e si allontana piangendo. Praticamente un’ ammissione di colpevolezza: sì, li vide morire. 

Fonti:

http://www.greenitaly.it/proloco/documenti/Relazione%20PdR.pdf

http://www.colecchi.it/atlantememoria/stragi/capistrello.htm

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1993/12/30/prete-per-dimenticare.html

 

 

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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