Irma Bandiera il ricordo di Renata Viganò


Medaglia d’Oro al Valor Militare (alla memoria)

«Prima fra le donne bolognesi a impugnare le armi per la lotta nel nome della libertà, si batté sempre con leonino coraggio. Catturata in combattimento dalle SS. tedesche, sottoposta a feroci torture, non disse una parola che potesse compromettere i compagni. Dopo essere stata accecata fu barbaramente trucidata e il corpo lasciato sulla pubblica via. Eroina purissima degna delle virtù delle italiche donne, fu faro luminoso di tutti i patrioti bolognesi nella guerra di liberazione
Meloncello, 14 agosto 1944.

 Il ricordo di RENATA VIGANÒ

Quando Irma Bandiera venne alla luce, il suo babbo partiva per la guerra. E la mamma piangeva, perchè rimaneva sola, con due bambini piccoli, e l’ultima appena nata. Nel suo dolore si compiaceva, povera mamma, che. Irma fosse una bambina. “Tu almeno non andrai in guerra” diceva, guardandola nella culla dove il padre soldato non l’aveva ancora vista.

Invece Irma Bandiera è andata in guerra, sebbene fosse una bambina, è morta in guerra come un soldato, come il più bravo soldato. Ma questo, certo, sua madre nel 1915, quando la guerra era soltanto, logicamente, una cosa da uomini, non poteva saperlo. La pace e il babbo vennero a casa insieme, e già la piccola Irma aveva imparato a parlare e a camminare. “Si starà bene, adesso” pensava la mamma, guardando i suoi tre bambini, “Ormai ne abbiamo avuto abbastanza. Guerra mai più”.

Tutti pensavano così. Ma la pace ebbe presto un colore, strano. Era nera. Una pace dove tutti si bastonavano, o meglio dove c’erano quelli che si credevano i più forti e che si arrogarono il diritto di bastonare gli altri. La giustizia diventò una parola senza senso, la patria un pretesto, la forza una esibizione. Passarono gli anni in quel clima di arbitrio e di crudeltà, di pericolosa scemenza e di pazza sfida al buon senso che si chiamava fascismo.

Irma Bandiera non sapeva niente di tutte queste cose, viveva la sua vita di bimba, di adolescente, giocava e studiava come tutte le altre della sua età. Era allegra e rideva. A quindici, a diciotto, a vent’anni si è allegri e si ride. Finché non intervengono i turbamenti, i dubbi, le delusioni della giovinezza, che in sostanza non è poi la più bella stagione della vita, piena com’è di umori equivoci, di dolori veri o fantastici, di balzane eccitazioni. Irma Bandiera continuò ad essere allegra e calma. In lei la giovinezza era gioia assoluta, tranquilla capacità di vivere bene, di sentirsi fertile e nuova, come una forza di cui il grado non fosse ancora misurato. La mamma e il babbo la guardavano vivere, e ne traevano coraggio. E così la famiglia percorse gli anni tra una guerra e l’altra, con il ricordo della prima che aveva tenuto lontano per cinque anni il capo di casa, e la sicurezza che un’altra non avrebbe dovuto esserci, tanto rimaneva vivo il danno e il vuoto di ciò che era stato, il dolore che ne era seguito e che umanamente non poteva ripetersi.

Invece la guerra si ripetè; e nel modo più crudele e impensato. Questa volta non fu di soldati. La fecero tutti, uomini, donne, vecchi e bambini. Si può dire che la fecero più dura quelli che stavano a casa, che oltre il pensiero del fronte, del deserto, delle steppe asiatiche dove erano stati. scaraventati i loro uomini, oltre quella immensa lontananza in cui i soldati dell’esercito italiano, poveri soldati senza scarpe e senza armi venivano sacrificati in massa, come un branco di pecore innocenti, avevano tante altre minacce. Gli aereoplani in alto, che buttavano giù bombe come la pioggia, e i fascisti e i tedeschi che spargevano il terrore dovunque passavano, tristi e feroci come tigri spaventate.

L’Irma, a quel tempo aveva ventitré anni, apparteneva a famiglia benestante, poteva sfollare in un qualunque paese sicuro, mettere a posto la roba, fare come facevano tutti quelli che pensavano a se stessi e ad un possibile avvenire, quando fosse finita la guerra. Non c’era proprio niente che la legasse alla lotta clandestina, già ardente e vivente nella sotterranea vita del paese nè esperienze, nè dolori, nè tradizioni familiari. Sarebbe stata come tante altre ragazze, che non hanno fatto niente nè prò nè contro quel movimento grandioso e mortale che serpeggiava nelle città e nelle campagne, che era rischio e speranza, e più tardi forse morte ma certezza di vittoria. Invece lei aveva nel cuore qualcosa che era più anziano dei suoi pochi anni, un richiamo, una fede, un insegnamento. La sua vita entrò nella battaglia e lei, la piccola Irma, bella sorridente, giovane, diventò un soldato.

Essere della 7a GAP, a Bologna, in quel tempo, voleva dire lasciare indietro tutte le paure, abituarsi ai pericoli immediati, vedere la propria fine davanti agli occhi, mescolata a sofferenze infinite, prima che finalmente gli occhi si chiudessero nella morte. Lei lo sapeva, tanti prima erano stati presi, la tortura diventava pratica di tutti i giorni, nelle disperate prigioni fasciste. Irma entra ugualmente in quel lavoro, non è più Irma, si chiama Mimma, è una delle più brave, delle più svelte staffette. La mamma e il babbo non sanno niente, non immaginano che ogni volta che la vedono uscire di casa può essere l’ultima volta.

Un giorno ci casca, nelle unghie dei fascisti. Un giorno, il 7 agosto 1944, le mani di quella gente da galera afferrano il suo corpo, credono, battendo a sangue la carne tiepida e pura, di spaventarne l’anima. Rimasero sconfitti, con i loro brutti visi arrabbiati. Le stavano sopra la picchiavano, la torturavano, e lei zitta. Ognuno di loro inventava una cosa nuova per farle male, se ne gloriavano l’un l’altro del loro talento, ma lei zitta. Quei nomi di compagni, di dirigenti, di responsabili che essi volevano tirare fuori dalla sua bocca, rimanevano lì, sconosciuti, inafferrabili, in mezzo agli urli e ai lamenti. Erano poche sillabe, e avrebbero denunciato tanta gente; i torturatori le promettevano la libertà, la salvezza, in cambio di quelle poche sillabe.

Ma la piccola Irma non diceva niente, in mezzo ai suoi lamenti. Si augurava di morire, che facessero presto d’ammazzarla, per smettere di soffrire. Gridava quando di dolore era più grande della sua forza, però non diceva niente. E Tartarotti e gli altri come lui, che prendendola si sentivano sicuri di un grande bottino attraverso le sue parole, ecco, erano sconfitti. Lei moriva, l’avevano ammazzata inutilmente, chiudeva gli occhi con gioia, dopo tanto male, e non aveva detto niente. Si trovavano con questo cadavere di ragazza, non sapevano dove metterlo, un dolce corpo giovane, un bel viso morto. Non sapevano più che cosa farsene, adesso; l’avevano ammazzata a furia di torturale, lei non aveva detto niente. La più ignominiosa disfatta della loro sanguinante professione si chiamava Irma Bandiera.

Annunci

Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...